Discorso di commiato al Congresso di Ron Paul

novembre 21, 2012 11 Comments
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Quello che leggerete di seguito è il discorso di commiato al Congresso di Ron Paul, forse l’ultimo discorso del deputato libertario. E’ molto lungo (alcune parti le abbiamo tagliate) ma ne vale la pena leggerlo. In grassetto le parti che secondo noi sono più importanti e interessanti.

Un ringraziamento enorme a Leonardo Pavese che si è occupato della lughissima traduzione. Diffondete il più possibile!

Discorso di commiato al Congresso di Ron Paul

Questa potrebbe essere l’ultima volta che parlo alla Camera. Alla fine dell’anno lascerò il Congresso, dopo essere stato eletto per 23 anni, nell’arco di tempo di 36 anni. I miei obiettivi, nel 1976, erano gli stessi di adesso: promuovere la pace e la prosperità attraverso la stretta osservanza dei principi di libertà individuale.
Era mia opinione che la strada imboccata dagli Stati Uniti, verso la fine del XX secolo, ci avrebbe condotto solo a una grave crisi finanziaria e che ci saremmo impantanati in una politica estera che ci avrebbe lasciato sovraesposti e avrebbe minato la nostra sicurezza nazionale.
Per raggiungere gli scopi che mi proponevo, lo stato avrebbe dovuto ridurre le sue dimensioni e la sua portata, ridurre le spese, riformare il sistema monetario, e scaricare i costi insostenibili dell’espansione dell’impero americano e della sorveglianza globale.
I problemi parevano insormontabili e impossibili da risolvere, però, dal mio punto di vista, un ottimo punto di partenza sarebbe stato semplicemente attenersi ai vincoli imposti al governo federale dalla Costituzione.

Che cosa sono riuscito a fare?

Secondo l’opinione prevalente, e in molti sensi, la mia carriera intermittente al Congresso, dal 1976 al 2012, ha fruttato ben poco: nessuna legge porta il mio nome, e neanche nessuna autostrada o palazzo del governo federale – grazie a Dio. Nonostante i miei sforzi, il governo s’è accresciuto in modo esponenziale, le tasse restano eccessive, e la moltiplicazione di norme incomprensibili continua. Le guerre sono una costante e vengono intraprese senza una dichiarazione formale del Congresso, i deficit raggiungono il cielo, la miseria impera e la dipendenza dallo stato oggi è peggio che in qualunque altro periodo della nostra storia.     
Tutto ciò senza la minima preoccupazione per i disavanzi e le responsabilità senza copertura finanziaria, che il buon senso ci dice non possono continuare ancora a lungo.

Un grande intesa fra i due partiti, della quale mai si parla, tollera il segreto ben custodito che permette che lo sperpero continui. Una fazione non rinuncia a un centesimo di spesa per la difesa, e la fazione opposta non rinuncia a un centesimo di spesa per l’assistenza sociale, mentre tutti e due i partiti approvano i salvataggi e i sussidi per le banche e le élite aziendali. Mentre l’economia s’indebolisce, lo sperpero e la discesa nel gorgo continuano.

Nella capitale, l’ostacolo principale al vero cambiamento è la totale riluttanza ad ammettere che il paese è senza un soldo. Ciò ha reso il compromesso inevitabile, ma solo per mettersi d’accordo su come spendere di più, siccome nessuna delle due parti ha la minima intenzione di tagliarle, le spese.

Il paese e il Congresso continueranno a rimanere in conflitto, perché non c’è più bottino da spartirsi. Se non si comprende questo, i dissipatori di Washington continueranno a marciare verso un burrone finanziario che è ben più alto di quello che si prevede per il prossimo gennaio.

Ho riflettuto molto sul perché quelli di noi che credono nella libertà, come soluzione, abbiano ottenuto così poco, nel cercare di convincere gli altri dei suoi vantaggi. Se la libertà è veramente quello che noi predichiamo che sia, cioè il principio che assicura che vengano prese tutte le scelte personali, sociali ed economiche giuste per la massima prosperità e la miglior chance di ottenere la pace, la libertà dovrebbe essere facile da smerciare. Eppure, la storia dimostra che le masse si sono rivelate molto ricettive alle promesse dell’autoritarismo, le quali raramente s’avverano.

Autoritarismo e Libertà

Se i regimi autoritari sono controllati da facoltosi interessi particolari e conducono alla miseria, alla guerra e a meno libertà per tutti gli individui, la gente dovrebbe reclamare libertà a gran voce. Al tempo della fondazione del nostro paese ci doveva essere senza dubbio un forte anelito di libertà, che ispirò coloro i quali erano disposti a combattere una rivoluzione contro il poderoso governo britannico.

Durante i miei anni al Congresso, l’appetito per la libertà è stato invece molto flebile; e la comprensione del significato di libertà quasi inesistente. Però la buona notizia è che, se paragonato al 1976, quando sono stato eletto per la prima volta al Congresso, nel 2012 il desiderio di più libertà e meno stato è molto più forte; e sta crescendo, specialmente fra le comunità di base d’America. Decine di migliaia di adolescenti e studenti universitari stanno accogliendo con grande entusiasmo il messaggio libertario.

Mi sono fatto qualche idea del perché i cittadini di un paese come il nostro, che una volta era il più libero e il più ricco, ha lasciato che le condizioni si deteriorassero fino a questo livello. La libertà, la proprietà privata e il contratto volontario, che si può far rispettare, creano ricchezza. Durante i primi anni della nostra storia lo sapevamo molto bene. Ma, all’inizio del XX secolo, i nostri uomini politici cominciarono a propagandare la nozione che i sistemi, monetario e fiscale, dovevano per forza essere riformati, se proprio avessimo voluto sobbarcarci le enormi spese interne e quelle per la difesa. Questa è la ragione per cui il Congresso ci regalò la Federal Reserve e la tassa sul reddito. La maggioranza degli americani, e anche molte autorità governative, si trovarono d’accordo sul fatto che sacrificare un po’ di libertà era necessario per realizzare quelle che alcuni definivano le idee “progressiste”. Un regime democratico puro divenne la norma.

Non si resero conto che, ciò che stavano facendo, era esattamente il contrario di quello che i coloni volevano, quando avevano tagliato i ponti con la Gran Bretagna.

