Delitto e Castigo. Il contrasto del crimine in una società libera medioevale

ottobre 30, 2012 4 Comments
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La nostra terra deve essere costruita con la legge, oppure abbandonata alla rovina con l’illegalità.
Saga di Njàl, cap.70.

Uno dei grandi pregiudizi instillati nell’opinione pubblica dalla superstizione statalista è quello che fa credere che l’assenza dello stato comporti l’insorgere di una sorta di scontro belluino tra bande armate di selvaggi.
Eppure è esistito almeno un esempio, regalatoci dalla storia, che contraddice questo luogo comune.
Tra il nono secolo dopo Cristo e il tredicesimo, l’Islanda visse un periodo di splendida anarchia.
A creare questa comunità, lontana antesignana del seasteading, furono dei norvegesi che sfuggivano alla nascita di uno stato nazione.
Se all’origine di molti stati si pone una figura prominente di padre fondatore (sin da Narmer-Menes, fondatore della monarchia dei Faraoni fino alla veneranda figura di George Washington la storia è tutta un fiorire di quelli che Hegel chiamava uomini cosmicostorici) nel caso dell’Islanda Harald Bellachioma svolge, invece, il ruolo, anonimo, del sovrano lontano al cui dominio degli uomini liberi sono sfuggiti.
L’Islanda si popola, infatti, e si riconosce come nazione proprio per sfuggire alle conseguenze dell’operato di re Harald.
Una parte degli abitanti della Norvegia arma le proprie navi e volge la prua verso un’isola disabitata e riunendosi in assemblea, l’Alþing, decide di fare a meno di un governo centralizzato.
(A chi volesse conoscere nel dettaglio la storia dell’Islanda medioevale e non avesse voglia di attingere direttamente alle pur splendide saghe islandesi, personalmente consiglio la lettura de La stirpe di Odino, la civiltà vichinga in Islanda, traduzione italiana di Viking age Iceland, di Jesse L. Byock, con una interessante prefazione di Jacques Le Goff).
Ebbene, se si leggono le saghe e i resoconti storici di questo periodo, tutto appare tranne che una torma di bruti intenti a distruggere e devastare, immemori della propria umanità.
Anzi, se si volesse definire correttamente cosa sia stata l’antica comunità islandese ci si troverebbe immediatamente in difficoltà, poiché gli storici hanno un certo imbarazzo ad ammettere che essa è stata una realtà politica unitaria ed omogenea, ma assolutamente acefala, priva di qualunque parvenza di quello che noi siamo abituati a considerare “stato”.
Nel Fristat, lo stato libero islandese, i goðar, i capi, non governavano su unità territoriali e i loro poteri erano estremamente scarsi. Eppure, come sottolinea Jacques Le Goff nell’introduzione al già citato libro di Byock, non si può dire che la società islandese fosse una società primitiva, o che la sua evoluzione abbia costituito un’involuzione, un regresso, rispetto alle più articolate istituzioni norvegesi da cui deriva.
Al contrario, i migranti che si stabilivano in Islanda ci appaiono ben consapevoli quantomeno di quale fosse il tipo di società cui volevano sfuggire.
Così, mentre nella penisola scandinava la monarchia stava estendendo le proprie prerogative a spese dei diritti tradizionali dei contadini liberi, dalle saghe traspare in modo più che evidente che chi si stabilì nell’isola era contrario a qualunque forma di accentramento del potere statale: gli elementi di ordinamento tenuti in vita nella comunità islandese, la legislazione formale nazionale (che veniva interpretata e emendata dal Lögrétta, l’assemblea legislativa nazionale) e un sistema giudiziario uniforme ed esteso a tutto il territorio islandese, vennero scelti con consapevolezza proprio per la loro capacità di ostacolare la nascita di un potere esecutivo centrale.
Essendosi spogliata di tutte le strutture militari e politiche della cultura scandinava dell’era vichinga, la società islandese delegò tutte le funzioni esecutive ai privati, operando in ambito pubblico con il nudo scheletro dello stato. La coesione interna era garantita dalla diffusa accettazione del principio espresso icasticamente nella citazione della Njáls saga riportata in incipit: il caos viene domato esclusivamente attraverso la legge e la discussione giudiziale.
La leadership era soggetta a una sorta di economia di mercato e chi ambiva a reclamare il goðorð, il prestigio e il ruolo di leader, doveva offrire ai suoi sostenitori, ai suoi Þingmenn, protezione e supporto.
Queste forme di accordo erano, per di più, negoziabili e scambiabili, come attestato in più punti dalle saghe e nessuno di questi leader aveva, strutturalmente, né la forza né i mezzi per imporsi sull’intera società.
Il fatto che, in questo modo, si fosse privatizzato e parcellizzato il potere coercitivo comportava l’assenza di tasse per il mantenimento di istituzioni pubbliche volte al suo esercizio.
Allo stesso modo era una proprietà personale, e, perciò, vendibile, anche il seggio nel Lögrétta.
La natura negoziabile del goðorð costituì uno dei maggiori elementi di stabilità del sistema, perché permetteva, proprio per l’assenza di vincoli di appartenenza di classe o di rango, a contadini abili e ambiziosi di acquisire il ruolo di goði, e cercare di ottenere all’interno del sistema il proprio spazio, invece che attraverso un mutamento del sistema stesso.
Ancora più interessante è il secondo luogo comune che la terra dei geyser e dei ghiacciai si è premurata di sfatare nel medioevo, ovvero che lo stato debba esistere se si vuole amministrare la giustizia e far applicare la legge.
Anche in questo caso l’idea diffusa è che ciò che distingue la barbarie dalla civiltà sia la moderna gestione monopolistica della forza da parte dello stato. Ebbene, durante il periodo del Fristat, era consentita anche l’alienazione dei diritti di vendetta al patrocinatore. In altri termini, la vittima era considerata proprietaria del diritto di rivalersi su chi l’avesse danneggiata. Contrariamente alla visione corrente per cui si presume che lo stato abbia una funzione paidetica, che debba “educare” alla convivenza civile un’umanità altrimenti ferina, nella comunità islandese medioevale la funzione della giustizia era eminentemente compensativa .
