Ambiente e libero mercato: il “caso” caccia alla foca

gennaio 31, 2013 4 Comments
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220px-Eskimo_Seal_HuntingCon l’avvicinarsi della primavera, come ogni anno si avvicina anche il periodo della caccia delle foche in Canada, con inevitabile “scontro” tra gli ambientalisti e liberal-ecologisti, da un lato, e cacciatori e impreditori del settore dall’altro. Questo potrebbe essere un caso da manuale in cui il libero mercato avrebbe difeso l’ambiente…

L’ATTIVITA’ Iniziamo con un “dato”. Il Governo Canadese ha sempre sovvenzionato pesantemente la caccia alle foche. Nel periodo 1995-2001 circa 20 milioni di dollari sotto forma di sussidi sono stati forniti dal governo federale alla caccia commerciale alla foca in Canada.

COME DOVREBBE ESSERE. Un individuo decide di dedicarsi come imprenditore alla caccia alla foca, attività stagionale per ipotesi. E fino a qui, nulla di male (economicamente parlando, intendo). Investirà le risorse per cacciare quei pochi mesi, e con un’analisi/costi benefici deciderà se l’attività ne varrà la pena, considerando che gli introiti a fronte del cospicuo investimento iniziale (mezzi navali, mezzi terrestri, assicurazione sugli stessi, compenso al comandante, stipendi ai cacciatori, assicurazioni sulla vita degli stessi, ecc.) saranno condensati solo in un breve lasso di tempo. Bisognerà tener conto delle insidie della navigazione e dei pericoli del ghiaccio nella pianificazione del business. Lo stesso il lavoratore. Chi ha già un lavoro, dovrebbe valutare la convenienza ad abbandonarlo per un’attività che gli consentirà un salario, seppur elevato, solo per qualche settimana. Dovrà tener conto di un eventuale licenziamento, o della perdita connessa alla temporanea chiusura della propria piccola attività, ecc., oltre a considerare i rischi connessi ad una attività così pericolosa.

COM’E’. L’analisi costi/benefici è stata nella realtà doppiamente falsata. Il governo canadese, infatti, acquistava spesso direttamente dai singoli cacciatori le foche uccise, pagandole un prezzo più alto rispetto a quello che sarebbe nato spontaneamente sul mercato. Inoltre il governo federale ha “drogato la domanda”, acquistando molti più stock di quelli che riusciva a vendere (molto spesso il governo canadese ha dovuto smaltire – incenerire – quant acquistato in eccesso). Di conseguenza, i cacciatori erano spinti ad utilizzare al massimo la quota stabilita, certi di vendere comunque un prodotto la cui domanda era mantenuta artificialmente elevata, rigida e ad un prezzo alto imposto per di più dal compratore (una follia economica!). Il miraggio di facili guadagni in poco tempo ha quindi attirato una forza lavoro esuberante, che ha privilegiato così un settore in espansione artificialmente gonfiata invece di altri. Alcune associazioni ambientaliste hanno sostenuto anche che, dimostrando di aver lavorato qualche settimana come cacciatore di foca, un individuo/lavoratore poteva ottenere per la restante parte dell’anno un sussidio di disoccupazione. In poche parole, lavorare qualche mese ma ottenere 12 mensilità, di cui la maggior parte finanziata dai contribuenti di tutto il resto del Canada. Non ho trovato alcuna fonte attendibile in tal senso fuori dal coro di dette associazioni, per cui la riporto per dovere di cronaca. Non è inverosimile, dato il contesto, ma prendiamola con il beneficio del dubbio.23ship5.600

Dal lato imprenditoriale invece, possiamo sottolineare che il cospicuo investimento iniziale era in buona parte coperto anch’esso dai finanziamenti statali, sotto forma di contributi alle aziende private per “lo sviluppo di nuovi prodotti di foca, per la costruzione e il miglioramento degli impianti di lavorazione, per la promozione governativa della caccia in Europa e la ricerca di nuovi mercati per questi prodotti”. Ufficialmente i finanziamenti federali sono cessati nel 2001, ma Ottawa ha continuato a inviare annualmente denaro per il potenziamento della Guardia Costiera e della flotta di navi rompighiaccio, casualmente proprio nel periodo della caccia. E a livello provinciale i finanziamenti continuano. La provincia del Newfoundland and Labrador l’anno scorso ha stanziato 500.000 dollari solo per la “comunicazione e pubblica difesa dell’industria”.

