Razzismo, quote razziali e stato: un breve sunto

febbraio 2, 2012 7 Comments
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The smallest minority on earth is the individual.

Those who deny individualrights cannot claim

to be defenders of minorities.

Ayn Rand

Per anni qui nel Regno Unito ho compilato form e fatto domande ufficiali sui quali vi era immancabilmente scritto: Qual è la tua minoranza etnica? E giù una lista di bianco, africano, nero-caraibico, asiatico, sud asiatico, polinesiano ecc. tra cui scegliere. Nella, anche questa immancabile, casella “altro” ho sempre scritto Homo sapiens. E continuo tuttora a farlo con orgoglio. Lasciando perdere le questioni squisitamente genetiche (sono “bianco” ma con una gradazione che tende al “nero” africano rispetto ad un “bianco” scandinavo? E nelle decine di migliaia di anni di storia europea quanti geni africani, mediorientali, mongoli ecc. ho nel mio sangue per giustificare qualsiasi appartenenza ad una razza invece che ad un’altra?) sono rimasto comunque allibito quando ho scoperto che questa serie di domande erano state ideate da qualche ministero britannico con l’intento di “combattere il razzismo e le discriminazioni”. Non so se salti subito agli occhi di tutti che proprio un form di questo genere incasella i cittadini all’interno di gruppi ignorando completamente il fatto che siamo individui prima di tutto. Serve per le statistiche, dicono, cioè in parole povere per attivare politiche pro-integrazione. Queste politiche in molti paesi consistono nelle cosiddette quote razziali o affermative actions, ovvero nel tentativo da parte delle istituzioni statali di regolare il numero di persone appartenenti ad una minoranza etnica per riequilibrare lo squilibrio razziale in alcuni settori. Una politica del genere può sembrare lodevole ai più ma solo perché la moderna società ci ha convinti che esistono caselle dove poter mettere le persone.

L’assunto di queste politiche infatti è intrinsecamente discriminatorio e usa lo stesso metodo che tenta di combattere: catalogare in base a etnia, religione, genere sessuale. Qualcuno ha parlato di reverse discrimination, intendendo con questo termine che i gruppi maggioritari vengono discriminati a loro volta. A me pare che invece il problema risieda da un’altra parte. Le quote razziali così come quelle rosa sono intrinsecamente discriminatorie perché discriminano in primis gli individui, non i gruppi maggioritari. In un colloquio di lavoro si viene scelti non per le proprie capacità ma per la quantità di melanina o di estrogeni nel proprio corpo.

E anche quando lo Stato ipocriticamente cerca di diminuire le divisioni attraverso politiche prointegrazione non fa altro che aumentarle. Certo come diceva Milton Friedman riferendosi alle classi scolastiche “meglio integrazione che segregazione”, ma una cosa è punire la discriminazione sulla base razziale un’altra è intervenire pesantemente sulle libere scelte degli individui e delle aziende imponendo un’etica dall’alto. A questo proposito mi ricorderò sempre un mio amico cinese che in Svezia non si sognava nemmeno di fare un colloquio per un posto di lavoro in un dipartimento universitario: gli avevano detto che in quel dipartimento la quota rosa era bassa e che avrebbero sicuramente scelto qualcuno con più estrogeni di lui.

Qui nessuno sta dicendo che la causa prima del razzismo è lo Stato. Il razzismo esiste naturalmente in qualsiasi animale compreso l’uomo: per milioni di anni ha rappresentato una difesa efficace contro specie diverse o gruppi in competizione con il proprio. È comprensibile dal punto di vista biologico ma non accettabile dal punto di vista etico e soprattutto razionale. Con o senza Stato il razzismo esiste ed esisterà sempre. Il problema però sorge quando il razzismo diventa qualcosa di più organizzato rispetto ad un semplice pregiudizio individuale. Lo Stato per una questione puramente organizzativa tende a dividere la società in classi, settori e perfino razze. Tratta queste classi di cittadini in modo diverso attraverso privilegi, tassazioni differenti, protezionismi ecc. E senza dover fare il solito salto temporale con relativa reductio ad hitlerum parlando dei nazifascismi del secolo scorso basterebbe guardare a ciò che è successo in Sudafrica. Per decenni i boeri di origine olandese hanno convissuto e combattuto con e contro le locali popolazioni nere del Sudafrica. I Boeri erano razzisti certo (come lo erano tutti gli europei all’epoca) ma erano anche in grado di capire quale fosse il vantaggio delle alleanze con le tribù locali, lo scambio di beni e informazioni ecc. Così mentre combatterono contro le tribù più aggressive si allearono con quelle più collaborative creando confederazioni tra neri e bianchi per il mantenimento della pace e per lo scambio di beni. I boeri da bravi olandesi erano dei commercianti molto individualisti e col tempo, forse, si sarebbe potuta creare una società multietnica dove il razzismo si sarebbe potuto vincere attraverso l’interesse egoistico del commercio. Ma l’impero Britannico entrò in scena, reclamò tutte le terre occupate dai boeri e dalle tribù africane, requisì le armi togliendo la possibilità ai boeri ma soprattutto ai neri di difendersi. Sappiamo poi come andò a finire col razzismo di stato, ovvero l’apartheid.

