Le due facce dell’indipendentismo

marzo 27, 2012 17 Comments
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Riceviamo e volentieri pubblichiamo un’interessante disamina sull’indipendentismo e la sua relazione con il libertarismo.

Chi mi conosce sa che, prima di ritirarmi, sono stato uno dei primi sostenitori del progetto indipendentista per il Veneto. Non fui il solo, molte altre persone si affiancarono nello sviluppo di idee e movimenti, ed anche nella fondazione di un partito che per primo si presentò alle elezioni con questo proposito. E’ questo background di esperienze che mi ha permesso di rivedere la questione mettendo a fuoco alcuni aspetti che inizialmente o davo per scontato che altri condividessero o non avevo semplicemente considerato. Ho fatto questa introduzione infatti non tanto per parlare di me, ma per proporre e condividere con chi mi legge le considerazioni che mi hanno portato alla conclusione secondo cui non esiste una versione di indipendentismo, ma almeno due, ma soprattutto vorrei condividere le riflessioni analitiche del perché esistono queste due forme di indipendentismo, che io reputo accidentalmente coincidenti, ma sostanzialmente incompatibili.

Per poter meglio esprimere queste riflessioni ogni tanto farò qualche accenno a casi esistenti, ma cercherò di evitare il più possibile di scivolare in inutili polemiche, che svierebbero l’attenzione dal tema centrale che desidero affrontare e condividere. Dico questo perché è possibile che richiamando aneddoti si possa inciampare in percezioni personali tra gli attori di questi aneddoti producendo un inevitabile effetto di polarizzazione, che però come ho detto è sterile e non utile a comprendere l’aspetto fondamentale del ragionamento, che per inciso non deve essere visto come specifico del caso veneto, né degli attori coinvolti. Se il “laboratorio veneto”, pur visto come caso studio, può sembrare un’occasione che con difficoltà si potrebbe riprodurre altrove, in realtà credo che una situazione simile si possa creare in qualunque altro luogo, e sicuramente la Sardegna ricalca un po’ questo solco, ed anzi la presenza più acuta di figure indipendentiste del tipo B rispetto al tipo A non fa che confermare questa mia tesi, sostenendo peraltro una seconda mia tesi secondo cui “tutto il mondo sarà paese, ma le percentuali cambiano, e quello fa la differenza”.

Chi affronta per la prima volta il mondo dell’indipendentismo (o in Veneto, spesso chiamato “venetismo”) potrebbe non rendersi conto che possono coesistere due tipologie di idee. Quando si sente parlare di questo tema le rivendicazioni che emergono sono generalmente “economiche”, “culturali” (sia nel senso di caratteristiche di una popolazione, sia nel senso di mentalità, sia nel senso di orientamento politico), e “identitarie”. I movimenti indipendentisti che auspicano l’indipendenza di un territorio usualmente si fregiano di simboli (più o meno tradizionali) di quel territorio. Nel caso veneto, per effetto della sua lunghissima storia (ben più lunga di quella italiana giacché è uno dei rari casi di popolo ben individuato e riconosciuto per migliaia di anni) tali simboli sono così profondi e pervasivi che tendono ad abbagliare e sfumare le idee anche se per esse magari si fa solo cenno a tali simboli. In altre parole la simbologia (e tutto ciò che ruota attorno a tale simbologia, anche dal punto di vista emotivo) tende a fagocitare qualsiasi cosa. Ciò è fatale perché come dicevo ogni movimento di indipendenza fa uso di una certa simbologia territoriale, perché è di quel territorio che si chiede l’indipendenza.
Come abbiamo visto però le ragioni di sostegno sono ben altre. La simbologia alla fine resta una cosa visiva ed emotiva, ma non sostanziale, mentre alcuni argomenti, come quello che rivendica aspetti economici o legislativo-giuridici, magari supportati da ragioni “culturali” (con ciò comprendendo tutto quello che ci sta con questa parola), sono in realtà ben più sostanziali.
Non conosco così bene la situazione di altri luoghi, ma per il Veneto posso dire che il sostegno al progetto indipendentista ha visto il contributo di diverse (molte) persone tra cui alcuni spiccati pensatori che emergono per capacità intellettive, ed hanno profuso energie di pensiero per trovare elementi che avvalorino tale progetto. Tra questi pensatori però si nota subito quella sensazione di diversità che porterà a quella dicotomia che marcherà la differenza tra il tipo A e il tipo B che ho anticipato. Poiché io non sono neutro in questa partita, e mi reputo appartenere ad una delle due categorie, diciamo la A, parlerò prima degli altri, quelli della categoria B.