Alcuni protestano che le mie argomentazioni non abbiano nessun senso, dato che la grande ricchezza e il livello di benessere di molti americani, nonostante queste nuove politiche, negli ultimi 100 anni sono aumentati. Ma il logorio insidioso dell’economia di mercato e della moneta è stato costante.

C’è voluto molto tempo per dissipare la nostra ricchezza, distruggere la moneta, sabotare la produttività e portare le nostre responsabilità finanziare oltre al punto di non ritorno. A volte la sicurezza di sé dura più del dovuto. La gran parte del nostro benessere oggi si basa sul debito. La ricchezza di cui abbiamo goduto, e che sembrava illimitata, ha lasciato che l’interesse per l’idea di una società libera venisse tralasciato. Fintantoché la maggior parte della gente credeva che la cornucopia materiale fosse inesauribile, preoccuparsi di proteggere un’economia produttiva e competitiva, e la libertà individuale, sembrava superfluo.

L’era della ridistribuzione

Questa negligenza ha introdotto l’era della ridistribuzione della ricchezza, da parte di un governo che si prostra davanti a tutti i possibili interessi particolari, ma non ha nessun riguardo per coloro che vogliono solo essere lasciati in pace. Questo è il motivo per cui i finanziamenti, oggi, in politica, superano di molto i fondi destinati alla ricerca, allo sviluppo, e alle iniziative imprenditoriali produttive.

I benefici materiali sono diventati più importanti della comprensione e della promozione dei principi della libertà e del libero scambio. È un’ottima cosa, se l’abbondanza materiale sono il prodotto della libertà, ma se ci preoccupiamo solo del materialismo, i guai sono assicurati.

La crisi è arrivata perché è finito il sogno che la ricchezza e la prosperità sarebbero durate per sempre. E siccome il sogno era fondato sul debito e sulla finzione che potesse essere occultato grazie a un sistema monetario basato sulla carta moneta emessa per fiat, era destinato a crollare. Ci siamo ritrovati con un sistema che non produce neanche abbastanza per riuscire a finanziare il debito e senza la comprensione basilare del perché una società libera sia decisiva, per invertire queste tendenze. Se non lo capiamo, la ripresa economica tarderà ancora a lungo. La tendenza verso uno stato più grande, più spesa, più debito, più povertà per la classe media, e il parapiglia sempre più intenso degli interessi elitari particolari continueranno.

Occorre un risveglio intellettuale

Senza un risveglio intellettuale, il punto di non ritorno verrà determinato dalle leggi economiche. Una crisi del dollaro metterà in ginocchio il sistema attuale che è senza controllo.

Se non ci si rende conto che il super-governo, la moneta emessa per decreto, la pianificazione economica centralizzata, l’aver ignorato la libertà, l’assistenzialismo e il militarismo hanno causato la nostra crisi, non possiamo che aspettarci una marcia pericolosa verso il corporativismo, e perfino il fascismo, con ancora più danno alle nostre libertà. Ma la prosperità per una classe media allargata, però, diverrà solo un’astrazione. 

[…]

La crisi attuale suscita molto pessimismo. E pessimismo vuol dire minore fiducia nel futuro. Le due cose si alimentano a vicenda, rendendo la nostra situazione peggiore.

Se non si comprende la causa fondamentale della crisi, non possiamo risolvere i nostri problemi. Le questioni dell’assistenza sociale, del deficit, del corporativismo, dell’inflazione, dei salvataggi delle aziende, dell’autoritarismo e della guerra non possono essere ignorate. Non ci si possono aspettare dei buoni risultati, se solo si espandono queste politiche.

Tutti dichiarano di essere a favore della libertà. Ma troppo spesso si tratta solo della loro e non di quella degli altri. Sono in troppi, coloro che credono che ci debbano essere limiti alla libertà. Sostengono che la libertà debba essere diretta e gestita, per raggiungere l’equità e l’eguaglianza, rendendo così accettabile la limitazione di certi diritti per mezzo della forza.

Alcuni pretendono di decidere quali libertà, e di chi, debbano essere ridotte. Sono gli uomini politici il cui obiettivo esistenziale è il potere. Il loro successo dipende dall’assicurarsi l’appoggio degli interessi particolari.

Basta con gli “ismi”.

La buona novella è che non si debba più cercare la risposta in altri “ismi”. La soluzione consiste in più libertà, che costa molto di meno. Le spesa diminuisce, la produzione di ricchezza aumenta e la qualità della vita migliora. Solo il riconoscerlo, e specialmente muoversi in quella direzione, aumenta l’ottimismo, che di per sé stesso fa bene. Poi è necessario fargli seguire delle politiche valide che la gente ha compreso e approvato.

Ma ci sono tanti segnali positivi che la generazione che sta maturando è d’accordo sul muoversi nella direzione di più libertà e più auto-sufficienza. Il ritorno dell’ottimismo sarà tanto più rapido, quanto più queste soluzioni  e questo cambio di direzione saranno resi noti.

Il nostro lavoro, per quelli come noi che credono a un sistema diverso da quello che abbiamo avuto negli ultimi cent’anni, e che ci ha condotto a una crisi insostenibile, è di cercare di essere più persuasivi; perché esiste un sistema semplice, magnifico ed etico che fornisce una risposta. Ne abbiamo avuto un assaggio durante i primi anni della nostra storia. Non dobbiamo indietreggiare davanti all’idea di batterci per questa casua.

Il sistema funzionava, ma abbiamo permesso ai nostri governanti di concentrarsi sull’abbondanza dei beni materiali che la libertà produce, dimenticandosi della libertà vera e propria. Adesso non abbiamo più nessuna delle due, ma la porta ora è aperta, per necessità, a ogni risposta. E la soluzione a nostra disposizione si basa sulla Costituzione, sulla libertà individuale e sull’impedire al governo l’uso della forza, per concedere privilegi e sussidi a tutti i vari interessi particolari.

Dopo più di 100 anni, ci troviamo di fronte a una società che è molto diversa da quella immaginata dai Padri Fondatori. In molti sensi, i loro sforzi di proteggere le generazioni future da questi pericoli, mediante la Costituzione, sono falliti.

