Il ministro, la costituzione e il libertarismo

luglio 2, 2012 3 Comments
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La recente intervista del ministro Fornero al WSJ, contente l’involontariamente provocatoria affermazione che “il lavoro non è un diritto, bisogna guadagnarselo, anche con sacrificio”, ha scatenato un pesante fuoco di sbarramento in difesa del “diritto sancito dalla costituzione” al lavoro. Agli immancabili custodi in servizio permanente effettivo dell’ortodossia si è aggiunto, persino, il leghista Gianvittore Vaccari, in vena di celie, che si chiede se la signora ministro abbia giurato su Topolino anziché sulla costituzione italiana.
La tardiva precisazione del ministro, ovviamente, ha solo un significato relativo, poiché non tocca la sostanza della cosa, ma si limita a un cavilloso distinguo.
Il dato di fatto è che, ahimè, hanno ragione i critici e ha torto il signor ministro.
Se leggiamo il primo comma del primo articolo della costituzione della Repubblica Italiana ( “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.” ) e riflettiamo sulla posizione che occupa, ancor prima di cercare di ripercorrere il dibattito che ha portato alla sua formulazione in assemblea costituente, non possiamo ignorare quali siano i principi che la informano.
Facciamo un passo indietro, però, e torniamo al 16 ottobre del 1946, quando Giorgio La Pira, esponente di spicco della Democrazia Cristiana, propone, alla prima Sottocommissione della Commissione per la Costituzione, che venga inserito un articolo che reciti :“Il lavoro è il fondamento di tutta la struttura sociale, e la sua partecipazione, adeguata negli organismi economici, sociali e politici, è condizione del nuovo carattere democratico”.
A questa prima formulazione del cosiddetto “principio lavoristico” che pervade e anima tutto il testo, fece seguito la controproposta di Togliatti che si disse convinto che era necessario anteporre all’articolo della Costituzione la seguente definizione: “Lo Stato italiano è una Repubblica di lavoratori, poiché la formulazione di La Pira gli parve poco sufficiente: “sembra di trovarsi di fronte non ad un’ affermazione politica di volontà del legislatore, ma quasi ad una constatazione di fatto”.
E’ inutile, sin da qui, sottolineare quanta distanza ci sia tra la visione libertarian e quella proposta nelle parole appena citate. E si osserva come sia da parte comunista che da parte democristiana era condivisa questa volontà di usare la legge fondamentale dello stato nascente per effettuare un esperimento di ingegneria sociale.
A precisare la possibile consonanza tra la proposta di La Pira e di Togliatti ci pensò Giuseppe Dossetti affermando che la formula: “Il lavoro è il fondamento di tutta la struttura sociale”, era non solo una constatazione di fatto, ma
un dato costitutivo dell’ordinamento: un’affermazione di principi costruttivi.
Attraverso varie riformulazioni e coi successivi contributi di Moro (“Lo Stato italiano è una Repubblica democratica. Essa ha per suo fondamento il lavoro e la partecipazione concreta di tutti i lavoratori all’organizzazione economica, sociale e politica del Paese), si giunge alla formulazione finale, frutto della mediazione operata da Amintore Fanfani, che tutti conosciamo.
A sottolineare quale sia il significato profondamente costruttivista dell’enunciato vale la pena citare proprio le parole di Fanfani:“Dicendo che la Repubblica è fondata sul lavoro, si esclude che essa possa fondarsi sul privilegio, sulla nobiltà ereditaria, sulla fatica altrui e si afferma invece che essa si fonda sul dovere, che è anche diritto ad un tempo per ogni uomo, di trovare nel suo sforzo libero la sua capacità di essere e di contribuire al bene della comunità nazionale. Quindi, niente pura esaltazione della fatica muscolare, come superficialmente si potrebbe immaginare, del puro sforzo fisico; ma affermazione del dovere d’ogni uomo di essere quello che ciascuno può, in proporzione dei talenti naturali, sicchè la massima espansione di questa comunità popolare potrà essere raggiunta solo quando ogni uomo avrà realizzato, nella pienezza del suo essere il massimo contributo alla prosperità comune. L’espressione «fondata sul lavoro» segna quindi l’impegno, il tema di tutta la nostra Costituzione (A. c. 22 marzo 1947)
Non stupisce, perciò, l’insistente ricorrenza del riferimento al lavoro e ai lavoratori anche negli articoli successivi. Nell’articolo 3, al secondo comma, (“E` compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.”) torna il riferimento al lavoratore e si osserva la convergenza tra la concezione marxista, che vede il lavoro e il lavoratore incorniciati nella dinamica dei rapporti di produzione, e quella cattolica sociale che concepisce il lavoro come realizzazione di se stessi e del proprio prossimo, per citare direttamente la più recente formulazione espressa in prima persona da Karol Wojtyła.
Con tutto il rispetto che si deve alle idee che non si condividono, questa consonanza, che tanto piace agli estimatori della nostra carta fondamentale, per un minarchico, per un libertarian e, ovviamente, per un anarcocapitalista, può essere affiancata solo da un aggettivo: perversa.
Le due visioni, agendo di concerto attraverso la nostra legge, costituiscono una tenaglia che intrappola l’individuo e crea i presupposti per plasmarlo nello stereotipo, nella figura astratta e spersonalizzata del “lavoratore”, negandogli alla fine proprio quell’individualità che apparentemente vorrebbe garantire. E anziché offrire l’eguaglianza delle opportunità e l’isonomia si cerca di produrre un’artificiosa uguaglianza sostanziale, che ci rende eguali nello stesso modo in cui lo sono delle bianche palle da biliardo, allo scopo di permettere il raggiungimento della “massima espansione di questa comunità popolare”.
E giungiamo, così, all’articolo 4, citato costantemente per contestare ( lo ribadisco, purtroppo, a ragione) la signora ministro:“La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.
Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.”

