Un presidente libertario

dicembre 17, 2011 14 Comments
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Il movimento libertario moderno, nella sua accezione anglosassone, può esser fatto risalire a cavallo tra i ’60 e i 70′, in questi quarant’anni le idee originali sono state discusse, approfondite e parzialmente diffuse, ma non sono mai entrate pienamente nel dibattito mainstream, né, tanto meno, si sono dimostrate capaci di incidere in modo significativo nella politica reale.
Fino ad oggi?
Credo sia un timing perfetto per parlare del libertario attualmente più influente del mondo che ha addirittura la possibilità di diventare il prossimo presidente degli Stati Uniti (per quanto paradossale questo possa sembrare) e causare così un cataclisma politico come non se ne vedono da tempo.
Sto parlando ovviamente di Ron Paul, candidato repubblicano alla presidenza.
Per quanto mi riguarda venni a conoscenza del personaggio nel 2007, anche allora era in corsa per la Casa Bianca, e al di là dell’affinità politica, devo dire che per quanto mi riguarda il meglio del personaggio è la sua caratteristica di underdog. Seguire le sue campagne elettorali è come vedere un film di Rocky, una mare di colpi più o meno bassi contro avversari fortissimi e tutti i pronostici contro, e lui che resiste fino alla quindicesima ripresa e, di tanto in tanto, vince pure.
Ron Paul bazzicava l’ambiente libertario sin dall’inizio, ginecologo per mestiere si interessò per hobby agli economisti di Scuola Austriaca (un suo libro vanta una prefazione di Rothbard) e al liberalismo classico, da bravo austriaco, tuttavia, decise di entrare in politica il giorno in cui Nixon dichiarò la fine del gold exchange standard con la celebre frase “ora siamo tutti keynesiani”. Fu uno dei primi deputati a dare l’endorsement a Ronald Regan, quando ancora la presidenza era molto al di là a venire e l’estabilishment repubblicano era tutto a favore del presidente uscente.
I libertari (o per lo meno per la fazione che gravitava e gravita intorno al Mises Institute) consideravano Paul il loro uomo al congresso, tuttavia rimase repubblicano fino alla fine dell’era Reagan, quando, deluso dagli scarsi risultati del reaganismo e consapevole che non si sarebbe potuto aspettare di meglio da G. H. Bush, si candidò per il Libertarian Party strappando la nomination all’attore nativo Russel Means (che chi ha i miei gusti cinematografici ricorda per l’interpretazione dell’Ultimo dei mohicani). La candidatura ovviamente aveva poche probabilità di riuscita, era più un escamotage per avere un po’ di visibilità e diffondere le idee libertarie via etere, in quel contesto tuttavia deve essersi fatto la scorza abbastanza dura per affrontare platee e dibattiti totalmente ostili; criticare le politiche repressive sulle droghe nel 1988 era come difendere la guerra in Vietnam e la leva obbligatoria in  un campo di hippie. Io all’epoca andavo alle elementari e di tanto in tanto ci leggevano comunicati che mettevano in guardia dall’accettare francobolli o finti tatuaggi da sconosciuti perché c’era qualche malvagio druglord che li intingeva nell’LSD per poi darli gratis ai bambini e renderli suoi succubi.
Prima di proseguire con la storia credo sia opportuna una breve digressione: qual è la sua proposta politica? Provo ad esporla per come l’ho capita: il nostro a mio avviso si colloca in una corrente di pensiero classica ai confini con l’anarcocapitalismo, dovendo fare un paragone con i filosofi storici lo paragonerei a Gustave de Molinari, tra i contemporanei vedo qualche affinità con Hans Hoppe. Cosciente del fatto che la Rivoluzione Americana, la relativa Dichiarazione di Indipendenza, la Costituzione e la Bill of Rights sono state ispirate dai principi del liberalismo scozzese, Ron Paul è un rigido costituzionalista, propone quindi un governo a livello federale che faccia solo (e solo quello) che l’articolo 1, paragrafo 8 della Costituzione consente al governo federale di fare, cioè, se ve lo state chiedendo, praticamente nulla a parte la politica estera. A questo proposito una presidenza Paul avrebbe una politica estera ricalcata su quella della Svizzera: neutralità totale e limitata all’autodifesa, guerra da effettuare in caso di minacce evidenti, dichiarata dal congresso e ben definita nei termini. Praticamente il contrario della politica americana negli ultimi cinquant’anni.
Per gli scettici che pensano sia un candidato troppo bello per essere vero c’è il suo record a parlare; in tutta la sua storia da deputato non ha mai votato una sola e una sola volta per un aumento delle tasse o per un aumento della spesa pubblica, e ha votato contro tutte le operazioni militari tranne quella che autorizzava l’uso della forza militare contro i responsabili dell’11/9. Non partecipa al programma pensionistico parlamentare e annualmente restituisce parte del suo stipendio al congresso. Quando lavorava come ginecologo e si presentavano pazienti coperti da Medicaid o Medicare offriva le sue prestazioni a titolo gratuito per evitare di gravare sul budget federale.
Sarebbe interessante assistere ad una sua campagna come governatore. Come presidente il suo motto è che tutte le questioni sensibili sono eventualmente delegate alla legislazione dei singoli stati: questo vuol dire che il governo si tirerebbe fuori da questioni come aborto, legislazione sulle droghe o matrimonio omosessuale, l’idea sarebbe che una delega di potere verso il basso e legislazioni differenti in competizione sono il modo migliore di procedere alla “scoperta” del diritto, con un processo simile a quelli di mercato, un concetto caro ai teorici della common law e dei diritti naturali (scuole teoriche alle quali appartiene il nostro; più volte ha avuto modo di dire che “i nostri diritti derivano dal nostro Creatore, non dal nostro governo” in linea con la Dichiarazione di Indipendenza). Una delle proposte politiche più controverse e discusse è la sua politica monetaria; coerentemente con i sui studi di economia della scuola di Vienna, Ron propone l’eliminazione della Federal Reserve (FED, la banca centrale statunitense) ed un ritorno al Gold Standard puro, dal momento che la soluzione è piuttosto impraticabile nel breve termine. Tra le soluzioni alternative suggerisce di permettere agli stati di stampare banconote coperte da oro e argento (come prevede la Costituzione) e di appuntare a capo della Fed qualcuno che non distrugga il valore del dollaro come hanno fatto Greenspan e Bernanke. Come deputato uno dei suoi recenti successi è stato rendere pubbliche le operazioni della banca centrale finora segretate (quello che ne è uscito fuori fa impallidire tutti i bailout approvati durante la crisi).

