Il passato che non vuol passare

luglio 1, 2013 15 Comments
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Fabristol ha, poco tempo fa, postato un’interessante, e per parte mia, condivisibile riflessione sulla pratica dello sciopero, citando in calce una citazione del mai troppo lodato Bruno Leoni.
Questa riflessione, in modo assolutamente prevedibile, ha suscitato l’indignazione di un lettore del blog, Antonello, che appartiene a un orizzonte culturale profondamente diverso da quello libertarian.
Vorrei intervenire per cercare di comprendere quale sia la causa di una così profonda differenza tra le due visioni.
Partiamo da ciò che dice Antonello, alla fine del suo post:”Il punto è che i due contraenti, datore e prestatore di lavoro, non sono egualmente liberi. Di conseguenza il legislatore interviene per temperare questa disparità.”
L’idea di Antonello è che il lavoratore dipendente sia intrinsecamente in una condizione di inferiorità “strategica” nei confronti del datore di lavoro.
Pertanto, partendo da questo presupposto, desume che in assenza di un intervento del legislatore il lavoratore subirebbe lo sfruttamento del datore di lavoro.
E’una visione conflittuale del rapporto di lavoro, che giustifica l’uso di una forma di ritorsione, di ricatto, fondamentalmente, quale è lo sciopero.
In quest’ottica il passeggero che soffre i disagi di uno sciopero dei mezzi di trasporto sarebbe una sorta di “danno collaterale”, per mutuare un’espressione del gergo militare, provocato dal conflitto tra lavoratore dipendente e datore di lavoro.
Mi spiace, ma questa mi appare come una visione primitiva dei rapporti di lavoro, frutto del preconcetto ideologico per cui il datore di lavoro trarrebbe il proprio profitto dallo sfruttamento del lavoro del dipendente.
Per chi scrive, e per la sua esperienza di lavoratore dipendente, non è così.
Un contratto di lavoro, come qualsiasi altro contratto, sottopone i contraenti a degli obblighi reciproci, che essi stimano un costo ragionevole da sostenere a fronte dei vantaggi che il contratto stesso gli procura.
In altri termini, si tratta di un “gioco” non a somma zero. Entrambe le parti traggono vantaggio.
Qualcuno potrebbe obbiettare che col passare del tempo le condizioni inizialmente stimate vantaggiose dal dipendente divengono sempre meno vantaggiose, sino al punto in cui il dipendente non le stimerà più tali da giustificare il numero e il tipo di obblighi cui è sottoposto.
Il lavoratore però è libero di rescindere il contratto, dando un ragionevole preavviso.
Non tutti, si obbietterà a questo punto, possono permettersi di farlo. Non tutti sono in grado di rimettersi efficientemente sul mercato per offrire la propria professionalità ad altre aziende.
Questa obiezione, però, è un’inconsapevole ammissione del fatto che il dipendente chiede più di quanto effettivamente gli spetti. E si rovescia in toto la visione per cui l’egoismo sarebbe il marchio di fabbrica dell’imprenditore.
Io violo i miei obblighi contrattuali per estorcere dal mio datore di lavoro più di quanto qualsiasi altro sarebbe disposto a darmi per il mio lavoro. Non è cupidigia questa?
Perché il mio datore di lavoro dovrebbe darmi più di quanto chiunque altro mi darebbe nelle medesime condizioni?
Se questo qualcun altro ci fosse, mi basterebbe rescindere il mio contratto e sottoscriverne un altro con codesto secondo datore di lavoro.
Se ciò non accade è perché il mio lavoro non vale quel che io pretendo per esso.
E qui si giunge, forse, al nocciolo della questione: il valore del lavoro.
Chi sostiene la tesi qui perorata da Antonello, ritiene, consapevolmente o meno, che esista un qualche valore intrinseco del lavoro. O meglio, che il lavoro conferisca, inglobi, nel prodotto alla cui creazione si contribuisce una parte consistente del suo valore, e che il compenso che si riceve debba essere commisurato a quest’ultimo.
Questa teoria passa sotto il nome di teoria del valore-lavoro.
Nella sua versione marxista, questa idea comporta che l’unica reale fonte di profitto per il datore di lavoro sia ciò che riesce a sottrarre, il plusvalore, al lavoratore, estorcendogli, in qualche modo, una quantità di lavoro superiore rispetto a quella necessaria per compensare il salario offerto al lavoratore.
E’ questa la radice della visione conflittuale dei rapporti di lavoro. Nient’altro. Niente di più. E non c’è nessuna possibilità di compromesso in quest’ottica. Qualunque ricavo del datore di lavoro, in questa prospettiva, non potrà mai legittimamente appartenergli, poiché sarà sempre, e comunque, frutto di un’estorsione.
