Elevare a merce il libro per diffonderlo

gennaio 25, 2012 5 Comments
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C’è questa bizzarra prassi nel considerare il termine merce un termine brutto, che degrada. Sarà perché alla merce si da un prezzo e le cose pure un prezzo non ce l’hanno. Balle. Cazzate. Puttanate. Il mondo va avanti perché diamo un valore alle cose, alla roba che prendiamo se consideriamo che il suo valore sia più alto dei soldi che spendiamo per averla. Dare un valore alla roba fa andare avanti e progredire il mondo; astrarla dal mondo reale crea miseria e distruzione perché, brutalizzata nell’impedimento di farsi dare un valore, la roba diventa o sprecata o affare per pochi (di solito della casta politica). Guai a noi se limitiamo con vari metodi subdoli o plateali la possibilità di dare un valore alla merce perché in questo modo l’umanità non progredisce. Se non puoi scambiare, non puoi progredire.

Guai a noi due volte se non consideriamo merce i libri perché, sissignori, i libri sono affare troppo importante per toglierli dal mercato, ossia ucciderli. Chi vuole dare uno status speciale ai libri di solito (di solito) lo fa in buona fede perché ama i libri e pensa che dando loro un’aurea di superiorità possano vivere meglio. No. Non funziona così. Se limiti la possibilità di mercificare il libro, il risultato sarà una diminuzione della sua circolazione, ossia l’esatto opposto di quello che vorrebbero i tizi in buona fede di cui sopra. Dai papiri agli amanuensi a Gutenberg agli ebook, la storia della parola scritta è storia di progressiva mercificazione e conseguente progressiva espansione di conoscenza.

Poi ci sono quelli in cattiva fede che con la scusa di acquisire o difendere privilegi garantiti dallo stato si ergono a paladini della cultura e del sacro libro. Ce ne sono molti in Svizzera per esempio.

L’11 marzo prossimo i cittadini svizzeri andranno a votare sull’introduzione della legge sul prezzo fisso dei libri. Una legge voluta dalla sinistra e da parte del centro secondo i quali il prezzo di vendita finale del libro dovrebbe essere fissato dall’editore o dall’importatore e tutti i librai dovrebbero rispettarlo. Legge che se passasse avrebbe la conseguenza di far aumentare il prezzo dei libri perché si azzererebbe la concorrenza tra piccole librerie e grandi catene. Questione che si è presentata anche in Italia e che ha visto le schiere compatte di amanti del buon libro battersi fieramente per il caro libraio occhialuto e barbuto sotto casa contro le perfide catene che, ovvove, praticavano sconti scandalosi. Si tratta di questione vecchia: se durante l’industrializzazione del Paese X, si fossero sovvenzionati i contadini per restare nei campi (quindi distorcendo il mercato) brandendo la retorica della tradizione contadina adesso gli abitanti di quel Paese X sarebbero tutti in media più poveri. Progresso è riallocazione delle risorse e cambiamento. La staticità puzza di miseria. L’occhialuto e barbuto libraio con la libreria tanto carina ha tutta la mia comprensione umana ma non capisco proprio perché attraverso lo stato mi deve costringere a pagare di più i libri. Fanno fare ad altri (la coercizione statale) quello che non hanno il coraggio di fare loro, cioè obbligarti con la forza a comprare da loro. Discorsi come questi poi, nell’epoca dell’acquisto online internazionale, puzzano veramente di vecchio, ma veramente.

La sinistra che supporta questa politica coercitiva mostra chiaramente la dicotomia del suo pensiero: da una parte si dice a favore del popolo, dall’altra promuove politiche che vanno a svantaggio soprattutto del popolo, come questa. Sì, in Svizzera i prezzi dei libri sono già più alti rispetto ai paesi vicini. Questo, oltre all’allineamento con salari più alti rispetto ai paesi confinanti, perché l’80% dei libri sono importati e gli importatori sono pochi. Se c’è un solo importatore per casa editrice, questi lavora in monopolio. Volete abbassare il prezzo dei libri? Mercificate di più il libro eliminando queste strozzature, non creando più strozzature!

Quindi, cari amici confederati che l’11 marzo voterete, ricordatevi: NEIN/NON/NO.

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5 Comments » 5 Responses to Elevare a merce il libro per diffonderlo

  1. G.A.M. on gennaio 25, 2012 at 11:52

    si,ma..in linea teorica sono d’accordo,ma avendo letto del modo in cui amazon riesce a praticare gli sconti che fa,sorge il dubbio non sulla concorrenza in sè,ma sul “come” le grandi catene facciano concorrenza..se gli unici modi per avere libri a quei prezzi fossero gli stipendi bassi e l’infernale ambiente di lavoro,non preferiresti pagarli di più?

