The pursuit of happiness

agosto 27, 2012 11 Comments
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Molto spesso e molto volentieri, nelle discussioni relative al libertarismo, l’accento cade su temi di natura economica.
Soprattutto chi è più critico nei confronti del libertarismo lo è per la concezione economica che lo contraddistingue.
Nonostante sia chiaro che i temi economici sono estremamente rilevanti per il libertarian, ridurre il pensiero libertarian a un economicismo politico è profondamente sbagliato.
Scopo fondamentale del libertarismo è garantire a ciascun uomo, in quanto individuo, la possibilità di perseguire liberamente i propri personali obbiettivi.
Ciò che Thomas Jefferson sintetizzò mirabilmente nel più famoso passaggio della Dichiarazione d’Indipendenza:
“We hold these truths to be self-evident, that all men are created equal, that they are endowed by their creator with certain inalienable Rights, that among these are Life, Liberty and the pursuit of Happiness.”
Che esprime in pieno il significato profondo del pensiero libertario.
La possibilità, per ciascuno di noi, di perseguire la propria, personale, ricerca della felicità è la forza propulsiva del libertarismo.
Questo accento individualista, peraltro, non è da intendersi come gretto egoismo e attitudine antisociale.
Si osservi come il padre più nobile del pensiero economico liberale oltre che autore del trattato sulla “Ricchezza delle nazioni” è anche autore di un trattato sulla “Teoria dei sentimenti morali” e che solo dalla lettura di entrambe le opere si può cogliere come il self-interest non possa e non debba essere ridotto al puro calcolo monetario.
Dice Smith:”Per quanto egoista si possa ritenere un uomo, ci sono evidenti principi nella sua natura per cui è interessato alle sorti del prossimo suo e che gli rendono indispensabile l’altrui felicità, benché egli non ne guadagni nulla se non il piacere di contemplarla.”
La valutazione dell’utile, per ciascuno, è un processo soggettivo e non è necessariamente limitato a un tornaconto economico di cortissimo respiro potendo, bensì, contemplare la propensione, innata in ciascuno di noi, a cercare l’approvazione altrui o a soddisfare al dettato della propria coscienza e dei propri principi morali.
“La natura, quando ha creato l’uomo perché vivesse in società, lo ha dotato di un innato desiderio di soddisfare e un’avversione a ferire i suoi fratelli. Essa gli ha insegnato a provare piacere per i loro momenti propizi e dolore per quelli infausti”
Un’implicazione di questo ragionamento, colta più tardi da Menger, Jevons e Walras nella storia dell’economia, è quella che porta a comprendere come il valore non sia creato da un processo materiale e come non siano i fattori produttivi a determinare univocamente il valore delle merci.
Il valore, frutto del giudizio soggettivo delle persone, è un prodotto, una creazione della mente umana.
Le persone stanno meglio non perché hanno un numero maggiore di beni, ma perché vedono i loro bisogni soddisfatti.
Ovviamente abbiamo necessità che richiedono beni materiali per la loro soddisfazione ma anche altri bisogni che possono essere soddisfatti solo dall’amicizia, dall’amore o da un’esperienza religiosa. Alla teoria economica importa soltanto il fatto che le persone abbiano bisogni da soddisfare.
Per l’analisi economica non è significativo in cosa consistano questi ultimi.
I beni materiali sono un mezzo potenziale per soddisfarli ma non sono gli unici.
Il libertario pone, perciò, le libertà negative a fondamento delle proprie tesi perché senza di esse non si può intraprendere quella ricerca della felicità che da un senso alla vita.
