La storia del mondo in 100 connessioni

novembre 16, 2012 5 Comments
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La storia del mondo in 100 oggetti di Neil MacGregor non è assolutamente un libro libertario. Non parla di teorie libertarie, di volontarismo, di anarchismo o di libertà come piace vengano scritte queste cose a noi libertari. Anzi, l’autore più volte sembra vedere nella nascita degli stati il culmine dell’evoluzione.

Questo libro è semplicemente un libro molto bello e molto leggibile che parla della storia dell’umanità, o meglio delle storie, dal suo inizio fino ai giorni nostri e che sceglie di raccontare questa storia con un’angolatura molto interessante: 100 oggetti che si trovano nel British Museum; non per niente l’autore è anche il direttore di questo famosissimo museo.

Ciononostante consiglio caldamente a tutti, libertari o no, di leggere questo libro. Primo perché si tratta di un ottimo libro di storia non pedante e che consente di avere una panoramica mondiale della storia della civiltà umana. In secondo luogo perché, volente o (più probabilmente) nolente, un leitmotif del libro è molto caro ai libertari: la libera interazione tra le persone.

Leggendo di queste storie che partono da oggetti non si può non arrivare alla conclusione che il commercio e lo scambio (di beni e di idee) siano stati uno dei motori principali dell’uomo da sempre. Sin dalla remota preistoria abbiamo esempi di oggetti utilizzati da un gruppo di persone solo perché un altro gruppo anche lontano aveva raggiunto la tecnologia per fabbricarli e poi, attraverso lunghi viaggi e mediatori, questi oggetti sono arrivati altrove. È veramente affascinante vedere come l’interazione, che sembra impossibile, tra gruppi di uomini lontani tra loro ci sia sempre stata. Ti scalda il cuore pensare che nonostante tutto, guerre, difficoltà logistiche, protezionismi, diffidenze, la natura dell’uomo a spingersi lontano e a guardare a 360°  soluzioni per i suoi problemi abbia sempre prevalso e con essa la civiltà si sia evoluta.

Le civiltà precolombiane dell’America restarono per millenni completamente isolate dal resto del mondo e, forti di una popolazione nel complesso numerosa, diedero vita a civiltà altamente evolute. Tuttavia vennero per la maggior parte completamente spazzate via dall’arrivo dei colonizzatori europei. Non sono uno studioso e un esperto, ma forse questa loro fragilità (nonostante il grado evoluto di civiltà) è stata dovuta al fatto che per millenni non hanno avuto contatti con il resto del mondo. Il confronto e lo scambio non sono un gioco a somma zero.

  • Anche quando vedi foto contemporanee dell’Oba, ha più anelli di corallo di chiunque altro. La cosa rimarchevole sulla Nigeria è che tutto il corallo non viene dalle sue coste ma dal Portogallo o luoghi simili. Quindi abbiamo cose che pensiamo siano totalmente tradizionali e invece sono esempi di commercio tradizionale.
  • Gli elefanti Kakiemon del British Museum ci raccontano una storia del mondo intero nel XVII secolo. Gli artigiani giapponesi, anche se isolati dal resto del mondo, usavano tecniche mutuate dalla Cina e dalla Corea per fare immagini di animali dell’India che rispondevano al gusto dei consumatori in Inghilterra; ai quali queste merci venivano vendute dagli olandesi.

Traduzione dall’inglese mia.

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5 Comments » 5 Responses to La storia del mondo in 100 connessioni

  1. capemaster on novembre 16, 2012 at 14:08

    Se arguisco correttamente, dovrebbe piacerti anche “I bottoni di Napoleone”

  2. Luca on novembre 16, 2012 at 15:55

    ho cercato su intenet e sembra un bel libro.
    ma su amazon non c’è la versione Kindle…
    ogni volta mi stupisco di come alla fine del 2012 esistano libri che non sono in versione ebook! 😀

  3. cachorroquente on novembre 17, 2012 at 09:54

    Per quanto riguarda le civiltà precolombiane, se non ricordo male Diamond nel suo famoso “Armi, acciaio e malattie” ipotizzava qualcosa del genere ma un po’ diverso: non tanto l’isolamento dal “resto del mondo” (che l’america centro-meridionale non è proprio un buco…) quanto una geografia non favorevole agli scambi tra diverse civiltà. Per cui, ad esempio, competenze acquisite (nell’ambito della scultura, o della metallurgia) da una civiltà non venivano trasmesse alle altre per via delle giungle o delle montagne che le separavano.
    La differenza con le regioni del Mar Mediterraneo e dell’Atlantico è palese. Quando si parla di “età del bronzo” sembra incredibile che lo stagno veniva principalmente dalle isole britanniche (anche se ancora ai tempi di Erodoto la loro posizione e caratteristiche erano ancora semi-leggendarie), e invece per parlare di scrittura basti pensare all’alfabeto che dai fenici (ispirati dagli egizi) è arrivato ai greci, ai latini e agli etruschi…

  4. cachorroquente on novembre 17, 2012 at 10:00

    PS facendo una breve ricerca su wikipedia vedo che lo stagno in tempi pre-romani arrivava dal Baltico più che dalle isole britanniche; comunque penso che il senso di quello che volevo dire rimanga. Nelle americhe lo stagno e dunque il bronzo era usato dagli Inca e da alcune civiltà del Messico nord-occidentale, ma tante altre erano escluse.

  5. Fabristol on novembre 17, 2012 at 10:26

    Il Mediterraneo: le nazioni che separa le unisce. chissà cosa sarebbe successo se il Mediterraneo fosse rimasto prosciugato (successo almeno tre volte, almeno due con l’Homo sapiens presente)?

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