Ma esiste un modo per vincere il razzismo e la discriminazione senza incorrere in questi mostruosi interventi illiberali? Certo, si chiama libero scambio e libera interazione tra individui. E la filosofia alla base di questo è la filosofia dell’individualismo: siamo prima di tutto individui e ogni individuo è unico. O come disse  Ron Paul:

“Sul lungo termine l’unico modo per cui il razzismo può essere vinto è attraverso la filosofia dell’individualismo, che ho promosso per tutta la mia vita. I nostri diritti ci spettano non perché apparteniamo a qualche gruppo ma perché i diritti ci spettano come individui. Ed è come individui che dovremmo giudicarci l’un con l’altro. Il razzismo è una forma particolarmente odiosa di collettivismo grazie al quale gli individui sono trattati non per i loro meriti ma sulla base del loro gruppo identitario. Niente nella mia filosofia politica, che è l’esatto opposto del razzismo totalitario del ventesimo secolo, dà aiuto o conforto per questo tipo di pensiero. Al contrario la mia filosofia dell’individualismo è la sfida intellettuale al razzismo più radicale mai proposta.”

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7 Comments » 7 Responses to Razzismo, quote razziali e stato: un breve sunto

  1. Gabriele on febbraio 2, 2012 at 23:04

    beh ma probabilmente il tuo amico cinese in quel dipartimento sarebbe stato l’unico ricercatore asiatico, vuoi mettere? no, aspetta, voul dire che non c’erano quote per gli asiatici??? questo è… è…. razzismo!

    Male, malissimo!
    ____

    Tempo fa ero convinto anch’io della necessità delle quote rosa, almeno in alcuni settori, almeno come misura provvisoria tale da far per così dire “saltare il tappo”.
    Poi sono rinsavito: mi ha convinto una frase di emma bonino, “non voglio essere un numero in una società per quote”, o qualcosa del genere.

    Anche perché viene da chiedersi in base a quale criterio sceglieremmo le quote: perché si parla di “quote rosa” (notare l’accostamento, nemmeno poi scontato, genere femminile=rosa) e non di: quote giovani? quote anziani? quote gay? quote capelli rossi?

    Poi, insomma, io sono vegano, e come vegani siamo credo ancora sotto l’1%: che, non ho diritto a una mia quota??
    Quanti vegani ci sono, per esempio, nel consiglio dei ministri? o nei CdA di una quotata a caso?

    NESSUNO?? ma è terribile! dobbiamo raddrizzare questa stortura.
    ecco, posso accettare un posto da ministro… diciamo… dell’economia! Così possiamo anche togliere a monti il peso dell’interim!

    Non ne ho le capacità né le competenze e ci sono migliaia di persone meglio titolate di me, ma insomma, sono parte di un gruppo minoritario, è chiaro cosa bisogna fare, no?
    scherzo, ma neanche tanto.

  2. fabristol on febbraio 2, 2012 at 23:11

    In effetti cosa c’è di più sessista che associare il colore rosa alle donne?

  3. Stefano on febbraio 3, 2012 at 13:32

    Personalmente ritengo che la discriminazione dovrebbe essere sostituita progressivamente dalla meritocrazia.
    Eppure sappiamo bene che, nonostante le parole lodevoli di Ron Paul, la facoltà di discriminare in una società libertaria verrebbe considerata un diritto a tutti gli effetti, se posta in essere rispettando il principio di non aggressione.
    Una società libertaria potrebbe ben favorire la visione meritocratica contro quella razzista, ma le sue stesse leggi fondanti le proibirebbero di imporre la visione meritocratica a tutti gli individui. Potrebbero benissimo esserci comunità razziste che non accettano determinate etnie nel loro territorio.

  4. Snem on febbraio 6, 2012 at 13:20

    Concordo con Stefano: quando Ron Paul sarà favorevole all’apertura delle frontiere a tutti gli “individui” sarà più credibile sul razzismo e meno libertario.
    Sul lungo termine potrà anche funzionare la “soluzione” libertaria, non possiamo saperlo, soprattutto se per lungo termine s’intende dopo l’anno 5176 🙂
    Nel frattempo, le “quote” hanno aiutato a risolvere o almeno portare alla discussione problemi attuali, in poco tempo. Nel lungo termine, si potrebbero revocare 🙂

  5. […] dallo sbilanciamento al femminile marzo 20, 2012 No CommentsBy fabristolQui come sapete bene non siamo dei grandi estimatori delle quote rosa. Per noi libertari i cittadini sono individui prima ancora […]

  6. […] come sapete bene non siamo dei grandi estimatori delle quote rosa. Per noi libertari i cittadini sono individui prima ancora […]

  7. klement on marzo 10, 2014 at 10:33

    Con le quote di genere, che succede cambiando sesso dopo l’elezione?
    In Alto Adige c’è la proporzionalità etnica: dove si piazza un immigrato del Sudan che mastica ugualmente italiano e tedesco? E un figlio di gelatai bellunesi cresciuto in Germania? Invece di lottizzare i posti, basterebbe fare metà concorsi in italiano e metà in tedesco.

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