Territorialità, territorialismo, banditismo

luglio 10, 2012 1 Comment
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Riceviamo da Gian Piero de Bellis e molto volentieri pubblichiamo.

Il ragionamento scientifico fa largo uso di affermazioni note come generalizzazioni. Il sillogismo, ad esempio, parte da una generalizzazione estremamente fondata (postulato) per arrivare ad una conclusione altrettanto solida. L’esempio più noto è:

  • Tutti gli esseri umani sono mortali
  • Socrate è un essere umano
  • Socrate è mortale.

L’esistenza di un solo caso che inficiasse la generalizzazione, distruggerebbe la validità della conclusione. Famoso è l’esempio, introdotto da Karl Popper, della scoperta di un cigno nero (black swan) che, chiaramente, compromette la generalizzazione, ritenuta precedentemente del tutto valida, che tutti i cigni sono bianchi.

Una generalizzazione anche se fondata sulla conoscenza di un enorme numero di casi che la confermano rimane comunque una affermazione scientifica soggetta sempre a possibile falsificazione (e quindi passibile sempre di essere contraddetta e superata).

Le generalizzazioni che si basano su un numero ridotto di osservazioni sono soggette ad un alto tasso di falsificazione. Immaginiamo, ad esempio, una tribù dell’Amazzonia che pratichi il cannibalismo e che la tribù accanto condivida le stesse abitudini alimentari. È allora molto probabile che un membro della tribù, in vena di riflessioni, ritenga che questo costume sia parte integrante della natura umana. Il contatto con altre realtà gli distruggerebbe immediatamente questa sua convinzione.

Queste brevi considerazioni introducono a un tema sempre molto attuale e cioè al fatto che molti, talvolta, effettuano ardite generalizzazioni attribuendo, del tutto impropriamente, alla natura umana quelli che non sono altro che costumi di gruppo, elaborazioni culturali prodotte all’interno di una società o ideologie propagandate dall’élite al potere.

Questo è ad esempio il caso della territorialità. In un vocabolario italiano, sotto la voce “territorialità” troviamo la seguente definizione: “Condizione, carattere dell’essere territoriale.” E, sotto la voce “territoriale” abbiamo: “di, appartenente a un territorio.” (Il Nuovo Zingarelli, 11 edizione). In sostanza la territorialità è il sentimento e la manifestazione di appartenenza ad un certo territorio da parte di un essere umano. Negli anni ’60 del secolo scorso la territorialità intesa come l’esistenza di un istinto territoriale, sia negli animali che negli esseri umani, fu oggetto di trattazione da parte del commediografo ed etnologo Robert Ardrey in un testo diventato famoso, dal titolo: The Territorial Imperative (1966)

Dopo una lettura del testo, le obiezioni che si possono fare alla posizione espressa da Ardrey sono sostanzialmente tre:

  1. equiparare animali ed esseri umani sulla base del semplice istinto è piuttosto riduttivo in quanto l’essere umano è dotato anche di una componente culturale fatta di pratiche e di abitudini apprese talmente sviluppata che, già alla fine del ’500, Michel de Montaigne non poteva fare a meno di rimarcare che “Il costume è una seconda natura, e non meno potente.” (“L’accoutumance est une seconde nature, et non moins puissante.” Essais,1588)
  2. attribuire a tutti gli animali un istinto territoriale non è del tutto vero ed è lo stesso Ardrey a riconoscerlo, nello stesso testo, quando fa riferimento al jackdaw (l’uccello taccola, della famiglia dei corvi) e al platy (un pesce tropicale) come animali non territoriali. E si può benissimo aggiungere che tutti gli animali che migrano non sembrano mostrare nessun attaccamento permanente ad uno specifico territorio.
  3. assegnare un istinto territoriale a tutti gli esseri umani rappresenta una generalizzazione talmente forte da essere difficilmente sostenibile a meno che non escludiamo dalla razza umana tutti i migranti, gli esploratori, i viaggiatori instancabili, i cosmopoliti, gli sradicati, gli avventurosi, gli avventurieri e via discorrendo, senza dimenticare naturalmente gli scienziati senza fissa dimora, come il matematico Paul Erdös che si spostava di casa in casa, presso amici e conoscenti, disponendo solo della sua valigia e dei suoi effetti personali.

