L’origine dello stato (2)

novembre 28, 2012 19 Comments
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“Could we take off the dark covering of antiquity and trace them to their first rise, we should find the first of them nothing better than the principal ruffian of some restless gang; whose savage manners or preeminence in subtilty obtained him the title of chief among plunderers; and who by increasing in power and extending his depredations, overawed the quiet and defenceless to purchase their safety by frequent contributions.”
Thomas Paine, Common Sense.

L’osservazione di Carneiro citata nel post precedente è innegabilmente convincente: la guerra è lo strumento attraverso cui le piccole comunità, i villaggi del tardo neolitico, hanno cominciato a aggregarsi tra loro per diventare, col passare del tempo, strutture sociali sempre più estese e gerarchizzate, ma non può esserne la causa.
A caratterizzare le regioni in cui le prime entità statali storicamente accertate si sono formate è, sempre secondo l’ipotesi di Carneiro, la particolare conformazione geografica, che rende limitata e circoscritta il territorio sfruttabile per l’agricoltura.
Se tale fattore fosse stato disponibile in sovrabbondanza, eventuali “guerre” tra villaggi si sarebbero potute risolvere con l’allontanamento volontario da parte degli abitanti del villaggio sconfitto, che si sarebbero reinsediati nella prima zona fertile sufficientemente distante da metterli al sicuro dagli assalti nemici.
La tesi di Carneiro è che la valle dell’Indo, il bacino del fiume Giallo, la Mesopotamia, l’Egitto, e le pendici delle Ande rivolte verso il Pacifico, per effetto della loro peculiare conformazione geografica, abbiano impedito che, oltre una determinata soglia di popolamento, le comunità sconfitte nella lotta per il dominio sulle terre fertili si reinsediassero in un altro territorio.
Tali comunità sarebbero state sottomesse dai gruppi vincenti, con una conseguente crescita della complessità sociale.
A questa teoria si può associare, così come è stato proposto anche per eventi di formazione statuale ben più recenti da Mathieu Deflem [1], quella, formulata da Elman Service, che potremmo definire della “leadership istituzionalizzata”, in cui la società, al crescere della popolazione, si struttura inizialmente come chiefdom, prima, e poi come burocrazia statale, per l’emergere di figure di leader, “big men”, che vengono a ricoprire, prima in modo informale, e poi in forma sempre più istituzionalizzata, un ruolo di guida.
Per riportare, a questo punto, le parole di Carneiro, si ha che “l’espansione degli stati di maggior successo portò all’interno dei propri confini popoli sottomessi e territori che dovevano essere amministrati.E ad avere accesso alle cariche politiche, e a ruoli amministrativi, furono generalmente gli individui che si erano distinti in guerra. Oltre a amministrare la legge, mantenere l’ordine e provvedere alla riscossione delle imposte, le funzioni di questa fiorente classe di amministratori comprendevano la mobilitazione di forza lavoro per costruire canali di irrigazione, strade, fortezze, palazzi e templi. Così, attraverso la loro funzione hanno contribuito a unificare un insieme assortito di piccoli stati in una singola unità integrata e centralizzata politicamente. Queste stesse persone, che dovevano la loro posizione sociale alle loro gesta militari, divennero, insieme con il sovrano e la sua cerchia più ristretta di familiari, il nucleo della classe dominante. Una classe subalterna a sua volta emerse dai prigionieri di guerra impiegati come servi e schiavi dai vincitori. In questo modo la guerra ha contribuito all’emergere delle classi sociali.”
In altri termini, all’interno delle comunità vincenti si afferma una leadership che può sfruttare il surplus derivante dallo sfruttamento delle comunità sottomesse per garantirsi il consenso dei membri del suo entourage.
Questo entourage comincia, così, a definirsi come classe dominante, mentre la popolazione dei villaggi sottomessi costituirà il nucleo delle classi subalterne. Oltre a ciò, l’afflusso di tributi riscossi a discapito di queste ultime consente di esonerare definitivamente dalle attività connesse alla produzione agricola una parte della popolazione che è spinta a occupare i nuovi ruoli e le nuove funzioni necessarie in una società via via più complessa.
Una volta che il chiefdom si è creato, la crescita di complessità fino alla nascita delle prime realtà statali vere e proprie è esclusivamente di ordine quantitativo, mentre ad avere un valore di spartiacque è proprio la genesi di questo primo tipo di istituzione inglobante più villaggi in una gerarchia definita da rapporti di forza militare[2].
Le ipotesi fin qui considerate sono accomunate da due assunti fondamentali: esiste una forma di stato arcaico univoca a cui tutte le grandi civiltà sono approdate dopo un’evoluzione comune, e questa evoluzione è innescata da una serie di cause singole, per quanto complesse.
evolutionary table
Una delle categorie più controverse tra quelle utilizzate per descrivere questo percorso evolutivo è quella di chiefdom, e rappresenta nella costruzione di queste ipotesi il passo più complesso da interpretare e da documentare.
Nelle parole di Kent Flannery: “Uno dei problemi più spinosi dell’evoluzione culturale è l’origine della disuguaglianza ereditaria – il salto a una fase in cui le famiglie sono “gerarchizzate” le une relativamente alle altre, e gli uomini dalla nascita sono di discendenza “nobile” o “plebea”, a prescindere dalla proprie capacità individuali.”[3]. La ricerca delle cause prime che possano portare a questo tipo di evoluzione all’interno dei gruppi umani ha portato, come abbiamo già avuto modo di esporre, a individuare alcuni fattori come potenziali “prime movers”:

  • l’irrigazione dei terreni agricoli ( Wittfogel)
  • la guerra e i conflitti tra differenti comunità( Carneiro)
  • l’incremento demografico
  • la necessità di gestire e organizzare il commercio di generi di lusso o di origine remota
  • le comuni forme di vita religiosa

Henry T. Wright[4] evidenzia come a ciascuna di queste cause concrete può essere associata, su un piano più astratto, una conflittualità tra gruppi sociali o la necessità, generica, di gestire i processi produttivi da parte di una classe dominante emergente e ipotizza che la risposta a questi stimoli concorrenti sia stata la creazione di estesi chiefdom, la cui evoluzione, in seguito, ha dato origine alle forme più primitive di stato.

Una teoria “sintetica” di questo tipo, basata sull’assunto che siano causalità multiple interagenti a portare alla crescita della complessità sociale, è stata proposta da Adams[5].

