Quando lo stato è a presidio dei diritti

agosto 28, 2012 15 Comments
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Riceviamo da Andrea Scarponi e volentieri pubblichiamo

E’ ormai da diversi anni che imperversano nei dibattiti politici temi ‘scottanti’ quali, ad esempio, la questione dei diritti civili alle coppie omosessuali o il diritto alla ‘buona morte’, l’eutanasia, per i malati terminali. Come è ovvio che sia in un dibattito, da ambo le parti si agitano coloro che propendono per questa o quell’altra soluzione: la platea si divide puntualmente in pro e contro; dall’una e l’altra volano insulti di ogni tipo fino a che l’atmosfera non diviene incandescente e si arriva allo scontro frontale.
In questi due citati esempi (e se ne potrebbero fare molti altri), se solo si provasse a spostare l’angolo prospettico da cui la questione viene osservata, ci si accorgerebbe che il punto non sta tanto nel capire quale delle due parti abbia ragione e meriti la soddisfazione delle proprie richieste, quanto piuttosto che tutti i problemi nascono da due concetti che nulla hanno a che vedere con le ragioni dell’una e dell’altra parte, ma che nondimeno costituiscono il cruccio del ‘perdente’ in ogni caso.
Infatti, analizzando la questione da una prospettiva che rimetta al centro la libertà individuale, non ci sarebbe alcun modo di dirimere la controversia ricercando una ‘ragione universale’ nelle tesi contrapposte, perché una tal ragione non esiste: essere pro-gay, pro-eutanasia, pro-aborto ecc. è tanto legittimo quanto esservi contrari, benché solitamente una presunta superiorità intellettuale bolli come ‘bigotte’ le tesi oltranziste dei contrari perché questi vogliono limitare, per l’appunto, quella libertà che si vuole difendere. A ben vedere, se essere liberi significa poter autodeterminarsi e prendere libere decisioni, non c’è alcun modo per negare la libertà di essere contrari a certe questioni, anche se tali indirizzi appaiono illiberali.

Quali sono, dunque, i concetti all’origine di queste problematiche che finiscono inevitabilmente per falsare ogni realtà fenomenica che si manifesta in un dato momento storico e in una certa popolazione? Manco a dirlo, uno è il concetto di ‘Stato‘, l’altro è quello di ‘diritto‘. Questi due concetti sono legati indissolubilmente da un doppio filo sin da quando gli esponenti di una certa corrente di pensiero – il giusnaturalismo – ha fatto la sua comparsa nell’Europa continentale. Parlare per la prima volta di diritti della persona (di property individuale) e non soltanto di diritti sulla res, aveva allora un significato ben preciso, ossia quello di affrancare l’uomo, qualsiasi uomo, dall’arbitrio dispotico di un tiranno, delimitando un’area virtuale attorno alla persona che non poteva essere oltrepassata da qualsivoglia decisione del potere (ed aggiungerei, da qualsiasi manifestazione del potere). Si capisce come un tal modo di ragionare avesse, a quel tempo, una notevole carica rivoluzionaria: nel tempo in cui i Re possedevano lo ‘ius vitae ac necis‘ su ciascuno dei propri sudditi, affermare il ‘diritto alla vita’ come supremo, innato e irrinunciabile, significava compiere il passo decisivo verso la libertà sostanziale.

