La “reddibattaglia” continua (e siamo 3-0)

aprile 26, 2013 No Comments
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Qualche tempo fa avevamo accennato ad un’ordinanza del Tribunale di Napoli (Sez. Dist. Pozzuoli) che bocciava il nuovo redditometro (vedi qui). La Corte di Cassazione se ne era occupata qualche tempo prima, con la sentenza n. 23554/2012, in cui viene attribuita al redditometro natura di “presunzione semplice” e non di “presunzione legale”: “pare difficile ingabbiare in una struttura della rigidità della presunzione legale – sia pure relativa – un fenomeno tanto proteiforme e sfuggente come la produttività delle attività economiche e il suo correlarsi a fattori produttivi”. Questo vorrebbe dire, in lingua “non legalese”, che il giudice (o chi per lui) non è obbligato a tener conto delle risultanze del redditometro: sì, potrebbe essere così, ma non è detto che lo sia, sta a lui decidere (cosa che non potrebbe fare con le presunzioni legali).

Ora siamo al bis per quanto riguarda le Corti di merito: questa volta è una sentenza e viene dal Centro Italia. La Commissione Tributaria Provinciale di Reggio Emilia, infatti, ha sollevato pesanti ombre sul nuovo redditometro. Con la sentenza n. 74.02.13 (depositata in Cancelleria il 18 aprile) i giudici tributari emiliani, anche facendo riferimento a quanto esposto dai loro colleghi napoletani, hanno bocciato lo strumento di accertamento sostenendo che tale decreto sia illegittimo e dovrebbe essere disapplicato, per i seguenti motivi.

Il decreto, come sappiamo, prevedendo la raccolta di tutte le spese effettuate priva il contribuente del diritto ad avere una vita privata. La CTP di Reggio Emilia ha sottolineato che tutto ciò è in assoluta in violazione di quanto sancito non solo dalla italica Costituzione (articoli 2 e 13), ma anche dalla Carta dei diritti fondamentali della Ue (articoli 1, 7 e 8).

Non solo. Il D.M viola anche il diritto alla difesa (articolo 24 della Costituzione e articolo 38 del Dpr 600/73) in quanto rende impossibile fornire la prova di aver speso di meno rispetto a quanto risulta dalle medie Istat. Infatti, pur volendo prevedere una “bizzarra” conservazione di tutti gli scontrini e un’altrettanto stravagante analitica contabilità domestica da parte del contribuente, è chiaro che tale documentazione non dimostrerebbe che non è stata sopportata una spesa maggiore (almeno pari a quella desumibile dalle medie Istat).

La CTP muove anche altre censure al redditometro, ma per quello che ci interessa quelle di cui sopra son più che sufficienti. Quel che dicemmo allora lo ripetiamo anche adesso. Il redditometro c’è ancora, non è sufficiente neanche questa nuova pronuncia per abolirlo. Ma certo, pronuncia dopo pronuncia, sia di merito (tribunali vari) che di legittimità (Cassazione), il sistema inizia ad essere intaccato. Quando all’inizio lo dicevamo solo noi, che era un provvedimento fascista, ci davano degli “amici degli evasori”. Adesso che l’amata (da loro) Costituzione inizia a darci ragione… Gutta cavat lapidem.

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