Chi ha paura della crescita economica?

aprile 23, 2013 12 Comments
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La denuncia del vuoto e futile materialismo unisce e accomuna mistici asceti e preti di strada, annoiate aristocratiche e attiviste di sinistra, orgogliosi sostenitori del nazionalismo autarchico e corporativista, fanatici cultori di bislacche teorie esoteriche e tradizionalisti reazionari, così come ex-marxisti riconvertiti all’ambientalismo più radicale.
Per quanto il benessere materiale non sia disprezzato per sé stesso, esplicitamente, da nessuno, è chiaro che la sua ricerca, l’affannarsi per raggiungerlo appare come volgare, basso, indegno.
Produrre ricchezza e benessere ha degli effetti collaterali: si danneggia l’ambiente, si genera diseguaglianza e infelicità. E una crescita rapida, “incontrollata”, genera instabilità, trasformando il benessere di oggi nella miseria di domani, poichè la crescita non è “sostenibile”.
Queste sono le parole d’ordine che risuonano attraverso la rete e i pensosi mantra che vengono scanditi attraverso il tubo catodico da seri e riflessivi maîtres à penser, vecchi cantautori illuminati e saggi e giovani ed energici iconoclasti.
Cosa crea questa armoniosa consonanza tra anime tanto diverse? Come mai l’occidente di oggi si scopre così distante da tutto ciò che ha reso la nostra civiltà quella che per lungo tempo ha dominato gran parte del mondo?
A uno sguardo disincantato e oggettivo parrebbe chiaro che la crescita economica, sia nel passato che nel futuro, sia da associare a degli innegabili benefici sociali. E’ naturale associare a maggior benessere materiale, per definizione, una vita più lunga e sana; tanto più lunga e più sana quanto maggiore è il benessere e la crescita economica.
Sembrerebbe ovvio associare al progresso materiale la possibilità di avere una maggiore ricchezza a parità di ore lavorate, consentendo di scegliere più agevolmente tra un incremento dei consumi e l’opportunità di dedicare una porzione maggiore del proprio tempo a sé stessi.
Così come sembrerebbe ovvio stabilire un profondo legame tra progresso, inteso come accrescimento del benessere, e progresso tecnico-scientifico.
Eppure sia tra le élite intellettuali che nella cultura pop e massmediatica alligna un profondo e cinico disprezzo nei confronti di tutto ciò che viene catalogato come crescita.
La chiave di volta di tutte le visioni “critiche” nei confronti della crescita non consiste in un attacco diretto e frontale al progresso tecnico e materiale. Non si denuncia (come si potrebbe?) la crescita della vita media, né il crollo della mortalità infantile, o la scomparsa di alcune orribili malattie infettive che falcidiavano e menomavano la generazione dei nostri genitori. Né si stigmatizza la maggiore alfabetizzazione, frutto del maggiore benessere e dell’incremento della produttività oraria del lavoro.
La chiave di volta è il cinismo con cui si guarda alla crescita, concentrando il proprio sguardo in modo ossessivo sui “danni” che essa produce.
La retorica dello scetticismo sulla crescita si basa su falsi dilemmi e artifici lessicali che pongono l’ascoltatore di fronte alla scelta tra crescita economica e… tutto ciò che di buono la vita può offrire.
Si propone di scegliere, per esempio, tra la crescita economica e la tutela dell’ambiente, tra la crescita economica e la tutela della salute. Si instilla l’idea che la prima non sia pienamente compatibile con le seconde. Si parla di crescita “sostenibile”, sottintendendo che per renderla “sostenibile” non si debba puntare sul progresso tecnico e scientifico, ma, al contrario, sul sacrificio, sulla rinuncia di una parte del benessere possibile a favore di qualcosa d’altro, sia essa la tutela di una particolare idea di ciò che dovrebbe essere l’ambiente incontaminato, o qualunque altro feticcio, dipinto come dotato di un valore intrinseco superiore a quello del benessere a cui si rinuncia.
L’affondo retorico non è, perciò, diretto, ma passa da un formale sostegno condizionato alla crescita economica, accompagnandolo con un continuo stillicidio di condizionamenti e limitazioni.
Alternativamente, si ricorre all’espediente retorico opposto, sottolineando come l’assenza di crescita economica possa portare a effetti desiderabili o positivi.
Si descrive un mondo più povero, ma idilliaco, in cui l’assenza di benessere è compensata da ineffabili armonie tra l’uomo e l’ambiente, o da più sinceri e schietti rapporti interpersonali, nutriti da una profonda e antica saggezza.
Se il primo argomento mostrava ciò che di negativo la crescita comporta, omettendo di dire ciò che di positivo ad essa si associa, dandolo per scontato e acquisito, o sminuendone il valore, il secondo tende a esaltare gli aspetti positivi di una società ostile al progresso, omettendone, dualmente, le caratteristiche negative e spiacevoli.