Flannery, nel discutere questo approccio, si sofferma nella descrizione di quelli flowchartsche considera come i due processi che agiscono sulla società per plasmarla: la tendenza del sistema a differenziarsi in più sottosistemi specializzati ( processo di “segregazione”) e quella, concorrente, a centralizzare le capacità decisionali sui livelli più alti della stratificazione dei sottosistemi ( processo di “centralizzazione”).

Questi processi, di natura astratta e generale, vengono associati a meccanismi attuativi altrettanto astratti e generali. Per Flannery questi meccanismi si risolvono, esclusivamente, in due tipologie: l’assunzione, da parte di un’istituzione, di un ruolo gerarchico più elevato rispetto a quello precedentemente occupato ( meccanismo di “promozione”) e l’assunzione, sempre da parte di un’istituzione, di una funzione precedentemente detenuta da una differente istituzione gerarchicamente inferiore ( meccanismo di “linearizzazione”).

Secondo Flannery:“Una spiegazione del sorgere dello stato si basa poi sui modi in cui avvengono i processi di crescente segregazione e centralizzazione. Questa spiegazione richiede anche che si debba distinguere con attenzione tra 1. tali processi, 2. i meccanismi attraverso cui hanno luogo, e 3. stress socio-ambientali che portano all’innescarsi di tali meccanismi. Suggerisco che i meccanismi e i processi sono universali, non solo nella società umana, ma nell’evoluzione dei sistemi complessi in generale. Le tensioni socio-ambientali non sono necessariamente universali, ma possono essere specifiche per ciascuna regione e società. E’ in quest’ultima categoria che ho posto queste “cause prime” precedentemente discusse, e questa categorizzazione aiuta a spiegare perché, anche se importanti, non possono essere considerate come presenti e funzionati allo stesso modod in tutto il mondo.”.

Per Flannery, quindi, quegli stimoli ambientali che Carneiro, Wittfogel e altri cercavano di individuare come moventi universali per la nascita dei chiefdom, prima, e delle forme statali arcaiche, poi, possono essere posti in secondo piano se raffrontati ai processi sistemici e astratti che agiscono sulle comunità umane.

In questo modo, l’attenzione dello studioso si sposta dall’analisi di elementi contingenti, che possono variare da epoca a epoca e da regione a regione, per incentrarsi sulla ricerca di invarianti sistemici che possano permettere di produrre un quadro interpretativo astratto e coerente dell’intero processo evolutivo della società.

Flannery, in questo sforzo interpretativo, aggiunge ai già citati processi (segregazione e centralizzazione) e meccanismi (promozione e linearizzazione) anche tre fenomeni patologici, la cui esistenza permette di rendere conto dei fenomeni dissolutivi delle forme statali via via evolutesi nella storia.

I fenomeni patologici in questione sono: la sistematica assunzione di preminenza di un sottosistema rispetto allo scopo per cui era stato inizialmente concepito (“usurpazione”), il continuo arrogarsi i compiti di un sottosistema di rango inferiore da parte di un altro di rango superiore (“ingerenza”) e, infine, l’iperintegrazione del sistema, che avviene col crearsi di un’eccessivo numero di interdipendenze tra sottosistemi di ogni livello.

Sulla base di questo schema formale Flannery azzarda l’abbozzo di un modello generativo dello stato attraverso cui l’azione degli stress ambientali e di quelli endogeni ( sotto forma di patologie sistemiche) può essere correlata alla genesi di istituzioni sempre più stratificate e differenziate e alla progressiva centralizzazione e accorpamento dei centri decisionali.

Si è sottolineato come Flannery stesso abbia evidenziato la crucialità e difficoltà dell’approccio evoluzionistico nel dare conto del ruolo e dell’importanza dei chiefdom nel contesto della teoria della formazione e dello sviluppo degli stati arcaici.

D’altro canto si è anche evidenziato come la teoria poggiasse su due assunti fondamentali. Il secondo assunto, proprio seguendo l’impostazione di Flannery, da analisi di cause contingenti a univoche si è trasformato in una modellizzazione formale dei processi e meccanismi evolutivi della società.

Il primo assunto, invece, è indissolubilmente legato proprio all’ipotesi che sia esistita una comune scala evolutiva delle diverse comunità umane e che esse siano sempre nate come stati da un embrionale chiefdom. Questo, in particolare, è fortemente contestato da Norman Yoffee[6], che sostiene, invece che non sia possibile individuare un percorso univoco né che sia possibile determinare una unica forma di stato arcaico a cui tutte le realtà concrete esplorate dall’archeologia siano riconducibili.

Citando Gregory Possehl,Yoffee sottolinea che per quel che riguarda la valle dell’Indo, ad esempio, non è sostenibile, sulla base dei dati archeologici che la complessa società di Harappa e Mohenjo-daro fosse organizzata in forma statuale:“Gregory Possehl, uno degli archeologi più esperti delle società della Valle dell’Indo all’inizio del suo recente, e eccellente, libro (2002:5-6), scrive che “la civiltà della valle dell’Indo è un esempio di arcaica complessità socio-culturale, ma senza lo stato “Dice questo perché anche se” non c’è consenso reale tra gli archeologi sulla definizione dello stato arcaico, ” gli archeologi insistono nella ricerca di re, e i re sono difficili da trovare nelle città della Valle dell’Indo, né ci sono palazzi, apparati burocratici , o “altri simboli di ‘statualità'” (Possehl 2002:6)”.

La tesi di Yoffee, che viene elaborata comparativamente a partire dall’evoluzione della cultura mesopotamica è che non vi sia stato un processo lineare, ma che, invece, tale processo venga ipotizzato a priori, elaborato teoricamente, a prescindere dalle evidenze archeologiche e, spesso, in contrasto con esse.

Questo “mito”,un fattoide secondo Yoffee, dello stato arcaico occulta delle traiettorie evoluzionistiche complesse.

“Nelle traiettorie evolutive verso i primi Stati, nuovi ruoli socio-economici e di governo sono stati inventati nelle città quando leader potenti rivaleggiavano per controllare non solo le risorse e la forza lavoro, ma anche il capitale simbolico che doveva essere codificato al fine di ricombinare unità sociali differenziate in nuovi e validi sistemi politici. Le ideologie dello Stato sono state create per dare un significato esplicito a delle relazioni sociali, politiche ed economiche e soprattutto per determinare come la leadership debba essere esercitata e su quale base possa essere contestata. Gli Stati non erano semplicemente sistemi di potere, ma custodi ed intepreti delle idee su essi stessi.” .

