Caso Stamina: una prospettiva libertarian

ottobre 8, 2013 2 Comments
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“It is not from the benevolence of the butcher, the brewer, or the baker that we expect our dinner, but from their regard to their own interest.”

Adam Smith

Negli ultimi mesi l’opinione pubblica italiana si è fatta trascinare nell’ennesima polemica di piazza su un tema medico-scientifico.
Non sono bastati i casi del siero Bonifacio e il Di Bella per insegnare alla maggioranza degli italiani che non si può credere ai miraggi offerti da santoni e venditori d’olio di serpente.
Ci si è aggiunta una nuova “cura miracolosa”, questa volta non per il cancro ( o per lo meno, non ancora), ma per tutta una serie di malattie rare prive, allo stato attuale, di terapie efficaci: il metodo Stamina, o metodo Vannoni, che dir si voglia.
Non essendo io un medico, né ( a quanto pare sarebbe un titolo qualificante…) un letterato, per la discussione dei dettagli del metodo rimando ad altri siti più qualificati.
Premetto alla piccola disamina che seguirà un mio personale disclaimer.
Io sono estremamente convinto del fatto che quando appaiono queste figure borderline di guaritori, santoni, “ricercatori indipendenti”, la possibilità che le loro rivendicazioni siano fasulle, per quanto si presupponga la loro buona fede, è talmente elevata che solo il più vasto e unanime consenso della comunità scientifica potrebbe farmi vacillare nella convinzione che tutto sia solo paccottiglia.
Anche in questo caso, perciò, pur non avendo io competenze specifiche in merito, sono abbastanza sicuro che la vicenda si risolverà, purtroppo, con un nulla di fatto. Dico purtroppo perché, ovviamente, se il metodo si fosse rivelato efficace, avremmo avuto tutti qualcosa per cui essere soddisfatti.
Ma non è dell’efficacia del metodo che ho intenzione di discutere, né della buona o cattiva fede di chi lo ha elaborato e lo propone.
La prospettiva da cui voglio affrontarlo è legata al ruolo dello stato nella vicenda e, questo è ciò che vorrei mostrare, a quanto esso sia responsabile dei potenziali danni che l’assoluta irrazionalità delle folle ammaliate dal nostro eroe di turno potrebbe produrre.
Nella vulgata comune, paradossalmente, in queste storie lo stato viene fatto apparire come il protettore del povero malato, che lasciato a sé stesso finirebbe in balia di ciarlatani e imbonitori, o, comunque, di persone che, pur in buona fede, praticherebbero terapie inutili, se non pericolose.
Procediamo, perciò, con ordine.
Abbiamo uno stato che si arroga il diritto di essere il primo, se non l’unico, fornitore di servizi sanitari. Chiunque voglia offrire i propri servigi di medico deve sottostare, infatti, a tutta una serie di vicoli ed obblighi attraverso cui lo stato certifica che tale medico è affidabile, sia che lavori in strutture statali che private, a partire dalla necessità di conseguire un titolo di studio dotato di validità legale.
La motivazione, banale e ovvia, che porta a introdurre queste barriere all’esercizio della professione medica è la necessità di impedire, appunto, che dei millantatori si spaccino per persone competenti e possano far del male ai propri potenziali pazienti.
Lo stato si fa, cioè, garante della professionalità dei medici.
Il passo successivo è quello che porta lo stato a proporsi direttamente come erogatore di servizi sanitari.
Anche in questo caso la motivazione è nobilissima: il costo di molte prestazioni mediche sarebbe troppo elevato per una larghissima fascia di popolazione, e il welfare state si prefigge lo scopo di far sì che chiunque possa avervi accesso.
E’ superfluo dire che, per chi scrive, entrambe queste posizioni sono contestabilissime, per via dell’ideologia che presuppongono.
Ma vogliamo concedere, per amor di discussione, che entrambe le idee, sia quella per cui lo stato sarebbe l’unico ente che può garantire, tramite l’attribuzione di valore legale ai titoli di studio, la professionalità, sia quella per cui il welfare potrebbe essere gestito solo tramite un intervento diretto dello stato, possano essere accolte come valide.
