Lo Stato in camera da letto

aprile 4, 2013 14 Comments
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Wedding couple figurines and handcuffPrendo spunto da un recente post di Fabristol per proporre alcune riflessioni sulla relazione tra il potere statale e il riconoscimento pubblico delle relazioni interpersonali.
Poniamoci, innanzitutto, una semplice domanda diretta: perché dobbiamo chiedere il permesso dello stato per sposarci?
La domanda non è né ingenua né banale, poiché per la gran parte della storia dell’occidente ciò non è stato necessario, né ad opera del potere laico né di quello ecclesiastico.
Fino quasi alla fine del medioevo a sancire la validità di un legame matrimoniale è stato unicamente il riconoscimento sociale dei voti coniugali scambiati tra gli sposi e persino la chiesa si limitava a prendere atto della volontà dei coniugi.
E’ solo nel 1215 che, con il IV Concilio Lateranense, la Chiesa inizia a formalizzare i requisiti per definire giusto e lecito un matrimonio. Viene perciò istituito il sacramento del matrimonio. Si associa cioè al riconoscimento pubblico dell’unione tra due persone la somministrazione di un sacramento, che rende il matrimonio organico e funzionale alla struttura della comunità cristiana.
Fin qui, quindi, la formalizzazione del matrimonio avveniva solo nel contesto di una comunità religiosa. Al di fuori degli aspetti religiosi le unioni contratte pubblicamente non richiedevano alcun esplicito beneplacito del potere costituito per essere riconosciute valide. A segnare l’inizio dell’intromissione dello stato nella regolamentazione del matrimonio fu lo scontro tra poteri civili e religiosi innescato dalla riforma protestante.
Con la pace di Augusta (1555), e l’introduzione del principio del “cuius regio, eius religio”, nei paesi protestanti la registrazione e la regolamentazione dei matrimoni diviene uno degli strumenti di controllo sociale da parte dei principi protestanti. Sul versante cattolico, col concilio di Trento, si ha, di conseguenza, un irrigidimento della chiesa cattolica, che esclude qualsiasi riconoscimento a quei matrimoni che non siano stati celebrati in presenza di un parroco e di testimoni, e che non siano stati trascritti in degli appositi registri parrocchiali.
La Rivoluzione Francese, e per sua filiazione, il Code Napoléon, introducono l’idea di un “matrimonio civile”, in cui lo stato e i suoi rappresentanti ufficiali apparentemente si sostituiscono alla chiesa come officianti del rito che sancisce l’unione di due persone. In questo processo di evoluzione del ruolo e della funzione dello stato si iscrivono anche l’istituzione del matrimonio civile nell’ordinamento italiano (1866) e il Zivilehe bismarkiano del 1875. Il ruolo che lo stato si arroga è però sempre più pervasivo e vincolante, portando a imporre criteri che non sono più volti esclusivamente a tutela e garanzia dei dei contraenti, ma che sfociano in esplicite strategie di pianificazione sociale ed eugenetica. Leggi che vietano o scoraggiano unioni interrazziali, impongono sterilizzazioni o limitano la facoltà di avere della prole sono state promulgate in tempi diversi e da governi di ispirazione anche antitetica fino a tempi recentissimi. In alcuni stati, come la Cina, queste leggi sono ancora operative e producono i loro effetti devastanti. Ma anche laddove, almeno parzialmente, lo stato ha rinunciato a imporre divieti e vincoli così espliciti, la legislazione viene utilizzata subdolamente per indurre nei cittadini scelte fortemente vincolate.
L’estensione delle tutele sociali e di welfare ai coniugi avviene solo se le unioni sono riconosciute dallo stato, indipendentemente da quanto tali unioni siano durature e stabili.
Così può accadere che coppie conviventi da decenni non godano delle stesse tutele di coppie giovanissime ma in possesso del crisma di riconoscimento dello stato, nonostante nelle prime entrambi i conviventi possano aver contribuito a pagare tasse e contribuzioni richieste dallo stato per alimentare le strutture a cui nega accesso alla coppia.
Lo stesso accade per l’accesso a informazioni medico-sanitarie, per le quali lo stato decide che una coppia, per quanto stabile e affiatata, non può godere dello stesso trattamento di cui godrebbe se avesse deciso di formalizzare la propria unione di fronte a un ufficiale di stato civile.
Il torpore sociale e il conformismo che ci avvolge rende impercettibili queste ingiustizie, poiché si sono create in modo graduale, e sono mascherate dalla commistione tra vincoli religiosi e civili.
L’arbitrarietà dell’imposizione statale inizia a trasparire solo quando una minoranza, come quella LGBT, chiede che lo stato riconosca anche ad essa la facoltà di poter formalizzare in modo analogo la propria unione.
E qui, dopo questa digressione storica, incompleta e sommaria, torniamo all’apparente banale quesito iniziale: perché dobbiamo chiedere il permesso dello stato per sposarci?
La risposta è che lo stato offre, in cambio del riconoscimento dell’unione, una vasta serie di “agevolazioni”, rimuovendo degli ostacoli che esso stesso ha creato per impedire unioni eterodosse.
Lo stato finge, in buona sostanza, di assolvere al compito di aiutare le coppie ad assolvere a quegli impegni reciproci che sono stati assunti da ciascuno nel creare la propria unione, ma, in realtà, usa la concessione di privilegi e la rimozione di ostacoli artificiali per impedire che la libera volontà delle persone si esprima realmente.
Ecco che, allora, per completare questa riflessione, la domanda che si pone Fabristol, relativamente alla incapacità di essere coerentemente libertari per chi rivendica il “diritto” a poter essere riconosciuto dallo stato nell’esercizio delle proprie scelte sessuali ed etiche, ha una sua risposta.
Chi rivendica il riconoscimento statale del matrimonio gay non ha una prospettiva libertaria. Tanto quanto non è libertario chi chiede che lo stato fornisca universalmente e gratuitamente dei servizi sanitari.
Entrambe le richieste, in alcuni contesti e con le debite puntualizzazioni, possono anche essere apprezzate come più vicine alla sensibilità libertaria di quelle di chi vuole che lo stato eserciti queste stesse funzioni discriminando delle minoranze. Ma un vero libertario non può che chiedere qualcosa di diametralmente opposto: lo stato deve uscire dalla stanza da letto di chiunque, sia esso eterosessuale o omosessuale. E se stato (minimo) deve essere, che si limiti a svolgere una funzione di tutela e garanzia, lasciando alle singole coppie l’onere di assolvere agli impegni liberamente presi.
Sono convinto che, purtroppo, le attività lobbistiche dei movimenti LGBT in una prospettiva del genere si dissolverebbero istantaneamente, non vedendo più utile nel chiedere gentili concessioni al sovrano.

