Non desiderare la patata d’altri

giugno 15, 2012 5 Comments
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Riceviamo da Atroce e molto volentieri pubblichiamo:

Ai tempi dei nostri nonni, in Italia, e ancor di più qui in Veneto, eravamo in grande maggioranza contadini.
C’era miseria e le risorse dovevano essere impiegate tutte per sfamare la prole, mettendo in secondo piano l’istruzione. Per questo i nostri nonni erano mediamente ignoranti, ma alcune cose le conoscevano bene. Sapevano, per esempio, ciò che era di loro proprietà e ciò che non lo era.
Sapevano di avere il diritto a mangiare quello che riuscivano a produrre ed il diritto a lavorare il loro pezzo di terra come meglio ritenevano.
Sapevano che la porzione che si sarebbero trovati sul piatto dipendeva fortemente da quanto sgobbavano, ma anche da una certa dose di fortuna. Sapevano che se il loro raccolto di mais fosse stato decimato dalla grandine, anche la loro dose di polenta si sarebbe ridotta. Eppure non si sognavano nemmeno di andare a reclamare da qualcuno la polenta mancante. Sapevano anche che se i vicini avessero avuto la fortuna di avere un terreno migliore, a parità di lavoro le patate dei vicini sarebbero state più grosse e numerose. Ciononostante i nostri nonni, si sarebbero sentiti dei criminali ad avanzare diritti sulle patate altrui.

Poi venne l’era dei nostri genitori che – chi più chi meno – ebbero la fortuna di godere dei benefici della divisione del lavoro. Il piccolo capitale (culturale, tecnologico ed economico) duramente conquistato dai nonni, permise loro di specializzarsi in altri lavori. Fu così che i nostri padri scoprirono come si trovassero molte più patate e molta più polenta nel piatto stando seduti davanti ad un tecnigrafo a disegnare un nuovo aratro per i trattori, piuttosto che andando direttamente nel campo a zappare.
Arrivò il “benessere”: la divisione del lavoro era sempre più evoluta e gli scambi sempre più vari e globali. Non più solo polenta e patate dal proprio lavoro, ma qualsiasi genere di bene proveniente da ogni parte del mondo. I nostri genitori, grazie all’istruzione divenuta alla portata di molti, divennero mediamente più colti e preparati della generazione precedente che aveva dato loro i mezzi economici per studiare. La loro preparazione gli permise di ottimizzare la produzione e gli scambi, creando così nuova ricchezza. Purtroppo, a fronte di tante nozioni così importanti apprese dalla generazione dei nostri padri e delle nostre madri, molti di loro ne disimpararono una ancor più fondamentale. Si diffuse massivamente tra quella generazione un vecchio virus che mirava a distruggere i concetti basilari ben noti, non solo ai nostri nonni, ma ai più lontani antenati a cui potremmo riuscire a risalire. Il concetto del nonno secondo cui se produci 5 patate, non puoi pretendere di mangiarne 6, diventava vetusto, antiquato, ottocentesco.

Ognuno ha diritto ad una razione “equa” e ad un lavoro “dignitoso”.
Quant’è la razione “equa”? Chi decide come dev’essere il lavoro per essere “dignitoso”? Da chi la prendo la patata mancante? Si chiedeva il nonno.
“La Società, il Popolo…Noi! Noi produciamo e decidiamo, vecchio ignorante!”

I nostri genitori si divisero tra profeti, fedeli, indifferenti ed impotenti all’avanzare del nuovo Credo.
Probabilmente i nonni, fidandosi dei loro figli istruiti, non osarono opporsi al Sol dell’Avvenire pur continuando a non capire dove si trovassero tutti questi contadini disposti a zappare la terra per cavar patate che sarebbero finite in buona parte su tavole altrui.
Il fatto che i nonni non capissero, non era un vero problema. Il vero problema è che nemmeno la Realtà delle Cose “capiva”. La Realtà delle Cose – questa cocciuta – insisteva a riproporsi secondo la primitiva logica delle cause che generano effetti. La Realtà delle Cose (maledetta anarchica!) se ne fregava bellamente dei nuovi dogmi secondo cui ad ognuno, per legge, dovessero spettare 6 patate. Per la Realtà delle Cose il numero di patate a disposizione non era una variabile indipendente decretabile per legge, ma il prodotto di un motore alimentato da una complessa miscela di incentivi, sacrifici, idee, scelte ed ambizioni individuali. Per tutta risposta i nuovi profeti decisero che per il perseguimento del bene comune, la Realtà delle Cose si sarebbe dovuta piegare alla Volontà Popolare. Fu così che venne messa democraticamente in minoranza. Ma più il “Popolo”, oramai convinto del diritto divino delle 6 patate, pretendeva dal motore del benessere, più la Realtà delle Cose si ribellava e cinicamente occultava il carburante. Provarono di tutto: crearono nuovi “lavoratori” mantenuti dalla collettività proprio con lo scopo di gestire la produzione collettiva di patate e la sua allocazione. In risposta alle carestie di patate cominciarono addirittura a stampare dei buoni-patata cartacei che davano diritto alla riscossione di una patata e li distribuirono ai bisognosi. Ma più si pretendeva, meno si otteneva. Di chi era la colpa? Chi si fregava le patate mancanti? Perché nonostante tutti questi nobili sforzi collettivi per l’appagamento delle esigenza del popolo, mancavano sempre più patate? La generazione dei nostri genitori si poneva ostinatamente queste domande e giunse alla conclusione che la soluzione fosse…impiegare ancor più risorse nella lotta alla maledetta Realtà delle Cose. Forse temevano di porre tutte queste domande ai propri genitori per il timore di sentirsi rispondere che l’unico posto dove si potevano trovare ulteriori patate era il campo. No, troppo naif. C’era per forza qualcuno o qualcosa che si fregava le patate. Negli anni si scoprirono svariati colpevoli: il Capitalismo, lo sfruttatore borghese, il consumismo, l’avidità, l’ingordigia, l’egoismo. Furono tutti processati e fucilati in pubblica piazza. Ma le patate continuavano a latitare.