Si presume, oggi, invece, che chi agisce al di fuori della legge lo faccia, inevitabilmente, per una forma di perversione morale e che la funzione dello stato, nel contrastare il crimine, sia quella di far ravvedere e rieducare il reo. David Friedman, in “The machinery of freedom”, ha dedicato un capitolo alla cultura giuridica delle saghe nordiche, e ha proposto un paragone illuminante per comprenderne l’impostazione e ciò che la differenzia dalla visione corrente: “It may help to understand the legal institutions of medieval Iceland if we look at them as an extreme case of something familiar. Our own legal system has two kinds of law—civil and criminal. There is a sense in which civil law is enforced privately and criminal law publicly. If someone breaks your arm, you call a policeman; if someone breaks a window—or a contract—you call a lawyer. The lawyer in a civil case does, as an employee of the plaintiff, the same things that the district attorney would do as an employee of the state.”
Apparentemente questa “depenalizzazione”, mi si passi il termine, anche dei crimini di sangue, potrebbe apparire rozza e primitiva. E, per chi si oppone alla visione libertarian, sembrerebbe una conferma della necessità dell’istituzione di uno stato “pesante”, atto a imporre il diritto in forme più avanzate ed “eque”.
A contraddire questo ennesimo pregiudizio infondato sono le analisi condotte da Gary Becker e George Stigler, riprese in seguito dal già citato David Friedman. Due paper, in particolare, “Crime and punishment: an economic approach” e “Law Enforcement, Malfeasance and Compensation of Enforcers.” permettono di mostrare come una visione meno ingenuamente imbevuta di fideismo statalista può, invece, portare a concepire, sulla base di un’analisi razionale e suffragata da dati, una teoria del law enforcement che gode di diversi pregi e che mostra notevoli punti di contatto con il sistema giuridico spontaneamente formatosi in Islanda. Il primo pregio è quello di non vedere il crimine come una patologia, né medica né morale, ma come il frutto di una scelta razionale. Dire che il criminale è razionale non significa ritenere che il suo agire sia frutto di una valutazione esatta del rapporto tra i costi che egli deve sostenere nell’intraprendere un’azione criminale e i benefici che ne potrà potenzialmente trarre. Il criminale è razionale esattamente come ciascuno di noi quando compiamo una qualunque delle nostre scelte: riteniamo banalmente che ciò che scegliamo sia meglio di ciò che non scegliamo.
Il secondo pregio è quello di non concepire il contrasto del crimine come qualcosa di sempre preferibile in ogni caso, a prescindere dai costi che la società dovrà sostenere per metterlo in opera. L’idea che il crimine debba essere estirpato e annullato completamente, costi quel che costi, è il frutto di una visione fanatica e utopistica, e da essa conseguono alcuni effetti che sono sotto gli occhi di tutti, come le nostre italiche carceri sovraffollate e i nostri tribunali ingolfati di cause eterne e kafkiane.
Becker propone una teoria dell’ “offerta” criminale decisamente agnostica rispetto a tutte le ipotesi sociologiche, lombrosiane o psicologiche su cui abitualmente si dibatte nel discutere l’origine e l’entità dei fenomeni criminali. L’idea di Becker è che, tenute costanti tutte le altre condizioni, un potenziale criminale si deciderà a compiere un reato se il tempo e le risorse che egli investirà in quell’azione gli renderanno di più rispetto agli altri usi alternativi.
Dall’altro lato della barricata stanno i tutori dell’ordine, e il loro operato, per quanto meritorio, costituisce un costo per la società. A determinare questo costo contribuisce anche la necessità di garantire che essi non siano corruttibili dai malfattori.
E’ proprio da questo genere di analisi, rigorosamente quantitative, che i due autori giungono a una conclusione che, appunto, smentisce la tesi per cui la gestione monopolistica statale della tutela dell’ordine sia comunque preferibile rispetto ad una sua apertura ai meccanismi spontanei del mercato.
Al contrario, i due premi Nobel avanzano proposte alternative che, come osserva Friedman, assomigliano in modo strabiliante alle forme di gestione e composizione dei contrasti descritti nella saghe di Njàl o degli Sturlunghi.
Cosa possiamo dedurre, noi uomini del 2000, a partire dall’analisi delle istituzioni elaborate dagli islandesi del 900 d. C.?
Secondo Friedman, “It is difficult to draw any conclusion from the Icelandic experience concerning the viability of systems of private enforcement in the twentieth century. Even if Icelandic institutions worked well then, they might not work in a larger and more interdependent society. And whether the Icelandic institutions did work well is a matter of controversy; the sagas are perceived by many as portraying an essentially violent and unjust society. tormented by constant feuding. It is difficult to tell whether such judgments are correct. Most of the sagas were written down during or after the Sturlung period, the final violent breakdown of the Icelandic system in the thirteenth century. Their authors may have projected elements of what they saw around them on the earlier periods they described. Also, violence has always been good entertainment, and the saga writers may have selected their material accordingly. Even in a small and peaceful society novelists might be able to find, over the course of three hundred years, enough conflict for a considerable body of literature. The quality of violence, in contrast to other medieval literature, is small in scale, intensely personal (every casualty is named), and relatively straightforward. Rape and torture are uncommon, the killing of women almost unheard of; in the very rare cases when an attacker burns the defender’s home, women, children, and servants are first offered an opportunity to leave. One indication that the total amount of violence may have been relatively small is a calculation based on the Sturlung sagas. During more than fifty years of what the Icelanders themselves perceived as intolerably violent civil war, leading to the collapse of the traditional system, the average number of people killed or executed each year appears, on a per capita basis, to be roughly equal to the current rate of murder and nonnegligent manslaughter in the United States. Whatever the correct judgment on the Icelandic legal system, we do know one thing: it worked–sufficiently well to survive for over three hundred years. In order to work, it had to solve, within its own institutional structure, the problems implicit in a system of private enforcement.”
Queste soluzioni potranno non essere adeguate alle esigenze di una società enormemente più complessa come quella moderna e, probabilmente, potranno apparire lontane dalla sensibilità diffusa, eppure ad esse bisogna riconoscere di aver consentito a una società priva di strutture statali di vivere un’esistenza pacifica e, compatibilmente con le improbe condizioni ambientali, prospera.

