L’emergere del concetto di proprietà

luglio 15, 2012 5 Comments
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Una recente pubblicazione da parte di R. Alexander Bentley di un paper sui Proceedings of the National Academy of Sciences (Community differentiation and kinship among Europe’s first farmers, PNAS May 29, 2012) documenta le prime evidenze scientifiche statisticamente significative del processo di differenziazione sociale nella società neolitica e costituisce un interessante tassello da aggiungere nella riflessione relativa alla genesi storica della proprietà privata e della sua concettualizzazione.
Si deve, anzitutto, osservare che non ci si riferisce alla proprietà dei beni di consumo, che, si può concordare con Von Mises a questo riguardo, non può essere intesa che come un concetto innato. Se ne può rintracciare l’esistenza sin dal paleolitico, come testimonia abbondantemente l’archeologia, se si considera che i beni presenti nei corredi sepolcrali dell’età della pietra non possono che essere interpretati come le proprietà personali da cui il defunto non poteva o voleva separarsi e che la presenza di suppellettili realizzate con materiali di provenienza remota rispetto ai siti in cui sono state rinvenute può essere vista come prova di primitive forme di scambi commerciali.
Esistono, altresì, fondati motivi biologici per ritenere che, come primati, gli ominini abbiano un senso istintivo della proprietà.
Si potrebbe, anzi, ritenere che la stessa specie umana nel suo innato e peculiare senso della proprietà, e nella sua conseguente capacità di effettuare scambi di mercato, trovi uno dei suoi tratti distintivi e che si trovi, in parte, anche in esso il segreto del successo evolutivo della nostra specie (Haim Ofek, Second Nature: Economic Origins of Human Evolution New York: Cambridge University Press, 2001).
Ciò che, invece, embrionalmente si manifesta nei dati esibiti da Bentley è la proprietà privata dei mezzi di produzione. Nel caso particolare Bentley si basa sulla variazione della concentrazione degli isotopi di Stronzio nello smalto dei denti di più di 300 scheletri provenienti dai numerosi siti archeologici europei del primo neolitico per stabilire la maggiore sedentarietà dei soggetti maschi sepolti con un corredo provvisto di asce di pietra in rapporto alle coeve sepolture femminili o a quelle di soggetti maschili sprovvisti di tale corredo.
Da questo dato Bentley desume che tale maggiore sedentarietà sia da attribuirsi alla differente possibilità di accesso all’uso della terra, ovvero alla nascita di una proprietà in qualche modo privata di quest’ultima.
Secondo Bentley:“i nostri risultati, insieme con gli studi archeobotanici che indicano i primi agricoltori del Neolitico in Germania avevano un sistema di proprietà fondiaria, suggeriscono che le origini dell’accesso differenziale alla terra può essere riconducibile ad una fase iniziale del Neolitico, piuttosto che ad una fase più tarda della preistoria, quando la disuguaglianza sociale e i trasferimenti di ricchezza intergenerazionali sono più chiaramente evidenziati nelle sepolture e nella cultura materiale …
Sembra che il neolitico abbia introdotto la pratica ereditaria dei beni (terreni e del bestiame) in Europa e che la disuguaglianza nella ricchezza abbia avuto origine con essa. Dopo di che, ovviamente, la strada era obbligata: attraverso l’Età del Bronzo, l’Età del Ferro e l’età dell’industria la disuguaglianza nella ricchezza è costantemente aumentata, ma i ‘semi’ della disuguaglianza sono stati seminati nel primo Neolitico.”