Queste traiettorie, secondo Yoffee, emergono dall’analisi archeologica anche in contrasto con le testimonianze dirette desumibili dai testi elaborati dalle élite cittadine per costruire l’ideologia che giustificava il proprio predominio sociale:

“Le stesse traiettorie evolutive che hanno portato alla formazione degli Stati si sono verificate in tutto il mondo dopo il Pleistocene e si sono basate su diversi metodi di acquisizione del potere e dell’accesso privilegiato alla ricchezza e al lavoro. Ideologie atte a sostenere la necessità di un sistema di governo centrale sono state costruite attraverso la creazione di strutture governative e cerimoniali di stato, che si integravano necessariamente con l’amministrazione dello stato stesso. L’interazione tra individui nei luoghi urbani creava nuovi paesaggi sociali e politici per gli abitanti di questi primi stati. Nuove e dense interazioni urbane generavano delle mappe comportamentali in cui residenza, movimento, e identità sono stati previsti e limitati. I monumenti cittadini glorificavano il presente e testimoniavano come il passato avesse portato inevitabilmente alla genesi di quelle città. La cosiddetta “Lista dei re” sumera in Mesopotamia lo esprime sinteticamente: la regalità discende dal cielo alla città. La campagna è stata rimodellata (o, meglio, modellata per la prima volta) in risposta al potere e al privilegio che si disloca nella città, ed è si definisce in relazione e contrapposizione a coloro che vivono in città. La campagna fornì, a sua volta, un rifugio per chi scappava dalla città e basi di potere per quei leader rurali che hanno resistito o tentato di resistere alle pretese delle élite urbane.”

Così, giungiamo alla fine di questa breve, incompleta, sintesi delle diverse teorie relative all’origine dello stato.

Possiamo osservare a questo punto che le tesi esposte da Murray Rothbard in “Anatomia dello stato”, pur partendo da un retroterra completamente diverso da quello archeologico-antropologico adottato qui, non sono bizzarre ed astratte elucubrazioni filosofiche, e trovano un eccellente riscontro.

Quando Yoffee sottolinea che la dimensione simbolica del potere è una parte essenziale della struttura dello stato arcaico, al punto tale da costituire un discrimine per poter distinguere tra le società complesse prive di struttura statuale ( prive cioè dei “trappings of ‘stateness’”) e quelle statualizzate non fa che confermare le parole di Rothbard quando dice che “Una volta stabilitosi lo Stato, il problema del gruppo o “casta” dominante è come mantenere il dominio. Mentre la forza è il modus operandi, il problema fondamentale e di lungo periodo è ideologico.”.

E se, al volgere del Pleistocene, con la genesi dello stato arcaico vi era ancora la possibilità di sfuggire alle angherie delle bande di razziatori elettesi a casta dominante, per rievocare le parole di Paine, oggi possiamo solo convenire ancora con Rothbard quando conclude che “In questo secolo, la razza umana fronteggia, ancora una volta, il regno virulento dello Stato – dello Stato ora armato con i frutti dei poteri creativi dell’uomo, confiscati e pervertiti ai propri scopi. Gli ultimi secoli sono stati tempi in cui gli uomini hanno cercato di porre limiti costituzionali e d’altro tipo allo Stato, solo per scoprire che tali limiti, come tutti gli altri tentativi, hanno fallito. Di tutte le numerose forme che i governi hanno preso nel corso dei secoli, di tutti i concetti e le istituzioni che sono stati messi alla prova, nessuno è riuscito a tenere a freno lo Stato. Evidentemente, il problema dello Stato è lontano come non mai dalla soluzione. Forse nuovi sentieri di ricerca devono essere esplorati se la soluzione finale e coronata da successo della questione dello Stato ha mai da esser raggiunta.”

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NOTE:
1. Mathieu Deflem, “Warfare, Political Leadership, and State Formation: The Case of the Zulu Kingdom”,
1808-1879, Ethnology38(4):371-391 (1999) – html
2.Gavrilets et al.: Cycling in the Complexity of Early Societies. Cliodynamics (2010) Vol. 1, Iss. 1
3. The Cultural Evolution of Civilizations,Kent V. Flannery,Annual Review of Ecology and Systematics, Vol. 3. (1972), pp. 399-426.
4.Wright, Henry T. 1984 Prestate political formations.In On the evolution of complex societies:essays in honor of Harry Hoijer 1982, ed. by T. Earle, pp. 41-77.Malibu:Undena Publications.
5. Adams, R. Mc. 1966. The Evolution of Urban Society. Chicago: Aldine
6.Yoffee Norman, Myths of the Archaic State: Evolution of the Earliest Cities, States, and Civilizations,Cambridge University Press, 2005

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19 Comments » 19 Responses to L’origine dello stato (2)

  1. CARLO BUTTI on novembre 28, 2012 at 17:54

    Una cosa è certa:di là dal percorso, univoco o differente da luogo a luogo, che può aver determinato, nell’ambito delle diverse civiltà, il sorgere e il rafforzarsi di una casta dominante(che per comodità possiamo chiamare Stato, anche se il termine è piuttosto recente), la schiavitù dei “cittadini” di oggi,a dispetto di tutta la paccottiglia dei presunti diritti proclamati dalle carte costituzionali, non è molto diversa da quella dei “sudditi” delle comunità politiche antiche. Quando lo Stato ci rapina più delò 60% del nostro reddito, possiamo dire di star meglio degli antichi Messeni, assoggettati dagli Spartani? “Come asini affaticati da pesanti basti , costretti da una terribile necessità, essi consegnano ai padroni la metà di tutti i prodotti agricoli”(Tirteo, Fr.5,Gentili-Prato)

  2. Antonello Barmina on novembre 28, 2012 at 21:13

    Si, possiamo dire di stare molto meglio degli antichi Messeni.

  3. Franco Grassi on novembre 29, 2012 at 09:28

    Ciao, premetto di essere libertario.

    Quello che non mi convince in queste teorie che presentate qui sopra, ( cosi come fanno tutti i siti libertari ) e’ che manca completamente l’analisi della dinamica genetica. Scusate se e’ poco……

    Non sara’ per caso che grandi aggregati umani, permettevano incroci riproduttivi estremi, che invece nelle piccolo societa’ e tribu’ non potevano avvenire?? Per cui I vasti aggregati umani sono diventati piu forti, potenti e aggressivi perche’ composti da migliori individui selezionati da un pool genetico piu vasto ed in continua ebollizione per gli scambi di geni?

