La società senza stato degli Indiani d’America

gennaio 23, 2013 14 Comments
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Native American 12Il principio di base del governo indiano era sempre stato il rifiuto del governo stesso. La libertà dell’individuo era considerata praticamente da tutti gli indiani a nord del Messico come una regola infinitamente più preziosa del dovere  dello stesso individuo verso la sua comunità o la sua nazione. Il fenomeno di singoli individui, o piccoli gruppi, che abbandonavano la tribù di origine per unirsi ad un’altra dello stesso ceppo linguistico era piuttosto comune. La mancanza di un’organizzazione statale portò gli europei a considerare i nativi americani dei selvaggi.

L’uomo indiano non aveva obblighi di lavoro o di tributi verso alcun suo simile: cacciava e lavorava unicamente per soddisfare i bisogni propri e della propria famiglia, e una volta soddisfatti questi, poteva dedicare il suo tempo al riposo, alla danza, ad altre arti. Il rispetto delle regole veniva assicurato da associazioni di volontari, che erano di due tipi: di polizia e civili. Esse mantenevano l’ordine, anche durante i trasferimenti degli accampamenti, avevano funzione di sorveglianza dei campi, e di far sì che venissero rispettate le regole di caccia e sull’abbattimento degli alberi (cosa che poteva allontanare la selvaggina). Un bracconiere non veniva privato della libertà, ma gli veniva imposta la consegna delle armi e il sequestro della selvaggina.

Il capo tribù non aveva alcuna autorità sui suoi membri. Durante la pace era il portavoce della comunità, un buon oratore per parlamentare con gli altri capi, ma la sua parola non aveva “forza di legge”: può persuadere solo con la parola, non ha altri mezzi di coercizione a disposizione. Era anche l’uomo più generoso della tribù, che faceva grandi dono durante le festività e faceva sì che il bottino delle scorrerie venisse spartito in maniera equa.

Durante la guerra (e non è detto che il capo di pace e il capo di guerra coincidessero) rivestiva un ruolo importante, di guida e strategico. Molto spesso era un guerriero abile, in cui gli altri guerrieri avevano fiducia: si creava così una sorta di obbedienza naturale. E se il capo cercava di spingere la tribù in guerra solo per sua gloria personale, i guerrieri lo abbandonavano rifiutando di seguirlo. Era il capo ad essere al servizio della tribù, e non viceversa.

Le decisioni più importanti della tribù (guerra, pace, caccia) erano prese da un “consiglio”, il più delle volte formato dagli anziani, dal capo e a volte anche dai membri delle associazioni. Per ogni decisione era necessaria l’unanimità, ma nessuna decisione poteva mai attentare alla libertà individuale di un consociato. I conflitti personali si regolavano attraverso la mediazione del capo o di un familiare. I membri del consiglio, come i capi, erano scelti da tutti gli adulti della comunità.

La guerra aveva due funzioni: da una parte un significato rituale, necessario alla stabilità del gruppo, dall’altra impediva la formazione di vaste comunità, e quindi l’emergere stesso di entità politiche superiori all’individuo (statali, dunque). Lo stato di guerra era dunque permanente nella società indiana, ma non aveva come obiettivi ingrandimenti territoriali o conquiste di risorse naturali. Era connaturata al sentimento religioso – di qui il dipingersi il corpo, i canti di guerra – e nessuno era obbligato a parteciparvi. I giovani la vedevano come opportunità per ottenere prestigio. Per provare la sua bravura il guerriero indiano non doveva per forza uccidere il suo avversario, ma gli bastava vincere una prova assegnatagli dalla tribù: sciogliere e portar via un cavallo dal campo, appropriarsi dell’arco di un nemico in un corpo a corpo, colpire l’avversario con la mano (presso i Crow), rubare un fucile o la pipa da cerimonia (presso i Piedi Neri). Erano guerre lampo, la maggior parte delle volte, cui non facevano seguito prerogative di una tribù su un’altra o massacri della tribù sconfitta. Fra le diverse tribù si stringevano spesso delle alleanze, che quando diventavano durature si trasformavano in leghe. Queste leghe avevano competenza però solo per gli affari di guerra, non ledendo in alcun modo la “sovranità” delle singole tribù.

