La grande truffa del Km Zero

maggio 16, 2012 9 Comments
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Sabato scorso in un supermercato vicino a casa mia qui in Ticino ho comprato una confezione di fragole provenienti da Verona. Si tratta di una cosa normale nella sua spettacolarità: prodotti anche deperibili che sono mandati in giro per il mondo a colmare esigenze di mercato. Le fragole vengono prodotte anche vicino a casa mia ma quelle di Verona costano meno. Non è un paradosso perché fragole diverse coprono esigenze diverse: quelle nustrane possono piacere meno, si vuole spendere meno o, nel caso del sottoscritto, si comprano quelle di Verona per nazionalismo veneto :)

Tuttavia una crescente fetta della popolazione non è d’accordo con questo meccanismo che, nella sua normalità e naturalezza (la merce va dove c’è richiesta della merce), trovo di una poeticità commovente. La moda del Chilometro Zero infatti è imperante ed è il nuovo must di un mondo perfettamente caratterizzato dagli autori di South Park quando descrivono gli abitanti di San Francisco. Attenzione, ognuno può (dovrebbe poter) comprare quello che più gli aggrada; se una persona sente la necessità di comprare solo alimenti che distano al massimo 999 metri da casa sua di sicuro non sarò io a negargli questo piacere.

Però quando inizio a sentire lo stigma sociale perché acquisto il basilico del Sud Africa (stesso giorno delle fragole di Verona), allora vuol dire che qualcosa si è rotto; in questo caso il buonsenso. Il Km Zero, riassumendo in poche parole tutto il fenomeno, è una brillante operazione di marketing degli agricoltori europei per contrastare la concorrenza degli agricoltori extraeuropei. Per non passare per cattivoni che negano la possibilità di lavoro ai loro colleghi dei paesi poveri o semplicementi lontani, gli agricoltori europei si sono scoperti ambientalisti e adesso vantano le proprietà ecologiche dei loro prodotti, ossia meno inquinamento per il trasporto.

A parte che ho serissimi dubbi sull’ecologicità di un camioncino che va avanti e indietro a portare pochi prodotti rispetto a un camion o una nave pieni di prodotti alimentari, questa concezione di mercato ristretto alle vicinanze è quanto di più…medievale si possa concepire. Portare prodotti alimentari lontano dal luogo di produzione per venderli è uno dei cardini del progresso e una delle ragioni che ci ha fatto uscire dalla stagnazione medievale. Per dire, i Veneziani nel ’300 andavano a prendersi il grano anche nell’attuale Ucraina attraverso il Mar Nero. La circolazione e lo scambio creano progresso: è questo che i nostalgici di una inesistente età dell’ora dell’agricoltura non capiscono e non capiranno. Quello che io sinceramente trovo ben poco sostenibile sono i vastissimi sussidi statali che gli agricoltori europei (svizzeri compresi) ricevono, ossia soldi miei. Sussidi che hanno l’unico scopo di bloccare le esportazioni degli agricoltori del Terzo Mondo da noi e quindi non facendo sviluppare quelle regioni. Poi invece se la merce arriva bisogna inventarsi qualcosa di diverso come il “chilometro zero”.

Non ho la minima idea delle opinioni a riguardo dei signori di Verona che producono le fragole che ho comprato qui in Ticino, ma molti agricoltori hanno questa buffa sindrome da Giano bifronte:  a casa loro sono per il Km Zero (quindi buuuuu ai prodotti che vengono da lontano) ma se possono esportare i loro di prodotti allora va bene. Non so, quando al telegiornale italiano sentite parlare delle strepitose perfomance dei prodotti italiani all’estero (vino, formaggi, etc etc), mica si lamentano del mancato Km zero, no? Quindi, ripeto, niente da dire a chi preferisce il consumo locale, ma ricordarsi che la prosperità e il progresso derivano dagli scambi commerciali fra territori anche lontani e che l’abbattimento dei dazi e dei sussidi comporta sì una ristrutturazione del settore agricolo ma proprio non vedo il motivo per il quale io dovrei pagare di più e sostenere forzosamente un settore quando i miei soldi potrebbero essere spesi per qualcosa di più valido per me.

