Intervista a Carlo Lottieri autore libertarian e tra i fondatori dell’IBL

gennaio 23, 2012 4 Comments
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LibertariaNation ha intervistato Carlo Lottieri, professore di Filosofia all’Università di Siena, tra i padri fondatori dell’Istituto Bruno Leoni (IBL) e autore del recente Credere nello Stato? che abbiamo recensito da poco.

Da quanto ho visto su Facebook ti consideri un freemarket anarchist. Come e quando ti sei avvicinato al pensiero libertarian di scuola austriaca? C’è stato un episodio o libro nella tua vita che ha fatto da spartiacque nella tua decisione di abbracciare questa filosofia politica?

Definirei la mia posizione come quella di un liberale coerente, che non crede che alcuni uomini possano disporre del monopolio della violenza, ritenendo per giunta che vita, libertà e proprietà siano diritti naturali e inviolabili. Certamente a vent’anni ero più moderato – come la maggior parte dei sedicenti liberali di allora e anche di oggi – ed ero anche persuaso che in qualche circostanza fosse legittimo aggredire persone innocenti: con la regolazione e la tassazione.

Un primo passo verso posizioni diverse l’ho compiuto leggendo un testo introduttivo alle teorie economiche liberali (monetarismo e Public Choice, in particolare) scritto da Henri Lepage nel 1979. È stato un inizio, grazie al quale ho potuto anche incontrare il pensiero – ma solo successivamente – della scuola austriaca e in particolare di Hayek. In quel momento non conoscevo gli scritti di Bruno Leoni (il primo che mi parlò di lui fu Vaclav Belohradsky, nei suoi seminari a Genova) e nemmeno quelli di Murray Rothbard, la cui lettura mi ha persuaso in merito all’illegittimità dello Stato.

Credo che sia stato un processo di una decina di anni quello che mi ha portato prima a scoprire il liberalismo classico e, in seguito, anche le tesi libertarie. All’età di trent’anni, grazie a Dio, non avevo più alcun “senso dello Stato”…

Cosa ha spinto te, Alberto Mingardi e Carlo Stagnaro a fondare l’Istituto Bruno Leoni?
L’IBL è nato nel 2003 per la convinzione che fosse necessario far fare un salto di qualità ad iniziative che noi e altri, da anni, stavamo cercando di imbastire per creare un’opinione pubblica più favorevole ai valori del libero mercato. Inizialmente l’idea era quella di innalzare la qualità della nostre iniziative, anche copiando un modello – quello del think-tank anglosassone – in grado di raccordare l’accademia, i media, le imprese e quella minuscola parte del mondo politico che presta attenzione al dibattito intellettuale. Soprattutto grazie ad Alberto e a Carlo, l’Istituto è poi cresciuto tantissimo e credo che oggi sia davvero un punto di riferimento importante per quanti vogliono ampliare gli spazi di libertà in Italia.

Come vedi la situazione del Paese dal punto di vista della diffusione delle idee di libera interazione delle persone? In crescita, diminuzione o stazionaria? Pensi che ci sia lo spazio in Italia per un movimento o partito con connotazioni simili a quello di Ron Paul?

L’Italia (come l’intera Europa, a dir la verità) sta conoscendo un declino epocale e al momento è difficile essere ottimisti. Nonostante ciò, il piccolo universo di quanti hanno a cuore i temi della proprietà, della libera iniziativa e della concorrenza di mercato si sta allargando. Non so se in Italia ci sia davvero lo spazio per una forza di ispirazione espressamente libertaria e per un politico che – come Ron Paul – intenda collegare i valori del mercato e il rigetto di ogni forma di imperialismo militare. Non escludo però che qualche libertaria inizi a trovare spazio nella vita politica, che per giunta è ormai sempre meno un affari di partiti in senso classico (dove sono? che fine hanno fatto?) e sempre più una questione di gruppi, opinion leader, organizzazioni di principi e di interessi, associazioni e via dicendo.