E, perciò, il lavoratore, scioperando e boicottando l’azienda per cui lavora, non farebbe altro che rivendicare ciò che in realtà gli appartiene.
Una visione tragica, oserei dire.
Per fortuna è una visione sbagliata, incentrata su una teoria erronea su ciò che conferisce valore ad un bene.
Per quanto possa apparire controintuitivo il valore di un bene non ha nessuna relazione con quanto sia complessa e laboriosa la sua produzione. E questo vale per qualunque bene o merce, incluso il lavoro stesso.
Ancora più controintuitivo è il fatto che la stessa quantità di un dato bene, incluso ancora una volta il lavoro, può, in contesti diversi, avere un valore diverso.
Il lavoro, come ogni altro bene, è soggetto alla legge della domanda e dell’offerta ed il suo valore è determinato da essa. Il senso di ingiustizia provato da un lavoratore che si sente sfruttato e sottopagato, seppur comprensibile da un punto di vista umano, non ci deve distogliere dall’osservare che, nella stragrande maggioranza dei casi, è frutto di un fraintendimento, di una lettura sbagliata dei fatti.
Ciò che non si comprende è che il valore del proprio lavoro non dipende, in senso assoluto, né dalla dedizione con cui lo si compie, né dalla perizia con cui lo si esegue, né dall’impegno che vi si profonde.
Dipende, in primis, da quanta richiesta vi sia per quel particolare tipo di prestazione, in rapporto al numero di persone in grado di offrirla con la stessa competenza.
E ogni ora di lavoro addizionale offerta, ahimè, per quanto possa apparire ingiusto, varrà meno di quelle offerte in precedenza.
Lo sciopero non è la risposta sbagliata alla domanda giusta, è la risposta sbagliata alla domanda sbagliata.
Un lavoratore che voglia migliorare la propria condizione economica non deve chiedersi come fare per estorcere più denaro al proprio datore di lavoro, deve chiedersi come agire su se stesso per rendere la propria professionalità più attraente per il mercato.
Personalmente non credo, come sostiene Antonello, che gli scioperi e le “lotte” abbiano contribuito in alcun modo al miglioramento delle condizioni lavorative in occidente.
Al contrario, come accadde nel Regno Unito durante il periodo di governo della signora Thatcher, le lotte sindacali sono state spesso lotte di retroguardia, ispirate da una visione retrograda e superata dei rapporti di lavoro, e l’attrito da loro generato ha esclusivamente rallentato il progresso sociale, creando l’illusione che non sia necessario, per il lavoratore, riqualificarsi costantemente e riproporsi sul mercato con accresciuta professionalità.
Henry Ford, che pure non è stato uno dei maggiori filantropi della storia, e le cui idee personali sono decisamente da condannare, pur non ammettendo i sindacati all’interno della propria ditta, nel 1914 scosse il mercato del lavoro americano più che raddoppiando il salario dei propri dipendenti.
Le sue motivazioni erano prettamente egoistiche, voleva attrarre i meccanici migliori, e per questo offriva loro condizioni lavorative migliori ( compresa una settimana lavorativa più corta – concordata nel 1926) e un salario più elevato. Tutto ciò escludendo sistematicamente i sindacati dalla contrattazione.
Questo, peraltro, spinse le ditte concorrenti ad alzare anch’esse i salari per i propri dipendenti.
L’azione interessata e egoista di un tycoon ha prodotto più vantaggi per i lavoratori di qualsiasi picchettaggio o sciopero.
Ma allora qual è la funzione, socialmente conservatrice e dannosa, che svolgono i sindacati?
Essenzialmente, il sindacato tenterà di imporre alle aziende strategie il più possibile labor intensive, cercherà di contrastare qualunque scelta che riduca il terreno su cui esso potrà far leva.
E lo farà anche se ciò non è nell’interesse del singolo lavoratore.
Va sottolineato come questa tendenza sia esattamente opposta all’evolversi delle strutture produttive che, quanto meno a partire dalla rivoluzione industriale, hanno costantemente teso a divenire sempre più capital intensive.
(Un aspetto questo che mal si coniuga con l’idea che il profitto derivi dallo sfruttamento del pluslavoro, poiché in tal caso il capitalista starebbe agendo ampiamente contro i propri interessi nel non puntare su attività ad alta intensità di lavoro)
E’ chiaro, a questo punto, il motivo per cui ritengo che la posizione di Antonello, seppur animata dalle migliori intenzioni, e per quanto appaia come moderna è in realtà una posizione fortemente conservatrice e dannosa per i lavoratori stessi.

