Copyright: una storia di magia e superstizione

ottobre 24, 2012 1 Comment
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Credo che ormai sia entrato nell’immaginario collettivo quel mito che vuole che alcune popolazioni africane credano nella fotografia che ruba l’anima del fotografato. Non so se sia vero, se sia basato su un episodio realmente avvenuto o se addirittura ci siano ancora tribù indigene che lo credano ancora. Sta di fatto che questa storia -vera o mito- mi serve per introdurre il post di oggi che riguarda qualcosa che pare non abbia alcuna connessione con una tribù indigena che crede nella fotografia vampirica: il copyright.
Quante volte avrete sentito che copiare una canzone, un film o una fotografia è come rubare. Chi copia fa un furto e la merce copiata viene considerata come refurtiva. Queste persone, queste associazioni, questi legislatori hanno qualcosa in comune con quegli indigeni che credono che la fotografia rubi l’anima: pensano che creare una copia dell’oggetto significhi rubarlo.
Così come gli indigeni non comprendono il concetto di copia, così fanno i moderni esseri umani equivalenti. Questa superstizione è entrata nella nostra psiche collettiva tanto che esistono delle leggi che vietano di creare delle copie di oggetti.
Pensate ad un mondo in cui la fotografia sia vietata sulle persone e sugli oggetti perché i legislatori sono preoccupati che fotografando si possa rubare l’essenza degli oggetti o l’anima delle persone. Assurdo, giusto?
Fare una copia di una copia è un furto? Secondo la logica dei sostenitori della copia=furto sì anche se mina alla base la loro logica… (anche se mi chiedo se sia possibile parlare di logica quando entra in gioco la superstizione?). Ammettiamo che io faccia una fotocopia di una foto che possiede il copyright (una sorta di anima soffiata dal dio-legislatore sugli oggetti). In quel momento sono colpevole di violazione di copyright (ho rubato l’anima dell’oggetto). Secondo i legislatori non è una copia ma un furto. Furto significa che io ho tra le mani l’oggetto stesso che ho rubato, nonostante il proprietario non si sia accorto di nulla e il suo originale sia ancora in suo possesso. La magia si è compiuta: l’anima si è spostata dall’originale alla copia e la transustatazione fotografica ha compiuto il suo miracolo. Sono un ladro. Ma invece di recuperare l’anima dalla copia e ritrasferirla all’originale, la copia viene sequestrata o distrutta. Perché? Apparentemente la refurtiva in questi casi non si restituisce al proprietario. La copia viene definita falso, un oggetto corrotto che niente ha a che vedere con l’originale. Tratteranno la copia come se fosse fatta di un materiale povero (nonostante la carta per stampare sia la stessa), corrotto e peccaminoso, completamente diverso rispetto all’originale (anche se prima lo definivano furto dell’originale). Percheé? Semplice, perché non è l’orginale, perché non ha copyright, perché non ha l’anima. A questo punto la mia copia non ha più anima, non ha più copyright, quindi è lecito fare una copia di una copia.

Confusi? Pensate quanto devono esserlo i sostenitori dell’equivalenza copia-furto, allora. E pensate a quanti di questi esempi assurdi dobbiamo trovarci di fronte quotidianamente. Dalla legittimità di scambiarci musicassette (eh gli anarchici anni 80!) tra amici all’illegalità di scambiarci le stesse canzoni su internet oggi (il mezzo di scambio diventa peccaminoso); dalla legittimità a fischiettare una canzone dentro le nostre case all’illegalità per averlo fatto in pubblico senza aver pagato la mazzetta alla SIAE (il pubblico ludibrio); possiamo distruggere un libro o un CD dopo averlo comprato perché è di nostra proprietà ma non possiamo trascriverlo o copiarlo su un altro supporto perché non è di nostra proprietà ecc. ecc.

Superstizione, nient’altro. Come credere che una foto vi possa rubare l’anima.

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1 Comment » One Response to Copyright: una storia di magia e superstizione

  1. CARLO BUTTI on ottobre 24, 2012 at 17:45

    Indubbiamente c’è qualcosa di metafisico nell’idea di “proprietà intellettuale”;e in seguito al progresso tecnologico nel campo della comunicazione di massa e della riproduzione meccanica delle cosiddette “opere dell’ingegno” le normative vigenti in materia appaiono superate, sotto alcuni aspetti addirittura risibili per la loro innocua(perché di fatto spesso inapplicabile) severità.Ciò detto, rimangono da risolvere alcuni problemi. Considerando la proprietà come un fascio di diritti, posso vendere tutti i diritti relativi a un’opera dell’ingegno tranne quello di riprodurla? O anche questo è né più né meno che un principio metafisico(ma allora anche un diritto di passaggio su un fondo serviente)? E come la mettiamo se non mi limito a ricopiare e a diffondere una canzone che mi piace, ma ci metto sotto il mio nome, come se l’avessi composta io? Si può rubare la titolarità d’una creazione, o è un principio metafisico anche questo? Premetto di non aver per ora risposte: sarò contento se qualcuno mi saprà illuminare.

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