    Immaginate Londra oppure NYC, quale varieta’ genetica in comparazione con qualche valle italiana del 1800…… con il gozzo e forme di idiozia diffuse.

    Se non si include nella ricostruzione storica, anche la genetica, ( e non dimentichiamo la genetica delle idée ), rischiamo di perdere di vista un elemento fondamentale del panorama completo.

    Per certo la vita a tutti i livelli, tende per sua natura a complessificarsi, basta leggersi la letteratura sulla complessita’ ( Santa Fe Insitute per esempio ) per rendersi conto che mentre l’universo interpretato a livello fisico e chimico corre verso il baratro dell’entropia, la biologia invece si organizza in strutture sempre piu ampie e capaci… e’ innata nelle leggi di natura, la automatica complessificazione, e magari anche I successive crolli dovuti ai suoi eccessi.

    Questo breve filmato da un piccolo esempio di quello che intendo. http://www.ted.com/talks/matt_ridley_when_ideas_have_sex.html

    Per cui, io modestamente vedo il libertarianesimo come un necessario antidoto alla eccessiva, e magari sbagliata complessificazione delle strutture di controllo, in una comunita’ umana sempre piu’ vasta e interconnessa, sia a livello biologico che culturale.

    Ai tempi della dichiarazione di indipendenza non si torna. Non ci sono nuovi territori da colonizzare, abbiamo avuto il nuovo far west, Internet, che se non stiamo attenti ci verra’ tolto gradualmente.

    Facciamo bene a predicare, ma teniamo presente questo contesto piu’ largo di quanto di solito il libertarianesimo ammette.

    Spero di aver bene espresso le mie idee, vado di fretta.

    fg

  4. astrolabio on novembre 29, 2012 at 13:21

    @franco: in questa tua analisi ci vedo un paio di errori imho, che le tribù avessero solo rapporti endogamici, mentre invece scambi di gnocca in cambio di derrate alimentari ci sono sin dall’invenzione dell’agricoltura. Il secondo è che innumerevoli rapporti esogamici generano eccellenze, in realtà no generano solo variazione, quindi se new york vuole avere dei forti soldati dovrebbe avere un programma eugenetico sul modello spartano in modo da operare una selezione, la tua teoria non spiega come avviene la selezione; inoltre alcune teorie prevedono che per esempio gli ebrei (in particolare gli ashkenaziti) siano eccellenti comici/intellettuali/scienziati/investitori perché oltre ad essere stati selezionati dalle varie persecuzioni hanno avuto perlopiù rapporti endogamici (sposarsi con non ebrei è ancora visto non molto bene in alcuni ambienti e che io sappia il matrimonio religioso è previsto solo tra correligionari) e per una questione di bottleneck sono diventati dei geni, stessa cosa si può dire dei coreani (effetto del primo fondatore, per cui i primi abitanti della corea erano intelligenti e questo ha generato una prole di intelligentoni). Teorie che sembrano un po’ nazistoidi ma sono palusibili dal punto di vista darwiniano.

  5. Luigi on novembre 30, 2012 at 00:01

    ciao Franco, di Matt Ridley abbiamo già parlato, per recensirne un bellissimo libro, pochi giorni addietro. E non è detto che prossimamente anche un’altra sua opera non venga presentata su questo sito ;).
    Personalmente non credo che sia centrale e fondamentale dare una “spiegazione” genetica, specie se si cede a tentazioni finalistiche ( il mondo biologico che muove, spinto da una specie di impetus, verso l’ordine, in contrasto con la tendenza all’entropia del mondo fisico e inanimato).
    Ciò non significa che la genetica non abbia un suo ruolo e che si possano trovare, come cerca di fare Ridley, nella sua opera divulgativa, in essa argomenti coerenti con una visione libertarian.
    coerenti, però. Non fondanti. Per dare argomenti fondanti, secondo me, bisogna rivolgersi altrove.
    E si deve, per me, cercare in due principi etici:
    1) il principio di non aggressione
    2) il diritto, innato, di chiunque di perseguire la propria personale ricerca della felicità.

  6. Franco Grassi on novembre 30, 2012 at 04:18

    Scusa Luigi, ma messa giu’ molto brutalmente siamo libertari perche’ e’ etico, oppure perche’ e’ il modo migliore per organizzare la societa?

    Pur aderendo personalmente con emozione, ai punti 1 e 2, devo farti notare che alla vita non importa un fico secco della non aggressione, per cui dovremmo introdurre nel nostro teorizzare anche il principio di realta’. Ovvero, e’ il libertarianesimo il il principio migliore attorno al quale organizzare la societa’?? Io credo di si, mi sembra che molte delle istanze libertarie siano efficienti.

    Se ( e ripeto se… ) e’ nella dinamica della evoluzione vita schiacciare il singolo, in favore del livello superiore di organizzazione, io credo che dovremmo tenerne conto accuratamente.

    *** *** ***

    Cosa c’e’ che non va nel supposto finalismo di cui ho parlato? Chiediamoci soltanto se e’ reale oppure no. La vita si sta evolvendo verso forme sempre piu’ complesse oppure no?

    Proprio adesso, nel mio fegato, ci sono delle cellule che discutono di libertarianesimo, dicono che ai vecchi tempi quando c’era piu’ liberta’ si stava meglio. Domani arriva il chirurgo e mi toglie un cancro.

    Sono blasfemo solo per smuovere un po la discussione che mi sembra troppo autoreferenziale.

    🙂

  7. Fabristol on novembre 30, 2012 at 18:55

    Per Franco

    “Scusa Luigi, ma messa giu’ molto brutalmente siamo libertari perche’ e’ etico, oppure perche’ e’ il modo migliore per organizzare la societa?”

    Dipende da cosa intendi “per modo migliore di organizzare la società”. Il fatto stesso che esiste una parola come organizzare potrebbe far storcere il naso a qualcuno. 😉 Scherzi a parte credo che dipende da cosa intedi per modo migliore: se intendi stabilità, gerarchia, benessere, felicità ecc.