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15 Comments » 15 Responses to Il passato che non vuol passare

  1. CARLO BUTTI on luglio 1, 2013 at 17:08

    Articolo interessante, che ha il pregio di affrontare con spregiudicatezza molti luoghi comuni e di riconsiderare, con dovizia di argomentazioni non prive di fascino, alcune valutazioni date per scontate. Ciò detto, non posso esimermi dal manifestare alcune perplessità.Innanzituttto non credo che la pretesa di annoverare lo sciopero fra i diritti costituzionali abbia come unico fondamento la teoria (fallace) del valore-lavoro. Einaudi, che non era certo marxista e aderiva alla teoria “austriaca” dell’utilità marginale, giustificava il diritto di sciopero sostenendo che privarne i lavoratori significa in un certo senso condannarli alla schiavitù. Sosteneva anche che le lotte del lavoro fanno bene non solo ai lavoratori ma alla società tutta, ponendosi in quell’ottica “conflittuale” che poi sarà ripresa, in altri termini e in altro contesto, da Ralf Dahrendorf. D’altra parte non si può negare che in molti casi – e non solo nelle relazioni industriali – il rapporto contrattuale risulti squilibrato: la parte più forte può imporre clausole che quella più debole non può discutere: prendere o lasciare. E’ un problema che il pensiero libertario, per quel poco che lo conosco, non mi pare abbia finora affrontato; eppure non è di poco momento.Se vogliamo sostituire il libero contrattualismo allo statalismo in ogni ambito della vita sociale, come anch’io mi auguro con tutto il cuore, non possiamo esimerci dallo sviscerare tale problema e di proporne qualche soluzione ,senza timore di affrontare anche le “ombre” del sistema contrattuale che – giustamente- tanto ci piace..Vogliamo cominciare a discuterne?
    .

  2. Antonello Barmina on luglio 1, 2013 at 20:23

    Luigi. Complimenti per l’equlibrio che a me invece manca.
    Qualche osservazione a margine:
    1)Non è affatto detto che lo scipero venga proclamato esclusivamente per ragioni salariali. Ad esempio può accadere che gli operai sciperino per un rinnovo contrattuale. nella mia categoria capita spesso. Durante la vacanza contrattuale io continuo ad essere dipendente della pubblica amministrazione perchè io e il mio datore di lavoro abbiamo sottoscritto un contratto che ci obbliga alle reciproche prestazioni fino a che io non raggiunga l’età pensionabile, salvo mie dimissioni o licenziamento . E’ il contratto stesso che prevede una sua scadenza e un mancato rinnovo comporta un’inadempimento da parte della P. A. con la quale ho stipulato il contratto.
    Luigi cita la propria esperienza personale, che però non può essere estesa alla generalità dei lavoratori subordinati. Infatti egli è una lavoratore dotato di un livello di competenze molto alto e richiesto sul mercato. Non vale la stessa cosa per la generalità dei lavoratori, che invece si trovano nella condizione di prendere o lasciare.