Questa visione “anarchica” era presente in tutti i comportamenti, a partire dall’unità sociale più piccola, la famiglia. L’idea di padre-padrone sul continente americano fu portata dagli europei. Il genitore indiano era tendenzialmente restio a punire i figli. Le loro dimostrazioni di caparbietà erano sempre accolte come un’indicazione propizia dello sviluppo di un carattere che stava maturando.

Riguardo le donne, la credenza che si diffuse tra i bianchi che uno sposo “comprasse” la moglie era falsa. Non si trattava dell’acquisto di una persona, bensì di un “risarcimento” da parte del giovane alla famiglia della ragazza, alla quale toglieva una parte importante della forza-lavoro: le donne della tribù, infatti, svolgevano mansioni come cucinare, conciare le pelli, preparare la carne dal conservare per l’inverno, e di organizzare il trasporto delle masserizie durante il trasferimento degli accampamenti. Nella società indiana vi era una grande libertà sessuale (usavano delle tisane come contraccettivo e non c’era alcun obbligo di castità prematrimoniale) e furono poche le proibizioni sociali che riguardavano le donne. Il divorzio poteva essere ottenuto semplicemente se entrambi i coniugi fossero stati d’accordo. Quando il capo Oglala Nuvola Rossa fu invitato a Washington DC per negoziare la pace con il Presidente Grant, la sua delegazione comprendeva 16 uomini e 4 donne. Le delegazioni di bianchi impegnate in politica, all’epoca e per molto tempo dopo, erano esclusivamente maschili.

L’omosessualità  non era uno scandalo. Gli indiani dei gruppi Sioux, ad esempio, avevano un grande rispetto per omosessuali ed ermafroditi: li chiamavano “mezzi uomini” (ma non c’era un senso spregiativo), e a loro veniva affidata una funzione divinatoria e cerimoniale all’interno della tribù. Le predizioni dei mezzi uomini erano tenute in molta considerazione.

Il contatto con la “civiltà” ruppe l’incantesimo di questa società libera. Eppure molti europei, all’inizio della colonizzazione, erano estasiati dal modo di vivere libero dei nativi. Provenendo da territori dove le convenzioni statali, sociali e religiose erano opprimenti, videro nella vita con gli indiani un occasione di riscatto. In molti abbandonavano l’esercito, il villaggio, la nave e la famiglia per unirsi alle tribù. La situazione era così “grave” agli occhi delle autorità del XVII secolo, che il governatore della Virginia stabilì pene severissime per i fuggiaschi. Il missionario Sagard osservò che “i francesi divengono dei selvaggi non appena cominciano a vivere a contatto con i selvaggi”.

PS: Naturalmente, esistendo centinaia di diverse culture native americane, questa qui sopra è un’indicazione di massima. Tuttavia, nonostante alcune tribù avessero delle classi sociali più marcate, o riconoscessero più poteri in capo ad un unico individuo, la stragrande maggioranza degli indiani delle pianure viveva in questo contesto a prescindere dall’etnia

PPS: con questo mio “cavallo di battaglia” inizio la collaborazione con libertariaNation. Un grazie di cuore ai fondatori

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14 Comments » 14 Responses to La società senza stato degli Indiani d’America

  1. Luca on gennaio 23, 2013 at 23:38

    e benvenuto a te! 🙂
    articolo molto interessante. sul tema sono un assoluto ignorante

  2. Valerio on gennaio 24, 2013 at 01:01

    Ciao, bell’articolo, sarebbe interessante avere qualche fonte

  3. Alberto on gennaio 24, 2013 at 08:33

    Mi accodo a Valerio:qualche riferimento? Non per scetticismo ma per poter approfondire. Comunque bell’articolo.

    L’altro domanda è: tutto così bello? 😀

  4. Alberto on gennaio 24, 2013 at 08:34

    * L’altra

  5. Tony R on gennaio 24, 2013 at 10:22

    Ciao!! Richieste più che legittime! Allora, giusto per citarne un paio di testi che ho sotto mano, potete consultare Philippe Jacquin, “Storia degli Indiani d’America”, e Menno Boldt and J. Anthony Long, “Indian Government: A Concept in Need of a Definition” (questo non esiste in italiano, ma trovate on-line qualcosina perché è un testo universitario (qui ad esempio: http://www2.brandonu.ca/library/CJNS/8.1/etkin.pdf).
    Spero di esservi stato utile.
    A presto

  6. ricco&spietato on gennaio 24, 2013 at 13:30

    è stato detto che “chi rinuncia alla libertà in cambio di sicurezza non merita né l’una né l’altra”

    d’altra parte, l’epilogo della società descritta in questo interessante pezzo sembra suggerire che “chi rinuncia alla sicurezza in cambio della libertà è condannato a perdere l’una e l’altra”.

    ci sarà un mix accettabile?

