Del merito e della meritocrazia

maggio 22, 2012 10 Comments
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Il libertarismo è spesso indicato come una teoria politica meritocratica. L’idea alla base di questa attribuzione è che il libero mercato premi i meritevoli. In quest’ottica un povero sarebbe tale per demerito, e la ricchezza sarebbe tanto maggiore quanto maggiore il merito di ciascuno.
Nonostante questa idea, di tanto in tanto, venga sostenuta anche da chi libertario si ritiene, l’associazione della meritocrazia al libertarismo non ha alcun senso.Per citare uno dei grandi padri del Robert Nozicklibertarismo contemporaneo, Robert Nozick: “A capitalist society does not satisfy the principle of distribution “to each according to his merit or value.” Apart from the gifts, inheritances, and gambling winnings that occur in a free society, the market distributes to those who satisfy the perceived market-expressed demands of others, and how much it so distributes depends on how much is demanded and how great the alternative supply is.“. Il fraintendimento nasce dalla vaghezza del significato attribuito al termine merito. Con il termine merito, in genere, ci si riferisce alle caratteristiche di un’azione che la rendono degna di lode e ammirazione. Si ritiene che a ciò debba far seguito un riconoscimento. Questa caratteristica, però, non è assolutamente propria del libero mercato. Si può essere essere dei virtuosi nello svolgere qualunque compito, ma il mercato non bada a questo. Si premia, invece, chi propone un bene o un servizio che altri richiedono, e lo propone a un prezzo che sia appetibile. Immagino che costruire una suppellettile a mano, artigianalmente, possa essere molto complesso e richieda delle capacità significative. Ma se quella stessa suppellettile viene realizzata industrialmente e a costi minori, quasi sicuramente i potenziali acquirenti preferiranno un prodotto di qualità inferiore ma di costo più accessibile. Paradossalmente, se il merito nasce dal superamento di difficoltà, dallo sforzo, dall’affrontare avversità per raggiungere un obbiettivo, per quanto possa apparire controintuitivo ai critici del libertarismo, chi si confronta col mercato cercherà di minimizzare le condizioni in cui il merito diventi determinante, essendo queste condizioni sfavorevoli ad una produzione di beni o erogazione di servizi efficiente. Se proprio si devono scavare buche, le si dovrà scavare nel modo più efficiente, non in quello più meritorio. La parola chiave, in questo contesto, non è merito, ma produttività.

Per evitare fraintendimenti, ciò non significa che un libertario non riconosca il merito come un valore, ma, esclusivamente, che il successo economico e l’avanzamento sociale non sono, in un’ottica libertaria, determinate dal merito.
Un aspetto che mi sembra curioso è legato allo scritto di Nozick da cui ho tratto la citazione riportata: “Why Do Intellectuals Oppose Capitalism?”.
Uno scritto ironico e un po’ giocoso, ma che mette in evidenza che proprio il fraintendimento, la falsa promessa del merito come motore dell’avanzamento sociale provoca attese che non possono essere soddisfatte e genera la propensione dell’intellettuale a un sordo risentimento nei confronti dell’ingiusta società capitalista.
No, un libertario non considera la povertà come un segno di inferiorità né la ricchezza come un titolo di merito, e il responso del mercato non è quello di un’ordalia.

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10 Comments » 10 Responses to Del merito e della meritocrazia

  1. fabristol on maggio 22, 2012 at 09:21

    Primo post! Benvenuto a bordo Luigi.;)

  2. John Galt on maggio 22, 2012 at 09:24

    Bhè dipende anche dal significato che si dà alla parola merito.
    Nel tuo esempio (bene prodotto da artigiano, o bene prodotto da industriale) io vedo maggior merito nel secondo, che ha rischiato e che, con la forza della ragione, ha trovato e applicato sistemi migliori di produzione.
    A parte questo, senza perdersi in maree di esempi, è importante riconoscere come la definizione di merito sia molto legata ad una particolare morale (quella cattolica per esempio è molto diversa da quella calvinista) e quindi il discorso è vero solo a metà.

