Sulla crisi (reale e mentale). Prima parte

agosto 20, 2012 No Comments
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Riceviamo da Gian Piero de Bellis e molto volentieri pubblichiamo.

(ovvero sulle privatizzazioni camorristiche e sulle liberalizzazioni gangsteristiche)

La crisi

La parola crisi deriva dal greco e significava, in origine: scelta, giudizio, interpretazione, decisione, risoluzione, esito.

In sostanza, la crisi è un punto di svolta in cui talune decisioni andrebbero prese sulla base di interpretazioni e valutazioni appropriate della realtà, in vista di esiti voluti.

Successivamente, nel linguaggio giornalistico-popolare, la parola crisi è venuta a significare un periodo di difficoltà e si è tralasciato sia l’aspetto della interpretazione-comprensione che quello della decisione-risoluzione. O meglio, si è diffusa la convinzione che, mentre le persone comuni vivono/subiscono la crisi, l’interpretazione della stessa è compito di intellettuali e opinionisti, mentre la risoluzione deve essere affidata a politici, economisti e alti burocrati.

Stando così le cose, non c’è da sorprendersi del fatto che nella interpretazione e nella risoluzione della crisi da parte di questi personaggi l’obiettivo dominante sia la preservazione degli interessi che tali categorie hanno e dei privilegi di cui godono.

Più strano e difficile da comprendere e da accettare risulta invece il fatto che, anche taluni di coloro che sono opposti ai privilegi delle categorie dominanti, finiscano poi per dare una interpretazione della crisi che potrebbe risultare in decisioni che prolungano l’esistenza delle categorie dominanti, caso mai allargando soltanto l’area dei privilegiati e dei parassiti.

Purtroppo, non c’è molto di nuovo in tutto ciò. Già in passato, gli avversari del potere si sono associati al potere distruggendo gli aspetti rivoluzionari del loro pensare e agire. Ad esempio:

  • i socialisti hanno distrutto il socialismo comunitario e volontario e si sono associati allo stato pianificatore sorto dopo la prima guerra mondiale;
  • i capitalisti hanno distrutto il capitalismo del libero scambio e della libera impresa e si sono associati definitivamente allo stato protezionista dopo la crisi del ’29.

Adesso potrebbe essere la volta degli esponenti d un’altra corrente di pensiero e di azione, decisamente contraria al potere dello stato (gli anarco-capitalisti), di svolgere la funzione di fornire allo stato una boccata di ossigeno che ne prolungherà, per un po’, l’esistenza.

La crisi sociale ed economica che stiamo vivendo è, in effetti, la crisi dello stato nazional-territoriale sorto dalla prima guerra mondiale e che sta vivendo le sue ultime convulsioni.

A questa crisi reale dello stato si associa però, in molti casi, una crisi mentale di interpretazione e di risoluzione che potrebbe prolungare l’esistenza dello stato, contro le aspettative e contro i desideri di molti.

Vediamo allora di soffermarci brevemente sull’interpretazione e su una possibile risoluzione della crisi.

Interpretazione della crisi

Innanzitutto, va rapidamente sgomberato il campo sul fatto che questa sia una crisi del capitalismo industriale e del libero scambio di beni e servizi reali. Infatti, industrie altamente innovative (come la Apple, per citarne una) non sono affatto in crisi e alcune regioni a basso parassitismo statale (ad es. la Svizzera) sono in una florida situazione.

Un’altra idea diffusa, e molto più sensata, fa risalire l’origine della crisi alla bolla edilizia (o, in altre parole ai problemi sorti dal subprime mortgage). Questa, però, mi sembra una interpretazione che si limita a cogliere l’apparenza ma non scende nel profondo della realtà.