I pensatori della categoria B ritengono fondamentale la base “culturale” (specialmente intesa come caratteristica della popolazione) e “identitaria” specialmente intesa in senso nazionalista. Esiste pure un manifesto che molto chiaramente esprime questo concetto, e pure tende ad attaccare una certa categoria di indipendentisti, presumibilmente quella A, anche se usa argomenti che a mio parere non colgono il punto che distingue il tipo A da quello B.

Questi pensatori, quelli del tipo B, sostengono la necessità di un rafforzamento della base identitaria e una radicalizzazione della stessa, sia mediante la riscoperta e valorizzazione dei simboli, sia mediante rivisitazioni storiche, talvolta un po’ esagerate. Trovano buon terreno perché si contrappongono ad un regime, quello impostato dai teorici dello stato unitario italiano, che hanno usato gli stessi identici metodi per affermarlo. Un breve escursus storico permette di evidenziare che sia la nascente massoneria italiana di cui faceva parte Camillo Benso conte di Cavour, sia lo stesso Re Vittorio Emanuele II, che naturalmente Mazzini, Giuseppe Garibaldi, e praticamente tutti coloro che hanno costituito la cosidetta unità d’Italia (la Carboneria era una loggia massonica, per inciso, in collegamento con il Grande Oriente francese, spesso in grave rottura con le logge inglesi originarie), sia chi seguì al controllo del neonato regno, Mussolini e i fascisti, sia infine coloro che bene o male erano sempre stati in connessione con i predecessori e fondarono la Repubblica italiana su disposizioni degli USA ed in particolare alcuni importanti soggetti che influenzavano la politica americana e la mafia americana, tutti hanno sempre avuto la necessità di costruire fittizziamente una nazione creando simboli, una mitologia storica (basata principalmente sui romani) che inevitabilmente nascose, distorse o mistificò la realtà storica della penisola italiana, anche e soprattutto nei libri di scuola, giacché all’epoca era una indicazione geografica come ora lo può essere la Padania.

Come dicevo, poiché già per 145 anni si è cercato di inculcare nella testa dei Veneti una idea di nazionalità che non esisteva, mediante artefazioni, alterazioni storiche, mistificazioni, e tacitando per esempio la lunga storia della Serenissima …per farne degli italiani, è facile per coloro che vogliano smontare questo castello di sputo e melma trovare buon gioco con simboli forti e una storia senza dubbio ben reale come quella che ha avuto la Serenissima per oltre mille anni.

Il punto chiave però è che questi neo-ideologi del nazionalismo veneto usano la stessa motivazione di coloro che cercarono di “fare l’Italia”: creare un legame tra persone cercando di far pensare a loro come appartenenti allo stesso gruppo affinché si formi un qualcosa di più solido di ragioni contingenti per il timore che se tali ragioni contingenti, supponiamo le ragioni economiche, venissero un giorno a cadere, si crei tuttavia una spaccatura a livello ideologico e tribale tale da impedire il ricongiungimento o comunque l’annullamento dell’istanza indipendentista.

Se da una parte questo meccanismo fa leva su aspetti insiti nella natura umana in cui un branco si riconosce e si mantiene in contrasto con altri branchi (non a caso ho usato il termine “tribale”) ed apparentemente forte, in realtà oltre a richiedere tempo richiede un indottrinamento perché in ogni caso è una etichettatura che comunque è artificiale, e in ciò sta una sua ulteriore debolezza. Aggiungo che è pure una metodologia moralmente deplorevole perché sfrutta memi tribali per soggiogare le persone ad un credo a cui altrimenti non aderirebbero, perché come ho accennato questi ideologi sanno bene che stanno usando questi elementi scientemente al fine di manipolare e creare una “nazione”, e non parlo a caso anche se preferisco non fare nomi.