Non le discuteremo.
Voglio però mostrare alcune conseguenze di questo approccio.
La prima conseguenza è che la discussione sulla validità del metodo si è trasformata in una surreale discussione sul fatto che un sociologo non possa occuparsi di medicina, sul fatto che la sperimentazione dovesse seguire le metodiche richieste per i trapianti o quelle per la sperimentazione dei farmaci, sul fatto che dovessero essere fatte in presenza di un rappresentante di Stamina o meno. Si è dato cioè la possibilità di trasformare una discussione di merito ( il metodo è scientificamente valido o meno) in una diatriba “legale”.
Si è portata, perciò, su un piano tale per cui non conta più il parere delle persone competenti, e si è data la possibilità che mobilitazioni di piazza spingessero un ministro a concedere la possibilità di una sperimentazione.
E sarebbe stata una sperimentazione che avrebbe comportato l’uso di ingenti risorse statali, pagate dai contribuenti, per verificare quello che unanimemente la comunità scientifica considera inefficace e campato in aria.
Eppure si era assunto che lo stato fosse in grado di garantire la professionalità di chi esercita le professioni.
All’atto pratico, si è corso il rischio che lo stato ignorasse le opinioni di questi professionisti, per assecondare le pressioni della piazza.
La seconda conseguenza è che, ancora, una volta, nonostante la comunità medica italiana sia quasi unanimemente scettica su tale terapia, è sufficiente un giudice per imporre ad una struttura ospedaliera di somministrarla, ponendo in discussione l’autonomia del medico.
La terza conseguenza, a mio avviso, è la più grave, e mette in luce la pericolosità dell’approccio statalista.
Partiamo questa volta da una domanda. Se chi propone terapie di questo tipo non dovesse per forza ricevere l’approvazione dello stato, cercherebbe ugualmente di farsi finanziare sperimentazioni in ospedali pubblici da esso?
Immagino che cercherebbe finanziatori privati, per aprire strutture in cui somministrare le proprie terapie.
Lo statalista qui inorridisce, e punta il dito contro il privato senza scrupoli che, appunto, spalleggia il ciarlatano per trarne profitto, frodando e turlupinando malati disperati.
Questo accade perché ci si ferma subito nella storia immaginata, e non si cerca di capire quali sarebbero le conseguenze di una condotta siffatta.
E’ certamente possibile che, all’inizio, molti malati disperati si rivolgano a queste strutture. Ma se i primi pazienti non traggono beneficio da essa, e, via via che i pazienti si accumulano, diventa sempre più evidente che le pretese virtù della terapia sono inesistenti, l’investitore vedrà esaurirsi le sue prospettive di guadagno, e avrà il fondato timore che qualche paziente, o i suoi familiari, possa volersi rivalere.
Se fosse così, difficilmente un investitore serio e credibile si imbarcherebbe in un’impresa di questo tipo.
Il nostro aspirante Pasteur avrebbe potuto sperare di ottenere 3 milioni di euro per sperimentare la sua cura da un privato, con queste prospettive di rischio?
Onestamente non lo so. Non ci giurerei. Sicuramente se qualcuno avesse valutato di esporsi personalmente per una cifra del genere, avrebbe dovuto avere prospettive di guadagno sensate, e per averle, avrebbe prestato orecchio ai pareri di consulenti esperti.
Lo stato ha agito diversamente. E’ sotto gli occhi di tutti che solo una poderosa mobilitazione del mondo scientifico ha reso difficile il percorso di “legittimazione popolare” della terapia. E nonostante ciò, ci sono ancora tribunali che ne impongono la somministrazione, a spese del contribuente.
Penso che chi ancora propugna l’idea che lo stato sia un custode efficiente della correttezza deontologica della professione medica debba porsi almeno un primo serio dubbio.
Episodi ricorrenti come quelli del siero Bonifacio, del metodo di Bella e, oggi, del metodo Stamina non possono essere considerati solo come casuali e insignificanti.
