Una questione di vita o di morte

novembre 14, 2011 10 Comments
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Nello stato italiano la politica in generale e la vittoria alle elezioni politiche sono considerate una questione di vita o di morte per la propria parte e per le sorti dello stato in generale. Puntualmente ci si avvia alle consultazioni elettorali con lo spirito della sparatoria all’O.K. Corral e sia i politici che gli elettori usano parole di fuoco e immagini apocalittiche in caso di vittoria dell’altra parte. Ho sempre trovato bizzarro questo approccio e non lo considero propriamente sano. Con il ventennio berlusconiano questa tendenza si è fortemente rafforzata perché la figura di Berlusconi ha polarizzato la politica italiana.

Ma perché questa tensione, questa pulsione alla sfida del tutto per tutto? Penso perché fondamentalmente in Italia lo stato, cioè i politici e l’apparato statale, è un soggetto estremamente potente, cioè è direttamente o indirettamente presente nella vita dei cittadini attraverso il ben noto metodo statale, cioè la coercizione. Molti non se ne rendono conto, ma lo stato italiano entra pesantemente nelle vite dei residenti in Italia attraverso una pressione fiscale che non ha uguali in Europa e nel mondo, attraverso il controllo diretto e indiretto di amplissimi settori dell’economia, attraverso un apparato legislativo schizofrenico, eccetera eccetera. Tutta questa mole di potere è gestita da una moltitudine di politici e parapolitici che si fanno pagare (si assegnano) molto profumatamente e che attraverso il loro discrimine fanno il bello e cattivo tempo nei confronti di amplissimi strati della popolazione. Pensiamo solo al sistema clientelare e parassitario presente nell’Italia meridionale del do (assistenzialismo) ut des (voto). Quindi, la combinazione di potere discrezionale politico più enormi quantità di denaro estorto con la tassazione più azzardo morale dei politici incuranti e indifferenti dei danni alle future generazioni ha causato la biblica crisi del debito italiano. Ossia, politici che parassitariamente hannno speso e spanto per decenni tutti i soldi degli italiani più quelli che non avevano e ora i mercati internazionali pensano che lo stato italiano non sia più in grado di ripagare i debiti.

Con la fine (?) del berlusconismo sono iniziate le critiche all’elettorato italiano da parte di intellettuali di sinistra i quali in pratica dicono che gli italiani sono stati scemotti ad aver votato Berlusconi e che bisognerebbe interrogarsi sul diritto al voto (qui e qui). Il sottinteso è chiaramente: “noi abbiamo ragione, voi avete torto”. La forma mentis di sapere quello che è meglio per un altro è trasversale da destra a sinistra ed è uno dei punti cardine che differenzia la filosofia politica libertarian dalla destra e dalla sinistra. Come ha scritto Davide Boaz:

The No. 1 way liberals and conservatives are alike: Both think they can run your life better than you. Liberals want to raise taxes because they can spend your money better than you can. They don’t believe in school choice because you’re not capable of choosing a school for your childreen. They think they can handle your healthcare, your retirement, and your charitable contributions better than you can. Conservatives want to censor cable television because you’re too dumb to decide what your family should watch. They want to ban drugs, pornography, gambling, and gay marriage because you just don’t know what’s good for you.

Malvino risponde ai due articoli linkati qui sopra scrivendo:

Se non si abbandona il principio del «bene comune» (che è proprio di ogni sistema retto sull’assunto di una radice trascendente della natura umana) in favore di quello utilitaristico della «maggiore felicità per il maggior numero di individui» (Bentham)  – se, cioè, non si sostituisce alla categoria del «bene» quella dell’«utile» – non se ne esce. Perché una democrazia funzioni non è necessario che gli eletti siano moralmente ineccepibili, anzi, questo può essere addirittura un pericolo per la stessa democrazia: è necessario che essi siano in grado di costruire le opportunità perché si realizzino le condizioni dell’«utile» per il maggior numero di individui. Non abbiamo bisogno di un monarca illuminato o di una oligarchia di anime belle, ma di una liberaldemocrazia che fondi su poche regole, ma severe, tutte riassumibili in una: ti è vietato imporre ad altri ciò che ritieni «bene» per te. Antidoto alla «peggiocrazia», ma anche alla tentazione di una soluzione aristocratica.