Negarle o coartarle per garantire la soddisfazione dei bisogni materiali, per quanto possa sembrare equo, significa negare la propria umanità.
La libertà ha, necessariamente un prezzo. Un prezzo immateriale, s’intende, ma pur sempre un prezzo: la responsabilità.
Uno dei padri spirituali del socialismo italiano, spesso citato, disse che non poteva considerare veramente libero “…un uomo che ha fame, che è nella miseria, che non ha lavoro, che è umiliato perché non sa come mantenere i suoi figli e educarli…”.
Orbene, si immagini un uomo che abbia tutte queste cose e che, per averle, paghi il prezzo di non poter decidere autonomamente per se stesso ciò che è bene e ciò che è male.
Un uomo che non si accolli il peso delle conseguenze delle proprie scelte, e che abdichi ad esse in cambio della sicurezza, è, realmente, un uomo?
Si osservi che, ancora una volta, non è il senso fisico di sazietà ciò che può spingere a rinunciare alla libertà.
E’ la paura di ciò che la libertà comporta a spingere l’uomo a rinunciare ad essa.
Per quanto preziosa, la libertà è faticosa: impone di doversi interrogare su ciò che è preferibile, impone di darsi un metro di giudizio e di confrontarsi con i fatti.
E questo può generare frustrazione, può metterci di fronte all’evidenza che le nostre convinzioni possono essere fallaci.
Se qualcuno volesse eliminare la frustrazione – o l’eventualità della frustrazione – dalla propria esistenza, finirebbe per eliminare anche la libertà o una sua gran parte. E non è escluso che c’è chi davvero lo fa, tanta è la tensione interiore che provoca il dovere scegliere in continuazione tra diverse opzioni, senza che nulla o nessuno gli dica che cosa è giusto fare, senza che nulla o nessuno lo tranquillizzi definitivamente e riporti la pace nel suo animo.
La tensione che la vita libera comporta, con il rischio della responsabilità, allora, appare come insopportabile, poiché la colpa di un eventuale fallimento non può che ricadere sulle spalle dell’individuo.
Ecco che la “libertà d’imprecare” che tanto dispiace al socialista, non dispiace perché limita le scelte dell’individuo, ma perché è il segno che la personale ricerca della felicità di ciascun individuo è difficile e gravosa.
Eric Hoffer, nel 1951, ci ha regalato un’analisi impietosa, in “The True Believer: Thoughts on the Nature of Mass Movements” (brossura e ebook), di come il senso di frustrazione, o la paura di tale eventuale frustrazione possano spingere l’individuo a annullarsi in un movimento di massa, preferendo liberarsi dal fardello della libertà.
Scrive Hoffer: “Aderiamo a un movimento di massa per sfuggire alla responsabilità individuale o, secondo le parole dell’ardente giovane nazista, ‘per essere libero dalla libertà’”.
Chi si sente travolto dalla vertigine della libertà, rinuncia all’opportunità di poter perseguire i propri fini, di poter ricercare da individuo ciò che gli può dare la felicità jeffersoniana e trova la propria pace nella sottomissione.
E’ questo il movente principale di tante conversioni a idee totalitarie e religioni rivelate (Islam, ad esempio, vuol dire esattamente questo, sottomissione).
Dostoevskij, ne I fratelli Karamazov, narra la parabola del Grande Inquisitore, che a un Cristo reincarnato commina la pena del rogo, come farebbe al peggiore degli eretici. Perché?
Perché Cristo, nella prospettiva di Dostoevskij, ha portato la libertà all’uomo e il Grande Inquisitore “fa un merito a sé ed ai suoi precisamente di avere infine soppresso la libertà e di averlo fatto per rendere felici gli uomini” perché “nulla mai è stato per l’uomo e per la società umana più intollerabile della libertà!”.