Avvenne, poi, con la rivoluzione francese, che questo nucleo di diritti essenziali e irrinunciabili costituì al contempo la ragion d’essere e il limite dello Stato moderno: una volta, infatti, che i diritti furono proclamati, non restava che trovarne il fido garante e assicurarsi che questo non li avrebbe a sua volta sovvertiti. Ora, ai fini di questa breve disamina, vale la pena prendere in considerazione uno dei caratteri essenziali dello Stato di diritto: il monismo giuridico, ossia la pretesa di essere l’unico soggetto con la capacità di emanare norme giuridiche aventi efficacia in un dato territorio (solitamente i confini nazionali, ma in alcuni casi anche al di fuori di questi – si pensi al diritto penale italiano, tendenzialmente universale). Ed è proprio il monismo giuridico ciò che, nello specifico, causa gli attriti di cui si è parlato all’inizio: essere l’unico soggetto in grado di poter stabilire cosa è lecito e cosa non lo è, significa consegnare nelle mani di una maggioranza, o di una confessione religiosa, o di un leader carismatico e così via, lo ‘ius vitae ac necis‘ sulla legittimità di una certa pretesa. Vista così, si potrebbe affermare come molte delle varie lotte per la conquista di diritti, in realtà, non sono state altro che riappropriazioni di ciò che sarebbe dovuto essere in una società autenticamente libera, e che invece sono state soffocate dalla tracotanza statale, ben lungi dall’essere quel paradiso idilliaco che si fa espressione della ‘volontà generale’ del popolo.

Quindi, ricapitolando, lo Stato è a presidio dei diritti individuali; lo Stato decide quali diritti hanno ragion d’essere nel suo territorio. Capito il trucchetto? Ritorniamo alla questione dei diritti civili delle coppie omosessuali. Lo Stato riconosce alle coppie eterosessuali che convolano in matrimonio alcuni diritti civili in funzione dell’importanza che la famiglia ricopre nell’organizzazione sociale come, ad esempio, la reversibilità della pensione per il coniuge superstite. Quando le coppie omosessuali avanzano la medesima pretesa, ossia di potersi sposare per accedere alla reversibilità della pensione (per rimanere all’esempio), lo fanno essenzialmente perché altrimenti non c’è via attraverso la quale possano ottenere un servizio di tal guisa. In un paese ove la previdenza è pubblica, non v’è alcun modo per questi di ottenere siffatto ‘diritto’ rivolgendosi a una certa azienda assicuratrice piuttosto che a un’altra che non prevede, in ipotesi, quell’opzione.
In effetti, quello che preme sottolineare è che il punto della questione, e del dibattito ad essa inerente, non è tanto il se un certo punto di vista è più giusto di un altro, quanto piuttosto il fatto che finché sarà lo Stato a presidiare i diritti della persona, vi sarà sempre un cittadino di seria A e uno di serie B, specie se gli strumenti per l’attuazione di talune pretese restano nelle monopolistiche mani dello Stato. Quindi, il riconoscimento di diritti civili alle coppie omosessuali, pur covando una forte carica simbolica e pur potendo avvicinare la realtà attuale a una condizione più equa, non risolve affatto il cuore del problema, che, rebus sic stantibus, è destinato a ripetersi all’infinito in una società regolata da un legislatore (unico e) morale.

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15 Comments » 15 Responses to Quando lo stato è a presidio dei diritti

  1. Antonello Barmina on agosto 28, 2012 at 10:56

    Posti alcuni diritti fondamentali, dovrà esserci qualcuno che quei diritti tutela e garantisce. Altrimenti si rimane nelle proclamazioni di principio.

  2. Andrea on agosto 28, 2012 at 12:33

    Proclamare diritti ha sempre funzione declaratoria, nel senso che non aggiunge nulla allo status di essere umano, essendo una mera costruzione concettuale. Per tutelare la persona e i suoi diritti contro le sopraffazioni esiste la giustizia, che non è detto debba essere statale. Il fatto è che in questi casi i problemi sorgono prima della tutela, nella fase del riconoscimento: lo Stato non riconosce la possibilità per gli omosessuali di sposarsi, ossia di accedere a quel negozio giuridico (matrimonio) tipizzato dal legislatore che non è altro se non un complesso di posizioni giuridiche soggettive dalle quali scaturiscono diritti ed obblighi. In una società libertaria, senza un legislatore monista, non ci sarebbero limiti alla stipulazione di negozi giuridici, purché aventi causa lecita, e quindi il problema non si sarebbe posto affatto.
    Sicuramente si sarebbero risparmiate una sequela di discussioni inutili su quanto sia giusto o meno che l’altro faccia quello che vuole, né si sarebbe sentito come necessario l’intervento di una ‘forza superiore’ a ristabilire un’uguaglianza che di fatto esiste con l’uomo perché tale, e che se qui è gambizzata è solo per colpa dell’intoccabile Stato.

