“Le origini della virtù” di Matt Ridley, una recensione

novembre 19, 2012 14 Comments
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“This book has in passing tried to nail some myths about when we adopted our cultured habits.
I have argued that there was morality before the Church; trade before the state; exchange before money; social contracts before Hobbes; welfare before the rights of man; culture before Babylon; society before Greece; self-interest before Adam Smith; and greed before capitalism.
These things have been expressions of human nature since deep in the hunter-gatherer Pleistocene.”
Matt Ridley, “The origins of virtue”


Personalmente ho sempre avuto una profonda avversione intellettuale verso le teorie politico-filosofiche fondate su assunzioni astratte e forti relative alla “natura ultima dell’uomo”. Ed è per questo che sia l’idea hobbesiana del bellum omnium contra omnes, che l’idilliaco “buon selvaggio” rousseauiano non solo non hanno mai colpito positivamente la mia fantasia, ma mi hanno portato a dubitare di tutte le idee che, in qualche modo, siano riconducibili agli stereotipi contrapposti di cui i due filosofi possono essere considerati modello.
Matt Ridley, in “Le origini della virtù. Gli istinti umani e l’evoluzione della cooperazione”, edito dall’Istituto Bruno Leoni nella collana “Mercato Diritto Libertà” costruisce, invece, uno splendido puzzle che, con l’aiuto della teoria dei giochi, della biologia e della psicologia evoluzionistica e dell’antropologia, riesce a mostrare come la nostra cultura e il nostro comportamento non possano essere realmente compresi se non alla luce di ciò che l’evoluzione ci ha costretto ad essere, sin da quando i nostri più remoti antenati scheggiavano le loro asce di pietra nella gola di Olduvai.
L’uomo che emerge dalla lettura di questo libro non è il semplicistico bruto dipinto da Hobbes per giustificare la protervia del Leviatano, né tanto meno il bucolico abitante dell’Eden pre-industriale Rousseauiano che tanto piace alla nuova religiosità ambientalista di certa sinistra.
Emerge, invece, il convincente ritratto di un animale, un primate, con forti istinti sociali, plasmati dalla selezione naturale per consentire al pool genetico della nostra specie di prosperare.
La sorprendente, e brillante, commistione delle tesi evoluzionistiche di Richard Dawkins, le ben note ricerche di Maynard Smith sulla teoria dei giochi applicata all’evoluzione, con l’analisi economica e politica permette sia di confutare le tragiche parodie del darwinismo che hanno portato a distopie eugenetiche e totalitarie che le altrettanto pericolose fantasie primitivistiche dei tree-huggers ambientalisti.
Avere, dopo ben sedici anni dalla sua pubblicazione, la possibilità di leggere in italiano questo testo, devo dirlo onestamente, rinfranca. Rinfranca perché è il sintomo che, nonostante tutto, anche nell’ormai asfittico e conformista panorama culturale italiano c’è spazio per idee controverse ma razionali.
La pietra dello scandalo di questo libro è data dalla sua perorazione del libertarismo, un’idea politica che permetterebbe ai nostri migliori istinti di prevalere su quelli peggiori. La virtù, ci dice Ridley, nasce proprio come caratteristica evolutiva degli Hominina atta a consentire di giocare, nel processo evolutivo, con quelle strategie cooperative che mostrano una straordinaria capacità di prevalere, una volta attuate.
Risuona alla mente la celeberrima citazione di Adam Smith: “It is not from the benevolence of the butcher, the brewer, or the baker, that we expect our dinner, but from their regard to their own interest. We address ourselves not to their humanity but to their selflove, and never talk to them of our own necessities but of their advantages. Nobody but a beggar chooses to depend chiefly on the benevolence of his fellow citizens.”
Ciò che Ridley sottolinea è che la ricerca del proprio interesse non è assolutamente da ritenere gretto egoismo, né che essa debba contrapporsi all’altruismo. Il punto nodale, che le ricerche in ambito di teoria dei giochi fanno risaltare con chiarezza, è che in presenza di giochi a somma non nulla, a volte, una strategia prudentemente altruista è quella che tutela di più l’interesse di ciascuno.
E l’evoluzione ha permesso, in modo a dir poco stupefacente, che noi esseri umani, anche se privi di una consapevolezza razionale di questo fatto, istintivamente tendiamo a avere sentimenti ed istinti che favoriscono la cooperazione, impedendoci di agire come “rational fools”.
Anche in questo caso riecheggia una citazione di Smith:“Per quanto egoista si possa ritenere un uomo, ci sono evidenti principi nella sua natura per cui è interessato alle sorti del prossimo suo e che gli rendono indispensabile l’altrui felicità, benché egli non ne guadagni nulla se non il piacere di contemplarla.”
Ridley, in chiusura del suo libro, propone il libertarismo al lettore come una risposta ai problemi politici e sociali che scaturisce dal riconoscimento delle forze connaturate all’animo umano e che non tenta di riplasmarlo prometeicamente come tante altre ideologie hanno fatto nel passato con scarso successo.
Per citare la chiusura del libro :“For St Augustine the source of social order lay in the teachings of Christ. For Hobbes it lay in the sovereign. For Rousseau it lay in solitude. For Lenin it lay in the party. They were all wrong. The roots of social order are in our heads, where we possess the instinctive capacities for creating not a perfectly harmonious and virtuous society, but a better one than we have at present. We must build our institutions in such a way that they draw out those instincts. Pre-eminently this means the encouragement of exchange between equals. Just as trade between counrties is the best recipe for friendship between them, so exchange between enfranchised and empowered individuals is the best recipe for cooperation. We must encourage social and material exchange between equals for that is the raw material of trust, and trust is the foundation of virtue.”
La forza del libro sta nel mostrare come quest’ultima asserzione non sia frutto di astrazioni filosofiche ma che sia la necessaria conseguenza della natura che l’evoluzione ha dato all’uomo e che i tentativi di “ingegneria sociale” che tanto piacciono alla compassionevole ed egualitarista sinistra politica sono necessariamente destinati a risvegliare, nonostante le nobili intenzioni, le pulsioni da free-rider che albergano in ognuno di noi.
Allo stesso tempo il rigido conformismo e la passione per la gerarchizzazione che la destra politica considera necessari per domare il selvaggio e primitivo hobbesiano aduso ad una vita “solitary, poor, nasty, brutish and short” soffocano e reprimono le capacità di adattamento spontanee della società agli stimoli ambientali.
Un libro, dunque, che non piacerà di certo agli adepti della religione del Leviatano sia nella sua confessione di sinistra che in quella di destra. E, che , pertanto, vale la pena di leggere.

