Diffamato

ottobre 11, 2011 6 Comments
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Le recenti vicende di Nonciclopedia e della Wikipedia in lingua italiana hanno posto di nuovo all’attenzione pubblica la questione della diffamazione e della reputazione. Le vicende sono note e le riassumo velocemente: Vasco Rossi tramite avvocati se la prende con il sito satirico Nonciclopedia per la pagina a lui dedicata e Nonciclopedia chiude per qualche giorno. La Wikipedia in lingua italiana si sente minacciata dal comma 29 del “DDL intercettazioni” in fase di approvazione al parlamento che, citando il comunicato di Wikipedia, afferma che “chiunque si sentirà offeso da un contenuto presente su un blog, su una testata giornalistica on-line e, molto probabilmente, anche qui su Wikipedia, potrà arrogarsi il diritto — indipendentemente dalla veridicità delle informazioni ritenute offensive — di chiedere l’introduzione di una “rettifica”, volta a contraddire e smentire detti contenuti, anche a dispetto delle fonti presenti“.

Fin qui la cronaca. Io però vorrei prendere ad esempio questi due casi per parlare della diffamazione, della reputazione, del vilipendio.

La forma mentis dei libertari di fronte a un problema è quella di chiedersi “dove sono i diritti di proprietà in questo caso?“. Questo perché per i libertari, in estrema e grossolana sintesi, se non c’è proprietà non c’è nulla. Prendiamo per esempio la libertà di stampa. Cos’è la libertà di stampa senza proprietà? Nulla. Lo stato ti può “concedere” la libertà di stampa, ma se non ammette la proprietà sulla carta, sulle rotative, la libertà di innumerevoli editori di possedere innumerevoli giornali etc etc, la libertà di stampa è un nulla infiocchettato. Ecco perché nei paesi a socialismo reale la libertà di stampa era un guscio vuoto: perché non esisteva proprietà privata; e quindi libertà di dissenso.

Chiarito questo aspetto, ora chiediamoci: la reputazione di una persona appartiene a quella persona? Io in questo caso sono un “rothbardiano ortodosso” e dico di no. Rothbard nel suo For A New Liberty (qui per acquistare la versione italiana) scriveva:

Someone’s “reputation” is not and cannot be “owned” by him, since it is purely a function of the subjective feelings and attitudes held by other people. But since no one can ever truly “own the mind and attitude of another, this means that no one can literally have a property right in his “reputation.” A person’s reputation fluctuates all the time, in accordance with the attitudes and opinions of the rest of the population. Hence, speech attacking someone cannot be an invasion of his property right and therefore should not be subject to restriction or legal penalty.

La reputazione non è qualcosa che tu possiedi ma qualcosa che altri pensano di te. Quindi, se io penso e dico che Bepi è un mona, in una società libertaria Bepi non potrebbe querelarmi perché non ho leso nessun suo diritto di proprietà. Estremizzando ancora di più, nemmeno la diffamazione (cioè la lesione dell’onore di una persona attraverso falsità), per esempio dire che Bepi è una pantegana travestista da essere umano, è una lesione della proprietà altrui. Ora la gente legge articoli sui giornali o guarda servizi alla tv e pensa che siano veri perché sono là e se non fossero veri non sarebbero là. Spesso però non sono veri; e la gente non lo sa. In un mondo nel quale tutti possono dire liberamente le peggiori cose su tutti, la gente starebbe bene attenta a non prendere tutto per buono. In questo caso scatterebbe quella cosa essenziale a chi lavora nel mercato e che conosce molto bene: l’autorevolezza conquistata sul campo e non attraverso carte bollate. Sul mercato se un’azienda non si guadagna la stima delle persone con le quali interagisce e se attraverso i suoi prodotti o servizi non viene ritenuta seria, non fa molta strada. Stessa cosa dovrebbe essere con i giornali o telegiornali in una società senza reato di diffamazione e simili.

Inoltre i reati di diffamazione sono veramente classisti. Come possiamo vedere nel caso di Vasco Rossi o nel decreto legge in esame (per non parlare del liberticidio da monarchia che corrisponde al nome di “vilipendio al capo dello stato”),  solo chi ha sostanziosi mezzi economici può intervenire quando si sente diffamato. Questo, a ben guardare, è il problema di fondo della cultura nella quale siamo intrisi. Una cultura che vede nello stato un angelo salvatore e che dichiara solennemente che tutti siamo uguali di fronte alla legge, che tutti abbiamo pari opportunità, che fissa paletti ideali di giustizia irraggiungibili e a un’altezza così alta che la realtà passa tranquillamente sotto ballando il limbo. Il risultato è, appunto, questo sì realmente classista. La soluzione libertarian invece capovolge la prospettiva: lasciamo che siano le persone a decidere dell’affidabilità di una fonte basandosi sulla loro esperienza e sull’autorevolezza della stessa.