Questi argomenti, a ben vedere, sono entrambi una variante dello stesso trucco retorico di fondo: una comparazione impari tra due alternative, di una delle quali si esaltano gli aspetti positivi, contrapponendoli unicamente a quelli negativi dell’altra, di cui, a sua volta, si sminuisce tutto ciò che è apprezzabile.
Lo scetticismo sulla crescita, ovviamente, non si ferma a questo tipo di comparazione.
Si insinua, infatti, il dubbio sulla possibilità concreta che la crescita possa continuare indefinitamente nel futuro.
D’altro canto, si dirà, le risorse sono finite. Esaurite le risorse, per quanto lontano nel futuro ciò possa avvenire, il modello sociale basato sulla crescita non sarà più praticabile. E se non si sottolinea questo aspetto, si sottolineeranno i rischi sociali associati a una sempre minore disponibilità di risorse ( le guerre, ipotetiche, per l’acqua potabile, ad esempio). E se non sono limiti di approvvigionamento, possono essere limiti di fruibilità, per cui beni, anche prodotti in sovrabbondanza, non sarebbero materialmente accessibili, anche solo per semplice mancanza di tempo.
Quando a chi sostiene questo tipo di argomento si oppone l’evidenza di come la crescita non avvenga unicamente per via quantitativa, e che, perciò, considerare il suo progresso esclusivamente in termini di maggiore sfruttamento delle risorse attualmente disponibili è fuorviante e che va considerato anche l’incremento di efficienza con cui queste ultime vengono utilizzate, e la disponibilità di risorse di nuovo tipo data proprio dal progresso teconologico, il fautore della decrescita porrà, allora, in discussione la qualità della crescita. Si porrà sotto giudizio la valutazione quantitativa del benessere, contrapponendola a una sua valutazione qualitativa. Perché misurare il benessere in termini di PIL?
Una forma più elaborata di questo argomento passa dal cercare di creare distinzione tra sviluppo e crescita, collegando al primo, desiderabile, aspetti apparentemente non economici e contrapponendoli al mero calcolo del benessere economico. Così si discuterà di incremento nella sicurezza, di trasparenza e responsabilità, di libertà civili e welfare state, considerandoli indipendenti dall’andamento del progresso economico.
Infine, memori di antiche leggi suntuarie, le menti critiche chiederanno che la crescita, se proprio deve essere, sia etica, socialmente responsabile. E si sottintende che questi tratti etici e responsabili si caratterizzeranno per il loro essere legati a una riduzione dei consumi e della crescita. Invocheranno, per l’appunto, l’equivalente moderno delle leggi suntuarie, attribuendo al rispetto di questi precetti il pregio di essere frutto di una moralità più profonda, capace di maggiore empatia verso l’ambiente e le generazioni future.
Piuttosto che affrontare ciascuno di questi argomenti singolarmente, una volta assodato che essi sono esclusivamente gli espedienti di una tattica basata sul lavorare ai fianchi ciò che, evidentemente, non si ritiene attaccabile frontalmente, è più efficace portare alla luce il filo conduttore di tutti questi argomenti e analizzare cosa generi il timore della crescita.
Si può facilmente osservare come nelle idee di chi avversa la crescita c’è prima di tutto una profonda disaffezione nei confronti del progresso, in senso lato. Mentre nel passato le ideologie si contrapponevano tra loro promettendo ciascuna di poter essere artefice di un futuro migliore, chi oggi teorizza di limitare la crescita o di trasformarla in decrescita si propone di eludere la possibilità che si realizzi un futuro distopico.
Questa prospettiva non può essere scissa da quella che lega il progresso economico a quello sociale.
Diverse idee di crescita si associavano a differenti prospettive di mutamenti sociali, mentre oggi allo scetticismo su di essa si associa la paura che conquiste sociali già ottenute siano perse.
Si tende a dimenticare che la natura profonda del libero mercato e della versione del capitalismo che ad esso si appoggia è profondamente sovversiva, progressista e rivoluzionaria.
Si tende a dimenticare che la crescita, nel mercato libero, avviene attraverso un processo continuo di schumpeteriana distruzione creatrice, di autocorrezione continua.
Nell’opporsi a questo mutamento vi è una radicata pulsione nichilista.
Pulsione che era, peraltro, assente da altre forme di opposizione al libero mercato e al capitalismo, più strutturate e ideologicamente affini a una visione della società basata sul progresso materiale (e spirituale).