Finita la digressione, torniamo alla nostra storia: è il 1996 e Ron decide di ricandidarsi, dopo una lunga pausa, al congresso, in un altro distretto texano (le elezioni al congresso seguono il maggioritario puro). E’ l’epoca in cui i repubblicani riprendono il possesso della maggioranza parlamentare dopo decadi, e tutti contenti i repubblicani si preparano a riempire il congresso con i loro uomini. Tuttavia nel distretto di Paul l’establishment del partito se ne infischia del suo curriculum di conservatore fiscale e dà tutto l’appoggio al precedente deputato democratico, che per l’occasione cambia casacca per salire sul carro dei vincitori (tutto il mondo è paese, a quanto pare) e si accaparra l’endorsment di un po’ tutti, (compreso l’allora governatore del Texas G. W. Bush). Nonostante avesse tutto il partito contrario, si cimenta in una campagna porta a porta con l’aiuto della numerosa famiglia, l’appoggio di libertari sparsi per la nazione e una bella dose di propaganda a base di bashing dell’avversario e del suo passato democratico. Riesce a vincere le primarie, le elezioni e a incassare i complimenti rosiconi di Bush.
Dopo quell’elezione, da deputato si oppose fermamente alla politica estera di Clinton nei balcani, in Iraq e in Somalia, sostenendo che questo modo di fare avrebbe deteriorato l’immagine degli Stati Uniti all’estero e aumentato il rischio di subire attentati sul suolo nazionale.
Ma quella era l’epoca in cui Bush era ancora un pacifista, con il movimento Neocon diventato uberdominante all’interno del partito, Paul ha cominciato ad essere considerato un folle filoterrorista. Nel 2007 decide di candidarsi alla presidenza e di dire brutalmente come la pensa senza troppi fronzoli, le reazioni della stampa si possono dividere in chi lo ha bellamente ignorato, come se non esistesse, e in chi ne ha approfittato per prenderlo in giro quelle poche volte che puntava la telecamera su di lui. Tra le domande storiche poste nei dibattiti abbiamo “Dovremmo quindi prendere gli ordini di marcia dall’Iran?” (risposta “No! Dovremmo prenderli dalla Costituzione!”) e “A proposito di eleggibilità, ne ha qualcuna signore?” (e giù risate tra gli astanti). Tuttavia  un piccolo siparietto con la star del palco, Rudy Giuliani, gli ritaglia un pezzetto di visibilità, e in breve  diventa un fenomeno di internet e comincia a vincere tutti i sondaggi internet o via sms come fosse una star di X-factor. La reazione della stampa nelle vesti di alcuni pundits come Sean Hannity, decisero che semplicemente non aveva vinto, qualcuno aveva hackerato i risultati, poi, siccome continuava a vincere, era evidente che semplicemente si organizzavano su internet per fargli vincere i sondaggi (e qui già è più vero, anche se non si capisce perché questo non li rendesse validi). Non c’era dubbio, la stampa aveva deciso:“He can’t win”.
Come se non bastasse, nonostante cominciasse ad emergere nei sondaggi e ad essere in assoluto il candidato più ricercato e discusso su internet, le emittenti nazionali smisero direttamente di invitarlo ai dibattiti. Immaginate che effetto possa fare una cosa del genere all’ormai nutrito e appassionato gruppo di fan: cominciarono a fare cartelli in stile normografo e a tappezzarci la nazione,  affittarono un dirigibile con la scritta “Google Ron Paul” (una specie di moderno “Who is John Galt”), si organizzavano per andare a protestare dove non veniva invitato, cominciarono a fare video  casarecci su Youtube, che di casareccio avevano ben poco (uno addirittura era fatto in grafica CGI). Frustrati tuttavia dai magri risultati, cercarono di obbligare i media alla copertura del loro beniamino organizzando la prima “Moneybomb”: un evento volto ad ottenere il record