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6 Comments » 6 Responses to Diffamato

  1. Mauro on ottobre 11, 2011 at 16:02

    mi pare un’utilissima provocazione. Provocazione, dal mio punto di vista, perchè non condivido del tutto l’impostazione di fondo: pensiamo al caso del Commissario Calabresi, che fu costretto a querelare per diffamazione Lotta Continua che sosteneva essere lui l’assassino di Pietro Valpreda come misura estrema per poter continuare a svolgere il proprio mestiere, previo “lavaggio” della reputazione (a chiunque appartenesse, in quel caso a lui e al corpo di Polizia).
    Detto ciò, l’abuso che di queste figure di reato viene svolto nella prassi è intollerabile, e porta a risultati ancor più paradossali.
    Quindi, mi pare che sia auspicabile arrivare ad una tutela esclusivamente risarcitoria per ogni pretesa “calunnia”, “diffamazione” etc., quindi ad una tutela da ottenere in un processo “alla pari”, civile e non penale, libero da “angeli salvatori” (tipo la magistratura inquirente).

  2. astrolabio on ottobre 11, 2011 at 17:01

    beh mauro, i libertari in genre sono per una giustizia quasi esclusivamente civile e risarcitoria.

    comunque il ragionamento di rothbard mi sembra assai fallace, se io vengo diffamato non faccio causa alle persone che hanno una cattiva idea di me, ma a chi ha provocato quella cattiva idea in modo falso e tendenzioso.

    per fare un paragone, la truffa non è che un’instillare un’idea sbagliata riguardo un determinato prodotto o affare o relazione economica, secondo questo ragionamento la truffa non dovrebbe essere reato.

    immagina di comprare un computer con determinate caratteristiche elencate nella scatola, poi lo apri ed è un 386, protesti e ti dicono che il fatto che ti sei fatto l’idea che fosse un pentium quad core di ultima generazione è solo una questione tua, perchè le tue idee sono tue, non di altri. chi se ne frega se sulla scatola c’era scritto pentium quad core eccetera.

  3. Mauro on ottobre 11, 2011 at 18:47

    No astrolabio, il paragone secondo me non regge: la truffa tutela un “bene” diverso rispetto alla diffamazione (bene tutelato: “onore”, nel senso di reputazione propria e sociale).

    La truffa è fra quei delitti “contro il patrimonio mediante frode”, quindi non tutela la libertà dei mercati, ma il patrimonio degli individui “truffati”.

    Inoltre è compiuta mediante “frode”, quindi se sulla scatola ci sono determinate caratteristiche e dentro non c’è lo stesso prodotto non esiste frode “penale”, ma la tutela civilistica (“dammi il bene atteso, o restituiscimi i soldi + danni”, detto grossolanamente).

    Secondo me il punto della “proprietà della reputazione”, invece, è molto interessante, e lo spunto offerto mi parrebbe quantomeno funzionale, nell’immediato, allo sfoltimento di innumerevoli processi inutili (l’automobilista che dice “cornuto”, l’autore di percosse e violenze che controquerela per ingiuria/diffamazione l’aggredito, etc.) di cui tutto sommato non frega niente a nessuno, non fosse che li paghiamo esattamente come i processi per omicidio e stupro.

  4. fabristol on ottobre 11, 2011 at 19:08

    In effetti anche io lascerei i concetti di frode e di diffamazione separati.
    Rispondendo ad Astro: sul caso della frode di un prodotto esiste sempre il feedback negativo per l’azienda. Una volta che l’azienda si è fatta la fama di fare “pacchi” le sue vendite caleranno drasticamente. Non conviene a nessuna azienda una strategia del genere. Molte aziende accettano di ripagare i danni o la restituzione di un prodotto non per una legge ma semplicemente per una policy aziendale che ogni consumatore può consultare. In più ormai esistono società di controllo come Federconsumatori o siti internet che accettano review dai clienti insoddisfatti. Insomma ci sono tantissimi modi per un consumatore per evitare frodi.

  5. Charly on ottobre 13, 2011 at 22:09

    Nel caso in questione l’analisi è semplice:

    se Vasco Rossi si ritiene diffamato, che fare? Si era rivolto alla legge (= non vuol dire portare 15 enni davanti al giudice…), un comportamento ovvio, direi. Direi che il post di Luca sia una questione d’ordine differente: può la legge (= lo Stato, la comunità o whatever) dirimere questa questione?

    Aggiungerei anche: quali sono le alternative? Se non è la legge ognuno può dire o scrivere quel che vuole e al massimo fregarsene?

  6. fabristol on ottobre 13, 2011 at 22:34

    A mio parere esistono vari sistemi per la salvaguardia della reputazione. Uno tra questi è quello di utilizzare un’agenzia indipendente specializzata in casi di diffamazione. Questa agenzia potrebbe istituire una corte in cui i due imputati presentano le loro versioni. Il verdetto di qeusto giudice di pace sarà poi reso pubblico e se c’è diffamazione… be’ c’è diffamazione. Per esempio non capisco quest’uso del compenso in denaro per ripagare del danno subito da una diffamazione. Per riparare dal danno subito da una diffamazione basta la verità.
    Il pubblico saprà che il giudice ha deciso che c’è stata diffamazione e che c’è stato un diffamatore.
    Certo esistono casi in cui la diffamazione può arrivare anche a minacciare la sicurezza del diffamato. In questi casi più gravi si possono utilizzare le agenzie di protezione. Qui alcuni esempi per risolvere questi problemi:

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