What should economists do?

gennaio 23, 2013 No Comments
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“I want to argue that the “order” of the market emerges only from the process of voluntary exchange among the participating individuals. The “order” is, itself, defined as the outcome of the process that generates it. The “it,” the allocation-distribution result, does not, and cannot, exist independently of the trading process. Absent this process, there is and can be no “order.”…
Individuals do not act so as to maximize utilities described in independently-existing functions. They confront genuine choices, and the sequence of decisions taken may be conceptualized, ex post (after the choices), in terms of “as if” functions that are maximized. But these “as if” functions are, themselves, generated in the choosing process, not separately from such process. If viewed in this perspective, there is no means by which even the most idealized omniscient designer could duplicate the results of voluntary interchange. The potential participants do not know until they enter the process what their own choices will be. From this it follows that it is logically impossible for an omniscient designer to know, unless, of course, we are to preclude individual freedom of will.”
ORDER DEFINED IN THE PROCESS OF ITS EMERGENCE [A note stimulated by reading Norman Barry, “The Tradition of Spontaneous Order,” Literature of Liberty, V (Summer 1982), 7–58.] James M. Buchanan

E’ estremamente difficile rendere le reali proporzioni del contributo fornito da James M. Buchanan alla scienza economica, e nel momento in cui la sua limpida intelligenza viene a mancare, purtroppo, è comunque necessario rendergli il giusto tributo.
Credo che non sia necessario ricordare il mastodontico lavoro condiviso con Gordon Tullock che ha dato vita alla teoria delle scelte pubbliche. “The Calculus of Consent: Logical Foundations of Constitutional Democracy” è un testo la cui colonna portante è un’intuizione geniale: applicare i metodi dell’analisi economica alla politica. In termini più diretti, in realtà, si potrebbe dire che Buchanan e Tullock osservano come l’interesse “pubblico” sia sempre l’interesse privato di gruppi qualificati. L’analisi di Buchanan smaschera le rappresentazioni idealizzate e ideologiche dello stato che, lungi dall’essere quell’ente astratto e benevolo che si cura dell’interesse generale, è in realtà lo strumento attraverso cui alcuni interessi particolari vengono curati e tutelati, e viziato da “government failures”, tanto dannose quanto le ben più note e citate “market failures”.
A questo, che potremmo definire l’opus maius di Buchanan, si affiancano altre opere eccezionali.
“The Limits of Liberty: Between Anarchy and Leviathan” e “Cost and Choice: An Inquiry in Economic Theory” mostrano come Buchanan sia stato in grado di spaziare dalla filosofia politica alla microeconomia.
Per comprendere, però, quale sia stata la stella polare del pensiero di Buchanan, penso che niente sia più utile della lettura di “What should economists do?”.
Questo scritto descrive il nocciolo di quella che lui stesso definisce come la sua visione eretica dell’economia.
Se si chiedesse a un qualunque studente di economia quale sia la definizione più adeguata della scienza cui si è dedicato, molto probabilmente risponderebbe con la celeberrima definizione data da Lord Robbins: “L’economia è la scienza che studia la condotta umana nel momento in cui, data un graduatoria di obiettivi, si devono operare delle scelte su mezzi scarsi applicabili ad usi alternativi.”.

A questa domanda James Buchanan diede una risposta radicalmente diversa. Una risposta, peraltro, che colloca pienamente Buchanan, nonostante questo possa dispiacere a molti, nel solco tracciato da Mises e Hayek. Posta nei termini del barone Robbins l’economia diventa un problema, anzi, diventa il problema economico. E non ci sono dubbi, osserva Buchanan, che anche Friedman si sarebbe riconosciuto in una definizione di questo tipo, visto che l’economista di Chicago la definisce come “the study of how a particular society solves its economic problem”. Questa visione, però, ponendo l’enfasi sul problema economico, implicitamente presuppone che esista una soluzione al problema. Una volta che si sia definita l’economia come un problema di allocazione di risorse, necessariamente, in un modo o nell’altro, si giungerà a dare una risposta matematizzante, computazionale.