storico di fondi raccolti in un solo giorno online. Fu organizzato per il 5 Novembre di quell’anno come omaggio al film “V per Vendetta”. La reazione della stampa fu più o meno: “Questi sono peggio dei comunisti degli anni sessanta, totalmente filo terroristi, fanno una raccolta il giorno di Guy Fawkes il terrorista”. La Moneybomb fu un discreto successo, tant’è che se ne organizzò immediatamente una per il 16 Dicembre, per l’anniversario del Boston Tea Party, la rivolta fiscale che diede l’inizio alla guerra di indipendenza: fu il primo evento “tea party” della storia moderna, e Obama ancora non era stato eletto. Nonostante i due eventi portarono un notevole afflusso di cassa  nelle tasche del comitato elettorale, i risultati negli early states (gli stati in cui le primarie si tengono prima del big tuesday) furono piuttosto deludenti. Qualche analista simpatizzante, sostiene che purtroppo il movimento di Grassroots (il supporto dal basso non organizzato dal candidato) esplose troppo tardi. Come se non bastasse i pochi risultati più che decenti come un secondo posto in Nevada furono oscurati dai media (immaginatevi “E adesso vediamo i risultati del Caucus in Nevada, al primo posto Mitt Romney, al terzo Huckabee, al quarto …” saltando di netto la seconda posizione. Un trucchetto che è stato più volte sfoderato anche nell’attuale ciclo di primarie).
Ciononostante la campagna continuò fino a che non fu matematicamente impossibile ottenere la candidatura.
Tanto per ribadire la simpatia che il partito aveva nei suoi confronti, Ron Paul non venne invitato alla convention Repubblicana che avrebbe dovuto eleggere Mc Cain campione del G.O.P. Ma visto che gli avanzavano ancora un bel po’ di soldi dalla campagna, organizzò una bella convention tutta sua, dando l’avvio al movimento chiamato Campaign for Liberty volto a far vincere le elezioni a candidati libertari ad ogni livello.
Non tutto era finito con la sconfitta alle primarie: il movimento di Grassroots rimase solido, e per due anni consecutivi trionfò al Cpac, una conferenza annuale di stampo conservatore seguita da un bello Straw Poll (una votazione non vincolante fatta lì per lì) relativo alla leadership repubblicana.
Nel 2011 è stato uno dei primi a candidarsi alle primarie: mentre l’atteggiamento del partito sembra meno ostile, quello della stampa e dei vari repubblicani filoneocon rimasti (ancora tanti, anche se meno rispetto alle scorse elezioni) è sempre quello e può essere riassunto nei due slogan “Ron Paul è rincoglionito” e “Non può vincere”; questo nonostante in questo ciclo elettorale la raccolta fondi, grazie al metodo collaudato delle Moneybombs, sia partita bene e presto, e il candidato vincesse  circa la metà degli Straw Poll che si tengono in continuazione per il paese, arrivando quasi sempre secondo nella metà che perde.
Tuttavia qualcosa stava lentamente cambiando nel paradigma repubblicano: dopo l’enorme bolla immobiliare che apparentemente nessuno aveva previsto, qualcuno si accorse che tale collasso economico fu previsto in ogni minimo dettaglio sin dal 2003 proprio da Ron Paul. Il Time pubblicò un articolo titolandolo “The prophet”, programmi televisivi cominciarono ad ospitare Paul per farsi raccontare come avesse previsto il collasso, su Youtube cominciarono a moltiplicarsi i video delle profezie di Ron Paul che facevano impallidire Nostradamus e che non riguardavano solo la finanza, ma anche cose come l’undici settembre, la durata della guerra in Iraq, l’erosione dei diritti civili negli Stati Uniti, persino dove si nascondesse Bin Laden.