  3. Cachorro Quente on maggio 22, 2012 at 10:43

    Il fatto è che molte forze politiche che propongono policy di tipo liberista (quanto meno a parole) insistono molto sul merito. In particolare, negli anni ’80 i reaganiani hanno portato avanti una campagna ideologica di questo tipo, supportati anche da alcuni intellettuali e studiosi che hanno esaltato l’effetto determinante del QI nel successo economico degli individui. Diciamo un misto tra il darwinismo sociale e il calvinismo (chi è ricco lo è per grazia divina, e quindi è meritorio a prescindere) unito al mito fondante USA del self-made man, per cui il giovane proveniente dai quartieri poveri, attraverso la disciplina e il sacrificio, si laurea al MIT/ fonda un impero commerciale/ ecc. ecc.
    Negli USA, questo mito è crollato. La mobilità sociale inter-generazionale è più bassa che in tutti i principali paesi europei (a parte Inghilterra e Italia). Se l’alternativa è tra questo tipo di ideologia, e una per molti versi più pragmatica socialdemocrazia, penso che la seconda avrà sempre più successo.

  4. CARLO BUTTI on maggio 22, 2012 at 18:59

    Credo che, come spesso capita,l’equivoco nasca da una mancata definizione preliminare del termine “merito”, che nel linguaggio comune è usato in accezioni troppo vaghe e nebulose.E’chiaro che se nel “merito” introduciamo implicazioni eminentemente morali -virtù, nobiltà, sacrificio,ecc.- mercato e merito rimangono due concetti incommensurabili. Se per “merito” invece intendiamo capacità di adeguare i mezzi ai fini e acquisizione di tutte le conoscenze e le tecniche adatte all’uopo, penso che sia proprio il mercato a premiare tali requisiti. Un imprenditore capace vedrà premiato il suo merito così inteso se saprà produrre e vendere con successo cibi spazzatura, riviste pornografiche, videogiochi demenziali (tutte cose moralmente discutibii, o addirittura riprovevoli), vedrà sanzionato il suo demerito se stamperà libri di altissima filosofia destinati a finire al macero (fermo restando che io sarei il primo e forse l’unico ad acquistarne una copia, perché secondo i miei giudizi di valore la filosofia è cosa bellissima).

  5. Luigi on maggio 22, 2012 at 19:38

    vorrei proporvi una piccola riflessione, che accomuna tutti e tre i commenti: il merito, qualunque valore si dia a tale termine ( entro i limiti del dizionario, ovviamente), presuppone un giudizio di valore – come evidenziato da Nozick – e l’associazione di un principio redistributivo. Questo giudizio e questa “legge” redistributiva sono ciò che rende, a mio avviso, la meritocrazia assolutamente aliena da un pensiero autenticamente libertario. La spia di ciò mi sembra evidente nell’ultima frase di Cachorro, che vede nella socialdemocrazia un sistema più congruo per “valutare” le performance sociali delle persone. Converrete con me che per il libertarismo questo tipo di eteronomia è parte del problema, non della soluzione.

  6. G.A.M. on maggio 22, 2012 at 22:09

    avevo fatto per l’uni una presentazione sull’idea di merito in Hayek (in particolare i capitoli 6 e 8 de “La società libera”,se può interessare) e mi sembra utile e chiara la distinzione che fa lui tra merito e valore..
    merito è proprio l’impegno e la fatica che ci si mette in un lavoro,valore è quanto il frutto di quel lavoro vale (anche se è costato pochissima fatica)..
    la tesi di Hayek è convincente: giudicare il merito è cosa ben difficile(anzi impossibile),e basare una società sul merito significherebbe rendere ancora più dure e squalificanti le differenze sociali ed economiche perchè verrebbero legittimate (il già citato:se sei povero è giusto così)..mentre sul valore il mercato è un buon giudice (ma anche ogni individuo)e eventuali diseguaglianze sarebbero determinate più da quello che la società voleva che da quello che sei..

    secondo me la meritocrazia è estranea a un’ottica libertaria più per la presunzione che questo possa essere misurato oggettivamente che per questioni redistributive..cioè per l’idea che un uomo possa sapere e capire del tutto la mente e la vita di un altro uomo,il cui contrario è l’argomento più forte a sostegno della libertà..ma sarà che mi sono avvicinato al libertarismo “da sinistra”..