  3. Luigi on luglio 1, 2013 at 21:31

    @Antonello.
    anche nel caso di vacanza contrattuale, proprio perché sussiste comunque un contratto, non vedo quale sia la ragione e l’utilità dell’astenersi dall’ottemperare a un obbligo contrattuale che non viene annullato dalla mancata revisione del contratto. I miei genitori per tutta la vita hanno svolto il tuo stesso lavoro; Non ho mai visto, sottolineo, mai, accadere che lo sciopero contribuisse neanche in minima parte al miglioramento delle condizioni.
    Realmente, mi è sempre sembrato una sorta di “rito” volto a soddisfare le ubbie, sostanzialmente, di alcune colleghe ex-sessantottine di mia madre, che, lo dico con molta franchezza, sembrava compensassero in questo modo qualche frustrazione pregressa.
    L’aspetto curioso, nel tuo caso specifico ( e in quello dei miei genitori – per chi non avesse ancora capito, stiamo parlando di insegnanti delle scuole statali) è che il vostro “datore di lavoro” è quello stato che dovrebbe essere il tuo datore di lavoro ideale, assolutamente disinteressato rispetto al profitto.
    Dovresti essere un lavoratore assolutamente non alienato.
    Eppure scioperi.
    Perché?
    Se elimini tutta la retorica vedrai che lo scopo del sindacato nella scuola è avere un sempre maggior numero di insegnanti, con sempre meno ore da fare e con un legame sempre più labile tra il salario e la qualità del lavoro che svolgete.
    Sia chiaro, questo non significa assolutamente che non ci sono ottimi insegnanti, motivati e preparati, o che dalla scuola statale non vengano preparati anche ottimi studenti.
    Il fatto è che questo accade nonostante il sindacato e la sua opera.
    Lo scopo del sindacato, in questo come in tutti gli altri casi è unicamente quello di rafforzare le proprie posizioni.
    Cosa che comporta necessariamente che i conflitti rimangano irrisolti, visto che questi ultimi sono la sua stessa ragion d’essere.
    ” Non vale la stessa cosa per la generalità dei lavoratori, che invece si trovano nella condizione di prendere o lasciare.”
    Quindi il loro lavoro non vale per quello che pretendono di essere pagati. Come dicevo prima.
    E invece di tentare di accrescere la propria competenza (cosa che non significa laurearsi in astrofisica, basta sforzarsi di essere il miglior piastrellista sulla piazza, per attrarre le offerte di lavoro per piastrellisti) puntano i piedi pretendendo di essere pagati più del loro valore di mercato.
    Ammettiamo che spuntino questo vantaggio temporaneo.
    Il fatto che a parità di tutto il resto sia aumentato il loro salario, comporta che i costi di produzione, per l’azienda, aumentino.
    E qui entra in gioco la teoria del valore…
    Poiché, contrariamente a quello che la tua impostazione marxista ti porta a pensare, il valore di quello che viene prodotto non cambia, un aumento dei prezzi non è possibile, e l’azienda guadagnerà di meno.
    Questo non perché si sia ridotto il margine di plusvalore, ma al contrario perché l’aumento dei costi non è compensato da un corrispondente aumento del valore del bene.
    Le conseguenze di questo possono essere le più varie, ma sicuramente sono tutte negative sia per l’azienda che per i lavoratori.
    Ammettiamo che, invece, questi lavoratori agiscano in modo diverso e cerchino di migliorare, incrementando la propria produttività, o la qualità stessa del proprio lavoro.
    Per inciso, questo non accade solo con lo “studio”, fatto attraverso lezioni teoriche, ma accade anche con quello che gli anglosassoni chiamano learning by the job, e che noi, più provinciali, chiameremmo fare tesoro dell’esperienza.
    Poiché in questo caso l’azienda ( vedi l’esempio di Ford) ha tutto l’interesse a preservare quello che è a tutti gli effetti un asset, l’operaio riuscirà a ottenere condizioni migliori ( in tutti i sensi).
    Chi sono gli unici a perdere da questa sinergia?
    Quelle figure che si nutrono del conflitto, coloro che traggono vantaggio da esso, e che possono chiedere un obolo per farsi giannizzeri del lavoratore.
    @Carlo.
    Vengo alle tue obiezioni.
    Io non voglio vietare lo sciopero.
    Ogni azione, però, ha delle conseguenze. E, partendo dagli stessi presupposti del pensiero liberale, la persona libera, proprio per questa sua libertà, si assume il peso delle conseguenze delle proprie scelte.
    Violi un contratto, paghi la penale che ne consegue.
    E’ questo il punto sottolineato dalla citazione di Leoni proposta da Fabristol.
    Mi manca il contesto in cui Einaudi ha espresso la sua valutazione relativamente allo sciopero come antidoto alla schiavitù.
    Ma non mi sconvolge l’idea di andare contro una vacca sacra del liberalismo. Come dicono gli ammeregani, best hamburgers come from sacred cows.
    E non voglio negare che possano crearsi interessi contrastanti tra il datore di lavoro e il lavoratore, ma ribadisco quello che ho detto nel post: lo sciopero non è la risposta sbagliata alla domanda giusta, ma la risposta sbagliata alla domanda sbagliata.
    La domanda giusta è sempre quella che qualunque buon imprenditore si pone quotidianamente: come posso fare a soddisfare i miei clienti al punto di farli tornare a servirsi da me.
    Come può fare il lavoratore a far sì che il proprio datore di lavoro ritenga il suo contributo talmente importante da offrirgli di più?

