Democrazia e avversione per la ricerca

giugno 11, 2012 3 Comments
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Purtroppo dobbiamo constatare che l’Italia sta per fare l’ennesimo passo indietro nel mondo della ricerca scientifica.

Ochlocracy

La “Fondazione Diritti Genetici” ha inoltrato ai ministeri dell’Ambiente e dell’Agricoltura la richiesta di distruggere i campi sperimentali dell’Università della Tuscia in cui erano coltivati alberi di olivo e di ciliegio, e alcuni filari di kiwi transgenici. Gli esperimenti, iniziati in campo aperto nel 1998 da una ricerca pubblica avviata nel lontano 1982, avrebbero potuto consentire di selezionare varietà resistenti a diversi agenti patogeni, come funghi e batteri.
Nella rete e su Facebook è stata aperta una sottoscrizione ad un appello pubblico ai ministri interessati perché rivedano la loro decisione.
Personalmente condivido ogni singola virgola di questo appello.
Spero vivamente di essere smentito dai fatti ma sono, però, quasi certo del fatto che attraverso iniziative di questo tipo non si otterrà nulla.
Credo che sia fin troppo facile prevedere che il ministero non degnerà l’appello della benché minima attenzione, a meno che per esso non si spendano figure capaci di contrastare l’influenza di cui, evidentemente, è capace la suddetta fondazione.
C’è, però, una parola chiave che rende comprensibile il perché per chi, come me, sostiene il contenuto dell’appello, questa sia una battaglia persa: “democrazia”.
Capanna e Fabbri, nel commentare la notizia dell’accoglimento della loro denuncia, hanno tenuto a sottolineare il loro desiderio di vedere “accolta la nostra proposta di fare un piano di ricerca partecipata, cioè condotta secondo criteri di democrazia e trasparenza e con il coinvolgimento di tutti i soggetti interessati”.
La scienza, il progresso, la ricerca scientifico-tecnologica non sono democratiche. Non lo sono in senso proprio, poiché a legittimare la bontà della ricerca scientifica non è il consenso diffuso, ma l’adesione di chi la pratica a un metodo.
La richiesta di “democrazia” e di “partecipatività” da parte dei rappresentanti della “Fondazione Diritti Genetici” potrà apparire marginale nel contesto di una battaglia che sembra, appunto, di natura scientifica, eppure è proprio questo gap culturale tra chi si oppone alla sperimentazione sugli OGM e chi vorrebbe tutelare la possibilità di proseguire nelle sperimentazioni che segna l’esito del confronto.
Credo che l’evidenza sperimentale italiana dimostri ampiamente che tra l’Arrow di Economic welfare and the allocation of resources for invention e il Demsetz di Information and Efficiency: Another Viewpoint è il secondo ad avere ragione. Si sostiene che la ricerca pubblica possa garantire maggiori finanziamenti alla ricerca di base e che attraverso di essa si possa avere ricerca anche in ambiti in cui il privato non sarebbe propenso a rischiare. Eppure il fiorire di movimenti Nimby e il costante ricorso al “principio di precauzione” dovrebbero insegnare ai ricercatori, vittime di una sorta di sindrome di Stoccolma, che quanto maggiore è il controllo governativo sulla ricerca tanto maggiore è il rischio che la risk aversion ( mi si passi il calembour) da parte dell’opinione pubblica possa limitare la libertà della ricerca e le opportunità per continuare essere parte dei paesi che danno un contributo significativo al progresso scientifico-tecnologico.
E un ulteriore dato di fatto è che le nostre élite politiche non solo non hanno la forza di contrastare questa avversione per l’innovazione che pervade la nostra società, ma, per interesse e convenienza, se ne fanno interpreti e agiscono per soddisfare a queste istanze.
E allora, diffondere questi sacrosanti appelli equivale a chiedere clemenza a un tribunale che ha già emesso la sua sentenza. Continuare a credere che le istituzioni pubbliche siano neutre e non condizionate da un atteggiamento politico fortemente ostile alla scienza è il miglior modo per replicare le cocenti sconfitte e le nefaste decisioni che sono state prese per il Nucleare. Si potrebbe citare l’assurda attenzione che molta politica ha dedicato a metodi clinici discutibili, o il credito e le interrogazioni parlamentari spese per dubbie teorie sulla predicibilità dei terremoti. L’ingerenza della politica nei modi e nelle finalità della ricerca scientifica è inevitabile conseguenza dell’adesione ideologica diffusa al paradigma per cui università e ricerca debbano essere pubblici, nella fallace convinzione che il loro essere tali sia garanzia di maggiore efficienza nell’accesso a fondi e risorse. Poiché nulla è gratuito, il prezzo che la ricerca deve pagare è, però, il dover sottostare alle pressioni lobbistiche di quegli insider e di quei rentier che dall’impatto sul mercato dei risultati di quella ricerca avrebbero più da perdere, o di quelle forze politiche che, pur legittimamente, interpretano e veicolano la forte avversione al rischio da parte dell’opinione pubblica. Se si vuole uscire da questa ragnatela di pressioni e restituire alla scienza l’autonomia, anche dagli umori dell’opinione pubblica, necessaria per poter produrre risultati, al di là di appelli e suppliche al sovrano la vera e unica richiesta che si deve avanzare è quella di allontanare le pastoie della burocrazia pubblica e il soffocante controllo statale dalla ricerca scientifica e dall’istruzione universitaria.