Veniamo al tuo nuovo libro “Credere nello Stato?”, edito da Rubbettino. La tesi di base del libro è che lo Stato si sia sostituito alla religione organizzata nelle società moderne e che abbia copiato la struttura teologica e gerarchica di queste ultime. In tale contesto i libertari diventano quasi degli eretici che si muovono tra nuove inquisizioni e nuovi peccati, mentre il libertarismo è per certi aspetti una forma di apostasia. Non trovi che «l’accettazione di questa fondamentale rivendicazione alla miscredenza di fronte al potere e alle sue pretese» in Italia sia a livelli minimi? Penso all’esaltazione religiosa e quasi feticistica del libretto della costituzione italiana o ai sermoni del presidente della repubblica italiana, che parla dell’indivisibilità dello stato italiano come parlasse di un dogma di fede…

In parte è così, ma talvolta ho la sensazione che moltissimi – insieme a noi – avvertano il carattere retorico e strumentale di questa operazione culturale neo-nazionalista guidata dal Quirinale. È vero che ormai domina il giacobinismo di quanti assistono con gioia alla fine di ogni privacy bancaria e non hanno nulla da obiettare dinanzi alla crescita esponenziale della pressione fiscale. Eppure la realtà è lì e non siamo i soli a vederla: lo Stato moderno europeo è dominato da una bulimia che potrebbe decretarne il fallimento. Purtroppo è ancora ristretto il numero di quanti credono che ci possa essere una vita oltre lo Stato, e che anzi il superamento di questa istituzione sia necessario per restaurare un ordine giuridico e porre le premesse per una migliore convivenza. Il disastro sta nel fatto che anche molte persone colte identificano Stato e politica, Stato e istituzioni, e in molti casi confondono perfino lo Stato e il diritto.

“Credere nello Stato?” è un’opera che guarda alla statolatria sotto una prospettiva storica. Dove vedi i punti focali storici che hanno portato la civiltà europea a virare verso l’attuale statolatria?

Non è un domanda a cui mi sia facile rispondere. Nel libro cerco di tracciare una parabola, ma è chiaro che la religione statuale è il frutto di una molteplicità di avvenimenti: sul piano dei fatti e su quello delle idee. Uno snodo che mi pare rilevante è l’adozione da parte dei teorici normanni (penso a una figura come Ugo di Fleury) di temi che vengono dalla trattatista filo-imperiale: l’idea nuova è che vi siano due ordini distinti, uno secolare e uno sacro, e che il secondo sia subordinato al primo. Per giunta, per ragioni di opportunità allora la Chiesa riconobbe ai re normanni quel controllo sulle gerarchie che non aveva voluto concedere all’Impero. La finzione dello Stato laico trova qui una sua implicita premessa.

Un altro snodo, ovviamente, si ha con il trionfo dell’assolutismo monarchico: dove la rivoluzione concettuale introdotta dalla nozione di sovranità si sposa con la riduzione del diritto alla semplice decisione del legislatore (voluntas facit legem) e con l’avvento di logiche economiche mercantiliste. In fondo, il permanere ancora oggi di quella visione è il dato più sorprendente, dato che l’esistenza dello Stato continua a essere giustificata con argomenti che vengono direttamente da Thomas Hobbes.

Il terzo passaggio, infine, è rappresentato dalla Rivoluzione francese, che ha dissolto ogni connessione tra il passato e il presente, introducendo il modello di una palingenesi destinata poi a essere ripresa dai movimenti nazionalisti, socialisti, fascisti ecc. Quando Hegel dirà che la lettura delle gazzette è la preghiera dell’uomo moderno, è a questa sacralizzazione dell’orizzonte politico che egli pensa.

Nel tuo libro sei abbastanza freddo verso WikiLeaks eppure anche molto determinato nel mostrare la doppia moralità degli Stati, che da una parte si scandalizzano per la fuga di dati, ma dall’altra sono «invasori istituzionali» che violano di continuo, a danno della gente comune, le regole che vorrebbero vedere rispettate. Come è possibile che al “cittadino normale” tutto questo non venga in mente? La “ragione di Stato” è così forte?

Penso che effettivamente vi sia un imperialismo del presente che impedisce a molti di riflettere. In generale, a tutti noi appare normale quello che abbiamo sempre visto e quindi non ci stupiamo del fatto che alcuni siano autorizzati a compiere azioni (sottrarre risorse, violare la privacy, imporre corvée) che ad altri, invece, sono giustamente impedite. Ma la grande astuzia dello Stato moderno è proprio consistita nel delineare un orizzonte in cui ai governanti è permesso quello che ai governati è espressamente proibito. Gli uomini di Stato hanno usato parole di fuoco contro Julian Assange, ma i reati che egli ha compiuto sono la prassi comune di ogni governo.

Dato per assodato che lo stato è una struttura coercitiva potentissima, e preso atto dell’associazione che introduci tra idolatria religiosa e struttura statale, cosa pensi dei tentativi delle varie chiese di sfruttare appunto la coercizione statale per i loro fini? È il destino dello Stato quello di creare lobby di parassiti?

