Dell’umana gente le magnifiche sorti e progressive (3)

maggio 7, 2013 No Comments
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Nel post precedente, in questa breve serie di riflessioni sulla crescita economica, si è accennato all’incremento di possibilità e di opportunità di fruizione della ricchezza che il progresso economico comporta.
Questo aspetto resta spesso sottotraccia nelle discussioni su questo argomento poiché il ritmo con cui le innovazioni tecnologiche si susseguono, sebbene vertiginosamente accelerato rispetto al passato, è pur sempre abbastanza lento da far sì che non sia immediata la percezione dei cambiamenti indotti da esse nella nostra vita quotidiana.
E se è abbastanza facile immaginare che la nostra vita quotidiana di oggi sia molto diversa da quella che potevano vivere i nostri nonni ( o bisnonni) all’inizio del ‘900, non è altrettanto facile comprendere quanto sia diversa da allora. D’altro canto proprio questa difficoltà a percepire quanto queste differenze, apparentemente legate solo a questioni di comfort, siano in realtà ben più sostanziali è uno di quei fattori che consente di idealizzare il passato, creando l’illusione che la vita di allora fosse più “sana”.
Le statistiche sanitarie ci illuminano sul fatto che dal punto di vista letterale, la vita è sicuramente più sana oggi.
Ma non è solo l’aspetto squisitamente medico-sanitario a essere mutato in meglio.
Se, come si sottolineava nel dare una definizione stessa di cosa si debba intendere per crescita economica, uno degli aspetti che rendono meglio l’immagine del fenomeno è la riduzione del tempo lavorativo richiesto per creare una quantità equivalente di valore, la sua formulazione duale è quella per cui si può osservare una continua riduzione della durata della settimana lavorativa.workweekUna riduzione della settimana lavorativa che lascia a ciascuno di noi più tempo libero per il nostro svago. Inutile ripetere che il progresso tecnologico-scientifico gioca un ruolo predominante in questo continuo incremento della produttività del lavoro e nella corrispondente possibilità di dedicare una sempre minore frazione di tempo ad esso. Consideriamo a titolo di esempio la produttività del lavoro agricolo. Fatta 100 la quantità di grano che un uomo era in grado di produrre in un’ora di lavoro, si osserva che, a partire dal secondo dopoguerra con un andamento di tipo esponenziale, si arriva ad oggi con una quantità pari a più di 4500. farmoutput

From Historical Statistics of The United States: Wheat, spring wheat, and winter wheat–acreage, production, price, and stocks: 1866–1999.

Questo aumento della produttività si associa sia a una riduzione dei prezzi che delle rese per ettaro dei campi. Questi risultati non possono che essere ascritti alla sempre maggiore applicazione di metodi e principi scientifici nell’agricoltura, e, sia reso onore al merito, all’opera ciclopica di Norman Borlaug. Le implicazioni politiche di questi dati, peraltro, sono notevolissime e meriterebbero una discussione decisamente più approfondita, perché il loro significato, che smentisce le sempre ricorrenti previsioni catastrofiste di cui si nutre una parte estremamente significativa dell’ambientalismo reazionario (appoggiandosi alle controverse previsioni degli studi promossi dal club di Roma, o alle ancor più fosche profezie di Paul R. Ehrlich), mette a nudo i nervi dei malthusiani dei nostri giorni, spingendoli a reazioni a dir poco esacerbate, come quelle avute nei confronti di Bjørn Lomborg, in seguito alla pubblicazione di The skeptical environmentalist. Come ebbe ad osservare Robert Solow, il cui nome vedremo ricomparire nei prossimi post, commentando uno dei testi sacri del nuovo malthusianesimo, “The Limits to Growth”, “The authors load their case by letting some things grow exponentially and others not. Population, capital and pollution grow exponentially in all models, but technologies for expanding resources and controlling pollution are permitted to grow, if at all, only in discrete increments.”, ponendo in evidenza come sottesa anche alle versioni più sofisticate dello scetticismo e del catastrofismo ambientalista ci sia una chiara visione politica, in cui, per citare “The First Global Revolution” ( un altro testo prodotto nell’entourage del Club of Rome), “the real enemy then is humanity itself” [1].
Per chi, invece, non vede l’umanità come un nemico e non pretende di imporre agende per redimerla risulta confortante vedere come l’aumento del benessere si rifletta in una sempre maggiore penetrazione della tecnologia nella vita delle persone, anche per consentire di godere di maggiori occasioni di svago.home entertainmentSe si reputasse che una maggior dipsonibilità di strumenti per riprodurre brani musicali o per permettere di vedere film o rappresentazioni teatrali sia qualcosa di futile, inviterei a riprendere la riflessione iniziale sulla sostanza delle differenze tra la qualità della nostra vita quotidiana e quella delle generazioni che ci hanno preceduto.homing
Se ci si rende conto che ai primi del novecento anche la sola possibilità di avere l’acqua corrente in bagno era un lusso, o che negli anni ’30 la ghiacciaia era presente solo in una ristretta minoranza delle case, si capisce che i primi, veri, unici nemici sono la povertà e la fatica, e che la nostra generazione lungi dall’essere sull’orlo di un baratro è la generazione che più di tutte, fino ad ora, sta godendo i frutti del progresso, sia in termini quantitativi che in termini qualitativi.
La nostra è la prima generazione che può preoccuparsi di avere le città troppo illuminate durante la notte,e non di avere strade buie e pericolosamente dense di malfattori pronti ad agire nell’ombra.
Fino alla metà del secolo scorso non era impossibile, in un occidente che era di gran lunga la parte più civilizzata ed evoluta del pianeta, trovare case sprovviste di un impianto elettrico.electrificationLa cosa potrebbe sembrare frutto di iperbole retorica, ma per far comprendere che, anzi, con questo elenco non si rende appieno giustizia all’entità dei cambiamenti che ci hanno investito, basti osservare che queste parole, così come sono scritte, sarebbero potute apparire immutate in un testo scritto nei primissimi anni ’80 del secolo appena concluso.
Non ho infatti citato nessuna delle innovazioni che sono state introdotte nell’arco degli ultimi trent’anni.
Oltre a ciò, oltre alla mera diffusione di questi beni e servizi, non si è valutato quale sarebbe il costo equivalente, al giorno d’oggi, degli stessi beni e servizi se si attualizzasse il loro costo di un secolo fa.
Il costo di una telefonata di 3 minuti, ad esempio, tra New York e San Francisco si è ridotto dai 320 dollari del 1915 ai 130 del 1920, per poi scendere via via, fino agli 0.9 del 1996.