Quando nel 1787 la Costituzione veniva redatta, gli scettici avevano cercato d’avvertirci del pericolo di un esito come quello odierno. La natura insidiosa dell’erosione delle nostre libertà, e il senso di sicurezza che la nostra grande abbondanza ci donava, hanno permesso al processo di evolvere in un periodo denso di pericoli come quello in cui viviamo.

La dipendenza dalla prodigalità dello stato.

Ai nostri giorni, ci troviamo di fronte alla dipendenza da un governo munifico per quasi ogni necessità. Le nostre libertà vengono ristrette, mentre il governo agisce al di fuori della legge, salvaguardando e ricompensando coloro i quali pagano o ricattano i governanti perché soddisfino le loro esigenze. Ecco alcuni esempi:

Le guerre non dichiarate sono all’ordine del giorno.

L’assistenzialismo, per i ricchi e per i poveri, è ormai considerato un diritto.

L’economia è sovra-regolamentata, sovra-tassata e distorta grossolanamente da una politica monetaria che è profondamente erronea.

Il debito sta crescendo esponenzialmente.

Il Patriot Act e la legge FISA (Foreign Intelligence Surveillance Act), approvati senza un granché di dibattito, hanno causato un’erosione costante dei diritti sanciti dal IV Emendamento.

Il nostro governo intraprende tragicamente guerre preventive, che dovrebbero essere chiamate aggressioni, senza nessuna protesta da parte del popolo americano.

La guerra fatta per mezzo dei velivoli senza pilota, che stiamo conducendo in tutto il mondo, è destinata a ritorcersi contro di noi, per via dell’odio che cresce, causato dalla perdita di vite innocenti e dalla violazione del diritto internazionale. Quando poi saremo indeboliti finanziariamente, e sotto pressione dal punto di vista militare, un mare di odio ci verrà ridiretto contro.

È ora legge dello stato che le forze armate possano arrestare cittadini americani e detenerli indefinitamente, senza imputazioni né un processo.

L’ostilità contro il libero scambio, nella capitale, gode dell’appoggio di un gran numero di persone. Coloro che sono a favore delle sanzioni, della manipolazione della valuta e delle azioni di rappresaglia stile OMC (Organizzazione Mondiale del Commercio), chiamano i veri liberoscambisti  “isolazionisti”.

Salvataggi aziendali e garanzie per ogni genere di comportamento scorretto sono la norma.

La pianificazione centralizzata dell’economia, per mezzo della politica monetaria, della regolamentazione e delle imposizioni legislative è diventata una politica accettabile.

Domande

Questo governo ipertrofico ha creato un disastro tale che ci suggerisce molte interrogazioni:

Perché i malati che usano la marijuana a scopi medicinali vengono gettati in galera?

Perché il governo federale impedisce il consumo del latte non pastorizzato?

Perché in America non si possono fabbricare cordami o altri prodotti dalla canapa?

Perché agli americani non è consentito usare l’oro e l’argento come valuta legale, così come comanda la Costituzione?

Perché la Germania è sufficientemente preoccupata da prendere in considerazione il rimpatrio del suo oro, che la Federal Reserve custodisce per lei a New York? Non sarà che la fiducia negli Stati Uniti, e nella supremazia del dollaro, stia cominciando a svanire?

Perché i nostri politici sono convinti che non sia necessario fare una verifica completa delle nostre riserve auree?

Perché gli americani non possono decidere che tipo di lampadina comprarsi?

Perché è permesso alla TSA (la Transportation Security Administration) di violare i diritti di ogni americano che viaggia in aereo?

Perché dovrebbero esistere sentenze obbligatorie, compreso l’ergastolo per crimini senza vittime, come prevedono le nostri leggi anti-droga?

Perché abbiamo permesso al governo federale di regolamentare anche i vasi da notte in casa nostra?

Perché, per chiunque, equivale a un suicidio politico criticare l’American Israel Public Affairs Committee?

Perché non la piantiamo con la guerra alla droga, dato che è un fallimento totale e viola i diritti della gente? Non se n’è ancora accorto nessuno che le autorità non riescono nemmeno a tenere la droga fuori dalle prigioni? Come si può risolvere il problema facendo dell’intera società una galera?

Perché sacrifichiamo così tanto, andando a impelagarci senza ragione nelle dispute di confine, e nei conflitti civili del mondo, e non prestiamo nessuna attenzione al problema fondamentale del più letale confine del mondo, cioè quello fra gli Stati Uniti e il Messico?

Perché il Congresso, di sua spontanea volontà, devolve le sue prerogative all’Esecutivo?

Perché un cambio di partito al potere non cambia mai le politiche? Non sarà forse perché le posizioni di entrambi i partiti sono essenzialmente le stesse?

Perché, nel 2008, le grandi banche, le grandi aziende, e perfino le banche straniere, comprese le banche centrali, sono state salvate, ma la classe media americana ha perso casa e lavoro?

Perché così tante, fra le autorità federali e governative, credono che creare valuta dal nulla crei ricchezza?

Perché così tanti accettano il principio, profondamente errato, che burocrati statali e politici possano proteggerci da noi stessi, senza distruggere completamente il principio della libertà?

Perché la gente non capisce che la guerra distrugge sempre ricchezza e libertà?

Perché non si preoccupa nessuno dello Executive Order che concede al Presidente l’autorità di creare una “lista della morte”, la quale, fra le persone designate per essere assassinate, comprende anche cittadini americani?

Perché il patriottismo viene inteso come cieca lealtà allo stato, e ai politici che lo controllano, piuttosto che osservanza dei principi di libertà e sostegno reciproco? Il vero patriottismo consiste nel coraggio di sfidare lo stato quando sbaglia.

Perché si sostiene che se qualcuno non può, o non vuole, prendersi cura dei propri bisogni, ci penseranno quelli che sono al governo?

Perché, e come c’è saltato in mente, di concedere al governo una via d’uscita quando compie un atto di violenza, per primo, contro la popolazione?

Perché alcuni membri (del Congresso) difendono il libero scambio, ma non i diritti civili?

Perché altri membri invece difendono le libertà dei cittadini e non il libero mercato? Non sono forse la stessa cosa?

Perché non difendono entrambi, la libertà economica e la libertà personale?

Perché non ci sono più individui che cercano di influenzare gli altri per determinare un cambiamento positivo, di quanti ce ne siano che invece cercano il potere, per obbligare gli altri a eseguire i loro ordini?