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14 Comments » 14 Responses to “Le origini della virtù” di Matt Ridley, una recensione

  1. Fabristol on novembre 19, 2012 at 11:40

    Molto interessante questo libro. Tra l’altro è la stessa cosa che dico da anni prima che diventassi un libertario: molte delle carattersitiche che ci rendono umani, sia quelle negative che quelle positive sono nella nostra natura di mammifero sociale. Lo dicevo nel periodo della diatriba cattolici-laici: non è la religione che rende l’animale uomo morale. La morale viene prima della religione, allo stesso modo la società viene prima dello stato. Tra l’altro Richard Dawkins sta facendo una trasmissione proprio su questo qui a Channel 4 in UK.
    Ci scrivo un post!

  2. astrolabio on novembre 19, 2012 at 18:19

    mi sembra che il libro sottostimi l’evoluzione memetica/culturale, se tutto è riconducibile alla psicologia evoluzionista non si spiegherebbe neanche l’esistenza di ingegneri sociali, ne la variabilità delle istituzioni ne il senso civico (che esiste, non è che siamo tutti familisti amorali, o perlomeno molti popoli relativizzano l’importanza della famiglia)

  3. Luigi on novembre 19, 2012 at 20:03

    Astro, direi di no, non la sottovaluta affatto.
    Anzi, essa si inquadra perfettamente nel discorso di Ridley. Lessi, tempo addietro, un breve saggio di Cavalli Sforza sull’evoluzione culturale, e non è affatto incompatibile con la visione espressa da Ridley. A dire il vero, direi, l’evoluzione culturale ha senso solo se la genesi e la trasmissione di memi può essere interpretata alla luce di ciò che Ridley dice riguardo al fatto che il “conformismo” è un tratto evoluzionisticamente vincente.

  4. Fabristol on novembre 19, 2012 at 20:23

    ” il “conformismo” è un tratto evoluzionisticamente vincente.”
    lo è eccome! Ci siamo evoluti con comportamenti di tipo gregario: se la mia famiglia o quelli che mi stanno intorno si comportano in un certo modo è implicito che il loro sia un comportamento vincente se no non sarebbero lì. E’ sicuramente innato il conformismo e ci vuole uno sforzo non indifferente per uscire dal conformismo. Pensate alla mamma chioccia con i suoi pulcini. Se i pulcini non copiassero quello che fa la madre -quali semi mangiare e quali no- non sopravviverebbero.

    I libertari devono combattere contro la genetica. 😉

  5. Luigi on novembre 19, 2012 at 20:56

    In realtà anche di questo si potrebbe dare conto.
    A quanto pare esistono studi di psicologia sperimentale che stanno evidenziando i libertari come un gruppo mosso da stimoli profondamente diversi da quelli che dominano la mentalità statista ( sia essa conservatrice o liberal) e si potrebbe arguire che sia la risposta che sta maturando, in termini evoluzionistici, allo stimolo ambientale dato dalla continua crescita delle pretese dello stato.
    Siamo un po’, noi libertari, la reazione immunitaria all’attacco del parassita statale alla società 😉