Nelle discussioni in Assemblea Costituente che portarono alla redazione dell’art. 4, comma 1 la questione fondamentale è stata lo stabilire la gradazione con cui il diritto al lavoro dovesse essere inteso come attuale o potenziale.
La formulazione originaria, proposta ancora una volta da Amintore Fanfani, si badi, era decisamente più sbilanciata verso una forma positiva e attuale del diritto al lavoro:“La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e predispone i mezzi necessari al suo godimento. Anche nelle forme più blande, però, la natura di diritto positivo del diritto al lavoro espresso in questo articolo è esplicita e non v’è possibilità di intenderlo per come lo intende il nostro signor ministro, che vorrebbe ( e quanto vorremmo anche noi libertarian che fosse così) leggerlo come un diritto negativo. Allo stato è dato mandato di promuovere le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Nelle parole di Fanfani, pronunciate in assemblea costituente il 10 Settembre del 1946, la costituzione non doveva limitarsi all’enunciazione di principi generici (come vorremmo noi libertari, imbevuti di dottrine anglosassoni) ma “cose fattibili”. Ma si badi, questo intromettersi dello stato non è fine a sé stesso, e il secondo comma ci disvela che ciascuno di noi non lavora per sé stesso e per poter, come in altri ben più felici lidi, perseguire la propria personale ricerca della felicità, bensì per concorrere al progresso materiale e spirituale della società.
Se si vuole cogliere come questa impostazione fosse di impronta autoritaria e come tracce di questo autoritarismo ancora permangano nella sua formulazione attuale, basti citare l’articolo 31 del progetto di costituzione della repubblica italiana: “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni per rendere effettivo questo diritto.
Ogni cittadino ha il dovere di svolgere un’attività od una funzione che concorra allo sviluppo materiale o spirituale della società, conformemente alle proprie possibilità e alla propria scelta.
L’adempimento di questo dovere è condizione per l’esercizio dei diritti politici.”

Il terzo comma di tale articolo, fortunatamente cassato, mostra come, senza soluzione di continuità, si parta dall’enunciazione di un diritto all’imposizione di un dovere, a cui corrisponde, in caso di inadempienza, la deminutio capitis media del cittadino, nei termini precisi espressi dal diritto romano: «Minor sive media est capitis deminutio, cum civitas amittitur,: libertas retinetur; quod accidit ei, cui aqua et igni interdictum fuerit» secondo Gaio.
E perciò, nonostante la signora ministro abbia detto qualcosa che è in contrasto con la lettera e lo spirito della nostra costituzione, mi sento di dire che preferisco la sua visione, per cui il lavoro è qualcosa da conquistare, anche col sacrificio, alla subdola Gleichschaltung con cui si è voluto dare un’impronta ideologica all’intera società.

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3 Comments » 3 Responses to Il ministro, la costituzione e il libertarismo

  1. CARLO BUTTI on luglio 2, 2012 at 15:37

    Bell’articolo davvero, complimenti all’autore. Una noticina forse fuori tema: non ho mai capito che cosa sono e come possono stare concettualmente in piedi i diritti-doveri. Se diritto è ciò che si può fare e dovere ciò che si deve fare, dire diritto-dovere è come dire libertà-necessità. Un cerchio quadrato! Talora ho l’impressione, forse dovuta a mia pochezza mentale, che la logica dei legulei non coincida del tutto con quella di Aristotele.

  2. Gian Piero de Bellis on luglio 2, 2012 at 18:56

    A mio avviso un libertario non dovrebbe avere nessun problema ad accettare il diritto al lavoro, cioè il diritto (naturale) a svolgere una attività produttiva senza alcuna interferenza da parte del potere (in questo caso lo stato). Quando invece in italia si parla di diritto al lavoro si intende: diritto al posto di lavoro creato da altri. Quindi è questa ambiguità che va chiarita se no continuiamo a discutere sulle nuvole e non arriviamo mai da nessuna parte. Anzi, finiamo per confondere le carte in tavola (come fa il ministro Fornero) e ci asserviamo ancora una volta al potere statale mentre sta promulgando l’ennesima legge sul lavoro (cioè sulla distruzione del diritto naturale al lavoro attraverso le sue assurde soffocanti interferenze).

  3. Luigi on luglio 2, 2012 at 20:08

    Grazie, Carlo, per i complimenti.
    Relativamente al concetto di diritto-dovere, credo che sia un’altra “perla” del pensiero giuridico italico.
    In un post precedente, in cui recensivo la traduzione italiana di una bellissima opera di De Jasay, citavo Hohfeld e la sua analisi del concetto di diritto. Secondo Hohfeld diritto ( diritto positivo, chiamiamolo pretesa) e dovere ( inteso come obbligazione) sono correlativi.
    Ciò vuol dire che se A accampa un diritto nei confronti di B, B sarà tenuto a espletare un dovere per soddisfare, appunto, la pretesa di A. In questo caso non ha senso parlare di diritto-dovere.
    Nel caso di un diritto negativo ( una “libertà da”) il dovere è il concetto opposto, per cui, in questo caso non solo il concetto di diritto-dovere è non pertinente, ma è addirittura autocontraddittorio.
    Lasciami dire che, a mio avviso, quando si estrae dal cappello il “diritto-dovere” lo si fa per mascherare l’ambizione dello stato a voler agire da monopolista in qualche ambito (“diritto-dovere allo studio…”).

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