Crony capitalism – Recensione di Manifesto capitalista di Luigi Zingales

gennaio 30, 2013 2 Comments
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Crony capitalism è un’espressione che dal 2007 anche i più distratti avranno sentito evocare da più parti nel descrivere le cause della profonda crisi economica che il mondo sta continuando ad affrontare da allora.
E’ il capitalismo, allora, la causa di questo sfascio economico? E’ il “sistema capitalista” a essere responsabile di tutto ciò?
Hanno ragione allora i contestatori del libero mercato a invocare un profondo cambiamento sistemico?
La risposta che va data a questa domanda è no.
E il motivo per cui si deve rispondere no è che esistono due significati che vengono comunemente attribuiti alla parola capitalismo.
Ci si riferisce con questo termine sia ad un’economia basata sul libero mercato che al sistema attuale, quello in cui viviamo.
Ma come? Non viviamo, forse, in un sistema di libero mercato?
No, anche a questa domanda bisogna rispondere no. E per capire perché bisogna rispondere no può essere utile, tra le altre cose, la lettura di un libro, scritto da un noto economista italiano, Luigi Zingales (oggi forse ancor più noto per il suo essere tra i fondatori di un nuovo partito politico italiano): “A Capitalism for the People: Recapturing the Lost Genius of American Prosperity”, tradotto ed edito in italiano da Rizzoli col titolo di “Manifesto capitalista: Una rivoluzione liberale contro un’economia corrotta”.
Un libro interessante, che, purtroppo, non si spinge fino alle conclusioni più logiche cui l’analisi che Zingales conduce in modo estremamente competente porterebbe. Un vero peccato che si fermi un passo prima delle conseguenze che noi free market anarchists traiamo dalle stesse osservazioni.
Ma se non viviamo in un sistema di libero mercato, che tipo di sistema è il nostro e perché può comunque essere considerato un sistema capitalista?
Ciò che dovrebbe essere sotto gli occhi di tutti è la presenza onnipervasiva, in economia, dello stato.
Di per sé questo, per chi, a differenza nostra, non è convinto della capacità del mercato di generare un equilibrio dinamico stabile e paretianamente efficiente, non costituisce in alcun modo un problema.
Purtroppo, la realtà ci mostra, invece, che questa presenza altera pesantemente le risposte che il mercato dà, sia agli stimoli esogeni che a quelli endogeni.
Anche a questa osservazione gli adepti del culto del Moloch statale risponderanno che tali distorsioni sono correttive, e impedirebbero le derive autodistruttive del mercato, cui si attribuisce intrinseche instabilità e potenziali “fallimenti”.
E qui anche Zingales, nel suo libro in difesa del capitalismo, cede e concede il punto, cadendo nella fascinazione dell’ingegneria sociale perseguita tramite “tasse buone”.
Su questo punto concedetemi, però, di tornare più avanti.
Il fatto innegabile è che viviamo in un sistema che non è di libero mercato. Lo stato, intervenendo attivamente nell’economia, concede, a suo arbitrio privilegi e vantaggi che il libero mercato, molto semplicemente, non potrebbe mai generare in modo spontaneo: bailouts, tariffe, sussidi, concessioni monopolistiche e dazi.
Attraverso queste regalie, detto nel modo più franco possibile, il mondo politico acquista consensi, e i partiti politici, pur millantando nobili motivi ideali, si riducono ad agire per soddisfare le richieste dei lobbysti.
Nel sistema in cui viviamo si sono create delle relazioni indebite tra alcuni gruppi di pressione e quelle forze politiche che usano l’apparato statale per impedire che gli interessi di questi gruppi siano intaccati dalla concorrenza.
Non credo che si debba andare troppo lontano per vedere cosa sta accadendo oggi al Monte dei Paschi, ma gli esempi, colti dalla cronaca recente, italiana e straniera sono talmente tanti che c’è persino l’imbarazzo della scelta.
E’ inutile dire che, pubblicamente, come si diceva, tutte le azioni che i governi e lo stato compiono sono mascherate da motivazioni nobili e, probabilmente, non c’è esempio più lampante della vicenda Solyndra per mostrare come ingenti quantità di ricchezza possano essere completamente distrutte dal cronyism, dalla politica clientelare.
Si osservi che non si vuole qui discutere la bontà delle soluzioni tecniche che Solyndra proponeva sul mercato, né attribuire ad una sola parte politica la responsabilità di queste forme di clientelismo (lo scandalo Konarka mostra perfettamente come formazioni politiche apparentemente contrapposte agiscano esattamente nello stesso modo). Si vuole solo mostrare come la prassi di tenere privati gli utili e socializzare le perdite ( quello che per chissà quale miracolo linguistico orwelliano qualcuno ha il coraggio di chiamare “fallimento del mercato”) sia la norma in questi casi.