Dopo l’ascesa del movimento dei Tea-Party, compresa l’elezione al senato del figlio di Ron, Rand Paul, alcune delle sue proposte sono diventate mainstream, specie in ambito economico: temere una crescita eccessiva del debito pubblico e richiedere trasparenza nelle operazioni di politica monetaria, sono proposte fatte proprie anche da alcuni dei suoi avversari nella corsa alle primarie.
Non che questo bastasse a ricevere un trattamento equo nella copertura mediatica, ovviamente.
Le domande che gli vengono poste sono meno direttamente perfide, ma ugualmente provocatorie e inutili: “Lei è favorevole alla legalizzazione dell’eroina e della prostituzione, come può convincere i conservatori a votarla?” “Se un trentenne senza assicurazione deve essere ricoverato d’urgenza, ma non ha i soldi per il ricovero, lei lo lascia morire?” “Se ci sono bambini gravemente denutriti (d’altronde si sa che l’America confina col Gabon, ndr) c’è posto per un programma del governo che li nutra?”.
La narrativa mediatica sostiene che Ron Paul abbia un piccolo gruppo di fanatici cultisti pronti a seguirlo ovunque, e grazie a questo riesca a vincere gli Straw Poll, “Non c’è nulla da vedere”, “He can’t win”.
Il colmo è arrivato in agosto, durante l’Iowa Straw Poll, considerato storicamente il più importante della nazione, dove Paul si piazza secondo con un margine dello 0,1% dietro alla beniamina di casa, Michelle Bachmann, nonostante questa avesse più copertura mediatica e si fosse spesa tutto il budget per vincere lo Straw Poll.
I media usarono il metodo Nevada: ignorarono semplicemente del tutto Paul. La cosa fu talmente  palese che John Stewart, un comico televisivo, sbeffeggiò questo comportamento nel suo programma. Il video della puntata si fece il giro dei social network, tant’è che qualcuno, anche nella stampa, ha cominciato a chiedersi se non fosse effettivamente ignorato dai media nonostante nei sondaggi fosse praticamente sempre al terzo posto. La risposta dei vari opinionisti seri tuttavia è sempre quella: “He can’t win”. Immaginatevi poi da quale altitudine le mie braccia possono essere cascate, quando Katherine Mangu, capoccia di Reason Magazine, storica rivista libertaria, a domanda risponde “Ron Paul ha fin troppa copertura mediatica per uno che non vincerà mai”.
Per uno scherzo del destino, tuttavia, questo atteggiamento potrebbe addirittura rivelarsi proficuo; queste primarie sono state caratterizzate da candidati lanciati al ruolo di front-runner dai  media  salvo poi schiantarsi nei sondaggi un mese dopo essere passati al centro dei riflettori; nel frattempo Paul accumulava Moneybombs, vinceva Straw Polls, cresceva in modo lentissimo ma costante nei sondaggi nazionali e si creava in Iowa e in New Hampshire (i primi due stati delle primarie) una struttura elettorale coi fiocchi, con un enorme lavoro fatto di spot, cartelli viaggi e conferenze e telefonate a casa da parte di volontari (che censendo tutti i sostenitori di Paul assicurano la  loro presenza il giorno del caucus o delle primarie), meglio organizzati rispetto alla campagna di guerrilla marketing delle scorse elezioni.
Come siamo messi ora? Il frontrunner del mese è Newt Gingrich e alle sue spalle l’inevitabile Romney, tuttavia Paul ha battuto cassa per tutto il trimestre e va molto, molto bene nei sondaggi in New Hampshire e in Iowa, dove l’opportunità di vittoria è assolutamente a portata di mano.
Alcuni giornalisti già cominciano a dire che vincere in Iowa non vuol dire nulla, sono in piena fase di negazione.
Oggi è l’anniversario del Boston Tea Party, e di quella Moneybomb storica di quattro anni fa. Ovviamente ne è stata organizzata una replica anche per quest’anno, mentre scrivo sono circa le 6:30 di mattina nella costa orientale, e sono già stati raccolti quattrocentomila dollari. Come andrà a finire, sarà il futuro a dircelo. Buona Ron Paul Revolution.