  3. Antonello Barmina on agosto 28, 2012 at 13:01

    A me pare invece, che la responsabiltà, per rimanere al problema in questione, la possibilità delle unioni omosessuali, che il problema non sia lo stato in se, ma la presenza ingombrante di un piccolo staterello parassita che prospera all’interno di Roma. Questo se vogliamo rimanere in casa nostra. Altrove le unioni omosessuali hanno ben diverso valore legale. Direi che lo stato non dovrebbe riconoscere o negare alcunchè, ma semplicemente prendere atto di un mutato clima culturale.

  4. Luca on agosto 28, 2012 at 13:16

    @Antonello prendo spunto dalla tua ultima frase. A me sembra che lo stato sia una zavorra per la società: arriva sempre dopo i mutamenti già avvenuti e regolamenta in modo arbitrario scontentando per forza una parte degli individui. Perché allora permettergli di intromettersi nella libera interazione tra gli individui?

  5. Andrea on agosto 28, 2012 at 14:09

    Qui non si sta parlando di responsabilità per una scelta da considerarsi a priori errata… D’altra parte i termini del confronto dialettico tra le due sponde sembrano puntare su centri radicalmente differenti, per cui un risultato differente è ottenibile a seconda dei valori preponderanti in ciascuno (e che non spetta sicuramente a me giudicare). Ne tantomeno può liquidarsi la faccenda con un “prendere atto del mutato clima culturale”.
    Visto che questo Stato è democratico e si è accettato il principio della sovranità (della maggioranza) del popolo, non vedo perché quelle persone non debbano poter esprimere la loro opinione in merito e vederla soddisfatta fintanto che rappresentano la maggioranza. Il succo non cambierebbe se lo Stato fosse, ad esempio, autenticamente confessionale e la scelta fosse rimessa alle prescrizione del testo sacro di turno, o se fosse di stampo autoritario e la decisione fosse rimessa nelle mani del ‘duce’ al comando.
    In tutti i casi sarebbe lo Stato ad avere, in ultima istanza, lo ‘ius vitae ac necis’ sulla validità di una libera manifestazione di volontà come può essere un’unione fra omosessuali, la decisione di morire ecc., cosa che, si capisce, non ha nulla a che vedere con la presenza più o meno ingombrante di una confessione religiosa all’interno di una società, quanto nel fatto che lo Stato è autorità dotata di potere monistico che invade il ‘campo minato’ della moralità provocando gli attrti di cui si è accennato.

  6. Antonello Barmina on agosto 28, 2012 at 15:15

    Temo invece che a fare la differenza sia proprio il livello di “confessionalità” dello stato. L’Arabia Saudita non è la Norvegia, e nessuno può negare che in un caso abbiamo uno stato invadente, ierocratico e liberticida, nel secondo uno stato laico. Il livello di oppressione sul corpo e la mente dell’individuo è differente. Aggiungo che entità non statuali, e mi sto evidentemente riferendo ancora una volta ai grandi monoteismi, riscono ad essere perfettamente funzionanti e oppressivi.