E’ esistito, perciò, un momento, durante il processo evolutivo della società umana, in cui il significato del concetto di proprietà si è esteso e l’uomo ha iniziato a considerare come proprie non solo le suppellettili o la carcassa appena abbattuta della preda di caccia, ma anche una parte del territorio frequentato dalla propria comunità durante le battute di caccia, rastrellato durante la raccolta o adibito all’uso agricolo.
Come questo sia potuto accadere, e perché sia accaduto è una domanda fondamentale per comprendere cosa, anche oggi, la proprietà rappresenti sia da un punto di vista sociopolitico che economico.
Da un punto di vista puramente teorico un primo contributo fondamentale alla teoria dell’evoluzione dei diritti di proprietà viene da Harold Demsetz (Toward a Theory of Property Rights,Harold Demsetz,The American Economic Review, Vol. 57, No. 2, Papers and Proceedings of the Seventy-ninth Annual Meeting of the American Economic Association. (May, 1967), pp. 347-359). L’idea di Demsetz è che il fenomeno che oggi Bentley è in grado di documentare sorga come risposta all’inefficienza della gestione collettiva delle risorse in seguito a uno stimolo esterno ( come ad esempio la crescita della popolazione).
In altri termini Demsetz e, sulle sue orme, James E. Krier (Evolutionary Theory and the origin of property rights,Cornell Law Review,Vol. 95), mostrano come l’adozione della proprietà privata della terra porti a una gestione migliore della medesima, riducendo la complessità delle relazioni sociali necessarie. Se solo un numero ridotto di membri della comunità è coinvolto nel un processo decisionale relativo all’uso della terra si ha una conseguente riduzione dei costi che si devono sostenere per la negoziazione.
Sebbene Demsetz abbia sempre rifiutato di leggere le proprie stesse tesi in termini evoluzionistici, Krier sottolinea come esse siano compatibili con una prospettiva evoluzionistica, sia intesa in senso Lockeano, e quindi come descrizione della scelta consapevole delle comunità umane di adottare questo tipo di istituzione, sia in un senso più Humeano, per cui la proprietà della terra sarebbe sorta spontaneamente tra i membri di una comunità, come frutto di una tacita convenzione, per reciproco riconoscimento.
Quest’ultima prospettiva è, a mio parere, più attraente ed è compatibile sia con quanto ipotizzato da Von Hayek che con un’analisi basata sull’applicazione della teoria dei giochi.
Von Hayek, in termini generali, sostiene che “I punti principali sui quali lo studio comparato del comportamento ha gettato una luce estremamente importante, relativamente all’evoluzione del diritto, sono, in primo luogo, il fatto che ha chiarito che gli individui hanno imparato a osservare (e far rispettare) le regole di comportamento a lungo prima che tali norme potessero essere espresse a parole, e in secondo luogo, che queste regole sono frutto di un’evoluzione, perché hanno portato alla formazione di un ordine nelle attività del gruppo nel suo insieme che, pur essendo il risultato della regolarità delle azioni degli individui, deve essere chiaramente distinto da esse, dal momento che è l’efficienza dell’ ordine complessivo delle azioni che dovrà stabilire se i gruppi i cui membri osservano alcune regole di condotta prevarranno”(Law, Legislation, and Liberty, Vol. 1: Rules and Order. Chicago: University of Chicago Press.). In questi termini l’apparire di una prassi o l’adozione di una istituzione, senza che essa sia frutto di una pianificazione deliberata, rivelandosi vantaggiosa, porta le comunità che l’hanno adottata a prevalere sulle altre, o, aggiungerei, a stimolare fenomeni imitativi.
Più in particolare, in “Scientism and Socialism” ( in Knowledge, Evolution, and Society. London: ASI (Research), 1983) parlando specificamente del concetto di proprietà, Von Hayek afferma: “Penso che il primo membro di un piccolo gruppo che ha scambiato qualcosa con un estraneo, il primo uomo che ha perseguito i propri fini,fra tutti che ha rivendicato per sé una proprietà, in particolare la proprietà privata della terra, il primo uomo che, invece di dare il suo prodotto in eccesso ai suoi vicini, lo ha scambiato altrove. . . ha contribuito allo sviluppo di un’etica che ha reso possibile ‘instaurarsi di una società basata sul libero scambio in tutto il mondo. Tutto ciò si è sviluppato. . . in una competizione tra gruppi, ciascuno dei quali ha imitato quelli che avevano adottato un più avanzato. . . sistema di pratiche e, di conseguenza, la cui popolazione era cresciuta più rapidamente, sia per effetto della procreazione che attirando persone di altri gruppi.”
La possibilità di avere scambi tra differenti comunità, secondo Hayek, avrebbe fatto emergere la consapevolezza che la decisione di operare su una risorsa, effettuata coinvolgendo un numero ristretto di membri della comunità, comportava minori costi di transazione e portava ad un utile maggiore.
Ma cosa avrebbe portato a rispettare la proprietà altrui in un contesto sociale in cui essa non fosse stata ancora istituzionalizzata in modo ufficiale da una qualche autorità?
Una spiegazione viene proposta da Krier, il quale, ispirandosi agli studi di John Maynard Smith sull’uso delle metodologie della teoria dei giochi in biologia evoluzionistica, attraverso l’analisi dei payoff di un gioco falco/colomba applicato alla violazione dei diritti di proprietà, mostra come una strategia mista che comporti il rispetto della proprietà altrui ( colomba) e la difesa della propria ( falco) sia una strategia evoluzionisticamente stabile, se i costi da sostenere per aggredire l’altrui proprietà sono maggiori dei vantaggi che se ne otterrebbero.
Un ulteriore contributo proviene dalle riflessioni di Hoppe ( in “On the origin of private property and the family”), il quale sottolinea come sia errato pensare che la transizione sia avvenuta tra un preesistente stato di proprietà comune della terra, da parte delle comunità di cacciatori-raccoglitori, a uno stato di proprietà parcellizzata e privata. Hoppe osserva che prima che la proprietà privata emergesse come istituzione sociale, la terra era gestita comunitariamente ma non era posseduta dalla comunità, e su di essa non veniva esercitato nessun controllo. Essa era piuttosto il teatro delle attività di caccia e raccolta. La trasformazione non è, perciò, da proprietà collettiva a proprietà privata, ma da spazio aperto, terra di nessuno, a proprietà. Questo passaggio consente a ciascun membro della comunità primitiva di accrescere la produttività della terra. Assieme a questa trasformazione, e per gli stessi motivi, Hoppe sostiene che in questa fase dello sviluppo storico dell’umanità le stesse comunità primitive iniziano a suddividersi in sottoinsiemi più piccoli: le famiglie.
L’evidenza archeologica addotta da Bentley, in questo caso, ci porta a rigettare anche un’altra delle tradizionali tesi sull’evoluzione della società umana, sostenuta anche dalla celeberrima studiosa Marija Gimbutas, ovvero l’idea che sia esistita una primordiale società matriarcale, soppiantata poi da una più recente società patriarcale.
Il quadro che sembra emergere è quello di comunità umane che, rispondendo agli stimoli dell’ambiente, col crescere della popolazione si ritrovano a confrontarsi con la scarsità delle risorse disponibili.
Tra queste comunità, quelle la cui risposta è stata tale da riplasmare le proprie strutture socioeconomiche secondo strategie evoluzionisticamente stabili hanno creato istituzioni, quali la proprietà privata della terra e dei mezzi di produzione, che sono sopravvissute sino a noi.
La loro creazione non è stata frutto di una consapevole pianificazione sociale, ma si è imposta spontaneamente e la loro esistenza viene percepita come una condizione naturale e il loro rispetto è da considerare come una condizione necessaria per l’accettabilità di qualunque altra istituzione che sia sorta in seguito nella storia.

