Quando le giurie “abrogano” le leggi

marzo 13, 2013 3 Comments
By

Nel sistema giudiziario anglosassone (e derivati) la giuria non ha solo un ruolo fondamentale, ma quasi ammantato di sacralità. Lysander Spooner ha sostenuto che la giuria era un meccanismo di protezione che doveva essere salvaguardata a tuttii costi, perché così sarebbe stata la cittadinanza, non lo Stato, a decidere cosa è giusto, cosa è morale, cosa è legge e cosa è fatto (cfr. An Essay on the Trial by Jury). Prima di lui anche Alexis De Tocqueville aveva elogiato l’istituto della giuria: “chi giudica il criminale è il vero padrone della società” (cfr. La democrazia in America).

Le prime giurie nacquero nell’Antica Grecia attorno al 590 a.C., ed erano pienamente operative nel 422 a.C. (cfr. Loren J. Samons, “The Cambridge Companion to the Age of Pericles”, 2007), periodo che coincise con quello dello sviluppo della democrazia ateniese. La giuria si andò poi ad incardinare nel sistema giudiziario britannico, nato nel XII secolo grazie alla riforma della magistratura di Re Enrico II d’Inghilterra, che stabilì che 12 uomini avrebbero deciso sulle controversie in materia di proprietà e dispute terriere. Qualche decennio dopo Giovanni Senzaterra, con la Magna Charta Libertatum del 1215, sancì infine all’art. 39 che “Nessun uomo libero sarà arrestato, imprigionato, multato, messo fuori legge, esiliato o molestato in alcun modo, né noi useremo la forza nei suoi confronti o demanderemo di farlo ad altre persone, se non per giudizio legale dei suoi pari e per la legge del regno“. Da qui poi si diffuse anche nei paesi di Civil Law anche se ibridato con la partecipazione di membri della magistratura togata (cosiddetto scabinato).

Dovere primario della giuria è giudicare in base alla legge, ma vi sono dei casi in cui la giuria si fa portavoce del comune sentire di una intera cittadinanza che sente come ingiusta e oppressiva una legge, e il dovere primario cambia, e diventa il “resistere” alla stessa, magari dettata da uno Stato diventato troppo asfissiante. Si tratta della Jury Nullification, ovvero dell’istituto giuridico in base al quale la giuria decide di assolvere l’imputato, perché ha sì commesso un fatto contrario alla lettera della legge ma non contrario allo spirito della stessa.

Secondo Thomas Andrew Green, professore emerito di storia del diritto alla University of Michigan Law School, è plausibile che casi di Jury Nullification si siano verificati, in Inghilterra, tra il 1215 e il XIX secolo, ma non è possibile una quantificazione a causa di carenza di testimonianze storiche (cfr. “Verdict According to Conscience: Perspectives on the English Criminal Trial Jury, 1200-1800“, 1985). Tuttavia, il primo caso “registrato” in cui la giuria scelse di seguire lo spirito della legge e non la lettera della stessa, risale al XVII sec.: il caso John Lilburne.

Lilburne fu arrestato per “tentativo di incitare alla rivolta” contro il dominio di Oliver Cromwell nel 1649. Grazie a una mozione parlamentare, venne accusato di Alto Tradimento, e sottoposto al giudizio di 12 suoi pari. Tra lo stupore dei giudici (che secondo quanto riportato dai cronisti dell’epoca, chiesero alla giuria di ripetere il verdetto perché pensavano di non aver capito bene) la giuria sentenziò per la non colpevolezza.

Tuttavia, uno dei casi più famosi di Jury Nullification fu il Bushell’s Case, svoltosi a Londra nel 1670. Due eminenti quaccheri, William Penn e William Mead, vennero sottoposti a processo perché avevano predicato in pubblico, violando il Conventicle Act del 1670. Quattro giurati si rifiutarono di condannarli, perché volevano giudicare secondo coscienza e non secondo legge. Il Giudice accettò il verdetto, preso atto che la giuria non aveva comunque seguito le istruzioni ricevute.