3 minutes telephone cost, New York-San Francisco, source:Makri­dakis, Wheel­wright and Hyn­d­man (Wiley 1998).

3 minutes telephone cost, New York-San Francisco, source:Makri­dakis, Wheel­wright and Hyn­d­man (Wiley 1998).

Il perché nell’élite intellettuale occidentale stia prevalendo un’ideologia che teme il proprio stesso successo e si vuole rifugiare in strategie di minimizzazione ossessiva del rischio può essere allora spiegato con le parole di Borlaug, quando afferma che “some of the environmental lobbyists of the Western nations are the salt of the earth, but many of them are elitists. They’ve never experienced the physical sensation of hunger. They do their lobbying from comfortable office suites in Washington or Brussels. If they lived just one month amid the misery of the developing world, as I have for fifty years, they’d be crying out for tractors and fertilizer and irrigation canals and be outraged that fashionable elitists back home were trying to deny them these things”[2].Queste persone, oggi, in occidente, non percepiscono più il peso della fatica e della povertà, poiché quella civiltà che loro disprezzano gli fornisce tutto ciò che gli serve per avere una vita lunga e comoda, e il loro timore reale è che estendendo questo benessere a tutta l’umanità il sistema possa collassare.
A muoverli non è amore per l’ambiente o sollecitudine verso il prossimo, per quanto la loro falsa coscienza li spinga a credere ciò, ma il profondo egoismo di chi preferirebbe fermare il motore del progresso pur di preservare uno status quo che li avvantaggia.

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NOTE:
[1]la citazione completa, tratta da “The First Global Revolution: A Report by the Council of The Club of Rome” recita:”In searching for a common enemy against whom we can unite, we came up with the idea that pollution, the threat of global warming, water shortages, famine and the like, would fit the bill. In their totality and their interactions these phenomena do constitute a common threat which must be confronted by everyone together. But in designating these dangers as the enemy, we fall into the trap, which we have already warned readers about, namely mistaking symptoms for causes. All these dangers are caused by human intervention in natural processes, and it is only through changed attitudes and behaviour that they can be overcome. The real enemy then is humanity itself.”Trad.: ” Nella ricerca di un nemico comune contro il quale coalizzarci, ci è sorta l’idea che l’inquinamento, il pericolo del riscaldamento globale, la penuria d’acqua, la fame nel mondo e altri grandi problemi di questo tipo potessero essere adeguati. Nel loro insieme e per le loro reciproche interazioni questi fenomeni costituiscono un’unica minaccia con cui ciascuno si deve confrontare. Ma nell’individuare queste miancce come il nemico, si cade nella trappola, di cui abbiamo già reso il lettore consapevole, per cui si confondo sintomi e cause. Tutti questi pericoli sono causati dall’intervento umano nei processi naturali, ed è solo con un cambiamento di atteggiamenti e comprotamenti che possono essere sconfitte. Il vero nemico è l’umanità stessa.”
[2]trad.:” tra i lobbysti dell’ambientalismo in occidente ce ne sono alcuni che sono il sale della terra, ma la maggioranza di loro sono elitisti. Non hanno mai provato la sensazione fisica della fame. Svolgono la loro azioni di lobbying da comodi uffici di Bruxelles o Washington. Se trascorressero anche un solo mese in mezzo alla miseria dei paesi in via di sviluppo, come ho fatto io per 50 anni, urlerebbero a gran voce per avere trattori, fertilizzanti e canali d’irrigazione e sarebbero indignati dagli eleganti elitisti che da casa loro tentano di negarglieli”

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