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14 Comments » 14 Responses to Lo Stato in camera da letto

  1. Fabristol on aprile 4, 2013 at 18:21

    Verametne un ottimo pezzo Luigi!
    “Lo stato finge, in buona sostanza, di assolvere al compito di aiutare le coppie ad assolvere a quegli impegni reciproci che sono stati assunti da ciascuno nel creare la propria unione, ma, in realtà, usa la concessione di privilegi e la rimozione di ostacoli artificiali per impedire che la libera volontà delle persone si esprima realmente.”

    E’ sempre così: lo stato mette i bastoni fra le ruote su tutto e poi si propone come il salvatore delle unioni. Il matrimonio è una soluzione statale ai problemi che ha infilato secoli prima.

  2. Leonardo on aprile 5, 2013 at 17:39

    Scusa, perché purtroppo? La sparizione delle lobby omosessuali sarebbe una cosa meravigliosa.

  3. Kirbmarc on aprile 5, 2013 at 18:07

    “Scusa, perché purtroppo? La sparizione delle lobby omosessuali sarebbe una cosa meravigliosa.”

    Anche la sparizione delle lobby cristiane non sarebbe male.

  4. Fabristol on aprile 5, 2013 at 18:24

    Magari la sparizione dello stato è meglio così le lobby non devono fare lobbismo? 🙂

  5. Luigi on aprile 5, 2013 at 20:25

    Purtroppo, inteso nel senso che se il tentativo di far riconoscere i propri diritti fosse dovuto alla consapevolezza che la propria libertà non è una concessione dello stato non sarebbe vincolato alle “frumentazioni” erogate dal benevolo tiranno, e sarebbero VERE rivendicazioni e non preghiere di postulanti.

  6. Kirbmarc on aprile 6, 2013 at 09:20

    “Magari la sparizione dello stato è meglio così le lobby non devono fare lobbismo?”

    Quello sarebbe l’optimum. 🙂

  7. Leonardo on aprile 6, 2013 at 16:51

    Caro Luigi,
    avevo capito, scherzavo. (Comunque le lobbies, come associazioni private che cercano di influenzare i legislatori, sono perfettamente legittime).

  8. Leonardo on aprile 7, 2013 at 19:53

    A proposito di stato e relazioni personali. Bellissimo pezzettino di langone su Il Folgio di oggi, 7 Aprile:

    Jeremy Irons fino a ieri non mi diceva molto, adesso mi dice moltissimo perché moltissimo, in un’intervista, ha detto: “Con i matrimoni fra persone dello stesso sesso i padri sposeranno i figli per evitare la successione”. Logica folgorante, e dispiace che sia di un attore inglese anziché di un filosofo italiano (se Emanuele Severino non si fosse così tanto affaccendato intorno al nulla magari ci sarebbe arrivato pure lui). Il matrimonio che rinnega il proprio etimo, che smette di essere il contesto della maternità per trasformarsi in un’unione di convenienze, può tranquillamente diventare anche un modo per eludere le tasse. Che ai sodomiti cominci a interessarsi l’Agenzia delle Entrate.

  9. Leonardo on aprile 7, 2013 at 19:57

    Scusate, Il Foglio e Camillo Langone, naturalmente.