Perché nessuno mette in discussione l’uso della religione per giustificare le guerre preventive e promuovere una sorta di vangelo sociale, entrambi i quali hanno bisogno di prepotenti che usano la violenza, o che minacciano di usarla? L’aggressione e la ridistribuzione forzosa della ricchezza non hanno niente a che vedere con gli insegnamenti delle grandi religioni del mondo.

Perché permettiamo allo stato e alla Federal Reserve di diffondere informazioni false riguardo alla politica economica e la politica estera?

Perché abbiamo una così grande opinione della democrazia, dal momento che è la nemica acerrima delle minoranze, e subordina tutti i diritti ai diktat della maggioranza?

Perché dovremmo sorprenderci se il Congresso ha perso ogni credibilità, dato che c’è una totale dicotomia fra quello che i politici dicono e quello che fanno?

Esiste una spiegazione per l’inganno, la tristezza, la paura del futuro, la perdita di fiducia nei governanti, la rabbia e la frustrazione? Certo, ma esiste anche il modo di invertire questi atteggiamenti. Le impressioni negative sono comprensibili, e sono una conseguenza delle politiche sballate che hanno provocato tutti i nostri guai. L’identificazione dei problemi e il riconoscimento delle cause rendono il cambiamento più facile da realizzarsi.

Abbiate fiducia in voi stessi, non nello stato.

Troppa gente, per troppo tempo, ha riposto fin troppa fiducia nello stato e non abbastanza in sé stessa. Fortunatamente, molti si stanno rendendo conto della serietà degli errori madornali che sono stati commessi nel corso degli ultimi decenni. La colpa è di entrambi i partiti. Molti americani oggi esigono che gli venga detta la semplice verità e vogliono che la si pianti con la demagogia. Se non si compie almeno questo primo passo, una risoluzione è impossibile.

Cercare la verità e scoprire le risposte nella libertà e nell’autosufficienza incoraggia l’ottimismo di cui abbiamo bisogno per riconquistare la prosperità. Il compito non è poi così difficile, basta che i politici non ci si mettano fra i piedi.

Ci siamo cacciati in questo ginepraio per varie ragioni. I politici si ingannano da soli, per quel che riguarda il modo in cui la ricchezza viene prodotta. E ci si fida troppo della capacità di giudizio dei politici e dei burocrati; il che prende il posto della fiducia in una  società libera. Sono in troppi, coloro che in una posizione di autorità si convincono che loro, e solo loro, possano realizzare l’equità e, allo stesso tempo, facilitare la creazione di ricchezza. Ciò si è sempre dimostrato un sogno utopico, che distrugge sia la ricchezza sia le libertà. Impoverisce tutti e premia solo gli interessi particolari, i quali finiscono per controllare entrambi i partiti politici.

Non dovrebbe sorprenderci, quindi, che gran parte di quello che succede a Washington è motivato solo da una partigianeria aggressiva e affamata di potere, con solo minime differenze fra le filosofie politiche.

L’ignoranza dell’economia

L’ignoranza in materia economica è un fatto normale. Le idee di Keynes continuano a prosperare, anche se al giorno d’oggi devono confrontarsi con vigorose e salutari confutazioni. Gli adepti del Keynesianesimo militare, e del Keynesianesimo in ambito economico nazionale, perseverano a predicare le loro politiche fallimentari, mentre l’economia languisce nel più profondo torpore.

I propugnatori di tutti gli editti possibili usano argomentazioni umanitarie per giustificarli; le quali sono da sempre evocate per giustificare i mandati governativi in materia di economia, politica monetaria, politica estera e libertà individuali. Ciò è completamente intenzionale, per fare in modo che risulti più difficile opporvisi. Ma le buone intenzioni non sono mai una scusa, e sono dannose esattamente come quando qualcuno usa la forza con cattive intenzioni. I risultati sono sempre negativi.

L’uso immorale della forza è la causa dei problemi politici degli uomini. È triste, ma molti gruppi religiosi, organizzazioni laiche e psicopatici autoritari approvano l’impiego della forza per primi, da parte degli stati, per cambiare il mondo. Anche quando gli obiettivi prefissati sono benintenzionati, e specialmente quando lo sono, i risultati sono tragici. Il bene pare che non si materializzi mai. La soluzione dei nuovi problemi che si creano richiede ancor più forza, da parte del governo. Il risultato finale è l’istituzionalizzazione della violenza governativa iniziale, e la sua giustificazione morale sulla base di principi umanitari.

Questa è la stessa ragione fondamentale per cui il nostro governo usa la forza, quando invade a suo piacimento altri paesi, implementa la pianificazione centralizzata dell’economia a casa nostra e la regolamentazione della libertà personale e delle usanze dei nostri cittadini.

È  piuttosto strano ma, a meno che uno non abbia tendenze criminali e nessun rispetto per gli altri e la loro proprietà, nessuno direbbe mai che è permesso andare in casa dei propri vicini e ordinargli come comportarsi, cosa possono mangiare, fumare, bere, o come spendere il loro denaro. Eppure, raramente ci si domanda perché sia moralmente accettabile che un estraneo con un distintivo e un’arma da fuoco possa comportarsi nello stesso modo, in nome della legge. A ogni resistenza si risponde con la forza bruta, multe, tasse, l’arresto e perfino l’incarcerazione. E ogni giorno lo si fa sempre più di frequente senza un regolare mandato.

No, al monopolio governativo dell’uso della forza per primi.

Reprimere i comportamenti aggressivi è una cosa, ma legalizzare un monopolio governativo del ricorso, per primi, all’aggressione, può solo portare all’estinzione della libertà, che va di pari passo con il caos, la rabbia e la dissoluzione della società civile. Concedere un potere del genere, e poi aspettarsi che i politici e i burocrati si comportino come santi è una pia illusione.

Oggi ci ritroviamo con un esercito in servizio permanente effettivo di burocrati armati, nella CIA, l’FBI, la TSA, FEMA, IRS, il Corpo degli Ingegneri, Guardiacaccia e Guardiapesca e cosí via, che conta più di 100.000 persone. I cittadini sono tutti colpevoli, finché non provano la loro innocenza nei tribunali amministrativi, che sono pure anti-costituzionali.  
Lo stato, in una società libera, non dovrebbe avere nessuna autorità d’immischiarsi nella vita sociale e nelle transazioni economiche degli individui. E lo stato non dovrebbe neanche interferire nelle questioni degli altri paesi. Tutte le attività pacifiche, anche se sono controverse, dovrebbero essere permesse.