Tuttavia il Jury Nullification non ha confini di tempo e spazio. Il Canada, ad esempio, al giorno d’oggi prevede la giuria in alcuni casi (la costituzione, all’art. 11 lett. f sancisce che “Any person charged with an offence has the right …(f) except in the case of an offence under military law tried before a military tribunal, to the benefit of trial by jury where the maximum punishment for the offence is imprisonment for five years or a more severe punishment“), e ci sono tre recenti casi di applicazione di questo istituto, ancor più interessanti perché appunto in questo sistema giuridico l’uso della giuria è limitato: R. v. Morgentaler (1988), R. v. Latimer (2001), R. v. Krieger (2006).
Nel 1976 il dott. Henry Morgentaler sfidò le leggi canadesi che vietavano l’aborto, e fu il primo in Québec a violare la S. 251 del Criminal Code. La battaglia del medico contro il sistema giuridico canadese fu lunghissima (e non è questa la sede per approfondirla: diverse volte davanti alla Corte Suprema canadese, processi in Québec e Ontario, carcere), ma per ben tre volte fu trovato non colpevole da altrettante giurie.
Nel 1993, un coltivatore di grano del Saskatchewan, Robert William Latimer, pose fine alla sofferenza della sua figlia dodicenne tetraplegica e incapace di parlare e di alimentarsi senza assistenza, dopo un fallito intervento chirurgico alle anche, uccidendola. Dopo un primo processo annullato per vizio di forma, la giuria condannò Latimer, ma informata dal giudice che la sentenza sarebbe stata di ergastolo, decise di ritornare in camera di consiglio, iniziando un tira e molla con il giudice che alla fine si concluse con la condanna a un anno di carcere e a un anno di libertà vigilata per l’imputato. Anche qui tuttavia vi furono strascichi in Corte Suprema.
Nel 1999 Grant Wayne Krieger, cittadino dell’Alberta malato di sclerosi multipla con prescrizione medica per marijuana terapia, venne arrestato con tre chili della stessa sostanza e processato per violazione del Canadian Controlled Drugs and Substances Act. Inutile dire che, anche in questo caso, la giuria lo assolse ma il processo andò comunque avanti in Corte Suprema.

Come avrete notato, tutti e tre i casi di cui sopra riguardano il settore dei cosiddetti “diritti civili”. La battaglia dello Stato contro le libertà avviene anche nei tribunali. Immaginate, se solo in tutte le aule vi fosse una giuria pronta ad adottare un Jury Nullification…

Tags: , , ,

3 Comments » 3 Responses to Quando le giurie “abrogano” le leggi

  1. Leonardo on marzo 16, 2013 at 23:32

    L’anno scorso ho fatto parte di una giuria. Devo dire che, dopo le istruzioni ricevute dall’avvocato difensore, mi ha fatto un certo piacere (anche se mi ero un po’ risentito per il fatto che ero stato obbligato a stare lì; e quello forse è un po’ il limite del sistema). L’avvocato ha presentato il ruolo della giuria come fa Tony nell’articolo; dicendo appunto che con il suo verdetto la giuria crea un precedente legale, che nel sistema americano diventa legge. Quindi, sì, si tratta di legge che sorge per così dire, dal basso (non che quello sia necessariamente un bene); e che ha il potere di “nullificare” un’imposizione che proviene dallo stato.
    La mia esperienza in sé non è stata molto positiva; nel senso che c’erano due giurati determinati a “gettare l’imputato in galera e a gettare via anche le chiavi”, anche in assenza di prove. Per cui alla fine non ci siamo messi d’accordo. Ma almeno il tizio non è stato condannato senza prove. (Almeno, spero che non lo abbiano riprocessato).

  2. Tony R on marzo 18, 2013 at 21:59

    Condivido, sicuramente non tutte le giurie in tutti i processi sono perfette (o lo sono state) e indubbiamente ci sono alcuni limiti pratici (come quello che hai ricordato te).

    Pur tuttavia, a livello generale (e dunque accettando gli inevitabili errori da cui purtroppo nessun sistema giuridico è esente) preferisco quando ad esercitare la giustizia penale sono pari dell’imputato, piuttosto che uno (o più) dipendenti statali che hanno vinto un concorso pubblico. Senza offesa per nessuno.

  3. Tony R on marzo 18, 2013 at 22:00

    PS: grazie per la tua testimonianza

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Iscriviti per ricevere i nuovi post via email


 

Iscriviti alla newsletter!

Disclaimer

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 07.03.2001 L'Autore, inoltre, dichiara di non essere responsabile per i commenti inseriti nei post. Eventuali commenti dei lettori, lesivi dell'immagine o dell'onorabilità di persone terze non sono da attribuirsi all'Autore.