Ciò che in queste portava a contrapposizione, e sto parlando del marxismo, ad esempio, non era la visione di un futuro pessimisticamente ostile, ma la progettazione di una forma alternativa di ricerca del progresso stesso.
Un tratto, invece, accomuna queste visioni alternative: il timore dell’individuo, della libertà individuale.
Se il marxismo, però, trova nella classe sociale, nel proletariato, una forza capace di incanalare le energie individuali alla, supposta, volta di un futuro di crescita e progresso, il nuovo pensiero decrescitista cede alle sue pulsioni nichiliste proprio quando vede nel ritrarsi dello slancio creativo la “cura” alla naturale ferinità distruttrice dell’individuo.
E così si spiega l’avversione nei confronti dell’iniziativa individuale.
Essa è tesa unicamente alla distruzione, in quest’ottica che non vede la pars construens del genio umano.
E l’affinità elettiva tra decrescitismo e ambientalismo è perfettamente inscrivibile in questa visione pessimistica, radicalmente scettica e nichilista. La regressione allo stato di natura, percepito come idilliaca armonia tra uomo e ambiente, è positiva perché annulla l’umanità dell’uomo, la sua capacità di dominare l’ambiente, poiché di tale facoltà si percepiscono esclusivamente le potenzialità distruttive.
L’etica dell’ascetismo, del minimo consumo ambientalista non è la stessa etica della frugale parsimonia del protestante weberiano.
La visione sottesa alle filosofie della decrescita e dell’ambientalismo, è profondamente antiumanistica, ed è su questo terreno che va sfidata.
Argomentare contro le singole critiche che dal fronte decrescitista vengono mosse all’intera struttura della civiltà occidentale concede, implicitamente, già un punto a chi le sostiene: si concede che sia lecito sacrificare del benessere sull’altare di un fine “più alto”.
Quello che invece va sottolineato è che tutti gli argomenti utilizzati contro la crescita economica sono esclusivamente artifici retorici, e che, nella realtà, solo attraverso la crescita sia il benessere materiale che quello spirituale, e la tutela dell’ambiente e della salute possono essere tutelati e possono progredire.
Si potrebbero produrre in abbondanza dati che confortano questa posizione, ma discutere nel dettaglio questi dati svia dal cuore della questione.
E’ il nucleo duro della questione è proprio la visione anti-umanistica e anti-individualista del decrescitismo e delle forme di ambientalismo ad esso legate.
Ciascuna delle critiche elencate precedentemente, si osservi, pone il singolo di fronte a una scelta tra ciò che è un bene per sé stessi, ora, e ciò che potrebbe, in futuro, rivelarsi un bene per un’entità astratta e collettiva.
Il mio benessere di oggi va barattato con la preservazione dell’ambiente, con il “bene delle future generazioni”, con la tutela della “salute pubblica”. Tutte queste richieste poggiano su una profonda sfiducia nella capacità umana e del singolo di agire e giudicare per il meglio, e chiedono di delegare la scelta di ciò che è “sostenibile” e eticamente probo a un pianificatore centrale. Pianificatore centrale che per qualche misteriosa dote taumaturgica possiede una visione tale da consentirgli di decidere quanta parte del benessere di ciascuno vada sacrificata per “preservare” le condizioni che consentiranno di mantenere quel precario equilibrio che ci si è prefissi. Ed ecco come si spiega, in fondo, l’attrazione profonda tra decrescitismo e quella congerie di tipi umani apparentemente così diversi che lo sostengono: in tutti costoro alberga in profondità proprio quella natura reazionaria, antiumanista e fideista che caratterizza appieno sia l’ambientalismo militante che lo scetticismo verso le capacità della nostra civiltà di sostenere una crescita economica a tempo indeterminato.
Un’ultima considerazione, prima di chiudere questo prolisso post.
Se si osservano le radici culturali dei moderni sostenitori della decrescita si osserverà che non è sufficiente essere antiumanisti e anticapitalisti per rinunciare all’idea di progresso e di crescita. A ispirare il profondo pessimismo nei confronti del progresso è la presa di coscienza della sconfitta delle visioni alternative di progresso, confrontate con quella occidentale free-market e liberal, cui precedentemente si aderiva con convinzione.
La frustrazione derivante da questo brusco risveglio ha portato queste élite intellettuali a considerare la società, l’umanità stessa per i più estermisti, come indegna e incapace di ulteriore progresso materiale e culturale, e li ha portati ad arroccarsi e chiudersi nelle prospettive di una nuova ideologia in cui l’uomo stesso è la nota stonata, e per la quale solo la deindustrializzazione e il ritorno a una società pre-industriale può restituire, costi quel che costi, un “equilibrio” tra uomo e ambiente.