Quando usiamo la parola “Stato” stiamo facendo ricorso a una forma astratta. Nel concreto, l’ordine statuale è quell’ordine grazie alcuni persone e alcuni gruppi riescono a usare la struttura monopolistica del potere per conseguire taluni risultati. Nel mio libro ho cercato di mostrare come una delle tendenze fondamentali che ha portato alla costruzione della statualità sia stata la lotta contro le tradizioni religiose (a partire da quella cristiana), ma è certamente vero che in molti casi abbiamo a che fare non solo con una sorta di “sindrome di Stoccolma”, in ragione della quale la vittima si innamora del persecutore, ma anche di un machiavellismo che porta a utilizzare il controllo sulla forza anche per realizzare obiettivi che la religione del potere secolare non hanno nulla a che fare.

Nel libro scrivi che «il consolidarsi dello Stato moderno in Europa è direttamente riconducibile a una vicenda teologico-politica tra i cui esiti fondamentali mi pare vi sia stato lo svuotamento del cristianesimo e il rafforzamento delle istituzioni secolari». Dovesse il cristianesimo “riempirsi” di nuovo, non temi che, appresa la lezione statale, si possa trasformare in quello che oggi è l’Islam, ossia un’unità politico-religiosa?

La mia convinzione è che ognuno abbia il diritto di vivere entro le forme istituzionali che predilige (religiose e no), fermo restando il fatto che non può obbligare gli altri ad entrarvi e non può impedire a nessuno di cambiare idea: abbandonando una comunità a cui aveva prima aderito.

Quello che intendo dire è che un ordine libertario è un ordine di comunità volontarie, le quali hanno tutto il diritto di definirsi sulla base di valori religiosi o secolari. Queste comunità non possono essere aggressive e devono rispettare le condizioni a cui ho fatto riferimento. Non bisogna neppure dimenticare un dato che mise in grande evidenza Alexis de Tocqueville, e cioè che una società libera è una società forte, permeata da persone che hanno principi e valori, e ben determinate a difenderli. Senza scordare che c’è una forte contraddizione, nello specifico, tra la violenza insista nello Stato (che è aggressivo per sua natura) e il comandamento ad amare il prossimo che al centro del messaggio evangelico.

Carlo, grazie mille per il tuo tempo e per la disponibilità. Ora sei libero di dire quello che vuoi ai lettori di libertariaNation.

In conclusione, lasciami aggiungere solo questo: e cioè che se da un lato sono persuaso che si debba essere intellettualmente rigorosi (e, a mio giudizio, per i liberali questo significa non riconoscere legittimità alla coercizione, all’aggressione di persone innocenti), d’altro canto credo una teoria libertaria debba saper essere consapevole della complessità del reale e assumere, di conseguenza, comportamenti responsabili. Intendo dire che dobbiamo imparare a commisurare i principi e la realtà, sapendo che una cosa sono i criteri che ci permettono di orientare le nostre scelte, e altra cosa le situazioni effettive, sempre intricate e spesso di difficile lettura. Dobbiamo anche evitare chiusure settarie e linguaggi da conventicola, poiché non abbiamo la verità in tasca e ci sono moltissime cose da imparare: anche da persone culturalmente lontanissime da noi.

E non possiamo che essere d’accordo con te visto che uno dei pilastri del nostro progetto è proprio quello di avere in mente i nostri principi ma sempre stando coi piedi per terra e far uscire il libertarismo da quest’aurea da “teoria comprensibile solo ai professori d’economia” che spesso l’allontana dal mainstream. Grazie ancora!

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4 Comments » 4 Responses to Intervista a Carlo Lottieri autore libertarian e tra i fondatori dell’IBL

  1. vaaal on gennaio 23, 2012 at 13:58

    complimenti, ottimo articolo 🙂

  2. fabristol on gennaio 23, 2012 at 21:37

    Grazie Vaaal e soprattutto grazie a Carlo Lottieri per la sua disponibilità. Ma abbiamo in serbo un’altra intervista… internazionale a breve. 😉

  3. Pippolo on gennaio 26, 2012 at 13:12

    “Ma abbiamo in serbo un’altra intervista… internazionale a breve.”

    Avete intervistato Ron Paul?

  4. fabristol on gennaio 26, 2012 at 19:19

    “Avete intervistato Ron Paul?”

    Ehhh, non esageriamo! 😉

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