    “Cosa c’e’ che non va nel supposto finalismo di cui ho parlato? Chiediamoci soltanto se e’ reale oppure no. La vita si sta evolvendo verso forme sempre piu’ complesse oppure no? ”

    Ne abbiamo giù parlato qui in passato e a mio parere c’è un errore di base importante. La complessità che vedi oggi rispetto ai fossili del Cambriano per esempio è congetturale. Nel senso che guardando un fossile del cambriano e uno oggi ci pare che ci sia una linea temporale che abbia portato alla complessità. In realtà un trilobite era complesso tanto quanto un granchio moderno o una scimmia o un Homo sapiens. Anzi a giudicare dal numero di arti direi che un trilobite aveva una complessità meccanica superiore a qualsiasi quadrupede o bipede. Per non parlare poi della parte sensoriale…
    Quello che voglio dire è che non bisogna trarsi in inganno dal fatto che in origine ci fossero organismi più semplici e ora ci sembrano più complessi. Questo è normale perché prima dell’origine della vita c’era… niente! O meglio c’era l’organico ma non il biologico.
    L’evoluzione sembra che abbia un fine e una direzione ma in realtà è semplicemente adattamento ad un ambiente. STOP. Significa che se l’ambiente del cambriano fosse rimasto inalterato e le risorse di cibo fossero state eque e con poca rivalità tra individui e specie, al netto delle mutazioni casuali ad ogni generazione, l’evoluzione avrebbe lavorato poco e niente. Significa che l’evoluzione esiste solo quando l’ambiente cambia o le situazioni lo richiedono. Gli esseri non evolvono spontaneamente perché hanno un fine verso la complessità ma perché devono farlo per sopravvivere. E per farlo devono inventarsi strategie sempre più complesse.
    Inoltre esistono casi in cui la complessità diminuisce in evluzione: penso alla perdita di funzione di molti organi, come negli animali che vivono in grotta che perdono la vista, la pigmentazione ecc.

  8. astrolabio on dicembre 1, 2012 at 00:09

    “In realtà un trilobite era complesso tanto quanto un granchio moderno o una scimmia o un Homo sapiens”

    cioè secondo te un trilobite trasporta la stessa informazione di un cervello umano operativo? Non penso che hai chiaro il concetto di complessità, hai presente la famosa tazza di Russel? perchè il rasoio di occam ci fa propendere nel sostenere che la tazza non esista? perchè è un oggetto complesso, gli oggetti complessi non esistono in natura (non a livello di una tazzina), quindi vuol dire che o qualcuno ce l’ha messa, ma c’è pure la probabilità infinitesimale che una tazzina si formi spontaneamente per qualche strana aggregazione di atomi, diverso è il caso se parliamo per esempio di un’astronave, p do un DVD con dentro un film funzionante. insomma il famoso “monte improbabile” di Dawkins (credo sia stato lui a utilizzare la metafora) non è che è un altopiano in cui ci sono i batteri e i virus al primo scalino e poi tutti gli altri esseri pluricellulari sono messi più o meno nello stesso piano appena un po’ più sopra. non è così, è come se dicessi che il mercato di testaccio nell’antica roma era complesso più o meno come wall street e che anzi c’era molta più gestualità e altri segni di riconoscimento che wall street sta perdendo, sì solo che fa comunque milioni di transazioni al secondo coi computer.

  9. astrolabio on dicembre 1, 2012 at 00:14

    “Significa che se l’ambiente del cambriano fosse rimasto inalterato e le risorse di cibo fossero state eque e con poca rivalità tra individui e specie, al netto delle mutazioni casuali ad ogni generazione, l’evoluzione avrebbe lavorato poco e niente.”

    le risorse di cibo come fanno a essere eque e illimitate? Perché o sono illimitate o la poca rivalità non esiste, sarebbe un tratto vincente essere molto prolifici finché le risorse non vengono tutte sfruttate appieno, a quel punto si innescherebbe rivalità per le risorse.

  10. Fabristol on dicembre 1, 2012 at 13:53

    Astro, si parla ci complessità, non di quantità. La complessità è data dall’arrangiamento e l’interelazione di molte parti di un sistema. Se poi questo porta ad un maggiore contenuto di informazione è un altro discorso. Un hard disk da 10000 TB ha una quantità maggiore di informazione rispetto ad un batterio, ma il batterio è più complesso perché nonostante abbia meno informazione le sue strutture sono più interconnesse tra loro. Mentre nell’hard disk sono semplicemente archiviate senza alcune relazione tra le parti.

    Faccio un esempio: l’occhio composito del trilobite è considerato uno dei più sofisticati occhi che la natura abbia mai creato. Ed è stato uno dei primi occhi. Più complesso perfino di quello degli odierni artropodi. La locomozione inoltre era assicurata da 15 a 20 paia di ultrasegmentate zampe. Per assicurare una perfetta locomozione l’interelazione tra le parti doveva essere molto precisa e altamente complessa. Di converso la locomozione umana è assicurata da soli due arti attivi e due passivi per il bilanciamento.
    Possiamo inoltre congetturare che i trilobiti come i moderni artropodi avessero una moltitudine di organi sensoriali su tutto il corpo, zampe comprese che davano informazioni meccaniche, chimiche, elettriche, sonore ecc. ecc. Nei mammmifero H. sapiens i sensi e gli organi sensoriali sono ridotti.
    Non c’è dubbio che il cervello umano sia una delle strutture più complesse in natura ma come possiamo misurarne la complessità rispetto ad altre strutture o sistemi? Come dicevo complessità a mio parere non misura la quantità di informazione (o almeno io seguo questa definizione), quindi forse dovremmo utilizzare altri modi di misurare, come il numero di connessioni sinaptiche?
    Ma anche qui: abbiamo mai misurato il numero di connessioni sinaptiche del cervello umano e messo al confronto con altre connessioni di altri organi di altre specie?
    Qui si parla del fatto che il cervello degli elefanti abbia una complessità nel gyral pattern (le strutture superficiali convolute della corteccia) più complessa che nei primati, incluso l’uomo. Ma è la complessità strutturale che dà più o meno informazione? O forse non c’è alcuna relazione diretta tra le due? Come nell’esermpio dll’HD e del batterio?
    Inoltre il cervello umano non è un organo unico ma una somma di diversi organi interconnessi tra loro e evolutisi in tempi diversi: parti più primitive del tronco sono presenti (e più evolute e complesse) in rettili e anfibi. Nel caso del tronco la complessità si è ridotta negli esseri umani per privilegiare altre strutture dell’encefalo superiore come nella corteccia. Altre parti del sistema limbico per esempio sono meno complesse e meno sviluppate che in altri vertebrati. Il sistema olfattivo è ridottissimo rispetto agli altri mammiferi e abbiamo privilegiato quello visivo che però è insignifcante rispetto a quello di un falco pellegrino.
    In effetti quello che differenzia (e di molto!) il cervello umano rispetto a quello degli altri vertebrati è la corteccia. Ma è davvero più complessa o è solo quantitativamente più grande? Gli elefanti come dice quel paper linkato hanno una struttura più complessa delle strutture convolute ma noi abbiamo più corteccia! Quindi chi è più complesso, chi ha una struttura più convoluta o chi ha più corteccia?