Dovremmo opporci al concetto della costrizione preventiva, nell’attività economica, così come ci opponiamo a esso in tema di libertà di parola e di culto. Ma anche in questi campi, lo stato sta cominciando a usare le vie traverse del politicamente corretto per regolamentare la parola: una tendenza molto pericolosa. A cominciare dall’ 11 settembre, per esempio, il monitoraggio delle conversazioni su internet è diventato un grande problema, dato che i mandati non sono più necessari.

La moltiplicazione dei crimini federali.

La Costituzione aveva stabilito quattro reati federali. Oggi gli esperti non riescono neanche a mettersi d’accordo su quanti siano i reati federali nel codice. Ce ne sono a migliaia. Nessuno può veramente afferrare la complessità del sistema legale, specialmente della normativa fiscale. A causa della scellerata guerra alla droga, e all’inarrestabile espansione del codice penale federale, oggi ci ritroviamo con più di 6 milioni di persone in case di correzione, più di quante i sovietici ne abbiano mai avuto, e più di qualunque altro paese del giorno d’oggi, compresa la Cina.

Non comprendo proprio l’atteggiamento condiscendente del Congresso, e questa loro acquiescienza all’ossessione di passare sempre più leggi federali. La normativa sulle sentenze obbligatorie, per quanto riguarda le leggi sulla droga, non ha fatto altro che aggravare i nostri problemi di carcerazione.

Il Registro Federale ora conta più di 75000 pagine, la normativa fiscale 72000, e si espandono ogni anno  che passa. Quand’è che la gente comincerà a urlare basta! e a esigere che il Congresso la smetta e desista?

La conquista della libertà

La libertà può solo essere realizzata quando allo stato viene negato l’uso aggressivo della forza. Se cerchiamo la libertà, solo un determinato tipo di governo farà al caso nostro. Ma per realizzarlo occorre molto di più che le sole parole.

Ci sono solo due possibilità di scelta:

1. Uno stato progettato per difendere la libertà – che è un diritto naturale – come suo unico obiettivo. Alle persone si richiede di prendersi cura di se stesse, e rifiutare qualsiasi uso della forza per interferire con la libertà altrui. Allo stato viene data solo l’autorità, strettamente limitata, di far rispettare i contratti, il diritto di proprietà, sanare le dispute e difenderci contro le aggressioni straniere.

2. Uno stato che fa solo finta di proteggere la libertà, ma al quale è concesso il potere di usare arbitrariamente la forza contro la propria popolazione e le nazioni straniere. Nonostante questa concessione di potere il più della volte voglia essere piccola e limitata, inevitabilmente si metastatizza in un cancro di onnipotenza politica. E benché voglia essere limitata, cionondimeno rappresenta al 100% una totale rinuncia di principio che gli aspiranti tiranni trovano irresistibile. Questo è un problema a causa del quale il mondo ha sofferto nel corso della storia. Se ne trae vantaggio energicamente, benché in modo graduale e insidioso. Rassegnare il potere nelle mani delle autorità governative conferma sempre il vecchio adagio: “il potere corrompe”.

Quando lo stato riceve anche solo un’autorizzazione limitata a usare la forza, per modellare le usanze della gente e pianificare l’economia, ciò genera una tendenza costante verso la tirannia. Solo uno spirito rivoluzionario può invertire il processo, e negare allo stato l’uso arbitrario dell’aggressione. Non c’è via di mezzo. Sacrificare anche un pochino di libertà, per una sicurezza che è solo immaginaria, va sempre a finir male. Il pasticciaccio odierno è il risultato del fatto che gli americani hanno optato per l’opzione n.2, quando i Fondatori avevano cercato di darci la n. 1.

Il risultato non è affatto buono. Mentre la nostra libertà veniva erosa, la nostra ricchezza si è dissipata. L’abbondanza che vediamo oggi è basata sul debito e sulla disponibilità un po’ cretina, da parte degli stranieri, ad accettare i nostri dollari in cambio di beni di consumo e servizi. Poi ci danno i dollari in prestito di nuovo, perpetuando il nostro sistema d’indebitamento. È incredibile che abbia funzionato per così tanto tempo; ma l’impasse in cui è caduta Washington, cercando di risolvere il problema, indica che molti si stanno rendendo conto della serietà della crisi globale del debito e dei pericoli che ci troviamo di fronte. Più a lungo questo processo si protrae e più serie le conseguenze saranno.

[…]

La cultura della violenza

Gli americani di oggi sono vittime di un culto della violenza. È facile, a parole, rifiutare il ricorso alla violenza per primi contro il nostro prossimo; però, è un’ironia, ma la gente investe liberamente, e in modo arbitrario, funzionari governativi i quali detengono il monopolio del ricorso iniziale alla violenza contro il popolo, praticamente a volontà. Siccome si tratta del governo, allora la maggior parte della gente lo considera legittimo.

In troppi oggi sono convinti che i governi siano moralmente giustificati a usare la forza per primi, e presumibilmente per “fare del bene”. La minoranza, ovvero le vittime della violenza governativa, non ha mai acconsentito a dover soffrire gli abusi delle direttive dello stato, anche quando sono imposte dalla maggioranza. Le vittime degli eccessi della TSA non hanno mai dato il loro consenso.

Questo atteggiamento ci ha regalato anche la politica di iniziare la guerra per “fare del bene”. Si dice che una guerra, che per nobili motivi previene un’altra guerra, sia giustificata. È molto simile a quello che ci dicevano una volta, che: “distruggere un villaggio per salvarne un altro” era giusto. Un Segretario di Stato statunitense ha detto che la perdita di 500000 iracheni negli anni 1990, in gran parte bambini, per effetto delle bombe e delle sanzioni economiche americane, valeva la pena, per ottenere “il bene” che intendevamo fare al popolo iracheno. E guardate in che pasticcio che è l’Iraq di oggi.