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11 Comments » 11 Responses to The pursuit of happiness

  1. Antonello Barmina on settembre 10, 2012 at 19:38

    Mi piacerebbe leggere qualcosa su questo sito che riguardi anche le libertà non economiche. Gli spunti evidentemante non mancano, dal testamento biologico alla provreazione assistita.

  2. astrolabio on settembre 10, 2012 at 21:00

    la differenza è fittizia, tecnicamente tutte le scelte umane ricadono nella sfera economica e tutte le scelte economiche sono anche scelte personali.

  3. Antonello Barmina on settembre 10, 2012 at 21:17

    Decisamente in disaccordo. Un conto è dire che le scelte umane abbiano ricadute anche sulla sfera economica, un altro è affermare che tutte le scelte sono scelte economiche.

  4. astrolabio on settembre 11, 2012 at 14:32

    probabilmente abbiamo una concezione diversa di cosa voglia dire economico, tutto quello che ha a che fare con bisogni e scarsità di risorse è intrinsecamente economico, ovvero tutto quello che riguarda le decisioni umane, visto che non viviamo in paradiso. se decido di mangiare un etto di patatine fritte metto sul piatto della bilancia la gratificazione immediata che mi da il piatto di patatine rispetto alla possibilità di contrarre malattie cardiovascolari in futuro o di essere meno bello per via del grasso. quindi sia le decisioni che tu chiami economiche che quelle che non chiami tali riguardano tutte la necessità di ognuno di soddisfare in un modo più o meno adeguato, con le risorse a propria disposizione, la sua sfera di bisogni, insomma la pursuit of happiness

  5. Antonello Barmina on settembre 11, 2012 at 19:11

    Si d’accordo. Io non parlavo però di mangiare patatine o bere alcolici o fumare sigarette. Ho rilevato che il vostro impegno libertarian è molto meno intenso sulle battaglie concernenti le libertà individuali non riconducibili alla libertà di vendere o comprare qualcosa. Vorrei sapere se esiste una posizione su eutanasia, procreazione assistita, interruzione di gravidanza e via discorrendo.

  6. Fabristol on settembre 11, 2012 at 20:14

    Caro Antonello,
    posso risponderti io al riguardo. Se guardi nei post vecchi abbiamo parlato anche di questi punti. Nello specifico posso dirti che per la filosofia libertarian le tematiche etiche riguardano l’individuo non lo stato e men che meno i poteri clericali in combutta con lo stato. Quindi un libertario può essere proaborto o contro l’aborto, come per esempio Ron Paul, ma ciò non significa che le leggi dello stato debbano coincidere con la sua posizione etica.
    Quello che voglio dire è che il concetto di laicità (prima di diventare libertario appoggiavo le idee laiche dei radicali per dire) in una società libertaria è inutile perché non essendoci stato non esiste clericalismo. Il clericalismo vive di stato e eliminato quello il problema è risolto.
    Se invece vuoi sapere come la pensiamo individualmente in questo mondo “reale” ti posso dire che personalmente (ma forse posso parlare anche per Luca, Astro e Luigi non li conosco abbastanza da conoscere le loro posizioni a riguardo) sono proeutanasia, pro-procreazione assistita (mi sono esposto in prima persona per strada per questi temi), per la separazione tra cheisa e stato, contro il finanziamento pubblico della chiesa. Sono anche pro-matrimoni omosessuali anche se in generale preferirei che il matrimonio di stato non esistesse, ma siccome non si può sono favorevole all’allargamento del diritto alle coppie omosessuali. Sull’interruzione di gravidanza la mia posizione è più articolata e non basterebbe questo commento per esprimerla in toto.

    Dalla mia esperienza ti posso dire che tutte le cose dette qua sopra sono condivise dalla maggior parte dei libertarians italiani; le uniche cose su cui molti libertarians divergono è sull’aborto perché implica troppi problemi etici irrisolti.

  7. astrolabio on settembre 11, 2012 at 20:59

    le opinioni possono essere leggermente sfumate ma la questione è sempre che la violenza puo essere usata solo per difendersi (il cosiddetto principio di non aggressione, o golden rule che dir si voglia). nella maggior parte delle questioni riguardanti le cosiddette libertà civili non c’è ovviamente niente di tutto ciò e ho abbastanza difficoltà pure ad immaginare come possano essere implementate alcune di queste in un contesto anarchico, voglio dire, chi è che si mette a spendere un mucchio di soldi per fare processi ad uno che si è eutanasizzato? adesso lo fanno tutti come sport nazionale perchè tanto il processo è penale e paga pantalone, lo vorrei vedere giovanardi che tira fuori qualche centinaio di migliaia di euro di tasca sua per una causa del genere. (in concreto sono daccordo con quello che scrive fabristol).

  8. Antonello Barmina on settembre 12, 2012 at 09:53

    Grazie a Fabristol. E’ stato sufficientemente chiaro!

