La Cina e l’Artico, ovvero la fine del Mediterraneo

marzo 18, 2013 2 Comments
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Con lo scioglimento delle calotte polari, si sta accellerando in Artico l’apertura di nuove rotte commerciali e la ricerca di petrolio, metano e minerali, e la Cina sta pressando per guadagnare un punto d’appoggio nel Nord su cui sviluppare l’economia del futuro.

Nel 2012 la rompighiaccio Xue Long (Dragone dei Ghiacci) è diventata la prima nave cinese a navigare lungo la Northern Sea Route (rotta di navigazione dal Pacifico all’Atlantico dal Mare di Bering allo stretto di Barents, al largo delle coste russe), e dopo è tornata indietro attraverso una stretta rotta tra l’Islanda e il Mare di Barents attraverso il Polo Nord. Questo viaggio ha “enormemente incoraggiato” le compagnie di spedizione cinesi, per usare le parole di Huigen Yang, direttore del Polar Research Institute of China (sì, la Cina sta guardando con estremo interesse l’Artico, tanto da aver organizzato un osservatorio permanente).

Per la Cina, numero due dell’economia mondiale dopo gli USA, l’autostrada del Nord sarebbe un consistevole risparmio di tempo e denaro. Attraverso l’Artico la distanza Shangai-Amburgo è più breve di ben 5.200 chilometri che attraverso il Canale di Suez, ha spiegato Yang. E la Cina sta infatti premendo per ottenere lo status di osservatore permanente presso l’Arctic Council (organizzazione internazionale degli otto stati con interesse nell’Artico, fra cui Canada, Russia e Stati Uniti) nel tentativo di ampliare la propria influenza nella zona. Sempre in quest’ottica, il colosso asiatico sta trattando per le concessioni per le estrazioni minerarie e di combustibili in Groenlandia.

Secondo uno scenario cinese a lungo termine, tra il 5 e il 15% delle esportazioni dalla Cina potrebbero passare per la Northern Sea Route nel 2020. E secondo le proiezioni, il 10% del valore del commercio internazionale cinese, per quell’anno, dovrebbe attestarsi sui 526 miliardi di euro.

In che modo questo ci potrebbe riguardare? Mentre scrivo, i neoparlamentari grillini vogliono discutere nel Parlamento italiano di una petizione europea per far sì che l’acqua non sia considerato un bene economico, e metà del Paese Italia si sta interrogando sulla possibilità di battersi per l’ineleggibilità di Berlusconi in base ad una legge degli anni ’50 (credo). Nessuno sembra avere contezza del fatto che, se il Canale di Suez perdesse le merci della Cina, in tutto o in parte, Brindisi, Gioia Tauro, Genova, Venezia, Marsiglia, Barcellona e gli altri  porti mediterranei inizierebbero il loro declino. La conta esatta dei giorni che mancavano a Ruby per compiere 18 anni sarà la panacea dei nostri mali economici?

A che pro interessarsi del futuro del commercio internazionale, quando persino un bene scarso e suscettibile di valutazione monetaria, e dunque bene economico per antonomasia, come l’acqua, per legge non dovrebbe esser considerato tale? Un domani per legge potremmo anche abolire la gravità, e costringere i mattoni a cadere verso l’alto. Una legge equa e solidale ci seppellirà.

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2 Comments » 2 Responses to La Cina e l’Artico, ovvero la fine del Mediterraneo

  1. Vittorio Pellegrineschi on agosto 13, 2013 at 09:53

    E’ normale che le cose si spostino verso la strada più conveniente. E’ assurdo il contrario e transitorio. Oggi (2013-08-13) ho notizia che la Cosco (mega compagnia di navigazione cinese trasporto container) ha incominciato a trasportare merci verso il nord europa attraverso il “passaggio a nord” (est o ovest a seconda dove siete…) Risparmiando molto (giorni di navigazione, carburante, rischio pirati somalia, costi stretto di suez). e l’obiettivo è movimentare il 15% delle merci in questo modo.

    Perché dovremmo sorprenderci? Perché dovremmo criticare i grillini? Cosa c’entra? Se un tipo di economia non funziona più bisogna cambiare. D’altronde far fare scalo alle merci è un business ma ci sono tanti posti del mondo che sono stati dimenticati proprio perché facevano solo questo. (Guarda la via della seta…)

    E’ che la nostra mentalità parassitaria e oziosa non vuole cambiare… Siamo troppo medievali!

  2. Kirbmarc on agosto 13, 2013 at 17:00

    Credo che nel futuro i poli (Nord e Sud) saranno la nuova frontiera della navigazione e delle ricerche di sostanze energetiche. I cinesi si comprano terre in Groenlandia (a prezzi stracciati!) apposta per questo.

    Cosa potrebbero farci gli armatori italiani? Poco o nulla, se non avanzare pretese mercantilistiche di dazi alla Cina.

    In realta’ se le rotte del Nord fossero davvero piu’ economiche (mi restano dei dubbi sui tempi di percorrenza: Global Warming o no in quelle rotte non puoi certo procedere a tutto vapore!) l’economia mondiale potrebbe riprendere una boccata d’ossigeno.

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