  10. Kirbmarc on aprile 7, 2013 at 20:43

    Bellissimo e Langone non possono stare nella stessa frase. E infatti il pezzo di Langone é (come suo solito) una sequela di stupidaggini e propaganda clerico-statalista:

    a) anche con il matrimonio gay i consaguinei non si possono sposare, quindi la frase non é “logica folgorante” ma una boutade da avanspettacolo

    b) evitare le tasse di successione é un obiettivo di ogni libertario. Langone le tasse le vuole eccome.

    b) la maternitá il contesto del matrimonio? Molto libertario e poco clerico-fascista, direi. Ci manca solo il “Dio, Patria e Famiglia”. (Le coppie senza figli sono putridume, ovviamente)

    c) Molto libertario anche l’augurarsi che l’agenzia delle entrate si accnisca contro i “sodomiti” (sic).

    Bellissimo, come no. Un “capolavoro” alla Pinochet.

  11. cachorroquente on aprile 7, 2013 at 21:04

    Di Camillo Langone fortunatamente non conosco l’opus nella sua completezza, ma il tanto che ho letto contempla capolavori del calibro di:
    “io dico frocio, non gay, perchè sono una persona raffinata”
    “spero che al poveretto che ha ucciso una puttana negra [sic] diano una pena lieve perchè [non ricordo la logica del suo discorso]”
    “hanno fatto bene a bruciare la città della scienza perchè vi insegnano quella superstizione tardo-ottocentesca che è la teoria del’evoluzione”

    Chiusa la parentesi Camillo Langone (spero), secondo me l’argomento è complesso perchè bisogna vedere quali sono i privilegi connessi con il matrimonio, e quali di questi vengono elargiti dallo stato…

    La mia idea è che la persona che più ha colto il problema è stata David Cameron: “Io non sono a favore dei matrimoni gay nonostante sia conservatore, ma proprio perchè sono conservatore”. Lo stato sancisce il matrimonio perchè ritiene che la famiglia sia un costituente della società, e regolandolo impone alla società la sua idea di famiglia. Poi, se questa idea diventa meno restrittiva, non penso ci si possa lamentare, per quanto magari idealmente lo stato non dovrebbe avere voce in capitolo nella definizione dei legami familiari e affettivi.

    C’è anche da dire che la famiglia è spesso sussidiaria dello stato (ad esempio nell’assistenza di un coniuge malato), per cui non si può vedere il problema sono in ottica “i gay vogliono ottenere ciò che hanno le coppie eterosessuale”, ma anche “i gay vogliono vedere riconosciuto il contributo che le loro famiglie danno alla società”.

  12. Fabristol on aprile 7, 2013 at 23:04

    Su Langone stendiamo un velo pietoso…

  13. astrolabio on aprile 8, 2013 at 16:19

    steso il velo pietoso su langone quello che dice jeremy irons è vero in linea di principio e pure piuttosto banale, come esistono i matrimoni di convenienza etero ancor più esiseranno matrimoni di convenienza omo, e per matrimoni di convenienza intendo cose tipo “ti serve la cittadinanza? ma tanto siamo già coinquilini sposiamoci così per quando hai finito gli studi sei italiano/americano e divorziamo” le possibilità che si aprono sono interessanti possono dare svolte libertarie o andare in una direzione opposta (per esempio la cittadinanza diventa più facile da ottenere nel primo caso, nel secondo ci vedo le eventuali reazioni stataliste a tali escamotage: “ah volete sposarvi dimostratreci che siete gay e che scopate” già mi vedo la Gabanelli sostenere che l’economia va male per colpa dei finti gay che si sposano)

  14. Leonardo on aprile 9, 2013 at 05:41

    Scusate, era ovviamente una provocazione.
    D’altra parte, in questo caso, non era neanche Langone a parlare.
    E io poi sono d’accordo con quello che ha scritto Luigi.
    Le lobbies, in un contesto democratico sono perfettamente comprensibili (e perfettamente legittime).
    Gli omosessuali odierni, a differenza dei trasgressori della generazione precedente (che voleva demolire e trasgrediva anche con una certa con allegria), oggi protestano perché vogliono l’imprimatur dello stato; vogliono che che lo stato ci imponga, per legge, di smettere di provare anche la ripugnanza che in molti casi loro ispirano con il loro comportamento (e non perché siano omosessuali, ma perché sono “scostumati”, nel senso proprio del termine, cioè privi del senso civile del pudore). Per fare questo chiedono a gran voce le leggi contro i “reati d’opinione”, e le leggi “contro l’odio”, come se detestare qualcuno (anche per le ragioni sbagliate), fosse una violenza. Ma per determinare quello che uno pensa come fai? Semplice, lo capisci da quello che dice o scive. E allora dovremo stare tutti ben attenti a non usare le parole sbagliate, o a fare solo intendere un’opinione politicamente scorretta; se no qualcuno s’offende e chiama la polizia. (Come già succede: avete letto del tizio che è stato obbligato a togliersi una felpa, dagli sbirri, a Parigi, perché sopra c’era un disegnino di una famigliola tradizionale?)
    Bene, a quel punto io andrò in strada a gridare a squarciagola: “Frocio! Frocio! Frocio!”

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