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3 Comments » 3 Responses to Democrazia e avversione per la ricerca

  1. capemaster on giugno 11, 2012 at 08:36

    Ma che vuoi aspettarti dalla Fondazione di Mario “katanga” Capanna?
    Il sessantottino per antonomasia, che adesso si riempe la bocca (letteralmenteI) con biologico e biodinamico, andrebbe isolato dal dibattito.

  2. CARLO BUTTI on giugno 11, 2012 at 17:20

    Il problema di base è proprio quello della “democrazia”, un termine, ricordiamolo bene, che alle sue origini aveva un significato deteriore, molto simile a quello di “demagogia”. Quando è opportuno ricorrere a un metodo decisionale basato sulla conta delle teste, ed entro quale ambito? Tutte le volte in cui non esistono altri criteri all’infuori dello scontro violento, e solo fra soggetti in grado di valutare razionalmente le questioni sottoposte al loro giudizio. Ma sia ben chiaro che il risultato della conta non sarà mai una fantomatica “volontà” del popolo (e neppure di un qualsiasi comunità anche molto ristretta). Semplicemente, i partecipanti(e solo loro)hanno accettato di disputare una gara secondo certe regole precostituite, e di conformarsi al risultato. Quando si tratta di decidere in merito a questioni squisitamente scientifiche e tecnologiche il metodo democratico largamente inteso(ovverossia la chiamata alle urne di tutta la comunità territoriale interessata) diventa assai discutibile. Se nella cerchia degli stessi esperti in materia le opinioni sono difformi, può essere opportuno che entro un organo istituzionale costituito soltanto di tecnici si decida a maggioranza, ma pretendere che sia il DEMOS a dire l’ultima parola, magari con un referendum, è sbagliato. Purtroppo, quando sono in ballo questioni complesse e delicate, la disinformazione di massa regna sovrana, e i più sono indotti a decidere in modo emotivo, lasciandosi condizionare da opinioni mal motivate e poco razionali.Altro che l’einaudiano “conoscere per deliberare”! Vogliamo tornare alla saggezza degli antichi? Ascoltiamo Socrate in Platone,Protagora,319 b-d:”Ebbene, io vedo che quando ci raduniamo in assemblea, se la città ha a che fare con questioni che riguardano la costruzione di edifici,si fanno intervenire in veste di consiglieri in materia di costruzioni gli architetti;se invece si deve prendere qualche decisione circa la costruzione di navi,si mandano a chiamare i costruttori di navi(…)Ma se prova a dar loro consigli qualcun altro che essi non stimano pratico di quel dato mestiere, per quanto sia bello, ricco e nobile, non per questo lo ascoltano, ma lo deridono ed esprimono il loro malcontento levando un gran baccano…”

  3. Antonello Barmina on giugno 25, 2012 at 17:11

    Ho già affrontato la questione con l’autore di questo post. Mi limito a riproporne per sommi capi gli argomenti. Che le verità scientifiche non siano oggetto di discussione è fuori discussione. Ma il punto cruciale, evidentemente, non è questo. Il punto, piuttosto, è quello di stabilire chi debba decidere quando vengano in gioco questioni tecniche che comunque incidono sulla sfera giuridica ed esistenziale di molti. Ora, per connessione d’argomento, vediamo brevemente la questione del nucleare. La materia energetica non è tra quelle costituzionalmente precluse dal referendum. Raccolta di firme, vaglio della Cassazione e della Corte costituzionale, voto valido al raggiungimento del quorum previsto. Giuridicamente la questione si ferma quì. Il demos, si dice, non è in grado di valutare questioni così complesse, che dovrebbero essere demandate agli esperti in materia. Questa, tuttavia è una competenza autoproclamata dagli esperti stessi e come tale deve essere respinta al mittente senza tentennamenti, a meno di non voler dibattere da chi debba essere composta questa fantomatica commissione, chi debba nominarla, secondo quali criteri e via di questo passo. La democrazia, diretta o rappresentativa e con tutte le sfumature che si possono dare a questo termine, presuppone il rischio di prendere decisioni sbagliate. Accettando le regole si accetta anche la possibilità di risultare soccombenti.

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