  7. Leonardo on gennaio 24, 2013 at 20:38

    Sì, però stiamo attenti a non fare l’apologia del “buon selvaggio”.
    Gli amerindi erano giunti in America circa 15000 anni prima degli europei; ma pensate a quello che era avvenuto nel Vecchio Mondo in quei quindici secoli.

  8. Leonardo on gennaio 24, 2013 at 22:43

    Centocinquanta secoli, naturalmente.

  9. Tony R on gennaio 25, 2013 at 00:12

    Ciao Leonardo, mi hai anticipato. Infatti la mia risposta alla seconda domanda di Alberto sarebbe stata che il rovescio della medaglia, in effetti, era per gli indigeni nordamericani la quasi completa assenza di qualsivoglia tecnologia e progresso nelle arti e nelle scienze (invece ravvisabile nei Maya, negli Inca e negli Aztechi). Indubbiamente un aspetto da tenere in considerazione, anche se per onestà intellettuale devo ammettere, a questo punto, che io vado pazzo per Thoreau e quindi un pizzico di anarcoprimitivismo, probabilmente, è ravvisabile nella mia concezione del mondo. Giusto un pizzico, non di più…

  10. […] Il post continua su libertariaNation! […]

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  11. Simone on settembre 10, 2013 at 18:43

    grazie per l’articolo, molto interessante

  12. Tartarini on marzo 3, 2014 at 21:52

    A me mi sembra molto forzato e inventato, io mi reputo liberista, ma il liberismo nostro di Friedman, di Reagan e la Thatcher, di Von Hayek, e compagnia non ha nulla a che fare con il mito del buon selvaggio cui l’articolo sembra riferirsi
    Noi liberisti ci rifacciamo a una forma di economia in cui lo stato sia meno invasivo, e faccia meno l’imprenditore e meno il regolatore, ma non siamo degli hyppies del si all’amore e no alla guerra.
    Innanzitutto il mito del buon selvaggio è falso, anzi semmai la scarsità di risorse in un economia di cacciatori e raccoglitori aumenta l’agressività e la guerra di rapina, certo non avevano le armi del XX secolo, ma non erano political correct.
    Del resto ogni ideologia ha inventato una sua antropologia e una sua archeologia, quindi non vedo perchè dobbiamo essere esenti.
    Per la femminista Gimbutas le comunità preistoriche erano pacifiche e a guida femminile, per i nazisti invece gli indoeuropei erano la minoranza di guerrieri destinata a dominare il mondo che si imponeva alla maggioranza degli untermensch e cosi via.

  13. Fabristol on marzo 4, 2014 at 08:38

    Questo è un sito libertario non liberista. Ecco perché l’articolo non combacia con il tuo modo di vedere le cose. Stai mischiando mele con pere

  14. Tony R on marzo 5, 2014 at 15:27

    Tra l’altro non ho mai scritto che fossero pacifici, tant’è che “Durante la guerra (e non è detto che il capo di pace e il capo di guerra coincidessero) rivestiva un ruolo importante, di guida e strategico”.
    Va da sé che durante la guerra si combattessero (insomma, non mi sembrava il caso di specificarlo). In più, fu proprio la rivalità fra le tribù una delle cause che impedì loro di resistere all’invasione dell’uomo bianco, che utilizzò il divide et impera con successo.
    Infine, non sei tu che dici che non ho nulla a che fare con Reagan e la Thatcher, sono io che ho ribadito con forza anche su queste pagine che essendo antistatalista non voglio avere nulla a che fare con questi due soggetti (sopratutto con la NaziThatcher).
    Il luogo comune dei liberisti che vogliono lo Stato fuori dalle loro imprese ma lo vogliono forte e presente in tutto il resto, si dimostra non essere un luogo comune, in effetti. Motivo per cui si dimostra vitale, come spesso abbiamo ribadito, che i veri libertari si battano in primis per le libertà civili e solo dopo per quelle economiche. Altrimenti la libertà diventa “libertà”, ovvero difesa delle rendite di posizione già acquisite. O liberismo, che dir si voglia.

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