La mia convinzione è che senza i vari interventi statali sia dal lato “proprietario” che dal lato “salariato”, le aziende praticanti la caccia alla foca sarebbero state falcidiate, a causa degli alti costi e delle condizioni del mercato. L’azzeramento dei contributi avrebbe fatto sì che forse anche i 3/4 delle aziende non sarebbero sopravvissute, e le poche aziende rimaste avrebbero avuto sì un ampiamento della propria quota di mercato (leggasi più foche disponibili da uccidere per singola azienda) necessario alla sopravvivenza dell’attività, ma probabilmente non tale da consentire la perpetrazione della cosiddetta mattanza. Stessa conseguenza per il numero di lavoratori impiegati.

300px-Sealhunt_550IL MERCATO Sappiamo che è fissata in 400.000 (immutevole da anni ormai) la quota di capi di foche della Groenlandia che si potranno abbattere anche in questo 2013, mentre il Senato canadese ha approvato nell’ottobre scorso il piano con l’autorizzazione all’uccisione di 70.000 foche grigie nel Golfo di San Lorenzo meridionale (a fronte di una popolazione stimata di 104.000 esemplari) nei prossimi quattro anni, cui si aggiunge la quota di 60.000 foche grigie in Nova Scotia.

Questa cifra appare esagerata. Il mercato estero si è ristretto ulteriormente, a causa del bando dei prodotti di foca dell’Unione Europea del 2009 (recentemente la Corte di Giustizia UE ha respinto il ricorso degli inuit per difetto di legittimazione attiva) e di Russia-Kazakistan e Bielorussia del 2011, che si è andato a sommare a quello degli Stati Uniti e del Messico già in vigore da anni (quello di Washington data addirittura 1972). Infatti il Governo canadese per correre ai ripari sta tentando di aumentare la domanda interna di consumo di carne di foca grigia (i finanziamenti federali si sono spostati sul lato alimentare), specie diversa da quella tradizionalmente cacciata per la pelliccia (foca della Groenlandia). Sempre il Governo canadese ha stretto nel 2011 un accordo commerciale con la Cina per facilitare l’esportazione dei prodotti di foca, con l’abbattimento dei dazi su questa merce (e non in generale su tutte le merci: anche qui, nonostante l’apparenza, è un falsare il libero mercato perché si spinge l’imprenditore a “produrre” quel tipo di bene per l’imposizione favorevole e non per la domanda favorevole, ancora una volta).

E’ controverso il motivo per cui il Governo canadese continui a mantenere la quota così elevata: si parla di motivi politici (conservare il favore delle comunità locali), motivi economici (aumentare gli stock di merluzzo, di cui la foca è principale predatrice, visto che la pesca è una delle risorse principali del Canada), motivi culturali. Pacifica è invece la circostanza che questo prodotto, Cina a parte (che comunque non copre neanche lontanamente quanto il Canada esportava in Europa e Federazione Russa), ha praticamente una domanda esterna in caduta libera, e un paese così sottopopolato come il Canada ha grossi limiti fisiologici per quanto riguarda la domanda interna. La mia idea (solo 1/4 delle aziende sarebbe rimasta sul mercato) ha trovato una prima conferma nel dato del 2011. Le avverse condizioni climatiche (il glaciale inverno di quell’anno) sommate al crollo del mercato estero (nonostante la “via cinese”) hanno fatto sì che il numero di foche della Groenlandia uccise quell’anno fosse pari a 38.000, un gap di più del 90% rispetto alla “quota statale” prefissata. Solo le aziende che hanno saputo o potuto allocare meglio le risorse (risorse in gran parte dovute alla “generosità dei contribuenti”, come abbiamo visto) hanno proseguito l’attività nonostante le condizioni estreme.

Il gelido inverno Artico 2011 ha agito come forza riequilibratrice del mercato. Nel 2012, infatti, nonostante i contributi statali concesso a questa industria e i dazi di favore verso il mercato cinese che abbiamo visto, il primo giorno di caccia erano solo cinque i pescherecci alla ricerca di foche (rispetto alle centinaia degli anni precedenti). Un’annata di condizioni climatiche normali e senza aiuti di stato, vedrebbe verosimilmente questa cifra aumentata ma non certo fino ai livelli dell’epoca d’oro della caccia (fino al 2009).

CONCLUSIONI Parliamo di 2.000-6.000 individui (forbice annuale fino al 2011) complessivamente impegnati in questa attività (di cui solo una piccolissima parte sono di origine inuit, praticanti la caccia per la sussistenza) che calerebbero a poche centinaia (è un’attività che vale meno dello 0,5% del PIL della provincia del Newfoundland and Labrador, ad esempio, e meno del 5% del PIL di tutto il Canada), forse anche di meno, di cui forse una parte si potrebbe “riconvertire” in altre attività economiche nella stessa area, ad esempio l’ecoturismo, convertendo i mezzi terrestri e navali (e trattasi di un’attività con uno spettro temporale molto più ampio che qualche settimana) piuttosto che dismetterli. Ma sto andando fuori tema. In ogni caso resterebbero sempre alcuni cacciatori di foca, ma si tratterebbe o di soggetti appunto in grado di allocare al meglio le risorse per questa attività, oppure di soggetti residenti in zone con poche opportunità economiche alternative.