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4 Comments » 4 Responses to Delitto e Castigo. Il contrasto del crimine in una società libera medioevale

  1. Fabristol on ottobre 30, 2012 at 18:58

    Non sarà un caso se Ayn RAnd abbia scelto proprio un vichingo, Ragnar Danneskjöld, per simboleggiare un eroe libertario?
    http://libertarianation.org/2012/01/18/la-rivolta-di-atlante-di-ayn-rand-recensione/

    ;)

  2. Luigi on ottobre 30, 2012 at 20:55

    Quando i vichinghi giunsero in Normandia, gli fu chiesto chi cosa volessero e chi fosse il loro capo.
    La loro risposta è celebre, risposero che volevano conquistare la Francia e che non avevano capo, poiché nessuno di loro avrebbe potuto sopportare la schiavitù.

  3. InVisigoth on novembre 25, 2012 at 17:57

    Mi piace proprio questo articolo. Complimenti! L’unica cosa, se mi posso permettere… magari sarebbe ancora meglio se si potessero tradurre in italiano i brani in inglese. Non per me personalmente, ma si potrebbe avere una fruizione maggiore, credo, da parte di chi l’inglese non lo mastica. Potrebbe sembrare altrimenti una chiusura quasi elitaristica. Io so che non lo è (e mi rendo anche conto che l’articolo sembrerebbe infinito, tuttavia…), ma gli altri forse no…
    Saluti

  4. Fabristol on novembre 26, 2012 at 22:04

    Ciao Invi,

    hai ragione, lo terremo in mente per il futuro. ;)

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