Sono passati tanti anni, le patate latitano sempre più ed ora sarebbe il nostro turno. Spetterebbe a noi, ora, generazione dei videogames e degli esagerati anni ’80, far progredire il benessere, toccherebbe a noi ora trasformare l’eredità dei nostri genitori in ricchezza come loro hanno fatto con i loro genitori. Sarebbe nell’evoluzione naturale del progresso, ad esempio, cercare di informatizzare la gestione della costruzione di quel famoso aratro al fine di aumentare l’efficienza della produzione di patate e creare nuova ricchezza. Invece, non ci sono più patate per mantenerci mentre studiamo il metodo per migliorarne la produzione. Stavolta la Realtà delle Cose pare che sia incazzata sul serio.
Ancor più nuovi profeti, figli dei precedenti “nuovi profeti” hanno già pronti i colpevoli: stavolta si chiamano “speculatori”, “mercatismo”, “banche”, “finanza”, “agenzie di rating”. Il loro peccato mortale pare sia principalmente quello di preferire le patate reali ai buoni cartacei con su scritto “patata omaggio“.

Siamo realmente convinti che possa essere un nuovo rito sacrificale a darci le patate che ci spettano?

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5 Comments » 5 Responses to Non desiderare la patata d’altri

  1. John Galt on giugno 15, 2012 at 11:49

    Grandissimo articolo.

  2. Ciccio on giugno 15, 2012 at 13:09

    Non condivido la mitizzazione dei “nonni”. Questi mitici “nonni” non hanno in nessun modo cercato di fermare il delirio, anzi sono ancora oggi i maggiori beneficiari delle sovvenzioni, del clientelismo, delle baby pensioni, delle reversibilità.

    Sono quelli che, versando i contributi, hanno ricevuto in cambio il doppio o il triplo, e non hanno mai voluto sentir parlare di armonizzazione della spesa per favorire i giovani. Sono quelli che hanno votato per cinquant’anni chiedendo tutto questo.

    Sono quelli che hanno lavorato meno in Europa, andando in pensione prima. Sono quelli che insieme alla Lega (visto che si parla di Veneto) hanno chiesto la testa di Berlusconi appena, nel ’94, si è pronunciata la parola “pensione”, facendolo ripiegare definitivamente sulle mignotte.

    Trascinati dai figli? Non è vero. E comunque chi si lascia trascinare ha la stessa responsabilità del trascinatore.

    La responsabilità (non ci importa della colpa) del disastro economico italiano è attribuibile in gran parte a quelli che oggi sono anziani. E sempre gli anziani non sono da meno nella comoda attribuzione della responsabilità ad altri (i “politici”, le “banche”, i “ladri”, il “governo”).

  3. CARLO BUTTI on giugno 15, 2012 at 14:40

    Io sono un “anziano” d’oggi, che non ho dato alcun contributo allo sfascio di cui siamo vittime. I miei nonni, nati nell’Ottocento e morti ormai da decenni, non lavoravano la terra, ma in fabbrica:posso però attestare che avevano le stesse doti attribuite nel bell’articolo ai vecchi coltivatori di patate. C’è nonno e nonno, dipende dalla data di nascita. Lei quando è nato,caro Ciccio? Io sono un vecchio (“anziano” è termine politicamente corretto, che aborro) del 1947.

  4. Atroce on giugno 15, 2012 at 16:34

    Non credo di aver mitizzato la generazione dei nonni (che nel mio caso si riferisce a quella dei primi 30 anni del secolo scorso). Però avendo a che fare con una economia primitiva e ancora relativamente poco corrotta dalle intrusioni dello Stato, erano ancora piuttosto immuni da certe farneticazioni stataliste. Non è un loro merito, l’ambiente in cui sono cresciuti era più rispettoso di certi valori che poi lo Stato ha calpestato (anche a causa loro).

  5. Gianfranco Favaro on giugno 15, 2012 at 17:10

    Ciao Atroce
    Bellissimo articolo, complimenti.

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