  2. Luca on gennaio 25, 2012 at 12:05

    Amazon va in Africa a caccia di schiavi che imbarca nelle negriere e che poi fa lavorare a colpi di frusta?
    La schiavitù in Europa, America e buona parte del mondo non esiste più.

  3. G.A.M. on gennaio 25, 2012 at 12:11

    hey,ho parlato chiaramente di stipendi,bassi ma stipendi..non prendermi per un lagnoso comunista..
    non ci si può nascondere dietro un dito:per poter praticare certi sconti certe aziende si rifanno sui loro lavoratori..
    mi dirai:e si cerchino un altro lavoro..
    ti rispondo:la fame è un’arma efficace,e in questa società se si è poveri non sempre lo si è meritato in quanto parassiti e nullafacenti!
    solo perchè si vuole difendere il libero scambio,non si può tacere delle iniquità sociali sulle quali spesso si basa..se quelle iniquità nascessero per meriti e demeriti andrebbe bene,ma è evidente che non è così..

  4. fabristol on gennaio 25, 2012 at 19:50

    Per GAM

    “se gli unici modi per avere libri a quei prezzi fossero gli stipendi bassi e l’infernale ambiente di lavoro,non preferiresti pagarli di più?”

    Quelli che evidenzi sono due problemi separati. Incomincio col secondo: sull’ “infernale ambiente di lavoro” ho letto il report di qualche anno fa sulla condizione di lavoro di una warehouse in USA. E’ vero, in quella warehouse c’erano dei problemi di temperatura in estate non indifferente ma giustamente la cosa è stata denunciata e il direttore di quella warehouse è stato costretto ad apportare delle modifiche strutturali del sito. Ma la cosa è stata, fortunatamente risolta. Da qui a dire però che l’intera compagnia Amazon ha un’ambiente di lavoro infernale ce ne vuole proprio. Ci sono centinaia di migliaia di dipendenti che hano tutti gli strumenti legali per protestare per eventuali mancanze o trattamenti “infernali”. Evitiamo quindi di amplificare qualcosa che riguardava un sito e che è stato risolto.

    Per quanto riguarda gli stipendi bassi: non mi stancherò mai di ripetere che non esiste uno stipendio oggettivamente basso. Nel senso che ogni persona, ogni situazione, ogni lavoro ecc. ha esigenze, tempi e modi differenti. Io sono disposto a lavorare nei weekend e di notte e a Natale per esempio anche senza straordinario, ma ci sono persone che inorridiscono alla sola idea. E, di nuovo, nessuno ti ha costretto a firmare il contratto. Amazon funziona perché fa prezzi bassi, se dovesse alzare la paga ai suoi dipendenti non potrebbe essere Amazon e quindi non esisterebbero neppure i posti di lavoro di cui ti lamenti.
    Non esistono stipendi bassi, esistono solo diverse valutazione soggettive del valore del lavoro. Il valore che io do ad un’ora di lavoro è diverso dal tuo, e la scelta se accettarlo o no ricade in un’ultima istanza sul dipendente.

  5. G.A.M. on gennaio 26, 2012 at 02:29

    fabristol,con infernale non intendevo tanto quella questione dell’aria condizionata,ma altre notizie che avevo letto riguardo le dure (=infernali) condizioni di lavoro..

    sul “nessuno ti ha costretto a firmare il contratto” resta quel che ho detto: “la fame è un’arma efficace,e in questa società se si è poveri non sempre lo si è meritato in quanto parassiti e nullafacenti!”

    da un lato criticate,giustamente,le illiberalità del sistema,ma dall’altro tendete ad accettare senza se e senzama certi aspetti del sistema stesso: così siete pronti a dire frasi come “nessuno ti ha costretto a firmare il contratto” senza però pensare che magari a volte costretti lo si è davvero..dalla fame o dalle responsabilità o dalla mancanza di libertà..la mancanza di libertà..è proprio questo che vedete a fasi alterne:anche il lavoratore dipendente è danneggiato dallo stato..per via dell’eccessiva burocrazia a riguardo,e in generale per via della tassazione,non può decidere in ogni momento di re-inventarsi,non molti si possono permettere il lusso di rifiutare un’offerta di lavoro perchè poco vantaggiosa..le colpe di questo non sono l’incapacità o lo spirito parassitario di suddetti lavoratori..

    sia chiaro,non penso che calmierare i prezzi dei libri risolva qualcosa,ma ignorare come in questo sistema statalista i lavoratori dipendenti siano tartassati come (e forse più!) delle aziende,mi sembra disonestà intellettuale..
    parafrasando me stesso: se le differenze economico-sociali fossero sorte per meriti e demeriti o in base al libero scambio di merci,quelle differenze mi andrebbero bene,ma è evidente che così non è,quindi chi si trova ai margini ha di che recriminare..

    “se non sono gigli son pur sempre figli,vittime di questo mondo” direbbe Il mio concittadino..

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