Indubbiamente i bandi dei paesi importatori sono anch’essi “esterni” all’idea di libero mercato. Tuttavia, riguardo quello UE (il vero colpevole della “messa in ginocchio” di questa attività), mi preme chiarire che, in primis, il Regolamento n.1007/2009 non è totale su tutti i prodotti derivanti dalla foca (pone diverse eccezioni e quindi non ne proibisce al 100% le importazioni), e in secondo luogo che è stato in un certo qual modo sorretto dal consenso popolare: dal 2006 al 2007 (epoca pre-bando) le esportazioni dei prodotti di foca in Europa erano diminuite notevolmente, con un fatturato passato da 18 milioni di dollari (nell’annata 2006, ricordata come estremamente favorevole dai cacciatori, il fatturato globale fu 33 milioni di dollari – eppure anche nelle annate favorevoli non si riusciva a vendere tutto il prodotto acquistato – ricordate gli stock di cui sopra?) a 13 milioni, e il trend era in discesa anche nel 2008, con 10 milioni di dollari di fatturato. In molti Parlamenti di Stati Comunitari era già stata sollevata la questione (in Italia ad esempio la mozione 1-00446 del 20/04/2005) a seguito di pressioni dell’opinione pubblica. Con il bando le esportazioni sono calate a 2,17 milioni nel 2010, quindi la normativa UE ha semplicemente accellerato un declino che sul mercato si era già liberamente avviato senza bisogno di leggi ad hoc: bando comunitario e sussidi canadesi in linea ideale si annullano a vicenda, o quasi (ovviamente la normativa UE coinvolgendo più di 20 Stati ha un impatto maggiore rispetto a quella canadese che non può che coinvolgere il solo Canada).

Per chiudere: la caccia alla foca su vasta scala è un’attività che è sopravvissuta così a lungo con questi numeri solo grazie all’intervento statale, diretto e/o indiretto. Il finanziamento di stato alle imprese e la logica assistenziale dava ogni anno nuova linfa all’annuale massacro, linfa che non sarebbe arrivata invece così copiosa dalla logica domanda/offerta. Il libero mercato avrebbe probabilmente già riportato la caccia a livelli fisiologici da anni, senza necessità di interventi legislativi, bandi, ricorsi, sanzioni, battaglie navali tra animalisti e guardia costiera canadese, ecc. Ritengo sia un qualcosa che dovrebbe far riflettere quanti credono che il libero mercato sia sempre nemico dell’ambiente, e che sia di regola lo Stato il soggetto ottimale per la tutela del pianeta. Personalmente non credo che le eccezioni confermino le regole, ma che una sola eccezione sia sufficiente per minare alla base l’assunto della regola stessa.

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4 Comments » 4 Responses to Ambiente e libero mercato: il “caso” caccia alla foca

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  2. Leonardo on gennaio 31, 2013 at 18:51

    Bell’articolo. Aggiungerei che la salvaguardia delle specie animali, o dell’ambiente in genere, si realizza al meglio per mezzo della privatizzazione. Un animale, o una pianta, non hanno diritti, ma sono protetti attraverso il loro proprietario che fa valere appunto il suo diritto di proprietà. D’altra parte, è evidente che le specie animali che hanno più successo, e che non si estingueranno mai finché esiste l’umanità, sono le specie addomesticate.
    Mi avete fatto venir voglia di un hamburger di bisonte,disponibile al supermercato grazie alla privatizzazione del bufalo. (Perfino Ted Turner, noto imprenditore progressita-ambientalista-statalista, possiede un ranch nel quale li alleva, i bisonti).

  3. Tony R on gennaio 31, 2013 at 21:39

    Assolutamente d’accordo. Il dramma delle risorse naturali è quando sono in “terra di nessuno”. Dove tutti hanno tutto l’interesse ad accaparrarsele prima degli altri con ogni mezzo e nessun interesse nel rinnovarle.
    PS: per un attimo ho temuto di averti fatto venire voglia di hamburger di foca! 😀

  4. Leonardo on gennaio 31, 2013 at 22:59

    Come dicono i cinesi, tutti gli animali che rivolgono la schiena al cielo sono commestibili.

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