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12 Comments » 12 Responses to Chi ha paura della crescita economica?

  1. Luca on aprile 23, 2013 at 16:19

    APPLAUSI A SCENA APERTA

  2. Giorgio Trinchero on maggio 3, 2013 at 10:17

    Leggendo qui viene il dubbio che tu non abbia mai letto un libro che parla di decrescita, non dico chissà quali saggi, io non sono di certo un esperto, ma il libello base di Latouche, così, giusto per sapere di che parli. Qui non c’è nessuna contestazione dei concetti di decrescita, sembra che tu stia parlando di qualche infografica bizzarra che hai visto su FB, probabilmente fatta da testimoni di Geova. L’idea è prettamente individualistica e naturalmente, come ogni buona idea, non applicabile dall’alto. Stai facendo confusione, stai usando termini di paragone sbagliati, stai contestano un’idea che esiste solo nella tua percezione, e forse in qualche salotto radical chic.

  3. Giorgio Trinchero on maggio 3, 2013 at 10:23

    “La frustrazione derivante da questo brusco risveglio ha portato queste élite intellettuali a considerare la società, l’umanità stessa per i più estermisti, come indegna e incapace di ulteriore progresso materiale e culturale, e li ha portati ad arroccarsi e chiudersi nelle prospettive di una nuova ideologia in cui l’uomo stesso è la nota stonata, e per la quale solo la deindustrializzazione e il ritorno a una società pre-industriale può restituire, costi quel che costi, un “equilibrio” tra uomo e ambiente.”

    Ma questi intellettuali hanno dei nomi? Queste cose dove le hai lette? Chi te le ha dette?

  4. Luigi on maggio 3, 2013 at 20:13

    Ciao Giorgio, benvenuto nel nostro modesto spazio. Grazie per la critica estremamente dettagliata e costruttiva.
    Spero che adesso ci spieghi, con calma e dovizia di particolari, cosa è la decrescita e come funziona.

  5. Giorgio Trinchero on maggio 4, 2013 at 00:37

    Luigi sei un fenomeno. Hai in programma e in parte già scritto un ciclo di articoli atti a contestare un’idea, e mi chiedi di spiegarti l’idea che contesti. Ma io lo so che un giorno tu capirai di amarVabbeneCiao!