L’uso della forza, da parte del governo, per plasmare i comportamenti sociali ed economici a casa nostra e all’estero, non ha fatto altro che concedere ai singoli individui licenza di usare la violenza a loro discrezione. Il fatto che si percepisca la violenza governativa come moralmente giustificata è la ragione per cui la violenza in genere aumenterà, quando la vera grande crisi finanziaria si abbatterà su di noi, e diventerà anche una crisi politica.

Prima, ci troviamo tutti d’accordo sul fatto che gli individui non dovrebbero ricorrere alla forza per primi, poi però concediamo il potere di farlo allo stato. Alla fine, il ricorso immorale alla violenza da parte del governo, quando le cose vanno male, verrà impugnato per difendere il “diritto” personale di fare la stessa cosa. Né lo stato né gli individui hanno il diritto morale di usare la violenza, per primi, contro altri; eppure ci stiamo avviando verso il giorno in cui entrambi ne rivendicheranno il diritto. Se non invertiamo questo ciclo, la società crollerà a pezzi.

Quando i bisogni si fanno incalzanti, le condizioni peggiorano e i diritti diventano relativi alle richieste e ai capricci della maggioranza. Il passo è breve per quegli individui che vogliono arrogarsi il diritto di usare la violenza, per ottenere quello che affermano gli appartenga.

Man mano che l’economia si deteriora, e le disparità aumentano – come già sta accadendo – il livello di violenza aumenta, perché i bisognosi decidono di far da sé e prendersi ciò che credono sia loro di diritto. Non aspetteranno un programma statale di aiuti.

Quando i funzionari governativi fanno valere la loro autorità su tutti gli altri, per lanciare un salvagente ai vari gruppi d’interesse, anche se i risultati per il cittadino medio sono disastrosi, non si sentono affatto in colpa per il danno che stanno causando. Coloro che ci conducono in guerre non dichiarate, che hanno come risultato un gran numero di caduti, non perdono neanche un minuto di sonno, pensando alla morte e alla distruzione che le loro decisioni sballate hanno provocato. Sono convinti che quello che fanno sia moralmente giustificato, e il fatto che ne soffrano in molti, be’, quello non può essere evitato.

Nemmeno i criminali di strada provano rimorso, quando fanno le stesse cose, essendo convinti che si stanno solo prendendo quello che è loro di diritto. Tutte le norme morali diventano relative. Che si tratti di salvataggi aziendali, privilegi, sussidi governativi o vantaggi concessi a qualcuno mediante l’inflazione della moneta, fa tutto parte di un’operazione che viene giustificata dalla filosofia della ridistribuzione forzosa di ricchezza. I suoi strumenti sono la violenza e la minaccia di usarla, e sfortunatamente ai membri del Congresso non importa molto.

Alcuni sostengono che prendersi cura dei bisognosi sia  semplicemente una questione di “equità”. Ma ciò presenta due problemi. Primo, il suddetto principio finisce per essere più di beneficio ai ricchi che ai poveri. Secondo, nessuno sembra preoccuparsi del fatto se sia giusto o meno verso coloro i quali finiscono per pagare. I costi, di solito, se li deve sobbarcare la classe media, e sono nascosti agli occhi del pubblico. Troppa gente è convinta che i sussidi statali siano gratis, come se i soldi crescessero sugli alberi, e che non costino niente. Ma il trucco sta per essere svelato. Stanno per presentarci il conto, e il rallentamento dell’economia ha proprio a che fare con quello.

È triste, ma ormai ci siamo abituati a convivere con l’uso illegittimo della forza da parte dello stato. Non è altro che un mezzo per imporre alla gente come vivere, cosa mangiare, cosa bere, cosa leggere e come spendere i propri soldi. Per creare una società realmente libera, dobbiamo comprendere bene questa questione dell’uso della forza per primi, e denunciarlo. Permettere allo stato di usare anche una modica quantità di violenza è una concessione molto pericolosa.

Limitare gli eccessi dello stato contro le persone rette.

La nostra Costituzione, che aveva lo scopo di porre un limite agli abusi e al potere dello stato, ha fallito. I Fondatori ci avevano avvertito che una società libera può solo basarsi su persone virtuose e rette. La crisi attuale dimostra che le loro preoccupazioni erano fondate.

[…]

Molte istituzioni religiose, e molte organizzazioni laiche, appoggiano una maggiore dipendenza dallo stato, dando il loro sostegno alla guerra, all’assistenzialismo e al corporativismo, dimenticandosi il requisito di una popolazione virtuosa.

Io non ho mai creduto che gli uomini politici potessero rendere più libero il mondo, o il nostro paese, se il popolo non aveva nessun desiderio di libertà.

Nelle circostanze attuali, il massimo che possiamo sperare di ottenere, dal processo politico, è di usarlo come un pulpito dal quale raggiungere la gente e allertarla sulla natura della crisi e sulla necessità che tutti si assumano le proprie responsabilità, se la libertà è quello a cui anelano; altrimenti una società libera, e protetta da garanzie costituzionali, è irrealizzabile.

Se tutto questo è vero, allora la nostra meta individuale, nella vita, dovrebbe essere di perseguire la virtù e l’eccellenza, e riconoscere che l’auto-stima e la felicità possono essere solo il risultato dell’uso che uno fa delle sue abilità naturali, nel modo più produttivo possibile, secondo il proprio talento. La produttività e la creatività sono le uniche vere fonti della soddisfazione personale. La libertà,  e non la dipendenza, crea l’ambiente necessario a raggiungere questi obiettivi. Lo stato non può farlo in nostra vece; ci si mette solo di mezzo. Quando il governo s’immischia, l’obiettivo diventa un obolo, o un sussidio; e queste cose  non potranno mai creare il senso di aver fatto una conquista personale.

Il nostro obiettivo non dovrebbe essere quello di raggiungere il potere legislativo, o di essere politicamente influenti. Il più grande cambiamento, se mai verrà, non ci giungerà dalla politica ma dagli individui, dalla famiglia, dagli intellettuali e dalle istituzioni religiose. La soluzione si potrà solo trovare quando avremo respinto l’uso della coercizione, dell’obbligo, dell’uso aggressivo della forza e degli ordini dello stato al fine di plasmare il comportamento sociale ed economico. Se non accettiamo questi vincoli, il consenso verrà accordato implicitamente allo stato, perché decreti l’eguaglianza economica e l’obbedienza verso i politici che hanno raggiunto il potere, e promuovono un atmosfera in cui la libertà di ognuno è soffocata. E le vere vittime allora saranno le persone responsabili, i quali perseguono l’eccellenza e l’orgoglio di sé stesse attraverso l’autosufficienza e la produttività.