  4. Antonello Barmina on luglio 1, 2013 at 22:57

    Hai fatto l’esempio della mia categoria. Effettivamente otteniamo molto poco. Non perchè le nostre rivendicazioni non siano giuste o perchè lo sciopero sia inidoneo in se. Le nostre rivendicazioni sono spesso troppo generiche e non forziamo abbastanza. Lo scipero ha carattere spesso rituale, naturalmente non nel mio caso: contrariamente a quanto sostiene Fabristol, anche gli iscritti al sindacato hanno una coscienza , e la usano. So bene che se oggi sciopero domani dovrò fare il doppio del lavoro e metto comunque in difficoltà le colleghe che esercitano il loro diritto di non scioperare. In gran parte non otteniamo risultati sufficienti perchè non siamo abbastanza motivati: comunque sia anche se le nostre rivendicazioni non vengono accolte portiamo la pagnotta a casa. A me è capitato di scioperare anche per la causa di colleghi precari che chiedevano la stabilizzazione. Si chiama sciopero di solidarietà e la giurisprudenza lo ammette in maniera pacifica. Io perdo una giornata di lavoro ( mi viene detratta la giornata lorda) e , se le rivendicazioni vengono accolte, non ci guadagno proprio nulla.
    Questo per quanto riguarda la mia categoria. Va aggiunto che, nonostante non sia obbligato a comunicare che sciopero, cerco di ridurre al minimo i disagi per l’utenza. E’ una questione di coscienza. Non sono dell’idea che lo scipero debba causare disagi. Privo qualcuno di servizio che spetta loro. E questo mi basta. per contro, tuttavia, ho riscontrato sempre una certa solidarietà proprio da parte dei genitori, e spesso li ritrovo poi alle manifestazioni. Chiediamo la stessa cosa: magari anche loro vorrebbero che i figli non siano costretti a portarsi la carta igienica da casa perchè il comune ha terminato i soldi. Questo è l’esempio più banale. Non è detto quindi che io sia mosso da motivazioni egoistiche. Praticamente mai.
    Se dal mio comparto ci spostiamo al trasporto aereo le cose cambiano. Loro ottengono di più semplicemente perchè sono più forti. Un giorno senza scuola si può stare. Mentre basta un’ora di sciopere proclamato da un sindacatino minoritario e fa andare in tilt il traffico aereo in mezza europa.
    Luigi non vuole vietare, e ci mancherebbe altro. Se non si vuole vietare in toto e neppure consentire lo sciopero selvaggio sempre e comunque bisogna trovare una via di mezzo. Consentire qualcosa e viaetare qualcos’altro, in altre parole regolamentare, come demandato dal legislatore costituente al legislatore ordinario. Questa regolamentazione si è avuta con la legge 146 del 1990, relativamente ai servizi pubblici essenziali. Per il resto la giurisprudenza di Cassazione e quella costituzionale hanno cercato di sopperire al vuoto normativo. Un punto di svolta è arrivato con la sentenza della corte di Cassazione 711 del 1981 che ha individuato i limiti al diritto di sciopero. Luigi afferma non vietare non significa andare esenti da sanzione. Ovvio lo sciopero ha delle conseguenze, prima di tutto economiche. Se la conseguenza dovesse essere ad esempio, il licenziamento degli scioperanti, ciò equivarebbe ad un divieto, inconcepibile almeno fino ache rimane in vigore l’articolo 40 della Costituzione, che ovviamente può assere modificato con la procedura, piuttosto complessa, prevista dall’articolo 138