  6. Luigi on maggio 4, 2013 at 08:43

    Ciao Giorgio, scusa, ma non capisco perché sarei un fenomeno…
    Io ho scritto, giuste o sbagliate che siano, alcune cose su un’idea, che secondo me è profondamente sbagliata.
    Tu mi contesti, dicendomi che non avrei capito, e che sarei disinformato.
    Bene, informami. Spiegami dove starei sbagliando.
    Fino ad ora la tua critica è stata:”Stai facendo confusione, stai usando termini di paragone sbagliati, stai contestano un’idea che esiste solo nella tua percezione, e forse in qualche salotto radical chic.”
    Ok, dimmi in cosa consiste la mia confusione.
    Dammi i termini di paragone giusti.

  7. diego on maggio 5, 2013 at 09:24

    ciao luigi.Volevo intervenire facendo notare un pensiero che ho avuto alla fine della lettura del tuo interessante post.
    Credo che la problematica che si dovrebbe affrontare riguardo il concetto di crescita non è l’analisi primaria dei meri benefici che questa logicamente porta ad un’umanità che viene da carestie,guerre,sostentamento grazie al durissimo lavoro agricolo e l’affronto di problemi di salute con mezzi ai limiti dell’esoterismo.
    Certo è lampante vedere la differenza tra il vecchio mondo ed il nuovo basato sul progresso economico-sociale.
    Lo sguardo dovrebbe,naturalmente secondo me,essere posto su un problema che ritengo molto presente nella società già dai tempi antichi.La distanza che il progresso e la crescita portano tra l’individuo ed il proprio essere.Cercherò di non essere prolisso.
    Quanto l’uomo maschera da sempre come crescita o come progresso,la paura di fermarsi e osservare se stesso nella società? Il “fermarsi”,da intendersi come riflessione e ridiscussione,da parte dell’individuo, della realtà e conseguentemente del proprio “Io”, lo pone ad un giudizio la cui ferocia potrebbe,a mio parere, portarlo ad un profondo dolore da cui rifugge da millenni.
    Quanto tutta questo dinamismo è frutto di paura e quanto di voler far del bene?Cosa accadrebbe ad un individuo se questo ridiscutesse realmente la propria realtà?
    Credo che la crescita sia semplicemente la voglia dell’uomo di non osservare la propria inettitudine di fronte alla realtà che lo circonda.Una sorta di rivalsa di fronte ad un ambiente che lo considera un problema. L’uomo vorrebbe essere positivamente parte dell’ambiente.Ma non lo è mai stato per paura.E corre per sfuggire ad una malattia o cerca di migliorare la comunicazione con il prossimo senza aver contatti con la propria dignità di facente parte dell’ambiente stesso.
    Essenzialmente paura di non crescere.Paura di fermarsi.