E questo profondo è rappresentato dalla finanziarizzazione estrema della vita economica ai nostri tempi. Il prevalere del cosiddetto capitalismo finanziario su capitalismo industriale è un fenomeno vecchio di decenni (si veda: Rudolf Hilferding, Il capitale finanziario) ma è solo verso la fine del secolo XX che ha raggiunto il suo apogeo, grazie anche alle produzioni a basso costo dell’Estremo Oriente (loro producono) e all’indebitamento crescente degli stati occidentali (noi stampiamo denaro e consumiamo). Fare debiti e consumare sempre più sono le due facce della stessa medaglia, coniata dallo stato e diffusa largamente e legalmente nei paesi cosiddetti affluenti. Questo modo di essere si è diffuso ed ha raggiunto livelli incredibili attraverso due fasi recenti:

  • la fase dei nuovi “conservatori” (Thatcher, Reagan). Negli anni della Thatcher e di Reagan si è assistito allo sviluppo di quella che è stata chiamata la finanziarizzazione (financialization) della vita economica. Le attività di produzione di beni e i loro produttori ristagnano rispetto alla crescita delle attività e dei profitti nel settore finanziario (Banche, Borsa).
  • la fase dei nuovi “progressisti” (Blair, Clinton). Tony Blair e Bill Clinton proseguono le politiche di “liberalizzazione” del settore finanziario iniziate negli anni precedenti con il risultato di produrre una effervescenza economica apparentemente solida nel breve periodo ma foriera di profondi squilibri nell’immediato futuro.

 Se facciamo riferimento all’Inghilterra di Tony Blair e Gordon Brown, le Building Societies che prestavano denaro per l’acquisto di una casa sono potute diventare banche a tutti gli effetti e questa semplice liberalizzazione, attraverso il meccanismo della riserva frazionaria, ha permesso di moltiplicare notevolmente la massa monetaria. Inoltre, sotto il governo laburista, 1 milione di persone sono state inserite nei ranghi dello stato, alcune con salari del tutto considerevoli. Immaginatevi quindi il livello di indebitamento statale crescente e di circolante esistenti, il tutto volto ad alimentare una macchina consumistica colossale che permetteva allo stato, attraverso l’incameramento dei proventi della TVA (la tassa sul valore aggiunto), di continuare a fare debiti e di pagare interessi sul debito alle rendite finanziarie. Questa montagna di soldi affluiva poi anche alle banche ed era logico che esse lo prestassero a coloro che ne facevano richiesta, e soprattutto a quanti volevano comprare casa. A fronte di una notevole massa di acquirenti, i prezzi delle case non potevano che salire e quindi prestare 80 per l’acquisto di una casa che ne costava 100 aveva senso perché quella casa, l’anno successivo, avrebbe raggiunto il prezzo 110 e nel giro di alcuni anni il prezzo 140. Quindi talvolta la banca prestava l’intero ammontare del prezzo attuale di una casa nella prospettiva, estremamente fondata, che, il prezzo a cui la si poteva rivendere in caso di mancato pagamento delle rate, sarebbe stato maggiore.

In sostanza, tutti o quasi stavano costruendo un mondo di carta basato sulla carta straccia delle banconote a corso legale di cui l’ispiratore massimo e il regista supremo era lo stato centrale.

Per questo, quando si parla di bolle speculative, l’unica bolla che vedo è quella dello stato. Tutto il resto sono le bollicine, più o meno grandi, conseguenti all’esistenza dello stato parassita e scialacquatore. Se si esamina la gestione di Gordon Brown (ministro dell’economia) fino al 2008, le spese o gli sprechi di denaro pubblico (a seconda dei punti di vista) sono ammontati, secondo un analista, ad oltre un trilione di sterline (£1,229,100,000,000) (David Craig, Squandering, 2008)

La colpa della crisi, almeno per quanto riguarda l’Inghilterra è quindi da attribuirsi, a mio avviso, unicamente allo stato criminal-finanziario. Per questo, qualsiasi proposta che, consapevolmente o inconsapevolmente, finisca per convogliare verso lo stato ulteriori risorse è un assurdo soprattutto se proviene da persone che vogliono, o quantomeno proclamano di volere, la fine dello stato parassita. Ma questo è quanto potrebbe accadere. Domani vedremo come.

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