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9 Comments » 9 Responses to La grande truffa del Km Zero

  1. Atroce on maggio 16, 2012 at 14:11

    Questa è la battaglia delle battaglie. Arriveranno a vietarci le banane! Fino agli anni ’50 qui le banane erano un frutto sconosciuto. Ora grazie alla globalizzazione un kg di banane costa circa quanto 5 minuti di lavoro di un operaio. E costerebbero ancora meno se la burocrazia europea con la sue assurde non limitasse l’offerta alle banane che superano i 12 cm di lunghezza, mettendo fuori legge le altre.

  2. Cachorro Quente on maggio 16, 2012 at 14:54

    D’accordo al 100%. Non sono un esperto, ma a quanto so il trasporto dei generi alimentari in termini di emissioni di carbonio e consumo di energia è una percentuale relativamente bassa della quota totale.
    E’ l’agricoltura “biologica” e a “Km zero” ad essere insostenibile, perchè non garantirebbe mai più calorie e proteine sufficienti per il genere umano.

  3. CARLO BUTTI on maggio 16, 2012 at 18:58

    C’è qualcosa di romantico, di irrazionale, in questo risorgente amore per il fatto in casa, per l’orticello, per il mercatino autarchico.E’ una mentalità antimoderna e regressiva, che naturalmente i furbastri sanno sfruttare con grande acume per i propri interessi e molti politici cavalcano per guadagnar consensi, vista l’aria che tira. Perché le mie osservazioni non
    siano mal interptretate, rendo noto che non disdegno affatto l’insalatina fresca prodotta nell’orto degli amici e l’olio squisito della Tremezzina, aborro la Coca Cola, non metterò mai piede in un Mac Donald’s, non cederei un bicchiere di Chianti per le più ghiotte bevande internazionali. Ma in tutte queste mie scelte non c’è nulla di ideologico o di anticapitalistico o di antiamericano; come non c’è alcun attaccamento sentimentale alle tradizioni (“radici”, per usare il linguaggio di moda)) della patria, piccola o grande che sia. E’ soltanto una questione, molto materialisica, di papille gustative. Tant’è vero che, allo stesso modo, aborro due piatti tipicamente lombardi come la “busecca” e la “cassoela”:piuttosto la morte!

  4. Cachorro Quente on maggio 17, 2012 at 08:10

    Ma appunto… secondo me proprio perchè le tradizioni e produzioni locali sono così ricche e importanti che il ragionamento del Km zero è assurdo…
    Qualche settimana fa ero nelle Langhe a trovare un’amica. Dagli 11 microscopici comuni dove si fa il Barolo d.o.c.g. esportano fino all’America (a NY fa super figo), alla Russia, perfino alla Cina (con un po’ di sensi di colpa, mi dicono, perchè loro non hanno ancora il gusto del vino e potresti vendere loro Tavernello a 200 euro a bottiglia). La campagna lì è un piccolo paradiso. Il territorio sarebbe così ben tenuto se il Barolo si vendesse solamente in Piemonte? Stesso discorso per la zona del Cartizze in Valdobbiadene, ecc. ecc.

  5. fabristol on maggio 17, 2012 at 08:40

    Ma poi infatti: quelli del km zero sono poi quelli che sostengono la vendita dei prodotti doc nel resto del mondo. Tutto bene quando sono i nostri prodotti a viaggiare per migliaia di chilometri ma se dobbiamo importare qualcosa dai paesi poveri…

    Una curiosità: tempo fa avevo letto di una ricerca inglese che dimostrava che importare agnelli neozelandesi era meno inquinante che produrli qui in UK (oltre a costare meno). Infatti a causa del clima per far sopravvivere gli agnelli bisogna scaldare gli ovili e il mangime deve essere tenuto al secco in speciali silos. Insomma inquina più del trasporto degli agnelli dall’altra parte del globo. La cosa vale anche per i vegetali e la frutta. In certi paesi le serre deovno essere riscaldate mentre in altri (Israele, Marocco ecc.) no, quindi inquiniamo di più se li coltiviamo a latitudini più alte.

