La mezza indipendente

novembre 27, 2012 1 Comment
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Vado a Taiwan ogni 4/5 mesi per lavoro e ormai conosco abbastanza bene la situazione dell’isola e dei suoi abitanti. Taiwan (nome ufficiale: Repubblica di Cina) è uno stato de facto ma non ufficiale. È riconosciuto ufficialmente solo da 23 stati nel mondo e, come è noto, la Repubblica Popolare Cinese si riferisce a questa isola come “provincia ribelle”. Il livello di libertà personale non è nemmeno paragonabile a quello del quale possono “godere” i cinesi continentali e anche il livello della vita è indubbiamente maggiore rispetto alla Mainland China in generale. Si avverte tuttavia un certo senso di paura per una marginalizzazione internazionale in aumento a causa dell’ascesa della Cina continentale.

A Taiwan ci sono sostanzialmente due scuole di pensiero: chi punta a una unificazione con la Cina e chi invece all’indipendenza oltre che de facto anche de jure. Il Guomindang (lo storico partito cinese che dopo la sconfitta con i comunisti si ritirò appunto a Taiwan, attualmente al governo) democristianamente invece persegue la via dello restare nell’attuale guado. Lo slogan usato è: no all’unificazione, no all’indipendenza e no all’uso della forza. 

Il sentimento comune che ho percepito io da impiegati e manager di grandi imprese, non “uomini della strada” qualunque, è sostanzialmente uno solo: l’unificazione alla fine sarà inevitabile. Più o meno felici di ciò, tanti pensano che la riunificazione alla Cina sia qualcosa che prima o poi avverrà e con questo sperano soprattutto di usufruire, a parer loro, dei vantaggi economici che questo porterà. Tra Cina e Taiwan esistono già accordi commerciali ma questo sembra non essere abbastanza per molti. Tantissime ditte taiwanese hanno impianti in Cina (tra le quali la famosa Foxconn) e gli interessi economici cinesi sono molto presenti a Taiwan. Da una parte abbiamo i governi di entrambe le parti che periodicamente si stuzzicano a vicenda, dall’altra il mondo economico che, come sempre, con la pace dei mercanti, cioè della libera interazione, va avanti per la sua strada.

Alla mia domanda a diversi taiwanesi se per caso avessero paura di perdere le loro libertà in caso di entrata nella Cina, di solito rispondevano citando Hong Kong che si è riunita alla Cina nel 1997 e che gode di amplissima autonomia (“una Cina, due sistemi“). Tanto per dire, Hong Kong conserva la sua valuta (il dollaro di Hong Kong), bisogna fare dogana per passare il confine tra Hong Kong e Cina e per andare a Hong Kong non ho bisogno di visa, per la Cina sì. Tuttavia da alcuni anni a questa parte sembra che la Cina voglia avere sempre più controllo su Hong Kong e, parere personale, alla fine Hong Kong diventerà progressivamente una semplice città della Cina perdendo le sue peculiarità. Questo comune (più o meno) sentire taiwanese mi fa riflettere perché contraddice il mio senso comune che vede con orrore a stati immensi, totalitari e imperialisti come la Cina. Come Hoppe, penso che la secessione a catena sia una via pratica all’aumento di libertà individuali e trovo bizzarro il partire da una situazione di libertà relativa per regredire andando a confluire in uno stato pachidermico. “Siamo cinesi anche noi, perché avere uno stato diverso?” mi hanno anche detto. Questa cosa che persone provenienti da culture uguali o simili debbano far parte dello stesso stato è un retaggio difficile da scardinare, in Asia Orientale come nello stato italiano; come se fosse lo stato a determinare la cultura e l’interazione libera tra le persone. Il concetto ottocentesco di nazione regna ancora oggi, in Oriente come in Occidente.

Gli stati piccoli sono quelli dove si vive meglio, è un dato di fatto. Fossi nei taiwanesi inizierei il difficile e pericoloso cammino per una piena indipendenza. L’isola ha potenzialità fantastiche, sarebbe un peccato vederla un domani cinese.

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1 Comment » One Response to La mezza indipendente

  1. Fabristol on novembre 28, 2012 at 00:04

    Il guaio dei taiwanesi, e la causa della loro probabile fine, è che non si considerano taiwanesi ma cinesi. Nel senso che loro si vedono a Taiwan come in esilio e un giorno arriverà il messia che li porterà nella madre patria e potranno ricongiungersi al resto dei cinesi. Dai discorsi che ho continaumente con i miei due amici taiwanesi viene fuori proprio questo: loro non considerano Taiwan come un esperimento, una unicità politica e culturale ma semplicemente come un limbo, uno step prima dell’agognato ritorno.
    Tant’è che spesso penso che forse una Cina in mano ai taiwanesi sarebbe ancora più nazionalista di quella in mano ai continentali.
    Cinque anni fa avevo scritto questo a tal proposito: http://fabristol.wordpress.com/2008/05/07/oggi-vi-parlo-di-taiwan/

    Un peccato veramente.

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