  8. Roberto Spano on aprile 16, 2015 at 12:59

    Gentilissimo Luigi e altri autori di questo interessante blog, che da quando l’ho scoperto (tramite un link da sanatzione.eu del mio conterraneo Adriano Bomboi), sto leggedo a fondo pressochè tutti i post degli ultimi anni. Preciso che potrei definirmi un “laico liberale”, per capirci molto vicino alle posizioni di Piero Gobetti (che immagino per voi siano troppo moderate..)ma su molti punti, sia etici che economici, mi ritrovo con le vostre analisi. Mi trovo però a dover dissentire con fermezza dal presente post sulla “decrescita” perchè , detto col massimo rispetto, denota una approssimativa conoscenza dell’elaborazione teorica e delle applicazioni pratiche della “decrescita”. Ad esempio la “l’avversione nei confronti dell’iniziativa individuale”, oppure la “diffidenza verso il progresso”, o altre imprecisioni varie. Compreso il fatto che “decrescita” non significa nulla se non la specifica meglio, perchè altrimenti diventa un semplice sinomimo di “recessione” che è la situazione attuale vissuta a livello sia globale che locale. Cioè una generica, subìta, incontrollata e indiscriminata diminuizione quantitativa di di merci scambiate per denaro. La potremmo definire una “decrescita infelice”, che non piace a me, come immagino non piaccia alla maggior parte delle persone, libertari compresi. In risposta alla “decrescita infelice” o recessione, da molti anni si è avviata una riflessione sulla “decrescita felice”, cioè una diminuizione “qualitativa” di merci che producono un disvalore nel benessere e nella qualità della vita. Ad esempio gli SPRECHI. Sicuramente in Svizzera c’è una normativa energetica edile migliore che in Italia, ma qui da noi gli edifici sono colabrodi energetici che consumano in media 20Lit di gasolio/anno per mq, quando con interventi minimi (grazie al progresso tecnologico!!) si potrebbe ridurre a 7Lit/anno/mq. Cioè a un terzo dei consumi (NB, grazie al progresso tecnologico è possibile anche il consumo 0-zero, ma ne riparleremo). Quindi 2/3 dell’energia acquistata per riscaldare le nostre case, serve in realtà a riscaldare l’atmofera, aumentanto pure la CO2. Però quell’energia acquistata e sprecata è una merce che ha fatto crescere il PIL, è stata estratta, trasformata, trasportata, ha dato occupazione retribuita a tecnici, operai, camionisti, commerciali etc… Se le case fossero costruite (o ristrutturate) con i processi di valorizzazione energetica che grazie al progresso sono possibili, consumerebbero meno energia, rimanendo confortevolmente calde d’inverno e fresche d’estate. Però, dopo aver ammortizzato il costo degli interventi di coibentazione (che giustamente fanno crescre il PIL), poi “strutturalmente” avrebbero bisogno di MENO energia, quindi di MENO acquisto di merce (es. gasolio) con tutto l’indotto che abbiamo visto. Quindi con una “decrescita” del PIL che io chiamo “felice” perchè permette di avere lo stesso benessere materiale, con meno consumo energetico e monetario. E producendo occupazione retribuita VERA, cioè rispondendo a una esigenza di mercato, che può pagarsi professionisti formati e competenti (invece di generici muratori novecenteschi), e SENZA gli intollerabili soldi pubblici versati in inutili “politiche attive del lavoro”. Questo è solo un primissimo esempio di cosa vuol dire una visione liberale della “decrescita felice”, in contrapposizione alla visione statalista della crescita infinita del PIL a qualunque costo per garantirsi clientele, voti e controllo pubblico dell’individuo. Sarei onorato di proseguire il discorso. Col massimo rispetto, Roberto Spano

  9. Liberalista on aprile 22, 2015 at 22:55

    Caro Roberto, ciò che scrivi è sostanzialmente condivisibile, ma a mio parere sconta un errore di interpretazione di ciò che solitamente i libertari intendono quando criticano la teoria della decrescita.
    Non certo la decrescita del PIL, indicatore che gli statalisti utilizzano a fini statistico/aggregati, ovvero di macroeconomia, parola che già ha in sè il germe del socialismo statalista.
    Il PIL per quanto mi riguarda, potrebbe anche calare di 20pt percentuali, e contemporaneamente la soddisfazione di quasi tutti i residenti potrebbe essere maggiore.
    Le critiche libertarie alle tesi della decrescita si rifanno a ciò che i suoi teorici sostengono: ovvero una diminuzione “per legge” delle opportunità e della libertà di scelta dei singoli. Se ci lasciassero liberi di usare i nostri beni senza imposte, senza vincoli idioti, senza incentivi agli amici degli amici, senza la burocrazia asfissiante, in due parole SENZA STATO, saremmo tutti propensi a utilizzare ciò che è più efficiente e ci permette di risparmiare e di vivere meglio. Senza che arrivi alcun santone ad imporci come vivere nel modo giusto, sacrificando la nostra libertà.

