Abolire la proprietà intellettuale- recensione

agosto 7, 2012 10 Comments
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 Against Intellectual Property di Kinsella mi aveva convinto dal punto di vista del principio, ossia che la proprietà intellettuale in realtà non è proprietà, ma mi aveva lasciato freddo dal punto di vista pratico, ossia le conseguenze di un mondo senza brevetti, copyright, ecc ecc. Abolire la proprietà intellettuale di Michele Boldrin e David K. Levine mi ha definitivamente tolto i dubbi sull’irrazionalità della proprietà intellettuale e su quanto questa sia deleteria.

Boldrin e Levine non sono dei pericolosi libertari, anzi, mi sembra che Boldrin abbia più volte espresso il suo “poco amore” per la filosofia libertarian. Quindi, per prima cosa, è utile dire che questo libro non si colloca tra i libri libertarian militanti che portano avanti la loro agenda contro la falsa proprietà intellettuale. Anzi, nel suo essere per forza di cose radicale (se vuoi eliminare la proprietà intellettuale sei per forza radicale), questo libro propone una exit strategy dalla proprietà intellettuale soft e per gradi al fine di non creare uno shock tra una realtà brevettabile e una nella quale non ci sono più i monopoli intellettuali. Gli autori li chiamano proprio così ed è giusto chiamarli così: monopolio. Ossia l’utilizzare lo stato per creare scarsezza dove prima non c’era.

Il libro di Boldrin e Levine è  bello sotto molti punti di vista. È piacevole da leggere (non è un libro serioso ed eccessivamente tecnico) e abbonda di esempi storici di come la proprietà intellettuale sia stata deleteria e pericolosa. Si viene così a scoprire per esempio che i famosi Watt e i fratelli Wright rallentarono di fatto lo sviluppo rispettivamente della macchina a vapore e dell’aviazione usando il loro tempo principalmente più per correre dietro alle violazioni del brevetto (e bloccando lo sviluppo di macchine migliori) che a innovare ulteriormente le loro opere d’ingegno. Si scopre anche, o almeno, io l’ho scoperto leggendo il libro, che fino al 1981 il software non era brevettabile e che se lo fosse stato oggi oggetti di uso comune come il mouse forse non sarebbero di uso così comune e con così tante varianti. Ha detto Bill Gates (Bill Gates, non Linus Torvalds) che “se la gente avesse capito come si concedono i brevetti nel momento in cui la maggioranza delle idee di oggi sono state inventate, e avesse chiesto di brevettarle, il settore sarebbe entrato in una completa empasse“.

Il punto di forza di questo libro è quello di mostrare nei diversi ambiti (software, industria farmaceutica, industria musicale e cinematografica, ecc. ecc.) con esempi concreti e storici che dai brevetti non viene nessuna spinta all’innovazione e che non sono necessari alle imprese per sopravvivere e guadagnare.

Il fatto cruciale è che non si è mai realizzata la sequenza causale che ora descriveremo: essa inizia con l’adozione di una legge secondo cui «la protezione dei brevetti si estende a invenzioni effettuate nell’area X», un’area di attività economica fino a quel momento non ancora sviluppata; alcuni mesi, anni o addirittura decadi dopo l’approvazione del progetto di legge, sorgono nell’area X svariate invenzioni, che rapidamente la trasformano in un settore nuovo, fiorente e dinamico. In altri termini, non conosciamo nessun esempio, nel mondo reale, in cui l’estensione della protezione brevettuale a un determinato settore abbia chiaramente e direttamente causato la sua crescita e l’introduzione o l’adozione di effettive innovazioni.

[...] Durante gli ultimi venticinque-trent’anni la tendenza secondo cui tutto deve essere brevettabile e quindi brevettato si è consolidata sia negli Stati Uniti sia nell’Unione Europea. Eppure la lista di settori produttivi nati e cresciuti in assenza di protezione della proprietà intellettuale è veramente infinita. I servizi, in particolare quelli finanziari, legali e commerciali, non erano coperti dalla legge sui brevetti fino alla fine degli anni Novanta, quando, negli Stati Uniti, essa è stata applicata esclusivamente in settori particolari. Le industrie meccaniche e metallurgiche erano all’inizio quelle a cui la legge sui brevetti si applicava maggiormente, mentre l’industria chimica era originariamente solo in parte influenzata dal monopolio intellettuale. In Italia, i prodotti e i processi farmaceutici non furono coperti da brevetto fino al 1978: lo stesso accadde in Svizzera fino al 1954 per i processi e fino al 1977 per i prodotti. Le differenti varietà di sementi e piante non potevano essere brevettate, negli Stati Uniti, fino al 1970 e ancora non possono esserlo nel resto del mondo. Le scoperte delle scienze fondamentali – dalla matematica alla fisica e anche all’economia, ma non più la finanza, che pure dell’economia è una sottobranca – non sono mai state né possono essere brevettate. Ciononostante, un numero crescente di osservatori sta facendo notare che, almeno negli Stati Uniti, l’allarmante tendenza a concedere brevetti in modo automatico ha cominciato a influenzare in maniera negativa i risultati della ricerca di base, specialmente nelle scienze biologiche e naturali.