    La questione è complessa (appunto!).

  11. Luigi on dicembre 1, 2012 at 16:36

    ciao Franco, apprezzo il tuo essere blasfemo, ma ho un paio di osservazioni da proporti.
    Come già osservato da Fabrizio, il fatto che esista o meno un “modo migliore di organizzare la società” dipende dal senso che dai all’espressione.
    Personalmente ti direi che a me non importa nulla di trovare un modo migliore di organizzare la società. Semplicemente perché non voglio che nessuno la organizzi in modo consapevole.
    Questo, per me, discende dal fatto che qualunque tipo o forma di ingegneria sociale è votato al fallimento.
    Fallimento che si palesa quando l’interesse della “società” è ottenuto a discapito dei singoli.
    Immaginiamo che l’interesse della società sia la pace sociale e l’ordine pubblico, come molti uomini “di destra” sarebbero portati a sostenere.
    Rinunceresti, come accade oggi negli Stati Uniti per effetto del Patriot Act, a una parte della tua libertà per ottenere questa apparente sicurezza?
    Da parte mia non posso che richiamare la famosissima citazione di Ben Franklin: “Those who give up their liberty for more security neither deserve liberty nor security.” e dirti che per me non è accettabile.
    E immaginiamo che altri sostengano che sia la “piena occupazione” e il benessere economico diffuso, lo scopo principale per cui si debba lavorare.
    Rinunceresti alla tua possibilità di scegliere che lavoro fare se fosse necessario per ottenere questi risultati squisitamente statistici?
    Io no.
    Direi che una nazione di schiavi ben pasciuti non è il mio ideale.
    E immagino che non sia nemmeno il tuo.
    In entrambi i casi la fallacia è quella di ritenere che possa esistere una “organizzazione” migliore della “società”, scissa e indipendente dall’interesse e dalla libera volontà dei singoli.
    Ecco perché i due principi che ti enunciavo sono più importanti e vengono prima di qualunque altra considerazione.
    Ammettiamo per un attimo che una società collettivistica, totalitaria e estremamente burocratizzata sia in grado di tenere linde e pulite le strade, che ti consenta di tenere la porta di casa aperta anche in tua assenza e che ti garantisca un lauto pasto ogni giorno, fino alla fine dei tuoi giorni.
    E ammettiamo che il prezzo da pagare sia l’abdicare a ogni possibile scelta autonoma che possa contrastare con questo ordine cristallino.
    Può essere questa un’organizzazione ottimale?
    Forse sì, in fondo per molte persone, compreso me, questi obbiettivi sono auspicabili.
    Ma, anche se ignorassimo il pericolo, sempre presente, che uno stato così efficiente da poterti concedere tutto è anche uno stato capace di levarti ogni cosa senza che tu abbia la minima possibilità di opporti, possiamo credere che tali concessioni rendano la vita di un uomo “felice”?
    Io credo di no, e lo credo perché penso che l’uomo non sia tale se non può compiere in autonomia tutte le proprie scelte, anche al prezzo di vivere in povertà, a causa dei suoi errori o delle sue sfortune.
    Vedi, Franco, in sintesi è l’opposto, a chi vuole rinunciare alla libertà ( e al suo peso) sognando di vivere la vita “beata” di una mucca in una stalla, io contrappongo la mia volontà di vivere libero, al costo di vivere, forse, male e in povertà.
    La seconda osservazione è relativa al significato che dai tu al termine evoluzione.
    Mi sembra che, e anche qui Fabrizio si è espresso con molta più cognizione di causa sul lato tecnico, tu concepisca l’evoluzione come progressiva e che la veda come un processo di perfezionamento.
    Beh, non lo è. Se un mammifero odierno, qualunque mammifero odierno, fosse precipitato nel Carbonifero, probabilmente non sarebbe in grado di sopravvivere più di pochi minuti all’ambiente ostile. L’evoluzione è un processo innescato da mutazioni casuali nel genoma di tutti gli esseri viventi. Nella maggior parte dei casi le mutazioni sono evoluzionisticamente neutre, non portando a nulla. In molti casi sono svantaggiose, e condannano i portatori di tali mutazioni a scomparire. In alcuni, rari, casi, inducono nei fortunati possessori di tale mutazione, un lieve, impercettibile, vantaggio. Un vantaggio che, però, non è assoluto, ma solo relativo all’ambiente che li circonda. Se l’ambiente fosse differente, è possibile che tale mutazione si riveli anche controproducente.
    Non esiste nessun “Élan vital” bergsoniano, nessuna ascesa dalla bruta materia inorganica verso la perfezione biologica.
    Lo stesso, peraltro, si può dire anche in ambito di evoluzione sociale e questo mio post, molto modestamente, voleva mostrare come l’evoluzione che ha portato alla genesi dello stato non sia un processo di “miglioramento”, ma di adattamento delle comunità umane agli stimoli ambientali.
    Il “problema libertario” nasce nel momento in cui ci si rende conto che l’organismo complesso che chiamiamo stato non è necessariamente un nostro alleato nello struggle for life, e che, anzi, molto spesso e molto volentieri agisce a nostro discapito per raggiungere delle finalità che sono proprie solo del ristretto gruppo che ne costituisce il sistema nervoso centrale.

  12. Franco Grassi on dicembre 2, 2012 at 07:21

    La constatazione che le cose sembrano ( sottilineo sembrano ) andare in un certo modo, la chiami finalismo, sottintendendo che non e’ “politicamente corretto”. Pensavo non ci fossero tabu qui. A quando i roghi dei libri di Bergson? Perlomeno potresti esprimerti in forma dubitativa.

    Dici:…..

    “Non esiste nessun “Élan vital” bergsoniano, nessuna ascesa dalla bruta materia inorganica verso la perfezione biologica.”

    Secondo me sarebbe piu’ elegante dire che l’Elan sembra non esserci…. io non ho nessuna certezza assoluta che ci sia, anche se mi sembra di intravedere qualcosa, tu invece sembri avere una convinzione assoluta che non ci sia, e da come ti esprimi CHE ESSO NON DEBBA ASSOLUTAMENTE ESSERCI.

    Siete comlessivamente troppo rigidi per me…… Sul tipo “il mio meme e’ meglio del tuo”

    Mi arrendo a vado a leggere bergson :-)… non me lo sono mai letto pur avendolo ereditato, perche’ preferivo dawkins.