  10. Roberto Spano on aprile 28, 2015 at 12:40

    Gentile Liberalista, grazie per la tua risposta che da la possibilità di spiegare meglio il significato e gli obiettivi della decrescita felice, che posso assicurare sono ben diversi da !! E’ esattamente il contrario!! Cioè è la “crescita” ad essere imposta per legge, con provvedimenti liberticidi di assistenzialismo (sia ai “proletari” che ai “ricchi capitalisti”) e obblighi e lacci e lacciuoli alla libertà di un individuo di poter decidere da se come vuole vivere, lavorare e scmbiare il propio lavoro. Vedi ad esempio le normative “sanitarie” che proibiscono a un pastore di vendere un formaggio come lo fanno da millenni, se non ha un caseificio “a norma”… norma adatta solo a produzioni di massa industriali, e non certo a micro produzioni locali, che però in una ottica di sussistenza economica possono permettere di vivere del proprio lavoro e non dell’assistenzialismo statale che ha castrato l’agricoltura (solo per fare un esempio, ma vale per tutti i settori)e reso gli agricoltori totalmente dipendenti dal denaro pubblico. Certo, come anche per il pensiero libertario esistono molti filoni di pensiero, anche nel vasto campo della “sostenibilità economica e ambientale” esistono visioni e basi culturali eterogenee. Ad esempio c’è un autore come Latouche, accademiico marxista e terzomondista (che non ha mai visto un pomodoro su un campo, ma solo su un elegante piatto di bistrot parigini…), che addirittura per anni ha combattuto la definizione di “Decrescita Felice” coniata dieci anni fa da Maurizio Pallante… proprio per la sua visione liberale, graduale, che mette la libera scelta dei singoli al centro della sua proposta. Come puoi capire io sono un esponente di questa visione, e… c’è da dire che in questi ultimi anni anche Latouche… sta abbassando la cresta di intellettuale radical chic… e cominciando a valutare le proposte sull’autoproduzione e sui liberi scambi comunitari basati sulle relazioni individuali. Il concetto di base è proprio la contestazione che sia il PIL l’unico strumento per valutare il benessere della popolazione. Il PIL non è altro che uno strumento macroeconomico per misurare la “quantità” di merci scambiate per denaro. Ma per il benessere non è indispensabile “comprare per denaro” merci. Ad esempio, i pomodori del mio orto non li devo acquistare, non fanno crescere il PIL, eppure soddisfano appieno il mio bisogno/desiderio di cibo buono e nutriente! Così come non è indispensabile “comprare” una baby sitter per i propri figli o la badante per i propri vecchi genitori, perchè questi servizi possono anche essere “autoprodotti” dai familiari, con grande soddisfazione dei “clienti” e senza aver fatto crescere il PIL… D’altro lato… costruire male un ponte e farlo crollare dopo pochi mesi… fa crescere tantissimo il PIL per tutte le merci (materiali e occupazione retribuita) che richiede la sua ricostruzione!! Ecco perchè quando parliamo di “Decrescita felice” la nostra analisi va rivolta sull’aggettivo “felice”, piuttosto che su “decrescita”. Perchè il centro è la “qualità” della vita che dobbiamo avere la libertà di poter perseguire.. e non la “quantità” delle merci che dobbiamo comprare… per garantire tasse e potere elettorale allo Stato e ai suoi kapò…!!!!

  11. Liberalista on aprile 29, 2015 at 16:20

    Ripeto: se la critica è alla crescita del PIL per legge, ovvero alla crescita della spesa pubblica… allora si riduce ad una critica allo stato. In sostanza, è la “normale” critica libertaria allo stato. Da libertario, nulla da eccepire.
    Ma quando si parla di teoria economica della decrescita, si passa ad un qualcosa di “prescrittivo”, che in qualche modo indica un comportamento obbligatorio, se questa teoria dovesse essere adottata politicamente. Insomma, si passerebbe dalla crescita per legge alla decrescita per legge. E questo, per chi è propenso (come i libertari) a dare priorità al principio di non aggressione (soprattutto da parte di organismi politici come gli stati), è assolutamente inaccettabile.
    Stesso discorso per l’aggettivo “felice”: la felicità è soggettiva. Tizio è felice di costruire ponti (sempre che lo faccia con risorse guadagnate e non estorte con la violenza), Caio è felice di vivere come un selvaggio nudo in mezzo alla foresta.
    Per un libertario sono entrambi liberi e sovrani di decidere come vivere la propria vita e come essere felici.
    Se invece subentra “qualcuno” che impone a tutti lo stesso modello di felicità, allora si ricade nello stesso errore che potremmo definire totalitario.
    Quindi, in conclusione, ti chiedo: la teoria economica della decrescita felice è una sorta di accordo tra amici che vogliono vivere la loro vita senza imporre le stesse idee agli altri, oppure è un’altra (l’ennesima) teoria di POLITICA ECONOMICA che vuole diventare maggioritaria per essere applicata con efficacia erga omnes?