  7. astrolabio on maggio 23, 2012 at 00:01

    io direi che statisticamente un mercato libero tende ad allocare le persone nei luoghi dove sono rendono di più, è difficle per esempio che una squadra di serie a faccia giocare regolarmente delle pippe clamorose, mentre invece trovo piuttosto plausibile che a gestire le risorse idriche comunali e vari servizi pubblici ci siano degli incompetenti raccomandati e corrotti (per quanto riguarda il mio luogo di residenza ci sono pure fior fiore di intercettazioni a dimostrarlo) insomma io non lo guardo da un unto di vista tanto di giustizia quanto come consumatore che ci tiene a consumare prodotti forniti da persone competenti se poi questo vuol dire che chi ha il q.i. elevato guadagna di più come quasi sicuraemtne è, amen, tanto siamo tutti più ricchi in questo modo, anche i rincoglioniti come me.

  8. Cachorro Quente on maggio 23, 2012 at 14:45

    ” La spia di ciò mi sembra evidente nell’ultima frase di Cachorro, che vede nella socialdemocrazia un sistema più congruo per “valutare” le performance sociali delle persone.”

    Io ho detto una cosa un po’ diversa, ho meglio ho accennato a qualcosa, perchè non mi sono spiegato diffusamente.
    Ciò che intendo è che nel pensiero di molti che si riconoscono nella destra liberista, il laissez faire in economia e la contrazione del welfare sono giustificati dal fatto che in questo modo si premia il merito.
    Secondo me la socialdemocrazia in questo è più pragmatica, perchè nega l’esistenza di una “giustizia” nella competizione tra soggetti umani (peraltro con condizioni di partenza estremamente eterogenea).
    Questo a prescindere dal discorso sull’efficienza finale del sistema che fa Astrolabio.

  9. Luigi on maggio 23, 2012 at 19:42

    Cachorro, se tu intendi che, negando che ci sia giustizia nella competizione, propone un metodo di alternativo per pesare il pane su cui ciascuno di noi può accampare legittime pretese, è proprio quello che intendevo io.
    E, appunto, come dicevo l’assunto di fondo è che ci debba essere una norma esterna al soggetto agente che determina la valutazione.
    Nozick, cita “gifts, inheritances, and gambling winnings” come esempi di fonti di guadagno che, perfettamente legittime per un libertario, non rispondono a nessun principio di merito. E, al di là di esse, sottolinea, giustamente, come il mercato risponde in termini di efficienza e non di merito. Paradossalmente, tra una persona che si spende e si impegna per ottenere un risultato e una che ottiene gli stessi esiti con uno sforzo minimale, è il secondo che, ottenendo qualcosa “immeritatamente”, ha la meglio.

  10. chriny on giugno 14, 2012 at 18:37

    Il concetto di merito è adatto in un’analisi economica di tipo classico, non marginalista, ancorato all’idea di un valore oggettivo di merci e lavoro -quindi errata. In quest’ottica un prodotto o un servizio acquisiscono valore a seconda del valore del lavoro, e i consumatori, o il burocrate socialista ben informato, riescono a riconoscere dietro il prodotto questo valore. Della serie “ciò che costa di più vale di più” (conservatori/”progressisti” anti-discount)o “valore (oggettivo) d’uso” (e qui non aggiungo nulla perchè l’assurdità del concetto parla da solo).
    Il discorso sul concetto di “merito” e sul suo ruolo nella società, ci fa riflettere su quanto la nostra cultura ancora fatichi a metabolizzare il concetto di libero mercato e di valore soggettivo, e quanto faccia affidamento a concetti aristocratici-feudali-insommaInUnaParola:socialisti.

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