E se fosse la democrazia la causa di questa crisi?

luglio 3, 2012 10 Comments
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Leggendo Democrazia, il dio che ha fallito (Democracy the god that failed) di Hans-Hermann Hoppe non ho potuto fare a meno di prendere appunti tanti sono gli spunti di discussione presenti in quest’opera affascinante. Hoppe utilizza argomenti logici e ci sbatte in faccia la cruda verità, scomoda, controintuitiva e sconcertante. La tesi di Hoppe è che la democrazia non è il miglior metodo di organizzazione sociale e che tra la monarchia assoluta – anch’essa imperfetta – e la democrazia sia preferibile la prima. Si tratta di una storia di parassitismo in ambedue i casi ma nel primo il parassita è uno o pochi componenti della sua famiglia e l’abuso di potere è sensibilmente minore rispetto a quello che succede in democrazia perché:

“Il proprietario di un governo privato cercherà inevitabilmente di massimizzare la sua ricchezza totale; per esempio il valore attuale della sua proprietà e dei suoi profitti attuali. […] là dove niente è stato prima prodotto, niente può essere espropriato; e dove tutto è espropriato, tutta la futura produzione arriverà alla sua fine. Come risultato di questo il proprietario di un governo privato eviterà di sfruttare i suoi sudditi così pesantemente, per esempio riducendo i suoi potenziali guadagni futuri a tal punto che il suo attuale valore della sua proprietà possa davvero crollare. Invece, per poter preservare o possibilmente aumentare il valore della sua proprietà personale si tratterrà sistematicamente da politiche di sfruttamento. Perché più basso è lo sfruttamento più produttiva sarà la popolazione di sudditi e più produttiva la popolazione più alto sarà il valore del monopolio di espropriazione del padrone. Utilizzerà il suo privilegio monopolistico, ovviamente. Lui sfrutterà. Ma come il proprietario del governo privato è nel suo interesse prelevare parassiticamente sulla crescente produttività della prosperosa economia non governativa perché questo aumenterà senza alcuna fatica la sua ricchezza e prosperità. […]

In contrasto, un custode provvisorio di un governo pubblico cercherà di massimizzare non la ricchezza totale del governo ma il profitto attuale. Infatti anche se il custode vorrebbe in maniera diversa non potrebbe. Invece di mantenere la proprietà del governo, come un proprietario privato farebbe, un custode provvisorio del governo userà velocemente più risorse del governo che può, perché per ciò che non consuma adesso, non riuscirà mai a consumare in futuro. […] Per un custode, al contrario di un proprietario privato, la moderazione ha solo svantaggi e nessun vantaggio.”

Trattasi quindi di due parassiti, non c’è dubbio, ma il proprietario di un regno ha tutto l’interesse affinché la ricchezza delle sue terre e di chi produce ricchezza in quelle terre rimanga e possa essere passato ai propri figli. Chi invece riceve un “regno” pubblico per un mandato provvisorio farà di tutto per spendere il più possibile perché se non spende ORA non potrà più farlo dopo il suo mandato.

Basterebbe guardare come si comportano gli umani ai buffet gratuiti: i presidenti democratici vivono in un continuo buffet come ha dimostrato la differenza tra Giorgio Napolitano e la Regina d’Inghilterra.

“La combinazione di questi fattori correlati – proprietà pubblica del governo più il fatto che chiunque possa farne parte- altera significativamente la condotta del governo sia per gli affari interni che esterni. Internamente, il governo tende ad esibire un’aumentata tendenza a produrre debito. Invece un re non si oppone per niente al debito, ma è comunque costretto dal fatto che è il proprietario del governo privato, lui e i suoi eredi sono considerati personalmente responsabili per il pagamento di tutti i debiti del governo (può andare letteralmente in bancarotta o essere costretto dai creditori a liquidare gli assets del governo). Al contrario, il presidente provvisorio di un governo non è considerato responsabile per i debiti accumulati durante il suo mandato. Invece i suoi debiti sono considerati pubblici, e possono essere ripagati da futuri governi (anche questi considerati non responsabili). Se nessuno è considerato responsabile di un debito, allora, il debito aumenterà e le spese del governo attuale espanderanno a scapito delle spese del governo futuro. Per poter ripagare il crescente debito pubblico il livello delle future tasse (o dell’inflazione) imposta sui cittadini dovrà aumentare.”