Conclusione

Quali sono i più grandi pericoli che oggi minacciano il popolo americano e ostacolano il raggiungimento della meta di una società libera? Ce ne sono cinque:

L’offensiva continua contro i nostri diritti civili, la quale minaccia lo stato di diritto e la nostra capacità di resistere l’avanzata della tirannia.

Un violento anti-americanismo che ha avviluppato il mondo intero. Siccome il fenomeno del “ritorno di fiamma” non è molto ben compreso, o negato, la nostra politica estera è destinata a mantenerci impegnati in molte guerre, nelle quali proprio non c’entriamo. Ne deriveranno la bancarotta nazionale, e una minaccia ancora più grave alla nostra sicurezza.

La facilità con la quale entriamo in guerra, senza un dichiarazione formale del Congresso, ma accettando un’investitura internazionale da parte delle N.U., o dalla N.A.T.O., perfino per guerre preventive, cioè aggressioni.

Una crisi finanziaria e politica, conseguenza del debito eccessivo, delle responsabilità finanziarie senza copertura, della spesa pubblica, dei salvataggi aziendali e delle grandi sperequazioni nella distribuzione della ricchezza, dalla classe media ai ricchi.

Un governo planetario che si impone sulle sovranità locali, anche quella degli Stati Uniti, immischiandosi nelle questioni di guerra, assistenza sociale, commercio, credito, tasse, moneta globale, proprietà e possesso privato  di armi.

Che mondo fantastico sarebbe, se solo tutti accettassero il semplice precetto morale di rinunciare a tutti gli atti di aggessione. Il rimbecco, a quell’ipotesi, è sempre il solito: è troppo semplicistico, troppo idealista, poco pratico, ingenuo, utopistico, e non realistico battersi per un ideale del genere. Infatti, per migliaia di anni, affidarsi alla forza dello stato, per governare i popoli a scapito della libertà, è stata considerata la scelta più morale, e l’unica opzione a nostra disposizione per conquistarci la pace e la prosperità. Cosa potrebbe esserci di più utopico di quella fandonia – visti i risultati, e specialmente le carneficine patrocinate dallo stato, cioè da quasi tutti i governi, nel corso del XX secolo, la stima delle quali arriva alle centinaia di milioni.

Sarebbe veramente ora di riesaminare il conferimento di una tale autorità allo stato.

Niente di buono è stato mai ottenuto dalla concessione allo stato del potere di  monopolio sull’impiego dell’aggressione contro la sua stessa gente, per modellare a suo piacimento il comportamento umano. Un potere di quel genere, se privo di controlli, diventa il seme di un’orrida tirannia. Questa forma di governo è ormai ben collaudata, e i risultati li abbiamo: i fatti ci impongono di provare con la libertà.

Dovremmo dare almeno una chance all’ideale della non aggressione e del rifiuto di ogni ricorso alla forza offensiva. Durante l’intero corso della storia, si è abusato dell’idea della violenza sancita dallo stato, e ció è la causa principale della guerra e della miseria. La teoria di una società basata sulla libertà individuale esiste da molto tempo. È ora di fare un coraggioso passo in avanti e renderla possibile, invece di indietreggiare, come qualcuno vorrebbe che facessimo.

Oggi, il principio dello habeas corpus, stabilito quando Re Giovanni d’Inghilterra firmò la Magna Carta nel 1215, è sotto attacco. Abbiamo dei buoni motivi per credere che con uno sforzo rinvigorito dall’uso di internet noi saremmo in grado, invece, di far progredire la causa della libertà, diffondendo un messaggio non soggetto a censure, che servirà a mettere un freno al potere governativo e a rimettere in discussione questa ossessione con la guerra e l’assistenzialismo.

Sto parlando di un governo guidato dai principi etici della pace e della tolleranza.

I Fondatori degli Stati uniti erano convinti che una società libera non potesse esistere, senza un popolo retto. Redarre delle leggi non servirà a niente, se la gente decide di ignorarle. Oggi, lo stato di diritto, codificato nella Costituzione, significa ben poco per la maggioranza degli americani; specialmente per quelli che lavorano nella capitale.

Beniamino Franklin dichiarò che “solo un popolo virtuoso è capace di vivere in libertà”; e John Adams conveniva con lui, dicendo: “La nostra Costituzione è fatta per un popolo retto e religioso; ed è completamente inadeguata per il governo di ogni altra gente.”

Ogni popolo, che sia veramente retto, deve rifiutare la violenza che ha il solo scopo di plasmare le abitudine e le convinzioni delle persone.

Una società che ridicolizza o copre di fischi la Regola Aurea non è una società giusta. Tutte le grandi religioni rispettano la Regola d’Oro; e le stesse regole morali che valgono per i singoli individui, dovrebbero valere anche per le autorità governative. Non possono esserne esenti.

Alla fine, le decisioni non possono essere lasciate nelle mani dello stato. Spettano a ogni singolo individuo, il quale agisce con la guida della famiglia, degli amici e della comunità.

La nostra responsabilità primaria è di cambiare noi stessi, con la speranza che anche gli altri seguano il nostro esempio. Ciò è molto più importante che lavorare per cercare di cambiare lo stato: quella è una cosa secondaria rispetto al farsi promotori di una società virtuosa. Se ci riusciamo, anche lo stato cambierà.
Ma ciò non vuol dire che l’azione politica, o il rivestire una carica pubblica, non abbiano nessun valore. A volte possono anche dare una spintarella alla politica nella direzione giusta. Ma la verità è che se ci si candida solo per aumentare il proprio prestigio personale, per il denaro o per il potere, è inutile se non dannoso. Quando ci si impegna in un’attività politica per i giusti motivi è facile comprendere la ragione per cui i compromessi dovrebbero essere evitati. E appare anche ovvia la ragione per cui il progresso si raggiunge meglio in coalizioni, nelle quali la gente si associa, senza rinunciare ai propri principi.

