Lo stato come cupola affaristica padronale

aprile 12, 2012 4 Comments
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Riceviamo e volentieri pubblichiamo un pezzo di Gian Piero de Bellis, tenutario del blog Panarchy.org.

La mattina del 4 Agosto del 1914 i rappresentanti parlamentari del Partito Socialdemocratico Tedesco (SPD) votarono tutti all’unanimità per la concessione allo stato dei crediti di guerra. Con quel voto, due pilastri della concezione e della pratica socialista quali l’internazionalismo e il pacifismo, venivano abbandonati di colpo.

Da quel momento in poi il termine socialismo ha perso qualsiasi connotato teorico originario e si è trasformato nella realtà attuale dello statismo. Con questa trasformazione sono andate smarrite anche alcune formulazioni e aspirazioni del pensiero socialista degne di essere preservate e analizzate. In particolare si fa qui riferimento a taluni aspetti di critica della realtà propri della concezione socialista che i conclamati sostenitori del socialismo hanno volutamente tradito e che gli oppositori del socialismo hanno volutamente ignorato, essendo spesso, entrambi, uniti e accecati dal mito dello stato. Questi aspetti critici sono:

–          il cretinismo parlamentare

–          lo stato come comitato d’affari della borghesia

–          l’estinzione dello stato.

Vediamo di esaminar brevemente questi aspetti, uno alla volta, per vedere se essi hanno ancora una loro rilevanza e vanno ripresi da parte di coloro che vogliono una trasformazione in senso liberatorio della realtà o se devono essere abbandonati nel dimenticatoio.

Il cretinismo parlamentare

In un articolo scritto per il New York Tribune Friedrich Engels si espresse in questi termini riguardo a tale soggetto:

 “Cretinismo parlamentare, infermità che riempie gli sfortunati che ne sono vittime della convinzione solenne che tutto il mondo, la sua storia e il suo avvenire, sono retti e determinati dalla maggioranza dei voti di quel particolare consesso rappresentativo che ha l’onore di annoverarli tra i suoi membri, e che qualsiasi cosa accada fuori delle pareti di questo edificio, – guerre, rivoluzioni, costruzioni di ferrovie, colonizzazione di intieri nuovi continenti, scoperta dell’oro di California, canali dell’America centrale, eserciti russi, e tutto quanto ancora può in qualsiasi modo pretendere di esercitare un’influenza sui destini dell’umanità, – non conta nulla in confronto con gli eventi incommensurabili legati all’importante questione, qualunque essa sia, che in quel momento occupa l’attenzione dell’onorevole loro assemblea.” (Friedrich Engels, Rivoluzione e controrivoluzione in Germania, 27 luglio 1852)

Questa caratterizzazione del Parlamento come Camera delle Chiacchiere e Senato delle Castronerie, del tutto inutile per quanto riguarda il progresso civile e il benessere sociale, va comunque modificata in quanto occorre mettere in luce non solo l’inutilità ma anche la dannosità e criminalità di molte decisioni del Parlamento. Per cui, aggiornando e riformulando l’espressione, appare più corretto e appropriato parlare di Banditismo Parlamentare. Il “banditismo” è definito, nel vocabolario Zingarelli, come “presenza o attività di banditi”, il che si adatta molto bene al ritrovarsi e all’agire, nell’aula parlamentare, di clan, camarille e sette delinquenziali quali sono i partiti. Il bandito, precisa sempre lo Zingarelli, è colui che “da solo o in banda commette, per lo più abitualmente, atti criminali” e questo qualifica esattamente, giorno dopo giorno, l’attività dei parlamentari.

Lo stato come comitato d’affari della borghesia

Nel Manifesto dei comunisti, Marx ed Engels affermano che “il potere esecutivo dello stato moderno non è altro che un comitato per gestire gli affari comuni della borghesia nel suo complesso.” (1848, Karl Marx – Friedrich Engels)

Marx ed Engels vivevano in un tempo e in una società in cui una aristocrazia terriera e una borghesia industriale controllavano lo stato e lo utilizzavano in maniera accorta per la salvaguardia dei loro interessi attraverso il binomio legge ed ordine. Lo stesso Adam Smith aveva sottolineato il fatto che la magistratura statale era dalla parte del potere economico cioè dei padroni che esigevano “l’attuazione rigorosa di quelle leggi che sono state emanate con estrema severità contro le unioni di servi, lavoratori e operai specializzati.” (The Wealth of Nations, 1776, Libro 1, Capitolo 8). Quindi Marx ed Engels non sostenevano nulla di nuovo e nulla di stravagante. Eppure, la loro tesi necessita di una radicale riformulazione sotto due aspetti:

  1. Neanche Marx ed Engels avrebbero mai immaginato la crescita abnorme della collusione tra padronato politico e padronato economico che avrebbe trasformato il capitalismo della libera impresa in un corporativismo a guida e protezione statale. A questo riguardo posso solo rimandare al magistrale testo di Gabriel Kolko, The Triumph of Conservatism (1963) in cui l’autore mostra come, all’inizio del XX secolo, il padronato americano delle grandi imprese (big business, big labour) fece pressioni sul potere politico (big government) perché regolamentasse l’attività economica e riducesse la concorrenza che avrebbe potuto spazzarli via. E da lì, le lobby padronali si attivarono per l’introduzione di una serie di provvedimenti legislativi che avevano come scopo la protezione della grande impresa anche quando venivano sbandierati come leggi per smantellare i monopoli. A tal fine sarebbe bastata la libertà di commercio e invece gli Stati Uniti si avviavano a diventare uno dei paesi più protezionisti al mondo.
  2. Oltre alla collusione tra il padronato politico e quello economico, un altro aspetto che Marx ed Engels non erano forse in grado di accettare o di capire a fondo (a differenza degli anarchici) era la crescita abnorme dello stato come macchina parassitaria, produttrice di parassitismo. Attraverso la formula, ingannevole e falsamente etica, di redistribuzione del reddito, lo stato ha creato un apparato burocratico enorme che si appropria di una parte gigantesca del reddito dei produttori e la convoglia a sé stesso e ai ceti parassitari ad esso legati. Questi ceti, di cui fa parte anche il grande padronato e i grandi giornali, sono quegli stessi che si pongono come paladini del pagamento delle tasse, ben sapendo e furbescamente tacendo sul fatto che molte di quelle tasse ritorneranno a loro sotto forma di contributi statali. In Italia, un autore (Mauro Cobianchi, Mani bucate, 2011) ha recentemente contabilizzato in 30 miliardi di euro all’anno il trasferimento di denaro dalle tasche dei produttori-lavoratori alle casse dei padroni e dei pennivendoli (aiuti alle imprese, contributi ai giornali).

Per cui l’affermazione che lo stato è il comitato d’affari della borghesia andrebbe corretta e aggiornata nella seguente:

Lo stato è il comitato d’affari, ovvero la cupola affaristica padronale,

delle burocrazie fameliche (tassare) e delle cosche parassitarie (sperperare)

Quindi, socialisti, anarchici, progressisti, se essi avevano una ragione per battersi in passato contro lo stato, strumento della borghesia padronale, hanno adesso mille ragioni di più per battersi contro lo stato divenuto, al giorno d’oggi, una banda padronale di estorsori e di parassiti.

E chiunque è per lo stato (per le sue leggi, per le sue tasse, per il suoi controlli, ecc.) si pone coscientemente o incoscientemente, volontariamente o involontariamente, dalla parte dei padroni. Perché lo stato è lo stato dei padroni e tutti coloro che vogliono lo stato o più stato per tutti svolgono il ruolo di fiancheggiatori o sostenitori dei padroni dello stato. E quanto più costoro strepitano incitando a pagare le tasse allo stato o a obbedire alle leggi dello stato, col pretesto di nobili ideali di umana assistenza e di sociale convivenza, tanto più essi si comportano da servi dei padroni e da sanguisughe padronali.

E arriviamo così al terzo punto.

L’estinzione dello stato

Uno dei pilastri sia del pensiero socialista che di quello anarchico è la fine dello stato.

Per  Engels, “La società che riorganizza la produzione in base a una libera ed eguale associazione di produttori, consegna l’intera macchina statale nel posto che da quel momento le spetta, cioè nel museo delle antichità accanto alla rocca per filare e all’ascia di bronzo.” (1884, Friedrich Engels, L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello stato)

E questo perché “lo stato non è altro che uno strumento per l’oppressione di una classe da parte di un’altra, nelle repubbliche democratiche non meno che nella monarchia. Nel migliore dei casi è un male ereditato dal proletariato uscito vincitore nella lotta per il dominio di classe; il proletariato vittorioso non potrà fare a meno di eliminare i lati peggiori di questo male fino al giorno in cui nascerà una generazione che, cresciuta in condizioni sociali nuove, libere, sarà capace di gettare tutto il ciarpame dello stato in un mucchio di rifiuti.” (1891, Friedrich Engels, Introduzione alla terza edizione de La guerra civile in Francia)