  5. Antonello Barmina on luglio 2, 2013 at 00:17

    Mi pare che Carlo Butti abbia comunque centrato la questione: lo squilibrio delle parti contraenti. Nella maggior parte dei casi, non solo in ambito giuslavoristico( pensiamo ad esempio ai contratti del consumatore) l’accordo delle parti è una mera supposizione teorica. Una parte decide le condizioni e l’altra le accetta. Noi abbiamo abbastanza chiara questa situazione. Per contro, rileva giustamente Butti, negli ambienti libertari non si da il dovuto peso allo squilibrio iniziale di partenza. Direi anzi che la questione venga sistematicamente omessa o comunque liquidata in maniera troppo sbrigativa.

  6. CARLO BUTTI on luglio 2, 2013 at 15:31

    Vorrei innanzitutto chiarire che non sono un difensore dell’attuale strapotere sindacale;che riconosco l’inopportunità di molti scioperi; e che ritengo immorale ricorrere ad astensioni dal lavoro le quali, per quanto possano essere motivate da ragioni condivisibili,a causa delle modalità con cui vengono attuate possano danneggiare gravemente chi non è implicato nella controversia(l’esempio classico è quello dello sciopero nei servizi pubblici essenziali, trasporti, ospedali, ecc.) Anche Keynes(permettetemi una volta tanto di parlar bene di lui) affermava che le Trade Unions un tempo erano gli oppressi, poi sono diventate gli oppressori(non avrebbe detto qualcosa di simile anche Margareth Thatcher?)Tornando al nostro problema: Einaudi era un marginalista, e sapeva bene che, in un mercato di concorrenza perfetta, anche i salari e gli stipendi obbediscono alla legge dell’utilità marginale, e in questo senso sono “giusti”; però sapeva anche che quello della concorrenza perfetta, specialmente nelle relazioni industriali, ma non solo, è un modello puramente teorico. Il mercato, ogni mercato, è imperfetto, come tutte le cose umane, anche se è lo strumento migliore che possediamo per intrattenere rapporti economici e garantire l’accrescimento della ricchezza.Di qui quell’asimmetria contrattuale di cui parlavo nel mio intervento precedente: un problema che il libertario non può liquidare con un’alzata di spalle, ma deve affrontare in chiave libertaria:qui si parrà la tua nobilitate.

  7. Fabristol on luglio 2, 2013 at 23:26

    Anch’io sono un dipendente (credo che quasi tutti i collaboratori di questo sito lo siano tra l’altro) quindi a meno che io non soffra della Sindrome di Stendhal (e non credo) quando ho firmato il contratto che ho stipulato con il mio datore di lavoro l’ho fatto liberamente. E altrettanto liberamente posso andarmene.
    Da un giorno all’altro potrei essere licenziato e non avrei alcuna protezione sindacale. Nulla. Qui in UK è così infatti. E non la cercherei neppure.
    Sono stato disoccupato per nove mesi e so come ci si sente a non trovare lavoro e a dipendere da un’altra persona. Sono un emigrato pure e mi sono trasferito di città in città per anni e anni. Un nomade quasi. Quindi diciamo che ho tutte le caratteristiche per potermi lamentare e fare un bello sciopero per migliorare la mia condizione. Eppure non lo faccio perché la penso come Luigi: se mi voglio rendere appetibile al mercato del lavoro devo lavorare di più (e non di meno), accumulare esperienza e aprirmi più possibilità di carriera possibile. Ma questo è un problema di mentalità credo. Gli inglesi non scioperano mai mentre i cugini francesi lo fanno un giorno sì e un giorno pure.