 

La democrazia moderna è sicuramente una delle più recenti forme di governo inventate dall’uomo e non sappiamo come si comporti nel lungo termine.  Forse la crisi che stiamo sperimentando è il risultato di un ciclo naturale di questo sistema. Si arriva ad un punto tale che i presidenti eletti democraticamente finiscono tutto il cibo del buffet e non si può fare altro che chiudere il ristorante.

Insomma quello che Hoppe e la logica ci dicono è che forse il debito pubblico è una caratteristica squisitamente intrinseca della democrazia e che quest’ultima è destinata a fallire o a trasformarsi in qualcos’altro. Insomma forse non c’è via di scampo, la democrazia – parafrasando il titolo di Hoppe – è un dio che uccide se stesso.

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10 Comments » 10 Responses to E se fosse la democrazia la causa di questa crisi?

  1. paopasc on luglio 3, 2012 at 11:16

    Secondo me l’autore parte dall’idea sbagliata, che cioè il monarca agisca sempre in maniera razionale, seppure per il proprio guadagno, ma non è così. La differenza tra regina e Presidente della Repubblica molto probabilmente si deve alla personalità più che al ruolo, perchè anche tra parlamentari e politici inglesi e italiani c’è differenza.
    Comunque l’ipotesi non è peregrina anche se occorre rilevare che i politici italiani si spartiscono il governo di una nazione più o meno come fa un monarca, essendo alternativamente al governo da almeno vent’anni, e quindi hanno lo stesso interesse a non rovinarla anzitempo.
    Ricordo sempre i padri costituenti e i primi parlamentari del dopo guerra: erano un esempio di attaccamento al ruolo istituzionale e disinteresse per la propria ricchezza personale.Questo potrebbe dimostrare che non è questione di metodi di governo ma di scelte di uomini (o donne).

  2. Leonardo Pavese on luglio 3, 2012 at 13:54

    Il barone di Montesquieu (credo) diceva: un giorno il governo americano (ma si potrebbe dire di qualunque governo democratico) scoprirà come comprare gli elettori con il suo stesso denaro (il denaro degli elettori); il che è esattamente ciò che succede un pò dappertutto: spesa pubblica fuori controllo, finanziata dagli elettori che dovranno ripagarla, in qualche modo. (E purtroppo uno dei modi consiste nel violare la proprietà privata altrui, in nome di un egalitarismo che purtroppo è condiviso anche da troppi Cattolici; anche negli Stati Uniti).
    Quindi in quel senso è vero: la democrazia è causa della crisi.

  3. Corrado on luglio 3, 2012 at 18:29

    I padri costituenti erano semplicemente illusi. Il discorso riguardo al diritto al lavoro ne è un esempio lampante. Oppure erano in malafede.

    è vero che un re non è sempre razionale e non sempre è in grado di gestire il suo ruolo, ma in genere tendono a vivere poco questi figuri. Invece la democrazia permette uno scaricabarile tale che anche il più truffaldino, delinquente, cialtrone dei presidenti può sempre di dare la colpa a chi c’era prima.

  4. Fabristol on luglio 3, 2012 at 18:58

    Per Paopasc

    non c’è dubbio che cultura e storia di un popolo cambino le carte in tavola e che tra demcorazie anglosassoni e quelle latine perferisco di gran lunga le prime.
    Sui padri costituenti puoi anche avere ragione ma devi capire che qeulla era l’inizio della democrazia, soprattutto dopo una dittatura ed una guerra devastanti. Ammettiamo che i padri costituenti fossero stati di buona fede… il problema è che le democrazia secondo la teoria di Hoppe accumula problemi nel tempo. Debito, tasse, violenza ecc. Stessa cosa accadde con i padri fondatori degli USA, poi vedi cosa è successo.