In sostanza, il concetto di territorialità come istinto proprio alla natura umana non sembra reggere nemmeno ad una analisi superficiale. Ma dal momento che esso viene sostenuto da taluni con profonda convinzione sorge il dubbio che queste persone stiano facendo riferimento a qualcosa di completamente diverso. E, sotto il concetto di territorialità e di territorio, stiano in sostanza alludendo al concetto-principio di non-aggressione che è relativo all’individuo, al suo spazio personale (che non ha nulla a che fare con un vasto territorio popolato da molte persone) e ai frutti del suo lavoro.

Ad esempio, quando una persona venuta da non so dove (potrebbe essere anche il mio vicino) invade il campo che ho lavorato per mesi e si appropria dei frutti, non c’è bisogno di invocare l’istinto territoriale per affermare che io sono incline a difendere me stesso e quanto mi appartiene.

Infatti, l’aggressione potrebbe venire anche da parte di uno della famiglia che risulti essere, anche lui, proprietario, in parte, del terreno, e che vuole appropriarsi di tutto il raccolto. In tutti questi casi non è in gioco il territorio e l’istinto territoriale, ma qualcosa di ben altro: l’individuo e la voglia di difendere la sua libertà e la sua dignità in quanto produttore.

Fare chiarezza su questo punto è essenziale perché coloro che accettano l’istinto territoriale come componente innata della natura umana e come elemento di cui tenere conto per qualsiasi organizzazione sociale, sono poi portati ad accettare, consapevolmente o inconsapevolmente, attraverso manipolazioni culturali più o meno sottili, l’esistenza del territorialismo (la sovranità territoriale monopolistica) come una realtà “naturale” del vivere civile. E invece il territorialismo non è altro che la base indispensabile del banditismo.

Nel marzo del 1519, l’avventuriero spagnolo Hernán Cortés sbarcò sulle coste del golfo del Messico e dichiarò l’intero territorio proprietà esclusiva della corona spagnola. Ecco, questo è uno dei tanti casi nella storia in cui il territorialismo ha fatto la sua comparsa. Che cos’è dunque il territorialismo?

Il territorialismo è la pretesa, fondata sulla forza, sull’inganno o sulla manipolazione, che un determinato territorio, di solito estremamente vasto, sia sotto la sovranità esclusiva e legittima, di un certo potere. Ai nostri tempi questo potere è, quasi sempre, lo stato. All’interno del territorio su cui pretende di esercitare la sua esclusiva sovranità, questo potere accampa anche il monopolio legittimo della violenza. Stato e sovranità (monopolio territoriale) sono quindi le due facce di una stessa medaglia forgiata attraverso l’esercizio della forza e della violenza. Nel corso del tempo l’uso della forza bruta e della violenza aperta è scemato, negli stati occidentali, perché altri metodi, meno costosi e più raffinati, quali la propaganda, l’indottrinamento, la manipolazione, sono stati impiegati. Infatti, la scuola statale dell’obbligo ha sostituito l’obbligo necessario, da parte dello stato, di utilizzare continuamente mezzi più rozzi di coercizione.

Sulla base di quanto detto precedentemente, l’equazione territorialismo=statismo (o statalismo) appare quindi del tutto appropriata (non ci può essere statismo senza territorialismo o, detto altrimenti, il territorialismo è la condizione indispensabile per lo statismo). Occorrerebbe però estendere il termine statismo fino a includere tutti quei fenomeni e tutti quei soggetti che hanno accampato la pretesa di dominare un determinato territorio. Quindi Al Capone che spadroneggia a Chicago, la mafia che controlla varie zone della Sicilia, la camorra che gestisce alcuni quartieri di Napoli e dintorni, e via discorrendo, tutte queste sono manifestazioni del territorialismo. Per cui è necessario introdurre una equazione di più vasto raggio e cioè: territorialismo=banditismo (nel senso che non ci può essere banditismo senza territorialismo, o, detto altrimenti, il territorialismo è la condizione indispensabile per il banditismo).

Lo stato non è altro che uno dei tanti banditi sulla scena mondiale, quello che ha tuttora la maggiore diffusione e il maggiore successo. Ma non è il solo. Nuovi concorrenti stanno emergendo sotto forma di staterelli e feudi (ad es. i movimenti indipendentisti a base territoriale) o addirittura sotto forma di oligarchie che hanno messo le mani su risorse territoriali (come nel caso della Russia di Putin e della sua banda).