Si tenderà a porre delle condizioni di minimo, o di massimo. L’economia, perciò, non sarebbe altro che matematica applicata. Buchanan spinge il ragionamento fino alle sue estreme conseguenze, evidenziando come così si giunga, a passi impercettibili ma costanti a trasformare l’economista in un ingegnere sociale. Sfugge, secondo Buchanan, all’attenzione dello studioso, attratto dalla meticolosa costruzione matematica del problema di allocazione delle risorse, l’elemento propriamente distintivo dell’economia: l’interazione tra persone mosse da fini diversi ed indipendenti. E sfugge il tratto peculiare, simbiotico, nelle parole di Buchanan, che fa sì che queste persone possano trarre un mutuo beneficio dal loro agire in modo indipendente e volto al raggiungimento di scopi difformi. Robinson Crusoe, nella sua vita solitaria di naufrago si confronta sicuramente con il problema di ottimizzare l’allocazione delle sue, scarsissime, risorse per tentare di soddisfare ai suoi molteplici bisogni. Il problema di Robinson Crusoe è un problema economico, o, più semplicemente, è un problema logistico, computazionale?
L’enfasi posta sul “problema economico” di massimizzazione dell’utile fa perdere di vista quello che per Buchanan è l’aspetto fondamentale, e che come tale ne ha pervaso interamente l’opera scientifica: l’interazione pacifica tra individui mossi da scopi differenti e che porta al realizzarsi di un mutuo vantaggio.
All’estremo opposto, la teoria dell’equilibrio generale dei mercati perfettamente competitivi rimuove l’elemento caratteristico della scelta individuale ( nessun attore può influenzare in modo indipendente il processo economico) e vincolandola a essere una risposta alla variazione di variabili esogene la traspone da un contesto socio-istituzionale a uno di natura prettamente “meccanica”.
La critica di Buchanan non è rivolta agli aspetti matematici in sé, quanto al fatto che attraverso il loro uso, raffinato e appropriato che sia, si elimina l’elemento prettamente umano e sociale.
Al contrario Buchanan sottolinea che i mercati non sono competitivi per via di un postulato, di un’imposizione esterna.
I mercati, scrive l’economista, divengono, propria sponte, competitivi e le regolazioni che ne determinano la competitività emergono e si affermano come istituzioni per per porre dei limiti alle modalità d’azione degli individui.
Quell’equilibrio generale che la matematica formalizza attraverso l’imposizione di condizioni esogene (a volte piuttosto difficili da far accettare al senso comune) nella realtà si crea spontaneamente, emerge, come risultato dell’intero network di scambi, transazioni, compromessi, accordi o contratti stipulati da attori differenti.
L’assenza di cambiamenti endogeni, capaci di rendere conto della dinamicità intrinseca del sistema economico, stimolato dallo stesso processo ininterrotto di scambi è per Buchanan sintomo dell’inadeguatezza di questo approccio allo studio dei sistemi economici.
In questo il pensiero del padre della public choice mostra tutta la sua affinità al pensiero di Hayek, poiché il mercato, nella sua visione, smette di essere uno strumento, un meccanismo (a computational device) attraverso cui massimizzare l’utile di ciascuno allo scopo di raggiungere un finalistico ottimo paretiano.
Buchanan, anzi, sottolinea che proprio questa visione apre la via alla possibilità di concepire esperimenti di ingegneria sociale, poiché nulla impedisce di ipotizzare metodi alternativi e potenzialmente migliori per ottenere tali scopi. E così non è innaturale pensare che l’azione di un governo possa supplire o sostituirsi al mercato nel soddisfare le necessità del singolo, se lo scopo dell’economia è quello, normativo, di determinare quale sia la condotta da seguire per definire una graduatoria di obiettivi e operare delle scelte su mezzi scarsi applicabili ad usi alternativi. La risposta di Buchanan alla domanda iniziale è, perciò, diversa. Il mercato non è un mezzo, non è uno strumento. Il mercato è la rete stessa di relazioni che si intessono nell’operare degli scambi volontari tra individui. Lo studio e l’analisi di questa rete di relazioni è lo scopo dell’economia come scienza.