    Ciao

    franco

  13. Luigi on dicembre 2, 2012 at 11:19

    “La constatazione che le cose sembrano ( sottilineo sembrano ) andare in un certo modo, la chiami finalismo, sottintendendo che non e’ “politicamente corretto”. Pensavo non ci fossero tabu qui.”
    Ciao Franco, mi spiace che tu la prenda in modo polemico, perché a me sembrava che il dialogo fosse schietto, sì, ma non polemico.
    Il fatto che a te ( o a me) sembri qualcosa ha ben poco peso.
    E non è questione di tabù. In materia scientifica, scusa la deformazione professionale, preferisco, ma ognuno è libero di aderire a qualunque fede alternativa, ragionare solo sulla base di ciò che è dimostrato.
    Esiste l’élan vital? Se qualcuno ha prodotto un esperimento o un dato ripetibile e falsificabile, popperianamente, allora ha un senso parlarne.
    Se invece si tratta della tipica hubris speculativa del filosofo, non mi resta che richiamare alla mente Kant:
    “La matematica ci dà uno splendido esempio di quanto possiamo spingerci innanzi nella conoscenza a priori, indipendentemente dall’esperienza. È vero che essa ha che fare con oggetti e conoscenze solo in quanto si possono presentare nell’intuizione: ma questa circostanza vien facilmente trascurata, perché l’intuizione stessa può essere data a priori, e perciò difficilmente si può distinguere da un concetto puro. Eccitato da una siffatta prova del potere della ragione, l’impulso a spaziare più largamente non vede più confini. La colomba leggera, mentre nel libero volo fende l’aria di cui sente la resistenza, potrebbe immaginare che le riuscirebbe assai meglio volare nello spazio vuoto di aria. Ed appunto così Platone abbandonò il mondo sensibile, poiché esso pone troppo angusti limiti all’intelletto; e si lanciò sulle ali delle idee al di là di esso, nello spazio vuoto dell’intelletto puro. Egli non si accorse che non guadagnava strada, malgrado i suoi sforzi; giacché non aveva, per così dire, nessun appoggio, sul quale potesse sostenersi e a cui potesse applicare le sue forze per muovere l’intelletto. Ma è un consueto destino della ragione umana nella speculazione allestire più presto che sia possibile il suo edifizio, e solo alla fine cercare se gli sia stato gettato un buon fondamento. Se non che, poi si cercano abbellimenti esterni di ogni specie per confortarci sulla sua saldezza, o anche per evitare del tutto tale tardiva e pericolosa verifica.”
    (Immanuel Kant, Critica della ragion pura, Laterza, Roma-Bari 2000, p. 38)

    Ecco, per volare abbiamo bisogno dell’aria. Allo stesso modo, ragionare di finalismo e forze spirituali che animano l’universo è una fallacia, indotta dalla volontà di andare oltre ciò che è consentito dalle evidenze sperimentali.
    Da un punto di vista epistemologico, poi, possiamo anche notare che il ricorso all’èlan vital, o a concetti simili, appare come un argomento circolare.
    Un po’ come dire che lo zucchero addolcisce il caffè in virtù della sua “virtù dolcificante”.
    Per tornare al cuore del nostro argomento, però, visto che stiamo divagando, ricorrere a argomenti come “Dio lo vuole” o “la Natura ci ha plasmato così” per giustificare la nostra adesione al libertarismo ha la stessa natura di argomento circolare, che può essere usato anche in senso opposto per giustificare l’adesione all’ideologia più statalista possibile.

  14. Franco Grassi on dicembre 2, 2012 at 13:45

    ciao Fabri tu scrivi:

    …..Il fatto che a te ( o a me ) sembri qualcosa ha ben poco peso…..

    HA TANTISSIMO PESO…… qui sta la frattura, non riuscite a vivere a meta’, con entrambi i punti di vista, sempre presenti, accettati ed amati entrambi.

    Qui potrei chiudere la mia risposta.

    Quando ho usato la metafora del cancro al fegato, mica ci credevo, ciecamente, solo una parte di me se ne era innamorato. Invece sono stato preso sul serio…..

    Sono sicuro che ora penserai subito che i due opposti non sono equivalenti, uno e’ “l’unico e accettato punto di vista”, l’altro e’ quello di cui vergognarsi… lo spirito, (chiamiamolo cosi’ per sempicita’ ma si potrebbe chiamare il trascendente o in altro modo, l’elan bergsoniano ecc ecc ) esiste oppure no?

    Io non ho ancora deciso….. ma non lo escuderei. Se non lo escludo lo affermo? No! Qui sta la differenza fra noi, per essere politically correct bisogna negarlo.

    Vivo bene questa posizione ambigua? Si. La vita e’ ambigua, certo che la vivo bene una posizione indefinita. Se inizi a conciliare i due punti di vista, non scegli, ma a tratti ti sembra proprio di si, il finalismo c’e’….. altre volte invece no, questo e’ uno splendido modo di vivere.

    Al documentario di Dawkins manca proprio questa dimensione, non capisce la psiche della gente che intervista, e’ rigido, alla fine non riesce nemmeno a definire in modo decente i termini del problema. e’ sempre e soltanto un biologo evoluzionista, e’ il suo limite, e guarda che nei suoi occhi leggo la buona fede, la sua grandezza sta proprio li, nei suoi occhi smarriti ma sinceri mentre si interroga.

    Spiacente ma la definizione di:…. “nei suoi occhi smarriti ma sinceri” non e’ scientifica….

    La psiche…. questa sconosciuta, esiste, sei proprio te, negandola o riducendola a illusione non te ne liberi, PERCHE ESSA TI MUOVE…….. talvolta a lei non importa che qualcosa sia scientificamente accettabile. Nell’orgasmo come nella paura, o nella vicinanza della morte, conta la psiche, per me e per te e per ognuno di noi.

    NEI MOMENTI CHE CONTANO PAURA AMORE SOFFERENZA OGNUNO DI NOI E’ A-SCIENTIFICO. L’INTELLETTO E’ UNA DELLE NOSTRE FUNZIONI IL SERVO E NON IL PADRONE.

    Rimuovendo la psyche dalla nostra visione della vita, si e’ scientificamente accettabili, ma nei momenti drammatici, non si hanno gli strumenti per capire tutto quanto di noi e’ “non definibile scientificamente”. Ogni tanto leggersi Carl Gustav Jung non sarebbe male. Magari non prendendolo per vero, fare come se si leggesse un romanzo.