Malvino è un benthamiano, cioè un utilitarista. Per carità, c’è di molto peggio al mondo e non voglio addentrarmi sui risvolti filosofici pericolosi dell’utilitarismo però io non mi riconosco in questo e mi sembra che Malvino non colga il punto. Ossia, è preferibile rincorrere l’utile dall’alto o invece lasciare agli individui la facoltà di cercare per proprio conto la felicità, l’utile, il meglio, eccetera eccetera? Io vedo che le infinite reti di individui che liberamente interagiscono tra loro è la ricetta della prosperità e vedo che tutto quello che lo stato tocca si trasforma in cacca. Dal mio punto di vista le sfide politiche all’O.K. Corral sono la prova che lo stato italiano è troppo. I cittadini italiani non hanno bisogno né che i loro politici seguano la categoria del bene né quella dell’utile. I cittadini italiani hanno bisogno che i loro politici si trasformino in grigi funzionari part time che non hanno in mano le sorti di nessuno.

In altri stati l’affluenza al voto è più bassa rispetto all’Italia e le elezioni non sono sentite come momenti di catarsi. Questo perché da ogni elezione non derivano le sorti storiche della nazione. Serra e Gramellini vogliono una aristocrazia mascherata da democrazia, Malvino vuole una liberaldemocrazia. Io voglio meno democrazia, cioè minoranze organizzate che comandano maggioranze non organizzate, e più libertà per l’individuo, cioè la non-coercizione statale. Quello che è bene e utile per me lo decido io, grazie. L’azzardo morale di politici che in decenni hanno fatto aumentare la spesa pubblica e il debito pubblico è inqualificabile. Probabilmente ritenevano bene e utile questo vivere al di sopra delle possibilità reali. Ci sono due frasi famose che andrebbero ripetute come un mantra ogni giorno, fino allo sfinimento:

“Lo stato è la grande finzione attraverso la quale ognuno cerca di vivere a spese di tutti gli altri” (Bastiat)

Però prima o poi, quando i soldi finiscono e siamo sommersi dai debiti, capiamo che:

Non esistono pasti gratis (TANSTAAFL)

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10 Comments » 10 Responses to Una questione di vita o di morte

  1. Astrolabio on novembre 14, 2011 at 19:41

    il pezzo che hai citato è talmente assurdo che non so neanche da dove cominciare, inanzitutto dice che bisogna sostituire il bene con l’utile ma senza un’ulteriore spiegazione è come dire che bisogna sostituire i cornetti con le brioche. Inoltre dire che quello che bisogna perseguire è la massimizzazione degli aggregati di utilità, mi sembra un po’ come dire che “per perseguire il bene comune bisogna perseguire la massimizzazione dell’utilità aggregata” cioè da una ricetta per perseguire il bene comune invece di abolirlo, inoltre la giustificazione mi sembra prorpio trascendentale, perchè bisognerebbe perseguire la massimizzazione delle utilità aggregate?
    tralalaltro come si fa ad aumentare una cosa si può missurare solo ex post?
    e come fa la liberal democrazia ad aumentare l’utilità aggregata se è diffusa la domanda di beni posizionali? Per esempio una civiltà di invidiosi dovrebbe perseguire la confisca dei beni ai più abbienti anche se questo implica la distruzione della prosperità.

    tutto questo senza arrivare ai paradossi, uccidere un tizio sano e innocente per donarne gli organi e aumentare l’utilità aggregata, l’importante è non chiamare la cosa perseguire il bene comune.