Da questa sottile distinzione Buchanan trae alcune conseguenze, descritte nel saggio che, per onorarne la memoria stiamo tentando, in modo sicuramente inadeguato e parziale, di descrivere e sintetizzare qui.
E, a mio parere, nel leggere queste conclusioni è possibile comprendere come la stessa public choice theory non sia che una filiazione diretta di questa visione eretica, eterodossa, che Buchanan propose.
Si osservi, ad esempio, che l’idea che il mercato possa essere inefficiente, nella sua interpretazione, è un puro nonsense. E’ ovvio che se, intessendo alcune relazioni economiche, gli attori coinvolti non le troveranno efficienti ( ovvero non riusciranno a ottenere da esse un sufficiente grado di soddisfazione) allora quegli stessi attori cercheranno di alterare tali relazioni allo scopo di raggiungere i propri fini.tumblr_kykbd2nqxs1qa7cl6
Ad una prima analisi non sembrerebbe che questo argomento sopravviva alle obiezioni più ovvie, come l’insorgere di fenomeni come il free riding. Ma è proprio qui che Buchanan interviene osservando che anche il formarsi, spontaneo e autonomo, di strutture politiche, che consentono a un insieme di persone di venire a capo di questi “fallimenti del mercato” può e deve essere visto come un effetto del funzionamento del mercato, se lo si intende, appunto, come una rete di relazioni attraverso cui gli individui interagiscono per soddisfare i propri bisogni.
In cosa, allora si distinguerebbe la politica dall’economia?
La risposta di Buchanan, anche in questo caso, è sorprendentemente semplice e, allo stesso tempo, spiazzante, se paragonata a quella che abitualmente, fino alla nascita della public choice theory, si sarebbe ottenuta.
Per Buchanan fino a che si osservano gli scambi, liberi e volontari, tra pari il loro comportamento è “economico”.
Nel momento in cui si stabilisce una gerarchia nella relazione e si crea un rapporto guida-seguace, superiore-inferiore, allora il carattere di tale relazione è prevalentemente “politico”.
Ma nella realtà nessun rapporto sarà puramente economico o puramente politico. Si avrà comunque una commistione tra i due aspetti. E’ perciò sensato che sia opportuno applicare il metodo dell’analisi economica anche a quei rapporti sociali e a quelle istituzioni che tradizionalmente sono considerati prettamente politici.
buchC6Ciò estende, perciò, l’ambito di applicabilità dei metodi dell’analisi economica, ma corregge anche il senso e gli scopi di tale analisi.
Per Buchanan, cioè, la comprensione dei meccanismi di funzionamento del mercato, inteso nel senso vasto in cui lo si intende se in esso si includono anche quelle istituzioni che sorgono per estendere le possibilità umane di soddisfare i propri bisogni, è più importante e viene prima dello studio di strumenti volti a supportare quello che lui chiama social engineering.
Per dirla con le sue parole: “Sebbene possa essere messa in discussione la mia posizione è neutrale rispetto a contenuti ideologici o normativi. Ciò che io propongo è, semplicemente, in vari modi, che gli economisti concentrino la loro attenzione sulle istituzioni e sulle relazioni tra gli individui nel momento in cui prendono volontariamente parte a attività organizzate, nel commercio o negli scambi, intesi in senso lato. Le persone possono, nel mio esempio sulla bonifica della palude (un esempio ricorrente nel testo, NdT), realizzarla collettivamente o meno. Oppure no. L’analisi, in sé, non dovrebbe essere che neutrale relativamente alla commistione tra settore pubblico e privato.”

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