Un piccolo addendum: visto che il contenuto multimedia a riguardo è notevole, ecco una selezione di video interessanti riguardanti la Ron Paul Revolution.

For liberty re-cut, un documentario lungo un’ora sulla revolution con i sottotitoli, caldamente consigliato, c’è anche la verione più lunga che si concentra maggiormente sul movimento grassroots.

Land of the free, video amatoriale del 2007 per pubblicizzare la Moneybomb perBoston Tea Party day del 2007.

high tide, altro video amatoriale fatto interamente in computer grafica (se c’è qualcuno che sa fare promo così per libertarianation è assolutamente il benvenuto).

Ron Paul vs. Giuliani, il video che  ha reso Paul un fenomeno internet, nel video Giuliani accusa PAul di sostenere che l’America ha provocato l’11 settembre e gli chiede di rimangiarsi la frase, Ron Paul risponde citando la CIA.

Un giornalista chiede a Ron PAul se ha una qualsiasi elegibilità, durante uno dei dibattiti per le elezioni del 2008, viene immancabilmente pwnato.

Joe Scarborough intervista ron paul, e gli chiede come è possibile che nel 2003 avesse predetto nel detteaglio il collasso della bolla edilizia.

piccola selezione di profezie pauliste

What if, un video costruito su uno dei più famosi discorsi di Ron Riguardo la poltica estera.

Jon Stewart dimostra come i media censurino Paul in modo clamoroso, dopo l’importante Ames Straw Poll in Iowa, peccato per la bassa qualità video.