A conclusione di questa prima parte si può quindi affermare che esiste il tipo B, quello che in seguito potremo chiamare indipendentisti di tipo identitario-nazionalista.

Il tipo A, è mosso da ragioni diverse. Invoca l’indipendenza vedendola l’unica soluzione per la ricostituzione di una organizzazione sociale diversa e fondata su principi di altro tipo, e fin qui vi sono delle somiglianze con il tipo B, ciò che marca la differenza è che il tipo A non basa questa opzione su un criterio di identità ma su ragioni di sistema.

Per il tipo identitario-nazionalista al limite potrebbe replicarsi la struttura statuale da cui si vuole staccare, ciò che conta per loro è l’omogeneità identitario-nazionalista, al punto che taluni affermano che non ha importanza se venisse implementata una forma di governo che non è disposto di accettare: una volta raggiunta l’indipendenza, taluni affermano, combatterebbero per cambiare la forma di governo all’interno della nuova nazione. Un bello spreco di energie, eh?

Ora, devo precisare che anch’io fino ad un anno fa pensavo che, visto che si deve fare uno stato con tutti coloro che si sentono di farne parte, è necessario non irrigidirsi su posizioni politiche di un certo tipo, altrimenti non vi sarebbe spazio per coloro che non approvano questa posizione, immaginando un sistema dove con una certa tolleranza si accomodano soluzioni intermedie che accontentino un po’ tutti, contando sulla maggiore omogeneità culturale (in questo caso di mentalità, e per certi versi quindi come caratteristica di una certa popolazione, adeguandomi in qualche modo al cliché identitario).

Tuttavia mi sono reso conto che questa impresa non solo è estremamente ardua, ma è pure scorretta ed insoddisfacente, perché dopotutto alla fine si spreca molta energia per ottenere una mezza vittoria (se mai la si ottiene). Da qui la rielaborazione, e la riflessione che vi sto proponendo. Perciò oggi come oggi io rappresento l’archetipo del tipo A radicale.

Pur non negando gli effetti dell’influenza che il vivere in una certa comunità produce su un individuo, io ritengo che dovrebbero esistere delle posizioni di massima oltre le quali è o non è accettabile associarsi per formare una certa comunità che dovrebbero essere dettate da ragioni razionali e non meramente emotive seppure queste ultime possano comprensibilmente avere una loro influenza.

Poiché nel tipo A confluisce tipicamente la fascia di persone che ha idee tendenzialmente libertarie, una classica accusa che viene mossa dai nazionalisti identitari, i quali suppongono che i libertari siano crucciati solo dal danaro, è che il tipo A pensa solo al lato economico delle cose, perciò è debole (vedi il ragionamento fatto sopra sulle ragioni degli ideologi identitari di creare l’idea nazionalista).

I motivi che possono spingere un libertario ad aderire ad un progetto indipendentista sono semplici: con un sistema più piccolo c’è una dimensione di stato più piccola e più vicina alle persone, se non addirittura sia possibile creare uno stato ristretto alle sole funzioni di rappresentanza e difesa, per cui anche chi fosse orientato ad una organizzazione de-statualizzata potrebbe sopportare meglio una configurazione del genere piuttosto che l’attuale status quo.

A ben analizzare il libertario quindi sceglie sulla base di un ragionamento di avvicinamento ad un ideale, dunque si basa su una ragione razionale e non da sentimenti tribali quali sono il sentimento nazionalista indotto da una setta di demiurghi.