  8. CARLO BUTTI on luglio 3, 2013 at 11:28

    @Luigi
    “Come potevano i lavoratori, uno ad uno,far sentire le proprie ragioni? Essi erano, nel contrattare il salario, in condizioni di inferiorità di fronte ai padroni, i quali essendo in pochi, si potevano, senza farlo sapere a nessuno, mettere facilmente d’accordo e tenere bassi i salari. I lavoratori scioperarono lo stesso. Si ebbero alcuni processi celebri, fra cui quello di Mantova, i quali richiamarono l’attenzione del parlamento sull’ingiustizia del codice. Un nuovo codice penale, del 1889, detto Zanardelli, dal nome del guardasigilli proponente, abolì il reato di sciopero. Gli accordi diventarono leciti e furono proibiti solo gli atti con cui si fosse tentato di impedire, con la violenza fisica o morale, di andare al lavoro a coloro che non volevano scioperare. Il che è giusto, perché ognuno deve essere libero di lavorare o non lavorare, a suo piacimento, se non si vuol far risorgere la schiavitù.(LUIGI EINAUDI, “Sull’economia di mercato, introduzione alla politica sociale” in “Lezioni di politica sociale”, Torino 1967, pagg.49-509). Quanto all’idea che lo sciopero sarebbe sempre una violazione degli accordi contrattuali, è molto opinabile. Può esserlo in alcuni casi, non quando il contratto è scaduto e si tratta per rinnovarlo; non quando lo sciopero è una ritorsione contro inadempienze contrattuali della controparte. In tali circostanze il sinallagma rimane sospeso, quindi l’astensione dal lavoro non può essere giudicata sulla base di princìpi sinallagmatici.
    @A Fabristol
    Forse volevi dire “Sindrome di Stoccolma”. La “Sindrome di Stendhal” è quella che le persone sensibili al fascino delle opere d’arte provano di fronte ai grandi capolavori: una sorta di capogiro, di mancamento dei sensi, come capitò al celebre scrittore francese nei suoi viaggi in un’Italia che non era ancora politicamente unita ma forse conservava i suoi tesori d’arte meglio di quanto non faccia ora la nostra povera Repubblica, a dispetto delle reboanti proclamazioni costituzionali. Chiedo scusa per la divagazione fuori tema.

  9. Fabristol on luglio 3, 2013 at 11:37

    Si scusa intendevo Stoccolma. Sono un po’ impegnato in questi giorni e non Ho controllato quello che ho scritto.

  10. Corrado on luglio 16, 2013 at 16:20

    Fondamentalmente la vedo come Luigi e Fabristol.
    In condizioni di comportamento disonesto del datore di lavoro lo sciopero che io concepisco e che se è attuato da tutti i lavoratori ha maggior effetto è quello di attenersi rigorosamente alle clausole imposte dal contratto.
    Devo fare 6 ore al giorno? timbro alle 6:59:59 in ingresso e alle 13:00:01 in uscita.
    Il contratto prevede(parlo della mia esperienza) che mi debba occupare dell’unità paziente(persona, letto, comodino, armadio)? Se anche c’è un casino nel resto dell’ambiente mi occupo solo di quanto mi compete.
    Mi fanno lavorare sottonumero? Faccio comunque il mio lavoro al meglio nei tempi corretti lasciando non svolti quei carichi di lavoro che eccedono da quanto mi spetta.
    Non sono sanzionabile, moralmente non sono criticabile e i disagic reati al pubblico non sono dipendenti da me ma dall’inadeguatezza in cui il datore di lavoro mi obbliga a lavorare.

    Riguardo al rendersi appetibile sul mercato, non mi sento di concordare, per lo meno non in Italia.
    Da 7 anni faccio esperienza e formazione continua, mi impegno nel mio lavoro e mi miglioro eppure all’interno dell’azienda(e ne ho girate varie) non esiste meritocrazia e il mercato del lavoro è oberato al punto che non esistono posti liberi o quasi: potrei essere il migliore infermiere sulla piazza ma non c’è richiesta di infermieri e sono troppo “vecchio” per ricominciare daccapo una professione ex novo.

    Sicuramente però non sono i sindacati a risolvere questa situazione ma paradossalmente l’unico che possa farlo è lo Stato e può farlo solo essendo meno Stato, allentando la sua pressione.

  11. Antonello Barmina on luglio 17, 2013 at 09:07

    Tutto il ragionamento che si è svolto, a partire dal post di Fabristol che ha scatenato la discussione, è impostato su professioni che richiedono alte specializzazioni, in cui ci siano margini di miglioramento e specializzazione. Si può essere il migliore infermiere, medico, avvocato, perito elettronico ecc, ma il discorso viene meno se ci spostiamo verso quei mestieri che possono essere svolti da chiunque senza particolari attitudini nè professionalità.

