“Government failure: a primer in public choice” – una recensione

giugno 18, 2012 1 Comment
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Tra gli anni sessanta e gli anni settanta, James Buchanan, che sarà poi, per questo, insignito del premio Nobel per l’economia, opera una rivoluzione metodologica nello studio dei sistemi politici, applicando ad essi i metodi d’analisi tipici della scienza economica, e pone le basi per lo sviluppo della cosiddetta teoria della Public Choice.
Sebbene vi siano stati numerosi precursori ( tra i quali non si possono non citare gli italiani Vilfredo Pareto e Maffeo Pantaleoni) e nonostante la pionieristica opera di Duncan Black negli anni ’40, è la pubblicazione di “The Calculus of Consent: Logical Foundations of Constitutional Democracy” nel 1962 che segna una tappa fondamentale per la Teoria delle scelte pubbliche.
Questo testo James M. Buchanan lo scrive con la fondamentale collaborazione di Gordon Tullock, il quale, a tutti gli effetti può essere considerato il cofondatore della disciplina.
Proprio per questo la sua presenza tra gli autori di questo testo introduttivo alla teoria e ai suoi principi fondamentali,“Government failure : a primer in public choice” edito dal Cato Institute (in vendita su Amazon in brossura o ebook oppure qui in pdf), rende quest’ultimo particolarmente apprezzabile e interessante.
Molto spesso e molto volentieri chi perora la causa dell’intervento statale in economia lo fa asserendo che l’esistenza di “imperfezioni” del mercato, e i sui conseguenti fallimenti, giustificherebbe le azioni “correttive” del governo. Demsetz ha osservato che alla base di questa convinzione relativa al ruolo da Deus ex Machina che lo stato parrebbe ricoprire in economia c’è una fallacia, da lui battezzata “Nirvana fallacy”, consistente nel considerare come elemento di paragone non uno stato o un governo reali ( o quantomeno realistici), bensì una sua versione ideale, iperurania e perfetta, di fronte alla quale le perfettibilità del mercato reale appaiono immancabilmente come failures fatalmente determinanti nel far pendere la bilancia verso lo statalismo.
Attraverso questo testo si può arrivare a comprendere, invece, quali siano le government failures che gli avversari del libero mercato non vedono ( o vogliono far finta di non vedere).
La prima parte del libro, curata direttamente da Tullock, delinea una sintesi dei temi dominanti della ricerca condotta dai teorici della public choice.
Il primo e fondamentale aspetto che Tullock tiene a sottolineare è che nell’adottare questa prospettiva viene abbandonato un pregiudizio profondamente radicato negli studiosi di scienze sociali; si abbandona, cioè, l’idea che l’uomo, agendo da privato cittadino, sia mosso dalla ricerca del proprio utile personale ma che nel dedicarsi all’azione politica svesta questi panni per indossare quelli più nobili del curatore disinteressato del bene comune.
Secondo Tullock “Si assume che gli stessi individui che entrano in un supermarket e che comprano degli oggetti a loro piacimento, quando esercitano il loro diritto di voto, lo facciano votando non quei politici e per quelle leggi che li beneficierebbero direttamente, bensì per quelli che agiranno a beneficio della nazione nel suo insieme. Le persone nei supermercati acquistano quel cibo e quei beni, datone il prezzo, che stimano essere utili a sè stessi e alle proprie famiglie. Tuttavia, quando si considerano come politici, si presume che avvenga una trasformazione tale da spingerli, guidati da una prospettiva più ampia, a prendere decisioni moralmente corrette e non a soddisfare gli interessi dei gruppi che li hanno favoriti o a adottare politiche che possano garantire una facile rielezione.”
Paradossalmente, secondo Tullock, mentre, a partire da questa assunzione, è stato possibile produrre una scienza economica capace di spiegare come dalla ricerca di ciascuno del proprio personale interesse è possibile che scaturisca un equilibrio tale da garantire un vantaggio generale, se non si adotta questa prospettiva anche nell’analisi dell’agire politico non si può essere in grado di dimostrare come dall’azione di un governo possa essere tutelato questo stesso interesse pubblico.
A partire da questo assunto, perciò, Tullock riesce a delineare un framework teorico che permette di spostare l’analisi dell’azione politica da un piano normativo astratto e idealizzato a uno realistico e positivo e che ci consente di individuare e descrivere compiutamente quei “fallimenti del governo” cui il libro è dedicato.
Vengono, perciò, descritti fenomeni che, a ben rifletterci, sono parte della nostra esperienza quotidiana e che nell’accanita pamphlettistica antimercatista sembrano non appartenere al Nirvana statale che ci garantirebbe protezione dalla malvagia barbarie del mercato.
Eppure, al solo evocarli, ciascuno di noi sarebbe in grado di fornire numerosi esempi concreti di questi fenomeni: il voto di scambio, il cosiddetto pork-barrell spending, i conflitti di interesse, il rent seeking sono solo alcune delle imperfezioni che rendono l’azione intrusiva dello stato e dei governi causa di inefficiente allocazione dei beni.
Nella visione degli studiosi della scelta pubblica questi fenomeni non sono accidentali ma inerenti e ineludibili e ciò fa sì che non si possa accogliere sensatamente l’idea che l’azione governativa sia da considerare aprioristicamente come preferibile, anche in relazione alla gestione dei public goods.
La seconda e terza parte del libro sono dedicati all’analisi concreta di come i Government Failures provochino effetti distorsivi sul mercato e sulla società nel Regno Unito e negli Stati Uniti. Al di là dei casi specifici è interessante notare come anche in paesi descritti dalla nostrana retorica antimercatista come degli inferni liberisti appaia evidente la propensione dei governi ad espandere incontrollatamente la loro sfera d’azione proprio per effetto della tendenza delle persone che traggono il loro vantaggio dall’esistenza di un governo ipertrofico ad agire, appunto, non nell’interesse generale ma nella chiara intenzione di tutelare il loro proprio, personale, tornaconto.
In sintesi, l’azione del governo non è che l’azione di chi attraverso di esso cerca di massimizzare la propria utilità. Ciò significa che l’azione dei governi non è intrinsecamente volta a tutelare l’interesse pubblico, ammesso che quest’ultimo esista, a meno che questo interesse non coincida accidentalmente con quello di chi opera a nome del governo. Va notato, infine, che nella nazione che indice demagogici referendum sull’acqua pubblica per poi disattenderli all’occorrenza, probabilmente sarebbe utile che idee e testi come questo avessero maggiore diffusione per contrastare l’imperante mainstream retorica del Nirvana statale e pubblico.

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1 Comment » One Response to “Government failure: a primer in public choice” – una recensione

  1. vaaal on giugno 21, 2012 at 17:58

    bello, bellissimo articolo

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