In definitiva, un bel libro utile per capire che c’è (più) vita e (più) innovazione oltre i brevetti. Tralasciando il fatto un po’ ridicolo e sminuente il lavoro fatto che Abolire la proprietà intellettuale di Boldrin e Levine sia © Laterza.

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10 Comments » 10 Responses to Abolire la proprietà intellettuale- recensione

  1. Fabristol on agosto 7, 2012 at 18:20

    Ottima recensione, lo comprerò sicuramente.
    Un unico appunto sull’ultima frase. Purtroppo il copyright è inevitabile, ce l’ha anche il tuo libretto sul Veneto. Il copyright viene acquisito automaticamente da qualsiasi opera pubblicata da un autore, non viene richiesto come si fa coi brevetti per esempio. E questo è un altro trucco dello stato per evitare che gli scrittori possano scrivere senza copyright.
    Kinsella viene accusato continuamente di questo perché i libri pubblicati dal Mises Inst hanno il simbolo del copyright:

    Often we opponents of socialistic, legislatively-created, utilitarian-based,property-redistributing, artificial, arbitrary, inconsistent, irrational, innovation-hampering, monopolistic, anti-competitive, and wealth-destroying intellectual property laws are accused of hypocrisy when we “copyright” our articles and books.

    I’ve pointed out to such people innumerable times, to little avail, that copyright is a noun, not a verb–that you don’t “copyright” something–you have a copyright in your original works of authorship as soon as you write them, automatically, courtesy of federal law. No copyright notice is required. No copyright registration is required. You have the right, whether you like it or not.

    Well, then, why don’t you just “make it public domain,” some then, a bit unreflectively, retort. The problem is, there is no clear and good way to do this.

  2. Fabristol on agosto 7, 2012 at 18:21

    Qui l’articolo di Kinsella a proposito del copyright that is very very sticky!

    http://archive.mises.org/009240/

  3. Luca on agosto 7, 2012 at 21:07

    non sapevo neanche questo. ma vale anche per l’Italia allora?

  4. Fabristol on agosto 7, 2012 at 21:24

    Dappertutto purtroppo! Le leggi sul copyright americane sono state esportate e spesso imposte su tutto il pianeta. Kinsella mi ha detto nell’intervista che gli USA forzano gli alleati ad utilizzare le stesse leggi per uniformarle all’UE e US. Clamoroso fu il caso della Spagna che Wikileaks svelò qualche anno fa.
    Non c’è via di scampo: anche se sei anticopyright e libertario le tue opere saranno sempre protette dallo Stato. L’unico modo per fuorviare questo è fare come Gary North e Kinsella: to pull the copyright out. Significa che se qualcuno copia le tue opere NON lo denunci. In questo modo il copyright perde tutto il suo potere, perché il potere di utilizzarlo dipende dagli autori stessi.

  5. irene on agosto 8, 2012 at 14:10

    Ma visto che la proprietà intellettuale non ci piace, io il libro in questione vorrei leggerlo gratis :)

  6. Luca on agosto 8, 2012 at 15:16

    @Irene proprietà intellettuale sì/no non c’entra niente con pagare sì/no. Il software, per dire, prima del 1981 non era gratis

  7. Fabristol on agosto 8, 2012 at 20:08

    Questo è un errore molto comune purtroppo. Copyright non è sinonimo di a pagamento e gratis non è sinonimo di un prodotto che può essere copiato o riprodotto. Per esempio si può avere un’opera disponibile gratis ma sempre sotto copyright.

  8. Luigi on agosto 9, 2012 at 12:39

    credo anche io che lo acquisterò. Anche perché, come sottolinea Luca, questo libro non è stato scritto da un “fanatico Liberarian”, e non può essere tacciato di partigianeria a priori.

  9. Francesco Spirito on febbraio 8, 2014 at 00:54

    ehi, il libro E’ gratuito.
    qui, sul sito di david levine:

    http://levine.sscnet.uclaDOTedu/general/intellectual/againstfinal.htm

  10. tartarini on marzo 6, 2014 at 15:28

    Più bel libro che abbia mai letto, una vera rivoluzione al servizio delle classi meno abbianti, mi meraviglio che milioni di persone abbiano inseguito le stronzate di Marx, Lenin, Stalin, Mao, Che Guevara, Castro, Chavez, e non abbiano capito nulla di economia.

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