  6. daouda on maggio 18, 2012 at 13:48

    Carlo ma anche se tu avessi una tale visione di principio , sarebbe tua e solo tua!
    Questa è la differenza tra noi e loro.
    Il mondo è sempre stato GLOBAL, sempre.

    Si dimentica poi ( ed è qui tutta la leva del loro artifizio retorico ) che la truffa è sempre collaterale ad ogni attività, dal falso biologico alla carne scaduta con l’etichetta cambiata ai prodotti coltivati vicino zone inquinate.

    Non si tratta affatto di libero mercato in questi casi, ma di natura umana malsana e di un sistema incapace di assicurare i giusti controlli.

  7. Vincenzo on maggio 18, 2012 at 15:58

    A mio modesto avviso vi è un errore di fondo che viene commesso sia dai sostenitori che dai detrattori degli acquisti a km 0, ovvero una errata valutazione del costo del prodotto; mi riferisco chiaramente ad analoga qualità, chiaro che il Barolo è ben altra cosa rispetto al Tavernello, indipendentemente dai km.
    Il punto è che acquistare merci di importazione ha senso a due condizioni.
    1) Chi prima produceva vicino a me e acui non compro più il prodotto si mette a produrre qualcosa di diverso da scambiare con quanto importato. Se oltre a pagare per le fragole che importo devo anche pagare un sussidio di disoccupazione all’agricoltore di casa mia rimasto senza clienti, comprare fragole di importazione non ha alcun senso economico. Viceversa ne ha moltissimo se quel produttore prima di fragole si mette a fare formaggio che viene venduto in cambio delle fragole
    2) Il costo di produzione del prodtto importato deve essere inferiore a quello locale al netto del costo del lavoro. Come osservato da fabristol in un commento ad allevare agnelli in Nuova Zelanda si risparmia sensibilmente sui costi di riscaldamento e simili, cosa che compensa ampiamente il costo del trasporto. Il gas o gasolio bruciato per il riscaldamento sono risorse conservabili ed utilizzabili altrimenti. Viceversa se una persona non lavora la sua capacità lavorativa è persa per sempre. Il costo del lavoro è unicamente frutto di una negoziazione tra imprenditore (o consumatore) e lavoratore, non ha un valore in assoluto. In altre parole, in termini di benessere generale, è molto meglio un’azienda che per produrre una unità di prodotto venduta a 200 consumi una unità di materia prima che paga 50 e paghi 130 di costo del lavoro che un’azienda che per produrre la stessa cosa consumi due unità di materia prima, costo 100, e paghi 50 di costo del lavoro. L’efficienza di una azienda, a parità di qualità di prodotto e di prezzo di vendita, va misurata sul margine lordo, non sul netto.
    Io ho sempre lavorato in una multinazionale americana. Quando ho iniziato, 30 anni fa, l’azienda era floridissima. Gli americani ci massacravano un giorno sì e l’altro pure per mantenere un target di margine lordo. Poi dicevano ai manager italiani di vedersela con i dipendenti per gli stipendi, non erano fatti loro: vendi di più guadagni di più, vendi di meno guadagni di meno, basta che il margine lordo sia quello e che i profitti crescano.
    Dopo il sistema è cambiato; ci si è dimenticati del margine lordo, e sono iniziati i guai. Ma è un’altra storia

  8. Ciccio on giugno 13, 2012 at 16:54

    Chiunque abbia conoscenze di distribuzione sa che il KM 0 è assolutamente insostenibile economicamente e (ironia) dal punto di vista ambientale, per la concentrazione di traffico che dovrebbe generare. Sono tutte balle pompate dal marketing.

  9. Ico on ottobre 4, 2012 at 22:30

    Chi scrive che il km zero è insostenibile è a favore della TAV, oppure sogna un porto fluviale ai Murazzi?

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