Un video amatoriale volto a promuovere l’ultima Moneybomb del 2011

Un altro video amatoriale volto a convincere i neocon ad una politica estera non interventista, nonostante le posizioni al limite del pacifismo di Paul i suoi buona parte dei suoi donatori appartengono alle forze armate.

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14 Comments » 14 Responses to Un presidente libertario

  1. fabristol on dicembre 17, 2011 at 10:59

    Spero proprio che Paul riesca a vincere. Sembra una frase da film hollywoodiano ma se Paul vince la storia dell’umanità cambierà il suo corso. E’ l’unico candidato che è contro la guerra, che è contro la guerra al terrorismo, che è contro le spese militari, che è contro l’income tax, che è contro la FED ecc. In teoria i pacifisti dovrebbero venerarlo come dio in terra ma i pregiudizi sono duri a morire!

  2. Astrolabio on dicembre 17, 2011 at 13:23

    non so quanto potrà fare da presidente oltre a cambiare la politica estera, ma sicuramente sarebbe il segnale di un’inversione di rotta, sicuramente è la miglior carta da giocarsi adesos per il libertarismo, in futuro magari avranno più occasioni altre persone anche grazie al successo, gente come il libertario moderato Gary Johnson, lo stesso figlio Rand PAul )che stranamente è molto apprezzato dai conservatori e molto detestato dai ddemocratici diversamente dal padre e nonostante abbiano idee quasi sovrapponibili. Una volta dimostrato che un libertario può vincere anche flip floppers professionisti comincerebbero a proporre riforme in senso libertario giusto per accaparrarsi voti.

  3. Charly on dicembre 17, 2011 at 22:11

    Non nutro molte speranze… Poi, chissà.

  4. fabristol on dicembre 18, 2011 at 14:48

    Ma alla fine non è neppure importante che diventi presidente. L’importante è che vinca le primarie questa volta. L’importante è creare un precedente così shockante da diventare l’inizio di un movimento internazionale che possa portare la filosofia libertaria nelle prime pagine dei giornali.

  5. Luca on dicembre 18, 2011 at 23:36

    il ragazzo personalmente non mi piace perché è ultraconservatore e creazionista. però lo è su un piano culturale e ha ben presente cosa vuol dire coercizione statale.
    quindi speriamo che vada molto avanti perché può veramente cambiare la storia del mondo

  6. astrolabio on dicembre 19, 2011 at 18:51

    di che cosa stiamo parlando quando diciamo “ultraconservatore”? l’ex campaign manager di Ron Paul, stando a qualche voce di corridoio nei forum, era gay, ed è morto per un’infezione alla gola che è risultata letale per via dell’aids di cui soffriva.
    é questo essere ultraconservatori?

    riguardo alla polemica creazionista, su “liberty defined” ha scritto qualcosa sull’evoluzionismo che sembra criticarne le degenerazioni di tipo “Spenceriano” (ovvero una storia del mondo tendente ad un progresso infinito) un critico di tale concezione, tra gli altri è Cavalli-Sforza, quindi non mi sembra niente di scandaloso.
    Comunque anche se forse un creazionista puro, non ha mai tirato in ballo lui l’argomento, visto che giustamente dice che non è una issue politica. Preferirei comunque lui a tutta la schiera sia di creazionisti che di evoluziosti che sbraitano l’uno contro l’altro senza sapere di che parlano, cioè il 99,99999999999999% di chi in genere tira fuori la poemica.
    chi critica il creazionismo deve anche spiegarmi che cos’è l’effetto baldwin e se è favorevole ad una concezione di selezione a livello di gruppo o di gene, e perchè, altrimenti ha una posizione fideistica quanto quella creazionista, non basta che una cosa sia detta dagli uomini in camice per essere vera, deve anche essere vera veramente. Just my 2 cents.

  7. Cachorro Quente on dicembre 28, 2011 at 17:46

    Riapro questo post per chiedere a chi conosce meglio Paul di commentare la polemica in atto, su delle vecchie Newsletter uscite fuori con contenuti razzisti… io non ho ancora avuto modo di approfondire, anche se non mi stupisce il fatto che le idee libertarie post-frattura con i fricchettoni facciano difficoltà a separarsi da pregiudizi di destra.

