Perché i politici non diventano più intelligenti?

dicembre 17, 2012 1 Comment
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Inauguriamo l’era italiana del post 2.000 miliardi di debito pubblico (=politico) con una traduzione di un articolo di Kurt Schiltknecht dal numero del 13. dicembre del settimale svizzero Die Weltwoche.

Tasse sempre più alte, più centralismo e intervento statale: questo è il trend fatale in politica economica. Perché i politici non diventano più intelligenti?

“La storia insegna agli uomini che la storia non insegna agli uomini”, così ha detto una volta Gandhi. Si ricava questa impressione guardando lo sviluppo della politica economica negli stati industrializzati occidentali o le ricette del Fondo Monetario Internazionale (FMI) per combattere la crisi monetaria. Sebbene nel passato i deficit di bilancio non abbiano mai avuto una riduzione duratura attraverso l’aumento delle imposte, l’FMI e i politici UE spingono gli stati pesantemente indebitati verso, appunto, l’aumento delle imposte. In realtà l’FMI dovrebbe sapere, a causa delle sue esperienze passate con gli stati dell’America Latina, che le “prescrizioni” di maggiori imposizioni fiscali non sono soluzioni: si aggravano le recessioni nei Paesi interessati. Questo fatto però non ha ancora impressionato l’autoritario FMI.
L’aumento delle tasse ha condotto, indipendentemente dal fatto che fosse ordinato dall’interno o dall’esterno, a lungo termine solo a un’ulteriore inibizione della crescita, all’estensione delle attività statali e frequentemente anche a un deficit di bilancio maggiore. Con un crescente carico fiscale aumenta la tentazione di ridurlo attraverso l’evasione fiscale o un trasferimento delle attività in stati fiscalmente più vantaggiosi. Non è un caso che l’onestà fiscale sia maggiore negli stati con un’imposizione fiscale ragionevole.

Invece che imparare dal passato e operare riduzioni al carico fiscale, i politici UE cercano di eliminare l’evasione fiscale con severi controlli e punizioni draconiane e vogliono spianare la strada con azioni minacciose a nuovi aumenti d’imposti. Tuttavia i controlli burocratici e le tasse alte non sono mai state nella storia fattori di crescita. È sorprendente come la fede negli effetti positivi di controlli rafforzati sia sempre più presente nei discorsi dei politici. Un esempio sono le speranze che vengono riposte in una sorveglianza unita del sistema bancario nei Paesi UE. Dalla storia si impara che le autorità di sorveglianza non hanno mai potuto evitare crisi bancarie. Al contrario, hanno favorito con una pessima regolazione la più recente crisi bancaria. Le banche centrali hanno una corresponsabilità dato che per trenta anni hanno dichiarato che non avrebbero scaricato le dieci più grandi banche degli stati: hanno aggravato il problema del too big to fail. Invece di più burocrazia, la UE dovrebbe puntare su resistenti norme a salvaguardia del capitale privato e più concorrenza.

Meno burocrazia e più mercato sarebbero anche un aiuto alla lotta alla corruzione dilagante nel mondo. Gli indici di corruzione recentemente ripubblicati da Transparency International danno l’impressione a molte persone che gli svizzeri siano meno corrotti che ad esempio i greci scricchiolanti e travolti dai debiti. Io dubito di questo. L’entità della corruzione in un Paese ha a che fare più con l’ordine della politica economica che con le persone. In particolare gioca un grosso ruolo il modo in cui i beni, i servizi e le autorizzazioni sono assegnate e come si può disporre del reddito. In pratica la dimensione della corruzione aumenta se la concorrenza in un’economia è modesta, se maggiore è la presenza dello stato nella formazione dei prezzi, se più alte sono le tasse e se le attività economiche devono essere approvate dallo stato.
I Paesi nei quali i beni o le concessioni sono dati dallo stato a prezzi inferiori a quelli di mercato o a condizioni indefinite hanno un terreno favorevole per la corruzione. I pagamenti di bustarelle creano qui l’appianamento tra l’offerta e la domanda, che in un libero mercato sarebbe raggiunto con un adeguamento dei prezzi. Avessero i politici imparato qualcosa dalla storia, cosa poco probabile per Gandhi, non cercherebbero di combattere la corruzione, i disavanzi di bilancio e le crisi bancarie con il monitoraggio burocratico e una varietà di interferenze del governo. Darebbero al contrario una chance all’economia di mercato e al capitalismo di riprodursi. Questo non risolverebbe tutti i problemi, ma nel complesso i cittadini avrebbero prospettive migliori.

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1 Comment » One Response to Perché i politici non diventano più intelligenti?

  1. Fabristol on dicembre 17, 2012 at 13:06

    Esempio che mi è venuto in mente l’altro giorno mentre leggevo una legge sul rientro degli italiani all’estero. Tra le mille clausole per la facilitazione del rientro degli italiani all’estero con sgravi fiscali leggo: “A parte i dipendenti di compagnie straniere”.
    Ma quanto puoi essere cretino? Se ci fossero sgravi fiscali per i lavoratori di compagnie straniere le compagnie invierebbero centinaia di dipendenti in Italia e questo riempirebbe le casse dello stato. Persone che poi avranno bisogno di una casa (IMU), pagare servizi e prodotti (IVA) e ovviamente pagheranno al fisco!

    Il fatto è che i governi non sono attori sociali razionali. Sono semplicemente un’accozzaglia di gente che cerca di mangiare il più possibile fintanto che è al potere. Ecco perché paradossalmente le monarchie assolute sono migliori (pur deprecabili perché c’è sempre un parassita) delle democrazie: i monarchi possiedono il territorio per tutta la vita e tutte le loro decisioni sono volte a salvaguardare questo bene per poi trasmetterlo ai propri figli.

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