Ho accennato che per i nazionalisti identitari i libertari sono persone preoccupate solo del lato economico. Il perché loro vedano in questo modo i libertari è proprio perché i libertari di solito sono freddini nei confronti delle simbologie e delle ideologie di stampo nazional-identitario, perciò agli occhi dei nazionalisti i libertari appaiono come superficialmente attaccati solo al danaro.
In realtà il libertario dovrebbe essere colui che prima di tutto si preoccupa del rispetto di un principio fondamentale che è quello della sua (e degli altri) libertà, come d’altra parte suggerisce il nome. Il libertario rifiuta le imposizioni stabilite da terzi e difficilmente accetta esiti in cui una maggioranza possa permettersi di calpestare la libertà di un individuo specie se non compensata adeguatamente, comprendendo in ciò il principio di non aggressione quale pilastro delle relazioni tra esseri umani.
Dunque perché volere l’indipendenza di un territorio dal punto di vista di un libertario? La risposta è per disporre di uno spazio giurisdizionale in cui esercitare il sistema libertario, o meglio una forma di sistema statutale che la maggior parte dei partecipanti sia disposta ad accettare e sicuramente antagonista a forme di dystopia.
E’ sulla base di tutta questa riflessione che ritengo di dover definire l’indipendentista di tipo A come indipendentista “contrattualista”, cioè l’aderenza al progetto si ha non sulla base di vaghe ragioni politiche e fondamentalmente su motivazioni di tipo identitario, ma sulla base di razionali scelte di aderenza ad un progetto definito contrattualmente, un mutuo contratto tra i partecipanti insomma.

Mentre l’indipendentista identitario tende a non accettare tra i suoi membri coloro che non sono identificabili nella radice del credo nazionalista, al punto che alcuni scivolano nella discriminazione etnica, l’indipendentista contrattualista accetta chiunque approvi il progetto e le caratteristiche della forma di convivenza predefinite in una carta che è sostanzialmente una sorta di contratto che andrà rispettato.

Un’altro aspetto critico che porta ad una profonda dicotomia tra indipendentisti identitario- nazionalisti e i contrattualisti è che per gli identitari è giustificabile qualsiasi azione di un governo tesa a controllare e tutelare la nazionalità e l’identità del suo popolo. Come sappiamo, chi decida questo in realtà è sempre un gruppetto di persone che è pure capace di manipolare le assemblee pur di raggiungere il suo scopo, come ben si è assistito il 23 ottobre 2011 a Vicenza (NdR: il contestato Congresso di Veneto Stato). E’ comunque questo concetto di perfezione pianificata utopica che si traduce in una forma di controllo che porta a pensare che il nazionalista identitario per garantire i suoi miti prima o poi deve condurre verso una società dystopica.
Per i libertari, e gli indipendentisti contrattualisti, ciò è chiaramente inaccettabile.

La conclusione che si trae prendendo coscienza di questa realtà è che anche il modello di indipendentismo finora adottato è errato in un’ottica contrattualista.
Per quale ragione concorrere a elezioni per coinvolgere tutta la popolazione di un territorio? E con chi non è d’accordo come la si mette?
E’ vero che a livello internazionale pervade il nazionalismo, ma questo non significa che non si possa iniziare a distruggere questo concetto, che ha solo portato male al genere umano e in particolare a molte persone costrette a vivere in condizioni di schiavitù nel nome di una certa unità nazionale.
In ogni caso pur restando nella mentalità che tuttoggi vige a livello internazionale un popolo è riconoscibile non necessariamente da ragioni storiche, o etniche (altrimenti gli USA e buona parte delle Americhe non sarebbero nulla), ma anche dal semplice fatto che possa riconoscersi in una comunità e decida un comune destino (nei termini contrattuali stabiliti). Un popolo può dunque nascere, e costituirsi come tale in un territorio che potrà dunque rivendicare come spazio giurisdizionale proprio, in altre parole uno Stato indipendente.

Claudio G. H.

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17 Comments » 17 Responses to Le due facce dell’indipendentismo

  1. Albert From Padua on marzo 27, 2012 at 14:25

    Tanto di cappello per questo post.
    Stesse tensioni e scontri che provo anche io in relazione al mondo venetista, io vorrei qualcosa di nuovo
    invece molti si crogiolano nel ricordo dei bei tempi, addirittura alcuni figuri vorrebbero un Veneto in cui vi fossero solo veneti de rassa.
    Il tutto andrà a ramengo perchè questo è il dna del venetismo da 30 anni a questa parte….per non parlare dell’aspetto legale sul quale entrambi i VS (e i vari autogoverni e affini) lasciano parecchio a desiderare.
    Per la cronoca amo il Leone di San Marco ma certa gente ha scassato i maroni con questi “simboli” identitari.
    Bravi .

