Costituzione italiana e libertarismo

giugno 25, 2012 2 Comments
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Il titolo terzo della Costituzione della Repubblica Italiana è dedicato ai Rapporti Economici. Nel momento storico in cui tale costituzione è stata promulgata l’orientamento prevalente, anche in ambito liberale ( si ricordi la polemica tra Benedetto Croce e Luigi Einaudi), era tale da non considerare le libertà economiche tanto fondamentali quanto lo possano essere quelle politiche.

Si considerava di fondamentale importanza, giustamente, marcare il distacco e la differenza rispetto al regime fascista appena caduto, eppure, nonostante l’enorme espansione dell’ intervento statale nell’economia durante il ventennio mussoliniano, venne dato un tratto di forte continuità alle politiche economiche adottate.
Einaudi fu, come già detto, uno dei pochi a cercare di introdurre un maggior apporto di “liberismo”, senza successo.
L’esito finale lo si può vedere, in modo particolare, negli articoli 41 e 42.
L’articolo 41 recita:
“L’iniziativa economica privata è libera.
Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.
La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali.”

Nel primo comma viene riconosciuto a tutti il diritto di svolgere ogni attività economica. In un contesto realmente liberale, probabilmente, l’enunciato si sarebbe fermato qui, o al più, si sarebbe, ad esclusione del riferimento all’utilità sociale, conservato il secondo comma.
Il riferimento all’utilità sociale modifica profondamente il secondo comma, poiché attraverso di esso non pone solo dei limiti negativi ( non si può fare ciò che è dannoso per la sicurezza, la libertà e la dignità altrui) ma crea un vincolo positivo: non basta che io, con le mie iniziative economiche, crei per me un guadagno senza ledere alcuno.
E Palmiro Togliatti, a sottolineare il significato compromissorio della formula della funzione sociale della proprietà, che vedremo espressa nell’articolo 42, ebbe a osservare che quella espressione risentiva del clima politico-ideologico dell’epoca. «Scrivendo una Costituzione corrispondente a un periodo transitorio di lotta per un regime economico di coesistenza di differenti forze economiche, che tendono a soverchiarsi le une con le altre, era evidente che in materia di proprietà privata – e di iniziativa economica privata (art. 41 Cost.) – occorresse raggiungere un accordo soddisfacente per tutte le parti politiche rappresentate alla Costituente. In questo periodo – proseguiva Togliatti – è evidente che la lotta che si conduce non è diretta contro la libera iniziativa e la proprietà privata dei mezzi di produzione in generale, ma contro quelle particolari forme di proprietà privata che sopprimono l’iniziativa dei vasti strati di produttori e, particolarmente, contro le forme di proprietà privata e monopolistiche, specie nel campo dei servizi pubblici che tendono a creare nella società dei concentramenti di ricchezze che vanno a danno della libertà della grande maggioranza dei cittadini e quindi vanno a scapito dell’economia e della politica del paese».
Si osservi che il terzo comma, infatti, prescrive che lo stato debba, attraverso l’attività legislativa, indirizzare e coordinare l’attività economica, sia pubblica che privata.
Questo concetto venne espresso in altri termini, in assemblea costituente da Montagnana: “Noi vogliamo, che la proprietà personale dei cittadini – purché non venga usata in modo contrario all’interesse sociale – sia, assieme al risparmio, tutelata dalla legge, e vogliamo pure che l’iniziativa dei privati – purché venga indirizzata nell’interesse della Nazione – sia aiutata e sollecitata. Ma tra queste affermazioni e l’affermazione della necessità di un piano economico, non esiste contraddizione alcuna, né formale né sostanziale, poiché le une e l’altra affermazione tendono in sostanza ad un unico scopo: assicurare il benessere e l’indipendenza economica del Paese con l’aumento della produzione.
Si osservi come questa visione, de facto, comporti che la libertà d’iniziativa economica non sussista realmente, per lo meno nel senso in cui un libertarian la intenderebbe.
Sotteso a tutto il dibattito sul titolo terzo, in costituente, c’è l’intendimento comune al cattolicesimo politico e alle forze di sinistra espresso da Piero Calamandrei, che ebbe appunto a considerare la formula della funzione sociale della proprietà come l’emblema della nuova società civile che si andava costruendo dopo il periodo della dittatura, vero e proprio segno di quella rivoluzione sociale «meglio che mancata, non ancora compiuta: non compiuta nel presente, ma promessa ». Si voleva, e si è voluto, riplasmare la società italiana, mutando la prospettiva che vede la proprietà e la libertà economica come strumenti di difesa contro l’arbitrio e l’eccesso del potere sovrano, in quella che le vede solo come concessioni volte a favorire il bene comune, comunque inteso come prioritario se comparato con quello individuale. E la convergenza è tale tra cristiano-sociali e comunisti da far sì che Malvestiti possa dire:“Su una constatazione noi dobbiamo almeno essere d’accordo: che il divorzio fra politica ed economia è assurdo: che il sistema economico deve creare le condizioni di possibilità di esercizio della libertà politica; che le prerogative individuali sono illusorie per chi non è in grado di risolvere il problema del pane quotidiano.
Processo al capitalismo? Direi qualche cosa di più : direi processo ad una libertà che della vera libertà non aveva che un volto menzognero, perché aveva soltanto garantito la libera sopraffazione gabellata per libera concorrenza; lo sfruttamento tra le classi e tra i popoli; l’insopportabile costo umano della produzione; il caos dei prezzi.
Ora, si può, sia pure benevolmente, sorridere del candido richiamo del nostro La Pira al carattere cristiano della nostra Costituzione; ma non si deve dimenticare che il processo al liberalismo, alla sua filosofia e alle sue origini storiche – il processo che noi stessi stiamo facendo e che dobbiamo portare fino in fondo – è stato inventato alcuni secoli or sono – dai giorni stessi di Lutero – dalla Chiesa cattolica.
E permettetemi anche di dire che si capirà poco della Democrazia cristiana – il che potrebbe non essere un gran male – ma si capirà ancor meno del nostro tempo – il che, più ancora che un delitto, è un errore – se non ci si renderà conto che la democrazia cristiana in tutto il mondo, forte delle sue tradizioni e della sua dottrina sociale, non ritiene affatto che non si debba tentare di raddrizzare l’ingiustizia sociale con altri mezzi che non siano la carità e rifiuta nel modo più sicuro, più perentorio, più impegnativo, di essere l’estremo baluardo del privilegio economico.”