  6. astrolabio on novembre 20, 2012 at 01:11

    il libro di cavalli sforza è molto interessante dal punto di vista storico, ma non affronta diversi problemi che mi sembra quasi che in questo libro (a giudicare dalla recensione eh) siano dati per scontati, in una visione meramente gene centrica non esiste l’altruismo puro (per esempio, muoio per salvare una persona che non è mia parente) e ci sono molti problemi che affronta il mondo “genetico” che il mondo culturale affronta molto meglio, nella realtà per esempio il dilemma del prigioniero è meno problematico rispetto al paradosso classico, i test sperimentali di teoria dei giochi in genere mostrano dei soggetti che non si comportano in modo razionale come previsto dalla teoria. quindi insomma, l’evoluzione imho spiega le dinamiche cooperative di un branco i lupi ma non spiega bene le dinamiche umane. riguardo al conformismo che tirate fuori ci sarebeb da distinguere tra tradizione e pressione sociale, la prima è effettivamente una strategia evolutivamente vincente (perlomeno stabile) in un ambiente stabile (somiglia alla trasmissione genetica) la seconda è più simile ad un virus e può essere dannosa o positiva in maniera casuale ma detto questo la cosa si fa enormemente più complicata perché magari si innescano escalation tra tradizioni e virus mentali per cui le tradizioni puntano a innestare il rifiuto delle mode nei fanciulli, e i virus cercano invece di essere il più seduttivi possibili, questo perlomeno a livello base ma magari ci possono essere strategi del genere che si creano a livello superiore, per esempio il sistema giuridico è basato su un sistema tradizionale, chissà che si inventa per resistere alle mode del momento, e così via all’infinito.

  7. astrolabio on novembre 20, 2012 at 01:14

    ho in mente da tempo di scrivere un post per libertarianation che avrebbe come titolo una cosa del tipo “come diffondere il libertarismo cazzeggiando su internet, facendo l’amore e ascoltando cosa ha detto Gesù” ma è una roba che ho in mente tipo da un anno, non penso che troverò mai il tempo o le risorse mentali per farlo.

  8. […] il libertarismo e la nostra moralità novembre 20, 2012 No CommentsBy FabristolIl post di Luigi mi ha dato lo spunto per questa breve disquisizione su alcune tematiche interessanti e su […]

  9. Luigi on novembre 20, 2012 at 23:10

    “nella realtà per esempio il dilemma del prigioniero è meno problematico rispetto al paradosso classico, i test sperimentali di teoria dei giochi in genere mostrano dei soggetti che non si comportano in modo razionale come previsto dalla teoria. quindi insomma, l’evoluzione imho spiega le dinamiche cooperative di un branco i lupi ma non spiega bene le dinamiche umane.”

    Astro, nel libro c’è un’approfondita disamina dei test sperimentali condotti sul dilemma del prigioniero, non ultimi quelli portati avanti da Vernon Smith, di cui prima o poi vorrò parlare qui su LibertariaNation. E la tesi più forte del libro è proprio quella che determina come il tratto evolutivo peculiare del genere Homo sia la sua capacità di elaborare strategie complesse di collaborazione, non solo tra singoli esemplari ( singole persone) ma anche tra gruppi, praticando, per di più, a un livello di complessità più avanzato la suddivisione del lavoro non più solo tra membri di una singola comunità ( cosa che accade anche tra le api e le formiche, addirittura) ma anche tra diverse comunità ( e così nasce il commercio e il mercato…).
    Non vederlo come “determinismo genico”, il fatto che un tratto comportamentale sia stato selezionato dall’evoluzione ( cosa che comporta che ciò che fa sì che il tuo cervello possa rispondere in quel modo a qualche stimolo è in qualche modo scritto nel tuo DNA) non vuol dire che tu debba agire necessariamente in quel modo.
    Puoi, non devi. Così come puoi stringere un sasso in mano, perché hai un pollice opponibile, ma ciò non vuol dire che tu debba raccogliere ogni sasso che trovi per terra 😀

  10. astrolabio on novembre 21, 2012 at 22:02

    il problema è che se è vero che l’unità di selezione è il gene queste strategie non dovrebbero esserci, d’altronde come fai notare l’uomo è l’unico che ce l’ha, e dal punto di vista fisico quello che differenzia l’uomo dal resto degli animali è proprio un encefalo abbastanza efficente da permettere un’evoluzione culturale.

  11. Petrus on gennaio 3, 2013 at 06:21

    Esempio di Cooperazione

  12. Luigi on gennaio 3, 2013 at 22:23

    Grazie Petrus della sottile provocazione.
    Se leggerai il libro troverai che Ridley, e riprende questo tema in un altro suo libro, “the rational optimist”, evidenzia che proprio le differenze di carattere etologico tra i panina e i membri del genere Homo sono cruciali nel determinare il successo evoluzionistico dei secondi e come tra queste sia fondamentale proprio la capacità di stabilire rapporti di cooperazione estesa tra gruppi.

  13. Petrus on gennaio 4, 2013 at 07:37

    la ” provocazione ” voleva solo ricordare che la propensione naturale della nostra specie allo scambio e alla condivisione, elementi fondamentali per l’evoluzione anche culturale, spesso ha come fine anche l’annientamento parziale o totale dei propri simili appartenenti ad altri clan

  14. The rational optimist | libertariaNation on gennaio 14, 2013 at 07:10

    […] recente lettura di “Le origini della virtù. Gli istinti umani e l’evoluzione della cooperazione”, di […]

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