  12. Corrado on luglio 20, 2013 at 13:06

    A dire il vero è più semplice essere il miglior piastrellista ed avere più soldi e più richieste che essere il miglior infermiere della piazza. Esperienza personale.

  13. CARLO BUTTI on luglio 20, 2013 at 15:46

    Tutti gli interventi finora pubblicati mi sembrano molto interessanti; e rileggendo i miei, a distanza di qualche settimana, temo di non essere stato né troppo chiaro né troppo elegante. Apprezzo la comunicazione di esperienze personali; molte riflessioni mi sembrano condivisibili o perlomeno degne di attenzione. Rilevo però che sul piano teorico non abbiamo fatto molti passi avanti. Ripropongo la questione in altri termini: che ne sarebbe del “diritto di sciopero” in un sistema libertario puro, in assenza anche di uno “Stato minimo” che in qualche modo potrebbe regolare la materia, se non altro per esigenze di ordine pubblico? Già il fatto che quello di scioperare sia un “diritto” collettivo, non individuale, ci pone in difficoltà. Se lo sciopero è la ritorsione contro una violazione contrattuale di cui si è reso responsabile l’imprenditore, anche il singolo lavoratore subordinato dovrebbe potersi astenere dal lavoro senza essere considerato inadempiente, perché il sinallagma è sospeso in seguito alla violazione attuata dalla controparte: altrimenti è schiavitù(riprendo il concetto einaudiano in chiave rigorosamente individualistica). Forse sto dicendo sciocchezze: non mi offendo se qualcuno mi vorrà confutare; anzi, gliene sarò grato.

  14. Antonello Barmina on luglio 20, 2013 at 19:04

    Mi sembra di capire che Carlo Butti non sia un libertario. Non so se il dibattito sia arricchito dalle esperienze personali. Forse stiamo facendo l’errore di riflettere a partire dal nostro vissuto esperienziale. Nè io le Luigi nè Fabristol rientriamo nella categoria del lavoratore subordinato al quale non sono richieste particolari abilità. Per quanto mi riguarda non rientro nella categoria dello sfruttato classico: i problemi della scuola italiana sono altri, e sono imputabili anche agli insegnanti. Di questo prendo atto e mi dispongo ad accettare la mia parte di responsabiltà, dal momento che detesto quelli che si lagnano dando sempre la colpa ad altri.

    Cosa accadrebbe in un ipotetico stato( anzi in un quid libertario dopo l’estinzione dello stato) al diritto di sciopero? Credo che anch’esso si estinguerebbe e ogni vertenza contrattuale sarebbe regolata dai rapporti di forza fra le parti. Ad esempio, il personale aeroportuale, che non può essere licenziato in tronco per inadempienze cointrattuali perchè non può essere rimpiazzato in tempi utili per neutralizzare l’effetto dello sciopero, avrebbe un immenso potere di ricatto, che manca invece, ad esempio, al personale che si occupa delle pulizie negli uffici.

  15. CARLO BUTTI on luglio 20, 2013 at 22:08

    Il libertarismo, per fortuna, è riccamente articolato e privo di dogmi. Io credo che si possa essere libertari in mille modi, a patto di aspirare come fine ultimo all’estinzione dello Stato: se il fine è lo Stato minimo, si rimane statalisti. Io non voglio né Stati massimi né Stati minimi, quindi mi considero libertario. Però mi pongo alcuni problemi, e uno di questi è l’asimmetria che spesso impronta le relazioni industriali. Rispetto la posizione di Barmina, e neppur mi sogno di bollarla come antilibertaria; mi lascia molto perplesso però l’idea che i rapporti di lavoro debbano basarsi sulla legge del più forte, da accettare come un destino, senza che la parte più debole possa in qualche modo far valere le proprie ragioni. Un contrattualismo asimmetrico conculca la libertà di scelta, diventa impositivo e quindi illiberale. Lungi da me l’idea d’un intervento pubblico riequilibratore (che in una società anarchica sarebbe contraddittorio)in linea con il pensiero neoliberale di un maestro come Nicola Matteucci; ritengo tuttavia legittimo il chiedersi chiedersi quale possa essere una soluzione libertaria. Finora brancolo nel buio. Tutto qui: semplicemente mi turba l’idea che il lavoratore possa diventare uno schiavo. Odiare la schiavitù significa non essere libertari?

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