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5 Comments » 5 Responses to L’emergere del concetto di proprietà

  1. Gian Piero de Bellis on luglio 17, 2012 at 17:00

    Ho dei dubbi riguardo a questa affermazione: “Se solo un numero ridotto di membri della comunità è coinvolto nel un processo decisionale relativo all’uso della terra si ha una conseguente riduzione dei costi che si devono sostenere per la negoziazione.” Portando il ragionamento all’estremo, se tutta la terra appartenesse ad un solo individuo, i costi di negoziazione sarebbero ridotti a zero in quanto le negoziazioni sarebbero superflue (una persona decide su tutto). Forse l’autore intendeva parlare di “un pezzetto di terra” (il campo che uno lavora) e non “della terra” in generale. In tal caso sarebbe bene non usare la formula generica “uso della terra” (quale terra?) per non dare adito ad equivoci.

  2. Luigi on luglio 17, 2012 at 21:07

    Gian Piero, si il senso è quello di “appezzamento di terreno”.
    Ma la tua osservazione non è sbagliata. Credo che una gestione monopolistica della terra, però, soffrirebbe dei difetti di cui normalmente soffrono tutti i monopoli.

  3. Gian Piero de Bellis on luglio 17, 2012 at 21:28

    “Credo che una gestione monopolistica della terra, però, soffrirebbe dei difetti di cui normalmente soffrono tutti i monopoli.”
    Luigi, sono perfettamente d’accordo con questa tua affermazione ed è da tempo che sostengo che il monopolio statale della terra (la sovranità territoriale degli stati) è il primo monopolio da eliminare.

  4. Luigi on luglio 17, 2012 at 22:12

    Per l’epoca a cui si riferisce questo post, lo stato è un’entità di là da venire.
    E lo stato, inteso come possiamo intenderlo noi oggi, dista ancora di più.

  5. Vaaal on luglio 18, 2012 at 08:25

    ottimo articolo

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