Il contrasto con una visione libertarian diventa ancora più evidente se, come si anticipava citando Togliatti, si considera l’articolo 42:
“La proprietà è pubblica o privata. I beni economici appartengono allo Stato, ad enti o a privati. La proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge, che ne determina i modi di acquisto, di godimento e i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti.
La proprietà privata può essere, nei casi preveduti dalla legge, e salvo indennizzo, espropriata per motivi d’interesse generale.
La legge stabilisce le norme ed i limiti della successione legittima e testamentaria e i diritti dello Stato sulle eredità.”

Sicuramente si può essere d’accordo con Antonio Martino nel dire che: “L’intero articolo è dedicato a sottolineare che il legislatore costituente considera la proprietà privata come un evitabile fastidio. Nell’elenco dei proprietari del primo comma i privati vengono per ultimi, lo Stato per primo; al secondo comma si pone la proprietà pubblica prima di quella privata; al terzo comma si chiarisce che questo fastidioso residuo del passato viene sopportato solo se accessibile a tutti e tale da svolgere una non meglio precisata “funzione sociale”; infine al quarto comma si ritiene inevitabile ribadire che lo Stato è, assieme (o prima?) agli eredi, titolare di un diritto di eredità. Nulla si dice sul legame inscindibile che unisce la proprietà privata alla tutela della libertà personale, né si fa cenno che un’economia libera e aperta è impossibile in assenza di ben definiti e rigorosamente protetti diritti di proprietà privata e di contratto.”
Esistono letture diverse e meno tranchant di questo articolo, e secondo Giovanni Tarello se ne possono individuare almeno sei principali, da quella più vicina alle teorie liberali, che sottolinea il riconoscimento della proprietà come diritto naturale fino a quella per cui solo la legge potrà riconoscere, nei limiti anche quantitativi che ne rendono possibile la funzione sociale di equa distribuzione della ricchezza, la proprietà privata in ragione della possibilità di accesso di tutti i cittadini a un quantitativo determinato di beni. La lettura degli atti dell’assemblea costituente sembrano avallare, però, la lettura proposta da Martino.
Potrebbe apparire, ora, che questo post, con tutti i limiti derivanti dal fatto di non essere stato scritto da un esperto di diritto costituzionale, sia un esercizio futile, poiché è proprio del pensiero anarco-capitalista non potersi accordare con le idee ispiratrici della costituzione italiana, per lo meno in ambito economico.
Eppure se si legge con attenzione il resoconto degli atti della costituente si vede che a soccombere furono anche i liberali che, cedendo in materia di libertà economiche, hanno compromesso la natura stessa di questa costituzione, e di conseguenza la possibilità che in questa repubblica possano mai affermarsi politiche di stampo liberale, ancor prima che libertarie.

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2 Comments » 2 Responses to Costituzione italiana e libertarismo

  1. Renzo on giugno 25, 2012 at 07:30

    La costituzione italiana si potrebbe riassumere così: “Lo Stato può farti tutto quello che vuole ma tu hai il diritto di lamentarti”

  2. CARLO BUTTI on giugno 25, 2012 at 17:19

    Fin dai tempi dell’Unità da noi la libertà d’intrapresa è stata inquinate dal potere politico: faceva comodo ai governi e faceva comodo ai grandi potentati economici, fossero l’industria pesante del Nord o i latifondisti del Sud.Questo è uno dei motivi per cui il nostro capitalismo è ancor oggi fortemente ammanicato con i pubblici poteri, su cui scarica volentieri le perdite e da cui riceve altrettanto volentieri favori. In questo senso, tra l’Italia liberale, ,l’Italia fascista e l’italia repubblicana c’è un’evidente continuità.

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