  2. Cachorro Quente on novembre 15, 2011 at 14:49

    Che in Italia ci sia troppo stato secondo me è abbastanza chiaro. Quando lo stato esercita il suo arbitrio a tutti i livelli su tutte le attività umane, la corruzione è inevitabile. Qualche anno fa avrei contestato la diagnosi di Luca sui motivi della combattività pre-elettorale italiana, oggi sono fondamentalmente d’accordo. Ma la verità è che, se adeguatamente, tutti sarebbero d’accordo, anche chi (come me del resto) non disdegna le socialdemocrazie nordiche, dove l’intrusione statale è molto meno vasta.

    Gli aspetti filosofici invece mi convincono un po’ di meno. Secondo me la società è come un organismo vivente: cioè estremamente complessa e sorprendentemente capace di auto-regolazione; la “mano invisibile” dei mercati non è un’invenzione dei liberisti, ma è un fenomeno dimostrato scientificamente.
    E tuttavia: qualche volta gli organismi viventi si ammalano, e richiedono un intervento esterno, consapevole, inevitabilmente grossolano rispetto alla “vis medicatrix naturae” ma in alcuni casi indispensabile.

    Per questo esiste la politica. Che, come la medicina, comincia a fare male nel momento in cui smette di fare bene.

    Il pensiero libertario è, credo, un antidoto prezioso alla “conventional wisdom” delle verità dogmatiche stataliste. Ma non è sempre in stretto contatto con la realtà. Non si può ascrivere la nascita delle democrazie moderne a una sorta di “conspiracy theory” con il Leviatano a tirare le fila per continuare ad accrescere le proprie prerogative; da comunque la si guardi, la storia degli ultimi secoli è una storia di successo, con benessere e libertà personale (due parametri di “utilità” abbastanza oggettivi) in continua salita e in enorme miglioramento rispetto ai secoli precedenti, anche inserendo nel calcolo Robespierre, Hitler e Stalin. In questa prospettiva, il libertarismo rischia di diventare una posizione reazionaria e assurdamente nostalgica di periodi più violenti e ingiusti (vedi la misteriosa esaltazione della Confederazione sudista; vedi le svolte retrograde dei Rothbard e degli Hoppe). Questo è esattamente quello che NON aiuta a trasformare la critica libertaria in proposte realistiche e recepibili.

  3. fabristol on novembre 15, 2011 at 15:01

    @ cachorro

    I miglioramenti di cui parli derivano dallo sviluppo della scienza e della tecnica da un lato e dai benefici del libero scambio dall’altra. È una percezione errata quella per cui il progresso deriva dalla maggiore intrusione dello stato. Anzi Lo stato è un freno allo sviluppo.

  4. Cachorro Quente on novembre 15, 2011 at 15:24

    “miglioramenti di cui parli derivano dallo sviluppo della scienza e della tecnica da un lato e dai benefici del libero scambio dall’altra.”

    Gli scambi sono permessi da infrastrutture che sono spesso di pertinenza statale. La maggior parte delle innovazioni scientifiche che hanno modificato il nostro stile di vita e migliorato il benessere (satelliti, “rivoluzione verde” in agricoltura, vaccini, innovazione energetica, sanità pubblica nel senso di rete fognaria ecc. ecc.) hanno un’origine più o meno pubblica.
    Ovvio che non bisogna confondere post hoc con propter hoc. E ti concedo anche che in un ipotetico mondo senza stati, nulla vieta che milioni di individui si consorzino per costruire un’autostrada o mandare un satellite in orbita o finanziare la ricerca sul cancro, tutte cose peraltro che ora (ma sottolineo: ora) sono spesso gestite da società private.
    Però nel NOSTRO mondo questo tipo di progresso è passato attraverso la formazione di strutture statali di grandi dimensioni, con una partecipazione sempre crescente di tutte le classi sociali attraverso il suffragio universale e l’alfabetizzazione pubblica. E, anche se non posso dimostrarlo, credo che l’evoluzione di un mondo libertario sarebbe largamente convergente: perchè consorzi di individui di dimensioni sufficientemente grandi per gestire una rete ferroviaria o idrica per forza di cose dovrebbero avere una rappresentanza elettiva di qualche tipo, e acquisirebbero per forza di cose un peso specifico tale da rischiare di opprimere delle minoranze da essi escluse, per quanto la Golden Rule possa essere un principio condiviso.

