Il fallimento della scuola pubblica

ottobre 26, 2012 No Comments
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Mentre passavo la rete al setaccio cercando informazioni libertarie, mi sono imbattuto in un bell’articolo di John Hood, “The Failure of American Public Education” (Il Fallimento dell’Istruzione Pubblica negli Stati Uniti) pubblicato nel sito www.thefreemanonline.org.

Nell’articolo Hood spiega in maniera chiara ed efficace i motivi del progressivo degrado della qualità delle scuole pubbliche in America, e sottolinea come il controllo statale sull’istruzione non si basa semplicemente sul monopolio statale delle sistema scolastico.

Anche quando le scuole privata tentano di fare concorrenza allo stato sono costrette a sottostare a una serie di regole e standard il cui obiettivo non è quello di migliorare la qualità dell’educazione, ma di proteggere delle lobby di impiegati statali.

Queste regole rigide sono una delle principali cause del fallimento dell’istruzione pubblica. Come spiega Hood, le uniche scuole a ottenere buoni risultati sono amministrate da dirigenti che possono decidere chi assumere e chi licenziare. Nella scuola pubblica una politica del genere è impossibile. I sindacati degli insegnanti sono una vera e propria lobby che difende tutti i docenti, compresi quelli inefficienti e inadatti all’insegnamento. E’ facile capire che non ci si può aspettare di migliorare il livello dell’istruzione se si è costretti ad assumere del personale dalle doti mediocri.

L’uniformità della paga è un altro aspetto di questo problema. Nelle scuole pubbliche l’unico criterio per un aumento della paga è l’anzianità di servizio. Non c’è nessun incentivo, per un insegnante, a essere preparato e competente: il collega che ripete a pappagallo degli argomenti stantii, o che non aggiorna i suoi metodi da anni, ma che è in servizio da più tempo, riceve più soldi. Senza una sana competizione, una buona  parte degli insegnanti si limita a seguire gli standard minimi che il governo richiede. In questa situazione paradossale la competenza non è un requisito fondamentale, ma uno sforzo in più.

Un altro punto interessante che Hood mette in luce nel suo articolo è che gli insegnanti non dovrebbero essere dei semplici impiegati statali. L’insegnamento è un lavoro intellettuale e altamente specializzato, e come tale richiede una serie di requisiti e capacità che un governo difficilmente può valutare. In un sistema privato, la valutazione degli insegnanti dipenderebbe dagli standard dello studio a cui appartengono. E’ un sistema che esiste già: pensate ai vari istituti di lingue straniere, o alle strutture private di tutoring.

In un sistema di insegnamento libero sarebbe la buona o la cattiva fama dello studio a cui un insegnante appartiene a creare le possibilità di impego, non una graduatoria basata su concorsi statali inefficienti e spesso truccati (lo sappiamo bene in Italia).

Il che ci porta a un’altra caratteristica dell’istruzione pubblica che mantiene la qualità dell’insegnamento a un livello mediocre: i programmi statali. Come ci si può aspettare che gli insegnanti ottengano dei buoni risultati se devono seguire un piano deciso da un legislatore lontano dalle realtà locali e dal mondo del lavoro? Negli ultimi anni persino le scuole statali hanno cercato di aumentare l’autonomia di docenti e dirigenti, ma se non si elimina la presenza dello stato nel sistema educativo ogni tentativo di riforma è un semplice palliativo.

Si parla spesso, anche in Italia, della scuola come di un mondo a sé, isolato dalla realtà. Questa concezione è frutto dei programmi statali, il cui scopo non è creare opportunità per lo sviluppo personale, ma uniformare, creare degli standard. In un passaggio importante, Hood ricostruisce la storia dell’istruzione pubblica americana: il dominio pubblico sull’istruzione è nato per annullare le differenze culturali degli immigrati e creare un “melting pot” (crogiolo) di individui privi di specificità e facili da tenere in riga.

Con gli anni si è anche creato un ceto sociale di insegnanti interessati solo a mantenere i privilegi acquisiti e a seguire le mode del momento. Ogni avvenimento storico (come, nel 1957, il lancio dello Sputnik) ha, infatti, creato una serie riforme futili, di cambiamenti superficiali. In Italia lo sappiamo fin troppo bene: ogni governo ha voluto riformare l’istruzione ma ha creato solo una serie di confusioni e disastri. Le scuole sono state cambiate per gli insegnanti, non per gli studenti. Non c’è da sorprendersi se la qualità dell’istruzione continua a peggiorare.

Come libertari è facile concentrarsi solo sugli aspetti più evidenti del potere statale, come le tasse o le leggi liberticide. Tuttavia, se si pensa che il problema dell’educazione sia tutta sommato secondario a mio parere si commette un grave errore. Le idee libertarie non avranno mai successo finché esisterà il monopolio statale sull’educazione.

Non si tratta semplicemente di indottrinamento (che pure è presente in forti dosi nelle scuole pubbliche) ma di una naturale conseguenza delle politiche che mantengono un livello medio di insegnamento inadeguato.

Pensate alla conoscenza media della lingua inglese in Italia. Per essere realmente informati nel mondo di Internet bisogna parlare la lingua della rete, ma quanti italiani possono dire di poter leggere un saggio economico o politico in inglese?

Il problema non è ovviamente limitato alle conoscenze linguistiche. Per capire i meccanismi economici e politici del mondo che ci circonda è necessario avere sviluppato un senso critico che è difficile acquisire nelle scuole pubbliche. Chi riesce a sviluppare delle capacità razionali di critica lo fa non grazie, ma a dispetto dell’istruzione pubblica.

Le scuole pubbliche, infatti, disincentivano le forme naturali di apprendimento come la curiosità personale o la collaborazione. Nel contesto scolastico fatto di test e programmi standard la curiosità è bollata come distrazione, e la collaborazione come contraria alle regole.

Per insegnare alle persone a ragionare in maniera autonoma serve un contesto dove gli insegnanti siano motivati e capaci di motivare, competenti e incentivati a migliorarsi e a migliorare, e dove gli studenti possano imparare senza essere costretti a seguire degli schemi standard, ma in maniera autonoma e creativa.

L’istruzione statale non può offrire questo contesto. Per creare un mondo libero abbiamo bisogno di un’istruzione libera.

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