Anche qui una precisazione è necessaria.

a)      Lo stato non viene abolito per decreto per tutti ma viene cancellato progressivamente dalla vita delle persone indipendenti, una per una, sino a diventare, per taluni, una escrescenza superflua e alla fine praticamente inesistente. Lo stato è un insieme di relazioni sociali di dominio e di subordinazione; rifiutandosi di essere servo e di comportarsi da padrone, ognuno sarà progressivamente in grado di fuoriuscire da uno stato padronale territoriale che è oramai, davvero, un ferrovecchio della storia.

b)      Lo stato, come istituzione non territoriale e non monopolistica, rimane invece per tutti coloro che si sentirebbero persi senza una istituzione che li guida e in un certo senso li domina con una presenza, per loro rassicurante.

Nelle parole di Max Nettlau: “Il problema che ci si pone di frequente, e cioè quale comportamento si dovrebbe tenere nei confronti dei reazionari che sono refrattari alla libertà, sarebbe quindi risolto in maniera molto semplice: si tengano pure il loro Stato per tutto il tempo che vogliono, per noi non ha più alcuna importanza. Lo Stato avrebbe per noi lo stesso significato e potere che avrebbero le idee strambe di una setta religiosa a cui nessuno presta attenzione. Questo si verificherà prima o poi: la libertà si fa strada dappertutto.” (Panarchia. Una idea dimenticata del 1860)

In questo modo, attraverso l’esistenza di una pluralità di scelte, sarà finalmente possibile dare soddisfazione a tutti gli individui e a tutte le esigenze, al di fuori sia dell’appiattimento soffocante che del parassitismo criminale.

4 Comments » 4 Responses to Lo stato come cupola affaristica padronale

  1. CARLO BUTTI on aprile 12, 2012 at 17:23

    Complimenti per questa capacità di usare lo strumento del pensiero di Marx ed Engels non come dogma, bensì come canone interpretativo della reltà, sulle orme di Croce e di Dahrendorf(fatte, com’è naturale, le debite differenze). Più che mai opportuna la rivalutazione del socialismo delle origini,cosmopolita e pacifista, e del tutto condivisibile il giudizio implicitamente negativo sulla conversione dei socialisti al patriottismo nazionalistico.In quel momento si consuimò un grande tradimento, che la Prima Guerra Mondiale e i suoi postumi avrebbero trasformato in tragedia. E’ raccapricciante pensare che fascismo e nazismo germinarono proprio da questo tradimento e da questa catastrofe, coniugando in modo sacrilego i nobili ideali della fraternità con i miti dello Stato etico di hegeliana memoria e della superiorità razziale ala Gobineau. Mi vengono i brividi al pensiero che,nel tempio wagneriano di Bayreuth, sotto gli occhi compiaciuti di Hitler, il Parsifal-inno cristiano alla carità fraterna- veniva interpretato come esaltazione della razza ariana pura(Parsifal=puro folle=ariano puro).NAZIONAL-SOCIALISMO:ecco quali mostri nascono dai matrimoni sacrileghi..

  2. Cachorro Quente on aprile 13, 2012 at 15:09

    A parziale difesa dei movimenti socialisti, i socialdemocratici tedeschi furono isolati all’epoca nella loro scelta interventistica.

    Per molti versi, a cavallo tra ottocento e novecento i socialisti europei e in particolare gli italiani erano illuminati su tante questioni, in particolare mi viene in mente pensiero dei socialisti triestini prima della prima guerra mondiale, gli unici nell’agone politico (rispetto a liberali, nazionalisti e cattolici, sia italiani che germanofoni e sloveni) oltre ad essere pacifisti ad avere una visione del futuro in senso federale (nell’ambito dell’impero austro-ungarico) e a tentare di superare le ostilità tra sloveni e italiani.

    Comunque Fabristol il tuo è un articolo molto interessante che secondo me affronta una prospettiva della questione libertaria che troppo spesso si ignora, a costo di una sterile polemica tra “filocapitalisti” e “anticapitalisti”.

  3. Cachorro Quente on aprile 13, 2012 at 16:45

    PS ho letto ora che l’articolo non è tuo… comunque un contributo interessante!

  4. fabristol on aprile 14, 2012 at 22:37

    “PS ho letto ora che l’articolo non è tuo… comunque un contributo interessante!”

    Forse è interessante proprio perché non l’ho scritto io. 😉

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