  2. CARLO BUTTI on marzo 27, 2012 at 15:34

    Le critiche rivolte in questo bell’artucolo all’indipendentismo di tipo B mi convincono pienamente, anche perché confermano e chiariscono molte perplessità che da tempo nutro sull’argomento. Distruggere un nazionalismo per costrurne un altro in miniatura mi pare davvero aberrante, pericoloso(chi mi garantisce che il piccolo stato sarà meno oppressivo del grande?)e quindi del tutto contrario ai principi libertari. L’idea di nazione è un retaggio romantico, risponde a principi in sé nobili ma può portare a mostruose distorsionia, specialmente quando si coniuiga all’idea di Stato territoriale. Stato e Nazione sono duie miti che il libertario dovrebbe dissolvere attraverso l’analisi storica e la critica razionale, per sostituirli con qualcosa di totalmente e intrinsecamente diverso. Qui sta il difficile. Benissimo il contrattualismo, ma attenzione a non mistificarne il significato vero, come purtroppo la filosofia politica ha fatto finora, chiamando”contratto sociale” ciò che forse è sociale ma certo contratto non è, allo stesso modo in cui le banche chiamano deposito ciò che in realtà è un prestito. Attenti alla Neolingua!

  3. Mario Rossetto on marzo 28, 2012 at 20:49

    CLAUDIO!!!
    STUDIATI I PRINCIPI SU CUI OPERANO GLI ALTRI MOVIMENTI INDIPENDENTISI EUROPEI NATI BEN PRIMA DI QUELLO VENETISTA!
    SONO TUTTI FORTEMENTE LEGATI AD ASPETTI CULTURALI ED IDENTITARI. LA LINGUA SOPRATTUTTO E’ L’ELEMENTO CHE MAGGIORMENTE UNISCE, RENDE COESO E EVIDENZIA OGNI MOVIMENTO INDIPENDENTISTA EUROPE.

  4. Antonietta on marzo 28, 2012 at 23:02

    Caro Claudio, scrivere bene in italiano non significa esser capaci di esprimere concetti profondi e “reali”.
    Dalle tue parole traspare la tua profonda inesperienza politica, il dottrinalismo idealista utopico, l’incapacità di analizzare approfonditamente gli argomenti di cui parli.
    Tu stesso dichiari di non conoscere le altre esperienze indipendentiste europee e non.
    Come può una persona esprimere giudizi parziali e faziosi e pretendere di non essere deriso poi? Prima studia cosa fanno gli altri e poi puoi permetterti di esprimere opinioni, altrimenti sono solo chiacchere fumose e inconcludenti.

    Secondo le teorie libertarie ognuno è libero di fare quello che vuole quindi anche di farsi il suo mini-stato di condominio infischiandosene delle problematiche del territorio, salvo poi vedersi travolto da alluvioni, frane, oppure vedersi invasa la città di torme di disperati mendicanti provenienti da tutto il mondo.
    Solo un illuso utopisto può concepire uno stato senza un esercito per difendere le frontiere, senza una polizia per arrestare o una giustizia per punire chi infrange le leggi, senza un parlamento che riveda e migliori le leggi esistenti.
    Uno stato libertario può esistere solo su un’isola sperduta del Pacifico lontano dalle rotte di pirati, e militari di stati militaristi (come gli USA)!
    L’uomo è umano, è imperfetto, ha una componente cattiva dentro di se, più o meno accentuata o frenata.
    Le sue sono elle teorie ma non stanno in piedi da sole.
    Mi citi sig. Claudio un solo paese dove queste teorie sono state applicate con successo.
    A me viene da pensare che chi volesse applicarle con la forza finirebbe per creare disastri simili a quelli accaduti in Cambogia (massacrata tutta la classe dirigente e borghese di un paese)!!
    Apra gli occhi sig. Claudio e torni in mezzo all’umanità, si renda conto di dove vive. Neanche la svizzera, che pure è un modello di civiltà, è priva di esercito, di polizia di giustizia, e di governo! Quello che conta è il controllo popolare.