Il caso più interessante, citato esemplarmente da Zingales, di come l’assenza di libero mercato e l’intervento statale siano foriere di effetti negativi e devastanti è quello delle due tristemente note GSE statunitensi, Fannie Mae e Freddie Mac.
Il ruolo di questi due brontosauri, indirettamente, e il parallelo costante intervento del governo americano mostrano come l’intento di indirizzare l’economia in una specifica direzione ( facilitare l’acquisto di case per soggetti che in condizioni normali non avrebbero avuto accesso al credito) si traduca drammaticamente in un coacervo di conflitti d’interesse, collusioni e azzardo morale.
Se qualcuno ancora immagina gli Stati Uniti come una sorta di “far west” o “paradiso” liberista ( a seconda delle proprie inclinazioni intellettuali relative al libero mercato), beh, si metta il cuore in pace.
Il libro di Zingales denuncia proprio il fatto che, se anche gli Stati Uniti hanno vissuto un periodo relativamente lungo di mercato relativamente libero, da ormai lunghissima data anche gli States vivono un sistema economico infettato dal clientelismo e dall’ingerenza statale.
Magari gli accenti sono lievemente diversi da quelli europei e italiani, ma tutto manca nell’economia americana tranne che l’intervento “regolatore” dello stato.
Ed ora possiamo tornare al punto in cui si erano citate le “tasse buone” proposte da Zingales. Parto da una considerazione di senso comune. Chiunque, sia esso un sostenitore della più vigorosa pianificazione economica statale, o che sia un inguaribile free market anarchist, non può che convenire sul fatto che questo tipo di commistione tra gestione statale e privata dell’economia produce vantaggi, e solo temporaneamente, per una ristretta élite di oligarchi, composta da politici di professione, veri e propri venditori di olio di serpente, e quelli che Burton W. Folsom ha definito, icasticamente, “political entrepreneurs”.
(Se questo mio appello al senso comune vi sembra debole, chiamo in mio soccorso una veneranda figura, che in tema di common sense, permettetemi il gioco di parole, è decisamente un’autorità: “could we take off the dark covermg of antiquity and trace them to their first rise, we should find the first of them nothing better than the principal ruffian of some restless gang; whose savage manners or preeminence in subtilty obtained him the title of chief among plunderas; and who by inaeasing in power and extending his depredations, overawed the quiet and defenceless to purchase their safety by frequent contributions” )
La natura stessa del potere statale è tale da costituire un’attrazione sia per chi vuole approfittare di vantaggi indebiti, sia per chi tramite l’elargizione di tali vantaggi vuole rinsaldare il proprio potere.
Nonostante ciò, Zingales ritiene che per combattere il crony capitalism non sia necessario agire in modo radicale, quantomeno imponendo un totale ripensamento del rapporto tra politica e mondo dell’economia e riducendo, almeno, il leviatano allo stadio larvale di night watchman.
Il libro di Zingales si pone all’interno di una tradizione coerentemente liberale e, perciò, considera lo stato come uno strumento pericoloso, ma utile per regolare la convivenza civile.
Ciò che viene suggerito è un insieme di ricette che permettano di correggere le storture create dal capitalismo clientelare, per tornare a un mercato più libero e capace di dispiegare le proprie potenzialità positive. Ciò che non viene spiegato, però, è come si possa impedire che i governi continuino ad agire come hanno agito fino ad ora.
Prendiamo l’esempio delle “tasse buone”, cui si è accennato all’inizio. Tali tasse sarebbero, per Zingales, le imposte pigouviane.
Per chi non sapesse in cosa consistono, le imposte pigouviane sono quelle imposte pensate per compensare gli effetti di una esternalità negativa, incentivando le aziende che ne sono responsabili a assumere un comportamento “virtuoso”.
L’esempio addotto per spiegare come possano essere utilizzate mostra che attraverso un’imposta di questo tipo si possono rendere meno vantaggiose e attraenti delle pratiche finanziarie rischiose ma di facile accesso, perché viziate da esternalità negative generate dai finanziatori.
In linea di principio l’esempio è splendido, ma ci sono due obiezioni che sorgono subito alla mente.
La prima è relativa al gettito di tale “tassa buona”.
Supponiamo che, effettivamente, si riesca, attraverso tale imposta, a rimuovere l’esternalità, disincentivando il comportamento poco virtuoso dei finanziatori. Nel frattempo lo stato si ritroverà nelle condizioni di dover gestire, appunto, il gettito di tale imposta.
Ma allora cosa impedirà di incrementare a dismisura la valutazione dell’aliquota considerata congrua?