  9. Luca on settembre 12, 2012 at 14:04

    @Antonello mi accodo a Fabri. In più io sono decisamente a favore della possibilità della donna di abortire, come dice Rothbard in “Per una nuova libertà”

  10. Luigi on settembre 12, 2012 at 21:14

    sottoscrivo in pieno le considerazioni di Fabrizio, e concordo con Astro sull’essenzialità del principio di non aggressione.
    Vorrei osservare, però, che la libertà economica non è la “libertà di vendere e comprare qualcosa”.
    La libertà economica è la capacità del singolo di disporre materialmente del proprio essere. Quello che non mi sembra venga colta è la natura della libertà economica, forse perché fuorviati da una visione materialista della cosa. La libertà di gestire sé stessi è la libertà economica. Ecco perché è una libertà prima, antecedente alle concessioni dello stato. Libertà economica è la possibilità di rifiutarsi di compiere un’azione che non si considera conforme ai propri scopi e ideali.
    se tu puoi acquistare un biglietto aereo puoi viaggiare, e hai libertà di movimento. Altrimenti devi sperare che lo stato ti consenta di muoverti. Se tu hai un tuo terreno, puoi decidere autonomamente come coltivarlo o cosa costruirci sopra. Altrimenti sei tenuto a seminare ciò che lo stato ti impone. Se hai una casa puoi decidere di starci da solo e arredarla come ti pare. Se no sei costretto a elemosinare dallo stato un riparo, e soggiacere all’obbligo di condividerla con chi lo stato ti impone. Se hai sostanze puoi acquistare, anche di nascosto, qualunque libro. Altrimenti sei tenuto a leggere i libri che lo stato ti passa. Le libertà civili, prive di libertà economiche sono un fantoccio nelle mani del potente. Può anche darsi che te le conceda, ma te le può togliere con un soffio.
    Ci sono quelli che capiscono che le libertà economiche sono un presupposto per le altre, e quelli che si consegnano in ceppi al dominio del Leviatano, che può “concedere” l’illusione delle altre libertà per tenere quieto il gregge, salvo toglierle quando il cittadino tenta di scuotere troppo le proprie catene. In Toscana si dice che “senza lilleri non si lallera”. Ecco, se non hai la libertà di poter disporre liberamente del frutto del tuo lavoro sei uno schiavo. Puoi essere uno schiavo coccolato dalla culla alla tomba, ma sarai sempre uno schiavo. Non importa quanto è lunga la catena che il tuo stato-padrone può darti, è sempre una catena. Hayek, Rothbard, Mises, Bastiat, Constant, Acton, Einaudi, Leoni, Nozick sapevano perfettamente che le libertà civili sono fondamentali; sapevano anche che al cittadino vanno offerte le armi per proteggersi dall’arbitrio del potere statale. E l’arma più potente è la difesa della proprietà, perché consente di delimitare uno spazio di non ingerenza dello stato. Vedi, chi legge superficialmente questi autori crede che la proprietà privata e il libero commercio siano difesi per sé stessi. Non è vero. Il singolo ha una forza infinitesima se rapportata a quella dell’apparato statale e se la legge non delimita fortemente il raggio d’azione dello stato, quest’ultimo tenderà ad autoassegnarsi sempre più compiti, a rendersi sempre più penetrante nella vita di ciascuno. Certo, lo farà promettendo di fornire tutto il benessere che l’uomo può desiderare, e si premurerà, per dargli quel benessere, di impedirgli di fare scelte sbagliate. E, così, come per magia, ti ridurrà nuovamente in quello stato di minorità da cui lentamente all’alba dell’era moderna ci stavamo affrancando.

  11. dante calzolari on ottobre 2, 2012 at 23:12

    Sig. Luigi
    Questo era il cntro della questione nell’articolo. La libertà economica (diritto di proprietà)è con gli altri diritti, (libertà personale, diritto alla sicurezza di espressione, di stampa, di riunione, di resistenza contro l’oppressione) solo un aspetto delle libertà che i libertari propugnano. Tutte portano alla responsabilità individuale che è tipica del libertarismo. Ma l’artiolo sopra richiama l’attenzione, sentita da tutti inconsciamente, che non non tutti veramente le desiderino. Oggi come oggi sicuramente solo una piccola minoranza.

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