    E’ scientificamente accettabile leggere romanzi?

    franco

  15. astrolabio on dicembre 2, 2012 at 15:13

    fabristol credo che la nostra divergenza sia nel fatto che tu per complessità intendi semplicemente il numero di marchingegni, una concezione per cui per dire, le macchine di yattaman sono particolarmente complesse benchè ridicole, mentre io invece la considero anche come efficienza, per cui, se ci fosse un ipotetico intelligent designer a popolare la vita sulla terra, gli direi “perché il trilobite lo hai progettato come un aborto con tutte quelli inutili zampe? non potevi farlo come l’anatra? guarda che bella l’anatra, con un design semplice alla pininfarina riesce a galleggiare sull’acqua e camminare sulla terra come un mezzo anfibio, se vuole può andare sott’acqua per bervi periodi e se gli gira vola pure” per fare un’altro esempio, sin dall’antichità in teatri o in templi si sono fatti complicati (nel senso fabristoloso) per aprire porte col calore, muovere quinte, sollevare palchi eccetera, ma nessun deltaplano. perchè? eppure il deltaplano è un oggetto piuttosto semplice, eppure abbiamo dovuto aspettare fino al 20 secolo per averlo, perché ovviamente era “complicato” (nel senso che intendo io) da progettare, perché per farlo dovevi prima capire come funziona la portanza di un’ala e penso che lo sappiamo giusto perché per secoli abbiamo avuto uccelli intorno che ci fungevano da modelli per reverse ingeneering sennò chissà quanto tempo avremmo dovuto aspettare. manca forse una terminologia adatta a cogliere questa sfumatura, per questo utilizzo il termine informazione o neghentropia e mi sembra indubitabile che il livello di neghentropia sia aumentato notevolemnte nella storia della terra e che segua un anadamento accelerato, non penso si possa dire che è un semplice caso dovuto a delle condizioni particolari, perché anche l’evoluzione della cultura umana, che segue lo stesso algoritmo darwiniano ha prodotto sistemi sempre più complessi (nel senso che intendo io ma anche quello che intendi tu anche se in questo specifico caso si possono trovare sporadici casi di contro esempi tipo caravaggio -> mondrian) e in un modo costantemente accelerato.

  16. Luigi on dicembre 2, 2012 at 15:25

    Onetamente, Franco, non sto capendo ( veramente, senza polemica) il senso delle tue osservazioni.
    Attingi a un “genere” filosofico e di pensiero che non mi è proprio.
    Vitalismo, finalismo, e tutte le altre correnti filosofiche affini, hanno, ci mancherebbe, una loro dignità e rispettabilità.
    Ma, a mio modestissimo avviso, appartengono a epoche passate. E non hanno nulla a che vedere con un eventuale inaridimento spirituale.
    Per me, da libertarian, l’afflato etico della filosofia cui cerco di ispirarmi è fondamentale.
    E, non a caso, sin dall’inizio avevo anticipato che la coerenza delle scoperte in ambito di biologia evoluzionista con le tesi del libertarismo è una gradevole scoperta, ma non ha carattere fondante di alcun tipo.
    E’ scientificamente accettabile leggere romanzi?
    direi di no, così come non credo che sia artisticamente significativo simulare al CAD agli elementi finiti le deformazioni di una trave sotto sforzo.

  17. Fabristol on dicembre 2, 2012 at 16:08

    Astro il tuo modo di intendere la complessità non è quantificabile e di conseguenza oggettivo. Preferisco utilizzare “numero di connessioni tra le parti” piuttosto che un vago senso di fascinazione oggettiva per oggetti complicati.

  18. astrolabio on dicembre 2, 2012 at 17:09

    guardà sì è quaqntificabile, non sono un esperto ma formule che restituiscono il grado informazione presente in un sistema esistono, la misura è oggettiva, non ha senso utilizzarla per i nostri scopi però.

  19. Luigi on dicembre 2, 2012 at 22:53

    astro, si esistono modi di formalizzare il contenuto informativo di un sistema, ad esempio immaginiamo che un sistema possa assumere n possibili configurazioni ciascuna con probabilità p(n) e che si osservino le transizioni di stato del sistema per un certo numero m di transizioni.
    in questi termini si può definire l’informazione rappresentata dal sistema come la somma da 1 a m dei termini -k*log2( 1/p(n_m)) dove n_m è la configurazione del sistema assunta nella m-esima transizione, con k costante.
    Ti devo far notare però che tutte queste definizioni, che sono riconducibili a Shannon e alla sua teoria dell’informazione, non ti aiutano nel dire che un’anatra è più complessa di un trilobite. Al contrario, sono molto vicine intuitivamente a ciò che dice Fabrizio, proprio perché “pesano” in modo quantitativo le possibili configurazioni che può assumere un sistema, e questa cosa non può che essere correlata al numero di interconnessioni possibili tra le parti del sistema.
    Mi sembra, ma è solo un’impressione, e potrebbe essere sbagliata, che tu veda l’anatra come più complessa del trilobite perché è più versatile ( vola, cammina, nuota…).
    Se così fosse ti potrei far notare che per essere più versatile, da un punto di vista puramente meccanico, il corpo dell’anatra si è, in realtà semplificato, mentre il corpo del trilobite era specializzato per ottimizzare le sue prestazioni rispetto al suo ambiente.
    E questa eccessiva specializzazione, che comporta una maggiore complessità, potrebbe anche essere uno dei motivi del fallimento evolutivo dei trilobiti.
    La stessa cosa si potrebbe dire della progressiva iperintegrazione teorizzata da Flannery nel discutere i fenomeni patologici in cui spesso gli stati nel loro percorso evolutivo incorrono.
    Spesso si considera la maggiore complessità e la maggiore ricchezza informativa come qualcosa che migliora un sistema ( che sia uno stato o un sistema meccanico, o una struttura biologica non conta).
    In realtà a me questo non sembra sempre vero.
    Esiste un grado di complessità ottimale per un sistema, che lo rende adattato all’ambiente con cui deve interagire.
    Al di sotto o al di sopra di tale grado di complessità il sistema perderà di efficienza.
    Uno stato iperburocratizzato sprecherà risorse per funzionare, e funzionerà peggio di uno stato dalla struttura più snella.
    in un certo senso il fatto che gli stati a noi contemporanei soffrano di questi fenomeni di iperintegrazione, da una prospettiva libertaria, potrebbe essere considerato un buon segno.
    E’ il segno della senescenza dell’organismo dello stato.

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