E in che modo si valuterà quali siano le esternalità negative che meritino l’onore di dar vita a un’imposta di questo tipo?
La risposta è che le lobby dei settori interessati agiranno anziché per contendersi i finanziamenti, come hanno fatto Solyndra e Konarka, per evitare di essere soggette a questo tipo di tassazioni.
Può darsi, come sostiene Zingales, che ciò sia più difficile, ma non è certamente impossibile.
Una seconda obiezione è, invece, legata alla sempre presente consapevolezza che, in democrazia, chi vuole gestire l’amministrazione dello stato deve blandire il proprio elettorato ed è mosso da scopi che non sono sempre intimamente coerenti tra loro.
Orbene, facciamo un esempio, osservando come il governo statunitense, all’epoca guidato dal presidente George H. W. Bush, ha trattato il problema dei danni ambientali legati all’emissione di clorofluorocarburi.
Thomas A. Barthold, in un articolo pubblicato sul Journal of Economic Perspectives ha effettuato un’attenta analisi di come la teoria si scontri con la realtà [1].
Da questa analisi si evince in modo molto chiaro che definire cosa si debba tassare, a quanto debba ammontare l’importo della tassazione, come debba essere assicurata una giusta riscossione, e, soprattutto, chi debba essere soggetto a tale tassazione non è assolutamente una questione politicamente neutra.
Tassare le industrie produttrici dei composti chimici e non chi realmente produce l’esternalità negativa (gli automobilisti la cui auto monta un sistema di condizionamento dell’aria dell’abitacolo, o i possessori di frigoriferi) tradisce alla radice la ragion d’essere e lo scopo della tassazione pigouviana, ma è politicamente più redditizio, e esentare dal pagare chi produce per l’esportazione mostra che considerazioni di natura politica possono introdurre distorsioni sull’equità di trattamento di tutti i soggetti interessati.
Credo che la miglior conclusione sia proprio quella di Barthold, quando dice che “In short, several factors not usually contemplated in the standard textbook analysis of externalities affect the design of tax policy as an instrunlent of environmental policy. Too often, economists offer a prescription of Pigouvian taxation (or a better definition of tradeable property rights) and figure that the job is finished. But that prescription is rarely more than a starting point.”
Se il capitalismo clientelare esiste, mi verrebbe di concludere, non è perché le leggi positive non sono abbastanza efficaci nel prevenire l’insorgere di questo fenomeno, né perché sia in atto un deterioramento morale della società, ma perché se viene data l’opportunità ad alcune persone di agire su di un livello gerarchico superiore rispetto agli altri attori sociali, questa disparità verrà naturalmente volta a proprio vantaggio, e tanto più profonda sarà la disparità di livello tanto più elevata sarà la capacità di alterare permanentemente gli equilibri sociali ed economici verso una condizione di squilibrio.
Come sottolinea Anthony de Jasay, i problemi affrontati da Zingales sono problemi derivati, ciò che il liberalismo classico rifiuta di affrontare è il problema fondamentale: chi sceglie cosa e per conto di chi?
Il capitalismo clientelare è solo una manifestazione dell’ incapacità dello stato di fornire soluzioni ai conflitti che possono sorgere all’interno della società.
Dovremmo smetterla di guardare ai politici per cercare soluzioni. Si devono abolire tasse e regolamentazioni, si devono eliminare la spesa pubblica, i privilegi corporativi e tutte le altre barriere volte ad ostacolare la cooperazione sociale. La via per la prosperità va trovata al di fuori dello Stato, indipendentemente da esso, e ad esso, se possibile, va sempre preferita la spontanea autoregolamentazione del mercato.

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[1]Barthold, Thomas A. (1994). “Issues in the Design of Environmental Excise Taxes,” The Journal of Economic Perspectives, 8(1): 133-151.

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2 Comments » 2 Responses to Crony capitalism – Recensione di Manifesto capitalista di Luigi Zingales

  1. Francesco on gennaio 30, 2013 at 11:22

    Mi permetto di segnalare un video dell’intervento di Ron Paul al Mises Circle (Houston TX) sabato 26 gennaio, avrei voluto esserci ma non ho potuto. 40 minuti illuminanti come sempre…

  2. Fabristol on gennaio 30, 2013 at 19:23

    Ottimo pezzo Luigi.
    E’ incredibile quanto possano essere lontani i punti di vista di un liberale rispetto ad un libertario. C’è sempre quel salto logico in più che i liberali non riescono a fare come se fosse un tabù. E in effetti lo Stato come una religione non ti permette di vedere il mondo senza la sua presenza.

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