  12. Roberto Spano on aprile 30, 2015 at 12:58

    Ho insistito sull’importanza dell’aggettivo “felice”, rispetto al sostantivo “decrescita”, proprio perchè la “decrescita” non è un dogma, valido sempre e comunque, e da NON mettere mai in discussione come invece fanno i sostenitori della “crescita” che è diventato un assioma obblgatorio per tutti, dai politici di Dx/Sx, alla confindustria/sindacati…
    Tutti a parlare solo di “crescita”, “creazione di posti di lavoro”, “stimolo ai consumi”… etc senza alcuna valutazione qualitativa di come far crescere il PIL che, ripetiamolo, significa solo un aumento della compravendita (pubblica o privata che sia) di merci per denaro. Ma non ci dice nulla di “cosa e come” si è scambiato. Basta che il PIL sia cresciuto.
    Il mio docente di economia politica comiciava sempre il suo corso ricordando che “Se un signore sposa la sua cameriera, il PIL diminuisce!”.
    Aldilà della battuta, il prof diceva il vero: esiste un bisogno di pulizia della casa e preparazione dei pasti (tanto per semplificare), questo bisogno può essere soddisfatto da una professionista che in cambio di una remunerazione monetaria vende quel servizio. Se il datore di lavoro è un single e si innamora della cameriera e lei lo corrisponde e come nelle soap lo sposa, ecco che quei servizi (pulizie e pasti) vengono ancora soddisfatti, però non c’è più la busta paga e quindi per il PIL quel “lavoro” e quella soddisfazione dei bisogni NON esiste!
    Quindi dentro questo blog siamo tutti daccordo che il PIL non è un indicatore utile a misurare la qualità della vita. E siamo daccordo che il PIL è uno strumento prettamente statalista perchè solo un entità astratta come lo Stato può giovarsi di strumenti astratti come il PIL. La decrescita, nella sua declinazione “felice”, NON ha in nessun modo un carattere “impositivo”, ma almeno cerca “solo” di essere ragionevole. Alla base ci sono sempre i comportamenti individuali di “dePILazione”, come il riciclo, l’autoproduzione, gli scambi comunitari. Poi ci possono essere scelte condivise per decidere assieme che consumare 20Lit/mq/anno di gasolio per riscaldare le case è una follia, visto che grazie al progresso abbiamo le tecnologie far consumare solo 7lit (o anche zero!). E allora si potrebbe cominciare con una defiscalizzazione per chi investe i propri denari in valorizzazione energetica, pagando professionisti più preparati dei vecchi muratori a blocchetti di cemento. Una defiscalizzazione “selettiva” di questo tipo, per me è solo l’inizio di un generale processo di detassazione, quando si vedrà nel concreto che chi ha investito in coibentazione, dopo aver ammortizzato il costo dell’intervento, poi “struttutalmente” avrà bisogno di comprare meno “merce” gasolio. Cosa che, con sommo rammarico di politici, industriali assistiti, e sindacati, garantisce sia la “felicità” di una casa confortevole.. ma anche la diminuizione del PIL!!!
    Ovviamente servirebbe un maggior spazio per poter spiegare meglio perchè la “decrescita felice” è un concetto liberale, partendo anche dalla distinzione di termini che si danno come SINOMINI, mentre invece NON lo sono affatto, come: MERCI/BENI; LAVORO/OCCUPAZIONE RETRIBUITA. E per ribadire come il principio di NON AGGRESSIONE, è alla base della decrescita felice, che rifiuta l’idea “sviluppista” dello sfruttamento imposto e violento delle risorse del pianeta, anche con le guerre che gli Stati più “potenti” si ritengono in DIRITTO di muovere per assicurarsi e controllare quelle risorse.

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