  5. Luca on marzo 29, 2012 at 07:53

    Mario/Antonietta, non capisco perché scrivere 2 commenti utilizzando 2 nick diversi. Dalle mie parti si chiama trolling.
    Btw, lei confonde fischi per fiaschi e non sa cosa sia il libertarianism

  6. CARLO BUTTI on marzo 29, 2012 at 12:02

    L’identità linguistica? Mi chiedo come possa essere conservata in un mondo globalizzato dove i dialetti sono destinati a scomparire, a meno di non volersi chiudere nella proppria nicchia, tappando porte e finestre.Parla uno che nell’adolescenza ha letteralmente divorato i testi della letteratura dialettale milanese, da Carlo Maria Maggi a Carlo Porta a Delio Tessa, passando per il teatro di Cletto Arrighi ed Edoardo Ferravilla. I testi scritti nei dialetti lombardi sulle pubblicazioni leghiste fanno semplicemente pena: un dialetto maccheronico privo di alcun riscontro,che tradisce un’ignoranza crassa proprio di quella cultura che si dice di voler difendere. Ma forse proprio perché le opere degli autori sopra citati hanno un’apertura europea (Carlo Porta fu stimato addirittura da Stendhal, che lo chiamava l”Omero dell’Achille Bongee”)non possono essere conosciute né apprezzate da chi vorrebbe chiudersi nel suo pollaio.Il dialetto oggi può rivivere nelle opere di poeti veri, come Biagio Marin o Franco Loi, ma allora diventa squisitezza linguisica, plasmata dalla personalità dell’artista, lontanissima da ogni spirito plebeo e inaccessibile ai più (“rito di quotidiana transazione con l’Eterno”, come i Lieder di Schubert, dice Vincenzo Mengaldo a proposito della poesia di Marin).Mi chiedo quanti Venetisti Doc abbiano mai letto le commedie in veneziano di Goldoni, o quel gioiello che sono “Le baruffe chiozzotte”.Temo che ci si fermi alle canzoncine e alle filastrocche popolari che cantavano le nostre nonne: ma così non si va da nessuna parte, si regredisce soltanto.

  7. fabristol on marzo 29, 2012 at 19:13

    Anch’io mi accodo ai complimenti per il post. C’è poco da aggiungere se non uno stato italiano in miniatura nel Veneto non è altro che uno stato italiano in miniatura, anzi forse peggiore perché oltre ad avere tutti i difetti dello statalismo, naizonalismo, fascismo italioti ha pure poca differenza culturale, genetica e linguistica al suo interno. Meglio prendere come esempio la Svizzera.

  8. astrolabio on marzo 29, 2012 at 19:19

    ma poi non mi sembra che la repubblica serenissima fosse modellata sulla corea del nord, mi sembrav sia relatavamente aperta culturalmente e aperta al commercio internazionale come poche altre nazioni, pretendere uno stato fascioveneto tradisce le sue stesse radici culturali

  9. Albert From Padua on marzo 29, 2012 at 19:30

    Carlo Butti, ma allora in Friuli sono scemi a insegnare il “dialetto” a scuola?
    Consiglio: “Parlar Veneto” prof Gianna Marcato (UnidPd).

    P.s
    http://ivancrico.blogspot.it/2009/10/linsegnamento-dei-dialetti-scuola.html