Né che i parziali e momentanei successi nel fare argine contro il cedere a questi sogni di panacee a buon mercato siano segno della bontà dell’approccio statalista.
L’idea che l’interesse dell’investitore privato possa produrre un argine migliore può apparire bizzarra, ma per citare uno dei padri dell’economia non è dalla benevolenza del macellaio o del panettiere che ci aspettiamo la cena, perché allora non dovremmo ritenere che la nostra salute possa più efficacemente essere tutelata dall’interesse del proprietario dell’ospedale?
Quello che invece si è visto è che il mondo politico ha cercato di rispondere allo stimolo che solo può farlo vacillare: il consenso popolare.
Nel momento in cui qualcuno vuole sfruttare le strutture dello stato per aggirare le barriere imposte dalla propria comunità professionale di riferimento, a tutela della credibilità professionale e della deontologia, si è compreso che è sufficiente avere una strategia di marketing efficace e che si può far presa sull’effetto mediatico di accorati appelli sentimentali, o insinuare il dubbio che il proprio lavoro sia oggetto dell’ostracismo invidioso della categoria, o che esista un oscuro complotto ai propri danni, per suscitare l’empatia dello spettatore distratto e disinformato. Spettatore distratto e disinformato che è, però, elettore, e in quanto tale, ha la capacità di esercitare una pressione politica significativa.
Se oggi la mobilitazione internazionale della comunità scientifica, con l’intervento persino di testate del calibro di Nature, è stato capace di esercitare altrettanta pressione è indubbio che si è corso il rischio che lo stato legittimasse pratiche dubbie.
Le conseguenze sarebbero state devastanti. Ben più devastanti di quelle derivanti da qualunque tentativo attuato da un privato.
Non c’è dubbio che la capacità di chi controlla le leve del potere statale di imporre la propria volontà, a prescindere dalle conseguenze e con la prospettiva di non dover rispondere di tali conseguenze, ma di dover rispondere solo ad un elettorato mediamente incapace di entrare nel merito dei singoli atti del governo, può diventare una minaccia serissima per la sicurezza personale, e lo lo può diventare ancora di più tanto maggiore è il numero di ambiti in cui lo stato si impone come monopolista.
Forse nell’imperfetto universo libertarian qualcuno potrebbe cadere vittima delle rapaci mani di un truffatore, di un ciarlatano, o persino di un incapace in buona fede. E forse, sino ad ora, lo stato è riuscito a non cedere alla lusinga del facile consenso politico, ma il giorno in cui questa diga cedesse ( e potrebbe non essere troppo lontano) gli effetti sarebbero incalcolabili.
E se oggi è il rischio dell’imposizione ex lege di una terapia dal dubbio valore scientifico, domani potrebbe essere una legge che vieta i vaccini ( contrappasso per quella che oggi li rende obbligatori, ispirando le paranoie dei creduloni che temono loro presunti effetti collaterali), impedendo anche alle persone razionali e informate di servirsene, oppure potrebbe, per colpa dell’isteria di masse incolte e influenzate da campagne di marketing vietare la coltivazione di piante OGM innocue ( ah, no, questo in realtà già accade, scusate).
Il rischio è che quel potere che fino ad ora, fortunosamente, è stato usato per favorire, anche a discapito della volontà delle masse, la diffusione di pratiche scientifiche e razionali, diventi lo strumento attraverso cui la reazione istintivamente contraria alla novità scientifica e tecnologica sia imposta a tutti, a danno di tutti.

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2 Comments » 2 Responses to Caso Stamina: una prospettiva libertarian

  1. Antonello Barmina on ottobre 8, 2013 at 18:00

    Questa volta Luigi si merita i miei complimenti, che sono merce piuttosto rara, specie da queste parti.

  2. Fabristol on ottobre 9, 2013 at 19:40

    rapporto veramente complesso tra scienza e stato. odio e amore. ce ne sarebbe da scrivere! ho esperienze di prima mano da raccontare 🙂 ottimo post.

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