  7. Andrea on agosto 28, 2012 at 15:47

    Ti ripeto che non c’è nulla che si possa fare per debellare la ‘confessionalità’ di uno Stato, intesa nel nostro caso come tendenza confessionale della maggioranza dei suoi abitanti, e ciò indipendentemente dalla costituzione formale dello stato (democratica, confessionale ecc.), se non estrometterlo da ogni decisione morale o, e il che sarebbe soluzione ancor migliore, estrometterlo dalla produzione arbitraria e monistica del diritto e riscoprire la sana bontà del pluralismo giuridico. Poco importerebbe al non credente se chiesa, sinagoga o quant’altro sono realtà dispotiche se non avessero la capacità di incidere su TUTTI gli abitanti grazie solo ad una fetta di essi. Ecco, lo Stato – e nient’altro – è il mezzo attraverso cui lo possono fare legittimamente.
    Per gli altri (i credenti) la Chiesa rimarrebbe dov’è e com’è, ‘oppressiva’ come sempre, anche se quest’affermazione lascia il tempo che trova se sol si considerasse che è data anche la libertà di farsi ‘opprimere’ e alcuni lo fanno per raggiungere fini spirituali che non è dato a te nè a me, nè tantomeno allo Stato, giudicare.

  8. Antonello Barmina on agosto 28, 2012 at 19:33

    “Produzione monistica e arbitraria del diritto” Ho necessità di qualche chiarimento. Sarebbe interessante sapere quando una norma giuridica è arbitraria e quando no.

  9. Andrea on agosto 29, 2012 at 10:16

    Sei su un sito di libertari, la risposta la dovresti già sapere!

  10. Antonello Barmina on agosto 29, 2012 at 10:41

    Che io acceda ad un sito di “libertari”, non implica che ne conosca e ne coondivida le loro proposizioni. Per cui sono interessato, non provocatoriamente e in perfetta buona fede, a comprendere quando una norma è arbitaria e quando no. Vi prometto che non vi molesterò ulteriormente.

  11. Andrea on agosto 29, 2012 at 12:09

    Una norma che non risponde ai canoni del diritto naturale è arbitraria; può essere espressione dell’unico al comando, di una maggioranza, rispondere più o meno a ‘buonsenso’ ma non potrà mai essere ‘giusta’ in assoluto. Un esempio lo puoi trovare nelle norme che regolano il fisco: chi stabilisce che un certo livello di tassazione sia quello giusto rispetto a tutti gli altri?
    Una norma invece non è arbitraria quando nasce dall’osservazione dei fenomeni naturali e stabilisce un precetto incontestabile perché legato alla natura umana: il ‘non uccidere’, ad esempio, è uno di quelli, perché l’uomo ha nozione della malvagità intrinseca di quell’atto sin dalle sue prime interazioni (e infatti è un comando presente in qualsiasi civiltà). Arbitraria, semmai, può essere la proscrizione (sanzione) ad essa legata (e infatti attraverso proscrizioni differenti, i vari legislatori cercano di perseguire obiettivi differenti, vedi ad esempio le differenze di pena per i reati di omicidio nei paesi scandinavi e negli USA, o in altri paesi asiatici).

  12. Antonello Barmina on agosto 29, 2012 at 12:28

    Lascerei da parte il diritto naturale, o un’intrinseco senso della giustizia presente nell’uomo, che vieterebbe, ad esempio di non uccidere(facciamo quindi l’esempio del delitto per definizione).Fermo restando che devono (esprimo appunto un dover essere) dei limiti sostanziali alla potestà legislativa, limiti ai quali si informano le costituzioni moderne, è opportuno concentrarsi sull’aspetto procedurale che porta alla formazione del testo normativo.

  13. Andrea on agosto 29, 2012 at 12:45

    Sinceramente non ho capito dove vuoi andare a parare.

  14. Weierstrass on settembre 3, 2012 at 00:18

    Avevo fatto delle considerazioni simili in questo articolo: “L’IMMORALITA’ DELLO STATO. IL CASO DELLE COPPIE OMOSESSUALI” ( http://www.economiaeliberta.com/2012/07/limmoralita-dello-stato-il-caso-delle.html ).

  15. [...] spunto da una serie di commenti di Antonello Barmina su LibertariaNation per proporre alcune osservazioni sulla natura delle differenze che potrebbero aver ispirato sia [...]

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