L’azione politica, per essere veramente benefica, deve essere diretta verso il mutamento dei cuori e della mentalità della gente, riconoscendo il fatto che solo la virtù e l’etica permetteranno alla libertà di prosperare.
La Costituzione, o altre leggi di per sé stesse, non hanno nessun valore se l’atteggiamento delle persone non cambia. Per realizzare la pace e la libertà bisogna vincere due sentimenti umani molto forti. Il primo è l’invidia, che porta solo all’odio e alla lotta di classe. Il secondo è l’intolleranza, la quale conduce solo a politiche bigotte e moraliste. Queste due emozioni devono lasciare il posto a una maggiore comprensione dell’amore, della compassione, della tolleranza e del sistema del libero scambio. La libertà, quando è intesa nel senso giusto, crea solidarietà. Una volta che la si prova, diventa molto popolare.

Il problema, con cui ci stiamo confrontando da anni, è che gli interventisti in campo economico agiscono sotto l’influenza dell’invidia, mentre invece gli interventisti in materia sociale sono motivati dall’intolleranza verso certe abitudini e stili di vita.

L’equivoco che tolleranza significhi approvazione di certi comportamenti, sprona in molti a tradurre in legge le norme morali, le quali invece dovrebbero essere solo stabilite dagli individui che compiono le loro scelte. Entrambi i tipi di interventista usano la forza per elaborare le loro mal riposte emozioni. Sono entrambi autoritari e nessuno dei due prende neanche in considerazione il volontarismo. I loro punti di vista devono essere scartati.

Dopo tanti anni spesi a cercare di svelare quale fosse la “semplice verità nei fatti”, sono giunto a un fermo convincimento: la migliore via per realizzare la pace e la prosperità, per il maggior numero di persone al mondo, è di promuovere la causa della LIBERTÀ.

Se siete convinti anche voi che sia un messaggio valido, diffondetelo su tutta la terra.

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11 Comments » 11 Responses to Discorso di commiato al Congresso di Ron Paul

  1. LucaF. on novembre 21, 2012 at 08:05

    Solo una doverosa precisazione all’incipit di introduzione al discorso, Ron Paul era membro del Congresso come deputato, è il figlio Rand ad essere senatore.

  2. Davide on novembre 21, 2012 at 11:56

    Mi sono fermato al «grazie a Dio».
    E poi, caspita: ve la prendete con gli “stateisti” e poi riportate il discorso di uno che è stato innegabilmente un uomo di Stato per mezza vita?

  3. Fabristol on novembre 21, 2012 at 12:07

    E’ proprio vero che non si può accontentare nessuno qui. 😉
    Ron Paul rappresenta una parte consistente del movimento libertario americano e ci pareva giusto riportare il suo ultimo discorso -leggilo ci sono cose interessanti, roba che detta in Italia verrebbe bollata come antiamericana o perfino comunista.
    Sull’ “uomo di stato”: Ron Paul è un minarchico paleolibertario, mi pare ovvio che abbia intrapreso la carriera politica perché credeva di poter cambiare qualcosa dll’interno. ORa che ci ha sbattuto il muso spero che altri imparino e non facciano le stesse scelte anceh se sono felice che grazie a lui il principio di non aggressione si sia diffuso come non mai prima.

  4. astrolabio on novembre 21, 2012 at 22:38

    cosa c’è che non va in quella frase davide?

  5. Kirbmarc on novembre 22, 2012 at 02:00

    Apprezzo la traduzione, ma… [nitpicking alert] “Beniamino” Franklin? No, just no.

  6. Leonardo on novembre 22, 2012 at 15:38

    Kribmarc
    I nomi di battesimo si traducono (come i nomi delle città, per esempio). Una volta si traducevano anche i nomi completi, per esempio: Francesco Bacone. Se vai nel Duomo di Firenze c’è un affresco di Paolo Uccello: il monumento equestre a Giovanni Acuto, cioè Sir John Hawkwood; condottiero mercenario inglese; traduzione di Niccolò Machiavelli. Poi Cristobál Colón, Giovanni senza terra (Magna Carta), Ferdinando Magellano, Carlo Marx… eccetera eccetera. Beniamino? Perfettamente accettabile. (Nota amichevole del traduttore).

  7. Kirbmarc on novembre 22, 2012 at 18:45

    [nitpicking] Allora perché John Adams rimane John Adams (e non viene tradotto in Giovanni Adams]? Non metto in dubbio che una volta i nomi propri venissero tradotti, ma è una moda che è tramontata almeno cinquanta anni fa, e oggigiorno si accettano solo le traduzioni che hanno preso piede nella cultura popolare (Magellano, Giovanni senza Terra, Riccardo Cuor di Leone etc.). Ho i miei dubbi anche su “Carlo” Marx. In tutti i testi italiani di filosofia o economia che citano il suo nome ho sempre letto Karl Marx. [/nitpicking]

    A parte questo banale dettaglio, comunque, grazie per la traduzione di un discorso importante e che tocca temi che nessun altro politico osa discutere in pubblico. Un discorso semplice ma ricco di significato, che è in constrasto con la retorica vuota dello “Yes, we can!” di Obama o con i sermoni su quanto l’America sia “il paese migliore del mondo” che i repubblicani propinano ad ogni comizio.

  8. astrolabio on novembre 22, 2012 at 20:31

    Ronaldo Paolo 🙂

  9. CARLO BUTTI on novembre 22, 2012 at 23:38

    Se proprio vogliamo parlare di grammatica, anziché di cose più serie(l’articolo offrirebbe in proposito moltissimi spunti),io piuttosto rabbrividisco per quel “redarre”. Chiedo scusa, è una deformazione professionale, prometto che questo sarà il primo e l’ultimo mio intervento su futilità di tal genere.

  10. Leonardo on novembre 23, 2012 at 14:32

    Chiedo scusa per il “redarre” (dopodiché mi vado a nascondere). Purtroppo, mi rendo conto che ho occasione di parlare italiano sempre di meno, e si vede.

  11. Fabristol on novembre 23, 2012 at 15:02

    Leoanrdo, non c’è nessun problema. Sono errori che capitano a tutti e stare lì a guardare il pelo nell’uovo per queste cose è un po’ ridicolo. Di nuovo ci distogliamo dai temi importanti per parlare di cose che non hanno niente a che vedere col libertarismo. Poi ci meravigliamo del perché gli statalisti vincano sempre.

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