  10. astrolabio on marzo 29, 2012 at 19:47

    totalmente sgrammaticato scusate

  11. Claudio G. H. on marzo 29, 2012 at 21:05

    Ringrazio chi ha letto ed espresso le sue opinioni.
    La cosa disdicevole riguarda chi oppone la sua opinione ad una mia tesi usando solo termini tesi a sminuire ciò che ho affermano senza portare concreti elementi a supporto della sua controdeduzione. Mi riferisco ai signori Mario Rossetto/Antonietta che da quanto ho capiro pare siano la stessa persona, o forse due parenti che scrivono dallo stesso computer (diamogli per buona questa ipotesi).
    Nei loro commenti si ironizza per il fatto che io abbia scritto in “buon italiano” (grazie per il complimento visto che non è la mia lingua madre) cercando di cammuffare una ignoranza di fondo. Tuttavia pare che l’italiano con cui ho scritto non sia tanto buono visto che non chi ha capito un gran ché. Antonietta evidentemente si sente forte di decenni di esperienza politica, che per inciso non significa necessariamente conoscenza reale di come sono i fatti del mondo, perché io mi sono tenuto con margine di sicurezza tra gli ignoranti, ma questi signori invece sembra siano dei grandissimi esperti di movimenti indipendentisti nel mondo.
    Allora chiarisco. Io non ho viaggiato troppo per contattare tanta gente in giro per il mondo, ma ho comunque avuto contatti perché seguivo il forum francese in cui partecipavano indipendentisti catalani e baschi, nonché quei 4 gatti dell’Occitania, e i corsi naturalmente. Ho avuto lunghe chiacchierate con un paio di esponenti importanti del IRS via skype, ed ho seguito anche discussioni nel FSP americano. Insomma, mi sono dichiarato ignorante, ma qualche cosina la so.
    Ed a conferma che il mio italiano non deve essere stato tanto buono vi è il fatto che nel mio scritto non ho per nulla negato che la maggior parte di questi gruppi si basi in effetti sul tipo B (quello identitario nazionalista) piuttosto che sul tipo A, a cui sembrano più inclini solo gli amici dall’altra parte della pozzanghera.
    Il mio italiano deve essere proprio scadente anche in relazione alla questione dell’esercito e della difesa. Dove io lo abbia negato non mi è chiaro.
    In conclusione io credo che la mia tesi tende a sfasciare il mito identitario-nazionalista, e questo infuoca gli occhi di chi ha costruito la sua tela per anni sull’idea del nazionalismo identitario al punto di non riuscire a vedere che la mia posizione è tuttaltro che ingenua, e non credo neppure utopica.
    Ma soprattutto non è riuscito a vedere il punto chiave di tutto il ragionamento che è la conclusione che esiste una modalità alternativa al nazionalismo identitario che è il contrattualismo, o se vogliamo estenderne il nome diciamo “nazionalismo contrattuale”: mi associo non per bizzarre ragioni identitariste, ma per ragioni di approvazione e interesse (che non è meramente roba economica, ma l’interesse può essere anche semplicemente amare una certa filosofia).
    Vorrei fare notare che anche gli identitaristi sono per certi versi dei contrattualisti nel limite della loro incorporazione quali soggetti abilitati a individuarsi in un certo quadro identitario. Cioè la discriminante è proprio il *cosa* spinge ad associarsi: per gli identitaristi è solo una questione emotiva, per i contrattualisti una questione razionale.

    In un ambito contrattualista è possibile che ci siano persone che si sentono legate per ragioni emotive, oltre che per ragioni razionali, solo che fatalità le due coincidono; nell’ambito identitarista ci sono persone che si sentono legate per ragioni emotive e basta, a prescindere dalle ragioni razionali, per cui può capitare che avvengano tensioni quando la razionalità arriva a superare una certa soglia oltre l’emotività.
    E’ per questo che se io avvio un progetto fondato su ragioni razionali, ma uso un simbolo che richiama alcuni a *loro* ragioni emotive, rischio di attirare persone che senza badare ai contenuti si avvicinano solo per le ragioni emotive, come le falene su una candela.
    …e non pensiate che non sia accaduto!

  12. Claudio G. H. on marzo 29, 2012 at 21:13

    OMG. Ho fatto un po’ di errori di scrittura, scusate:

    “Tuttavia pare che l’italiano con cui ho scritto non sia tanto buono visto che non chi ha capito un gran ché.”
    — deve leggersi: —
    “Tuttavia pare che l’italiano con cui ho scritto non sia tanto buono visto che non ci ha capito un gran ché.”

    “ma uso un simbolo che richiama alcuni a *loro* ragioni emotive”
    — deve leggersi: —
    “ma uso un simbolo che richiama alcuni di *loro* per ragioni emotive”

  13. Paolo Pero on marzo 29, 2012 at 23:05

    Una cosa non mi è chiara: il tipo A è sicuramente indipendentista, però non capisco cosa lo renda indipendentista veneto. Cioè, messa così non vedo che differenza faccia per il tipo A sostenere l’indipendenza di uno Stato delle Venezie o di un ipotetico stato “padano” o ancora di una Libera Repubblica Vicentina o di un’isola artificiale in mezzo all’Adriatico…

  14. Claudio G. H. on marzo 30, 2012 at 01:56

    Hai colto il punto Paolo Pero.
    Però adesso vado a dormire, che finalmente mi è venuto sonno.