Eppure, questo svolgimento della storia non avrebbe dovuto avere luogo se facciamo riferimento a tutte le correnti di idee illuminate e progressiste che sono emerse nei due secoli passati. Infatti, il liberalismo classico,il socialismo marxiano e l’anarchia erano tutti contro i monopoli, e il territorialismo, per chi non l’avesse ancora capito, è il peggiore dei monopoli. Ludwig von Mises ha colto in parte quello che avrebbe potuto essere un mondo fatto di organizzazioni sociali non territoriali (che si potrebbero anche continuare a chiamare stati ma che non assomigliano affatto agli stati attuali) quando ha scritto:

Non fa alcuna differenza dove le frontiere di un paese siano disegnate. Nessuno ha un interesse speciale ad allargare il territorio dello stato in cui vive, nessuno soffre la perdita se una parte di quest’area si separa dallo stato. È, inoltre, irrilevante se tutte le parti del territorio dello stato sono in diretto collegamento geografico o separati da un pezzo di terra appartenente ad un altro stato. Non ha alcuna importanza economica se il paese ha uno sbocco sul mare o meno. In un mondo così gli abitanti di ogni villaggio o distretto potrebbero decidere a quale stato vogliono appartenere. (Omnipotent Government, 1944).

Poche parole chiare ed efficaci e il concetto di territorialismo è distrutto in mille pezzi e con esso tutti i discorsi di stati e staterelli territoriali. Perché, sulla base dell’ipotesi von Mises, se un villaggio della Lombardia decide di far parte di Singapore o di uno dei cantoni meglio amministrati e con minore carico fiscale della Svizzera (salvo poi a cambiare decisione se le cose non andassero come voluto), mi dite voi dove è andato a finire l’istinto territoriale dei Lombardi e dove andrà a finire il territorialismo dello stato italiano?

Nel marzo del 2008, mi trovavo a Bobo-Dioulasso, grosso centro nell’Africa sub-sahariana (Burkina Faso) e stavo visitando la città accompagnato da un ragazzino del luogo che si era offerto di farmi da guida per mostrarmi la Grande Moschea. Mentre assieme stavamo attraversando la città vecchia qualcuno, un altro ragazzino, si è avvicinato a noi domandandoci del denaro. Secondo lui noi avremmo dovuto pagare qualcosa per accedere a quella zona che era il quartiere in cui lui viveva. Dopo un primo momento di stupefazione, confermata anche dagli sguardi dell’altro ragazzino, ho capito che eravamo in presenza di un bullo, di un piccolo delinquente. Probabilmente, a tempo debito e se le cose non cambieranno, diventerà un funzionario statale ed estorcerà soldi alle persone, sotto la copertura della legge, nell’ambito del suo stato territoriale monopolistico.

Ecco, questo è il territorialismo e fino a quando esso durerà, comunque lo si voglia chiamare e sotto qualunque forma lo si voglia far passare (stato autonomo, stato indipendente, stato libertario, stato liberale, stato popolare, stato privato e via di questo passo) esso significherà il prevalere dello sfruttamento e del parassitismo, in una parola, il dominio obbrobrioso e rivoltante del banditismo.

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1 Comment » One Response to Territorialità, territorialismo, banditismo

  1. CARLO BUTTI on luglio 10, 2012 at 18:54

    Questo è parlar chiaro, scrivere bene e ragionare forte: condivido fino all’ultima virgola. Quanto al presunto istinto naturale per la territorialità, è clamorosamente contraddetto dal sogno antichissimo di sbarcare non soltasnto in nuove terre, ma addirittura su nuovi pianeti. Un tempo era soltanto fantasia di poeti(da Luciano di Samosata nella”Storia vera” a Ludovico Ariosto nell’”Orlando furioso” a Raspe nelle “Avventure del barone di Munchhausen” per arrivare al profetico Jules Verne in “Dalla Terra alla Luna”. Ormai ci siamo arrivati davvero e chissà mai che in futuro…C’è solo da sperare che, in ambito planetario, non si ripetano le malefatte di Cortes, Pizzarro e simili masnadieri.

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