    Per quanto riguarda il creazionismo secondo me Astrolabio sbagli. Se una persona dice “Gli UFO esistono” e una “Non credo proprio”, tu non è che vai a verificare se lo scettico conosce la letteratura in merito e se ha studiato il problema. Verosimilmente, non darai l’arsenale nucleare americano in mano a quello che crede agli UFO. La teoria creazionista classica è peggio che credere agli UFO, perchè nessuno ha mai dimostrato che non esistono i secondi. Le altre polemiche sono totalmente strumentali perchè fraintendono le normali divergenze di idee tra i biologi per sostenere una polemica politica o una fede religiosa.

  8. Astrolabio on dicembre 28, 2011 at 19:35

    era una news letter diretta Rockwell e un altro, e si chiamava “ron paul newsletter” e anni fa un giornale di sinistra si era messo a spulcierle e trovò sei frasi piuttosto poco politically correct, per i canoni di chi si è girato 4-chan o qualsiasi blog a random è un po’ eccessivo chiamarle razziste ma tant’è (nota, nelle nes letter c’erano anche contenuti di tono esattamente opposto alle 6 frasi incriminate)
    siccome è in testa ai sondaggi in iowa sono ovviamente ricicciate fuori, Ron Paul dice che non sa chi le ha scritte (gli articoli non erano firmati) lew rockwell dice che lui non è stato, nel frattempo gli stanno facendo pressione per fargli ammettere la sua responsabilità, ma nel frattempo sembra faccia lo gnorri.

    nel complesso è stato un grosso errore col senno di poi, ma a guardarlo bene è uno scandalo solo per chi ce l’ha già col personaggio.

  9. Astrolabio on dicembre 28, 2011 at 19:55

    riguardo al creazionismo, diciamo che un conto è aprire un parco a tema con gli uomini che giuocano con i dinosauri per spiegare che i due convivevano insieme e che la creazione è avvenuta esattamente coem è scritto nella versione inglese della bibbia, ad un tizio del genere (huckabee) non darei le bombe atomiche, ma dire la teoria dell’evoluzione è una teoria e non ti convince è legittimo, sopratutto se non hai approfondito l’argomento, a me non convince il riscaldamento globale di origine antropogenica, per esempio, ma magari se approfondisco di più l’ergomento invece sì.
    il problema è che invece gran parte delle persone prende posizione a priori, per esempio sono ragionevolmente sicuro, dato il livello medio di cultura italiana, che la grande maggioranza di quelli che dicevano “OMFG LA GELMINI CANCELLA DARWIN DAL PROGRAMMA DELLE MEDIE; IL CLERO IL CLERO; LA DESTRA OSCURANTISTA” avesse una coscienza assai superficiale dell’argomento e probabilmente confono concettualemente lamarkismo e darwinismo. Ovviamente non posso provarlo.

  10. […] Può non piacere il personaggio e possono non piacere le sue idee, però guardate dove è arrivato Ron Paul grazie alla forza delle sue idee e grazie ai contributi volontari di milioni di supporter che in […]

  11. […] Può non piacere il personaggio e possono non piacere le sue idee, però guardate dove è arrivato Ron Paul grazie alla forza delle sue idee e grazie ai contributi volontari di milioni di supporter che in […]

  12. astrolabio on gennaio 5, 2012 at 14:20

    lascio qui un pezzo di giornalismo investigativo riguardante le cosiddette newsletter razziste.
    http://www.fox19.com/story/16449477/reality-check-the-story-behind-the-ron-paul-newsletters

  13. fabristol on gennaio 7, 2012 at 16:18
  14. Charly on gennaio 8, 2012 at 17:29

    Non vedo problemi se Ron Paul sia creazionista o meno. Basta che la sua opinione individuale rimanga tale e che non impronti la sua politica alla conversione delle persone. Non potrebbe importarmene di meno se il mio medico andasse a caccia dello Yeti, basta che mi curi le bue.

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