    La struttura statale è il punto di partenza; non perchè sia necessaria, inevitabile, sacra ma semplicemente perchè è là. Se si parte dal punto di vista che lo stato è male, si fa l’errore dei marxisti e poi ci si ritrova ad avere gli stessi problemi solo con un nome diverso.

  5. Luca on novembre 15, 2011 at 21:23

    “il libertarismo rischia di diventare una posizione reazionaria e assurdamente nostalgica di periodi più violenti e ingiusti (vedi la misteriosa esaltazione della Confederazione sudista; vedi le svolte retrograde dei Rothbard e degli Hoppe). Questo è esattamente quello che NON aiuta a trasformare la critica libertaria in proposte realistiche e recepibili.”
    straquoto. il “problema” è che spesso i libertari si divertono a essere “troppo” bastiancontrari con il rischio di passare per troppo stravaganti.

    “Però nel NOSTRO mondo questo tipo di progresso è passato attraverso la formazione di strutture statali di grandi dimensioni, con una partecipazione sempre crescente di tutte le classi sociali attraverso il suffragio universale e l’alfabetizzazione pubblica.”
    uhm, sul fatto che sia stato lo stato a veicolare il progresso ho fortissimi dubbi. di norma storicamente lo stato si è accodato a quello che già stava avvenendo nella società vietando lo spontaneismo delle relazioni sociali e omologando. guarda a quello che succede in India dove le scuole private per poverissimi (che son private ma abbordabili anche dai poveri) stanno aiutando non poco lo sviluppo dei settori indiani più arretrati.

  6. fabristol on novembre 15, 2011 at 21:42

    “il libertarismo rischia di diventare una posizione reazionaria e assurdamente nostalgica di periodi più violenti e ingiusti (vedi la misteriosa esaltazione della Confederazione sudista; vedi le svolte retrograde dei Rothbard e degli Hoppe). Questo è esattamente quello che NON aiuta a trasformare la critica libertaria in proposte realistiche e recepibili.”

    Uh mi ero perso questa tua ultima frase, scusa. Anch’io come Luca sono stradaccordo con te ma infatti siamo qui per cambiare le cose nel mondo libertario. 🙂
    Comunque c’è da dire che l’esaltazione della confederazione sudista deriva da altre considerazioni, quali il confederatismo e l’antiimperialismo USA. Su Hoppe non vedo nessuna svolta retrograda, è sempre stato così.
    Io e Luca abbiamo altri modelli e guardiamo al futuro, non al passato: il modello svizzero per esempio. Insomma ci conosci da anni.. 😉

  7. fabristol on novembre 15, 2011 at 21:43

    Sullo stato che ha veicolato il progresso vorrei scriverci un post dettagliato. Credo che questo sia un punto chiave per comprendere la lente distorta con cui le persone guardano al mondo odierno. Stay tuned!

  8. Astrolabio on novembre 15, 2011 at 22:02

    “E ti concedo anche che in un ipotetico mondo senza stati, nulla vieta che milioni di individui si consorzino per costruire un’autostrada o mandare un satellite in orbita o finanziare la ricerca sul cancro, tutte cose peraltro che ora (ma sottolineo: ora) sono spesso gestite da società private.”

    le ferrovie americane sono state costruite totalmente da privati (e non è servito che milioni di persone si consorziassero, bastava qualcuno con un capitale di base)

  9. Timeo montis et dona ferentes | Fabristol on novembre 16, 2011 at 18:50

    […] varia e variegata a convergere su un goveno tecnico se fino a qualche giorno prima pareva fosse una questione di vita e di morte, sull’orlo di una possibile rivoluzione civile? Cosa se non la promessa di non toccare […]

  10. Switzerland for dummies | libertariaNation on dicembre 5, 2011 at 07:12

    […] per questa bassa affluenza è che in Svizzera l’elezione del parlamento federale non è questione di vita o di morte, ossia il potere dei deputati federali è relativamente basso, ossia il cittadino svizzero è, […]

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