  5. Fabristol on luglio 3, 2012 at 19:04

    Comunque appena ho tempo vorrei fare una bella recensione su questo libro spesso incompreso (la gente pensa che Hoppe sia un monarchico) anche perché nel libro ci sono dati e numeri da analizzare: per esempio lo spartiacque tra monarchie e repubbliche è la Prima Guerra mondiale e sono stati gli USA ad abbattere le monarchie europee per questioni ideologiche e di alleanze strategiche. E’ shockante leggere i numeri prima e dopo l’avvento delle repubbliche democratiche. Per esempio: prima dell’avvento delle repubbliche democratiche la tassazione si aggirava intorno al 10%, la spesa pubblica intorno al 25% e il 90% di questa era per le spese militari, solo il 3% della popolazione era dipendente di ministeri o negli uffici pubblici, il debito era bassissimo, l’inflazione quasi inesistente, i tassi di criminalità e di carcerazione bassissimi ecc.

  6. CARLO BUTTI on luglio 3, 2012 at 19:34

    Premetto che non ho ancora letto il saggio di Hoppe, delle cui tesi peraltro l’articolo di Fabristol ci offre una sintesi molto chiara. Io non parlerei tanto di DEMOCRAZIA, quanto di STATO nel senso più stretto del termine, intendendo come tale quel sistema di potere politico, sorto in epoca moderna,che postula un insieme di organismi istituzionali tra loro correlati(sia verticalmente,in senso gerrchico, sia orizzontalmente,nella distinzione delle competenze), visti nel loro complesso come ente giuridico organico, distinto dai funzionari che lo dirigono: una “persona”, dotata d’una sua volontà e d’una sua moralità, che finisce di svolgere, nella coscienza dei cittadini-sudditi,abilmente manipolata da chi esercita il potere,una funzione di super-io, di imperativo categorico,di legislatore irreprensibile,affiancandosi a Dio, assumendone gli attributi e corrodendone gradualmente l’autorità:la Legge dello Stato accanto a (e talora contro) i Dieci Comandamenti.La filosofia romantica della Nazione(puro “flatus vocis”) che si invera nello Stato(altro “flatus vocis”) ha portato a compimento la mistificazione. E’ chiaro che, in un contesto ideologico del genere, il governante-funzionario perde ogni responsabilità,in quanto semplice strumento di un’entità superiore:alla quale soltanto vanno imputati gli atti di governo;in teoria, anche la responsailità di tali atti.Ma in concreto, come si può chiamare a rispondere una finzione giuridica? E se lo Stato è Dio, con quale arroganza si può sottoporre a processo Dio?

  7. toscano redini on luglio 4, 2012 at 09:49

    Non sarà davvero la brevità di un commento che possa far cambiare una qualche opinione… però. Hoppe, mi pare, mette in un sacco ogni tipo di democrazia, la etichetta come democrazia moderna, e poi ne deduce che la monarchia è meglio. Ma se dal sacco si traggono le pseudo-democrazie rappresentative o parlamentari, che secondo Rensi sono forme di tirannia mascherata e quindi non dissimili da ogni altra forma di tirannia, e che Hoppe, con altri, classifica sbrigativamente come democrazia moderna, nel sacco rimarrà solo la democrazia, senza aggettivazione alcuna (non ne ha bisogno). Vedi, se mi si passa la citazione, “Alberto Castelli, UN MODELLO DI REPUBBLICA – Giuseppe Rensi, la politica e la Svizzera – Bruno Mondadori Ed., Milano 2004”

  8. alepuzio on luglio 8, 2012 at 21:51

    Il libro è bello e la pars destruens molto ben condotta , ma ho avuto l’impressione che, quando Hoppe prospetta il contesto delle agenzie di sicurezza, il discorso tende ad ingarbusgliarsi per i troppi particolari. Disgraziatamente dovrebbe essere la parte più succosa del libro, in cui si dovrebbe mostrare che un altro mondo sociale è possibile. Qualcuno ha avuto un’impressione diversa?

  9. Maurizio on luglio 9, 2012 at 15:29

    @alepuzio

    nel caso tu non lo conosca già, hoppe ha scritto anche questo sulle agenzie:

    mises.org/journals/jls/14_1/14_1_2.pdf

    e anche questo libro:

    mises.org/etexts/defensemyth.pdf

  10. La democrazia al suo massimo | libertariaNation on dicembre 11, 2012 at 07:31

    [...] questa parola scambiandola per un altro termine, cioè libertà. È bene ribadire che la democrazia non è sinonimo di libertà perché la prima è la “sovranità del popolo”, quindi di minoranze organizzate che [...]

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