  15. CARLO BUTTI on marzo 30, 2012 at 15:43

    Caro Albert fromm Padua, lungi da me l’idea di dare dello scemo a chi professa idee diverse dalle mie! Ripeto che, proprio perché cultore delle lingue classiche, sono un estimatore dei dialetti, ma continuo a pensare che nella scuola dell’obbligo si debba insegnare bene l’italiano e l’inglese, per stare nell’ambito linguistico, e benissimo le nozioni di base della matematica. Tutto il resto viene dopo, nessuno proibisce a nessuno di aprire scuole di dialetto, o di cinese, o di antico egizio.D’altra parte, in una comunità davvero libertaria davvero non esisterebbe una scuola pubblica con programmi ministeriali, sarebbe il mercato a stabilire che cosa vogliono i genitiori per l’istruzione dei loro figli. Vogliono il dialetto? Ci sarà un’offerta di dialetto.Io non manderei mai un mio figlio alla scuola pubblica a imparare il dialetto milanese. Con quali insegnanti, tra l’altro? Quelli che scrivono in lombardo maccheronico sulle gazzette leghiste? E poi che se ne fa? L’inglese, piaccia o non piaccia, nel mondo d’oggi è necessario come il pane,e tra lìaltro ha una letteratura meravigliosa. L’italiano è la lingua della cultura, una cultura che ha dato il meglio di sé prima che nascesse-purtroppo-uno Stato italiano, ed è stata d’esempio a tutta Europa.Non credo abbia senso togliere spazio a Dante, Boccaccio, Ariosto per riservarlo alle filastrocche della nonna. Tra parentesi: la mia figlia maggiore ha imparato il dialetto di Campo Ligure (Genova) dalla viva voce della nonna, lo parla benissimo e ne sono contento. Ma a scuola le ho fatto studiare greco e latino, e ne è contentissima lei. anche se poi s’è dedicata a studi scientifici, per i quali l’inglese è indispensabile(e parla benissimo anche quello).

  16. Claudio G. H. on marzo 30, 2012 at 16:25

    Oltre ad essere d’accordo che la scuola insegnerà ciò che il mercato richiede, io preferirei che i miei figli avessero imparato prima matematica e scienze, poi l’inglese (ed intendo non a livello pietoso…) e il veneto perché è la lingua della mia famiglia, ed infine l’italiano o il tedesco per comunicare con i dintorni.
    Ho dato la precedenza ad una lingua di famiglia perché trovo giusto poter custodire e valorizzare le proprie caratteristiche ed identità, e ciò non deve essere letto come una contraddizione di quanto ho scritto nell’articolo, perché in quel caso ho messo a fuoco le ragioni dell’associarsi, non metto in discussione il fatto che uno voglia coltivare la propria cultura e le proprie origini, sono cose separate.
    Questo anche per replicare a Paolo Pero: dal mio punto di vista potrebbe benissimo essere la libera Repubblica di S. Margherita di Caorle, ipotizzando che chi si associa decida di eleggere quello come territorio, ma le persone che vi fanno parte possono avere origini o identità culturali diverse, la cosa che deve accomunarli è l’accettazione di un patto di cittadinanza che determina le relazioni tra quelli che io preferisco chiamare soci-cittadini.

  17. […] L’idea è stuzzicante. Già divisi ci rendiamo conto di dare molto fastidio alla vuota partitocrazia italiana e allo stato dalla quale essa trae la sua linfa. Infatti la proposta politica di uno stato veneto indipendente sta facendo breccia nel cuore e nella mente del nostro popolo. Risultati ancora più interessanti si potrebbero ottenere agendo uniti, nonostante le differenze tra i due gruppi così ben evidenziate in questo articolo di Claudio Ghiotto http://libertarianation.org/2012/03/27/le-due-facce-dellindipendentismo/. […]

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