Il socialismo capitalistico delle Olimpiadi (e dei mondiali di calcio)

novembre 15, 2013 No Comments
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imagesSe c’è una cosa che mi ha colpito della mia breve permanenza in Brasile di alcune settimane fa è stato l’incontro/scontro di un paese “work in progress”, ovvero di un paese cantiere. A partire dall’aeroporto di Sao Paulo che sembra un’immensa officina con camion stracarichi di terra fino alle nuove strade che nei sogni del governo dovranno collegare senza ingorghi le varie parti della città. Il mio amico Anderson appena atterro mi dice che  “è tutta finta per far vedere ai gringos che siamo ancora in tempo per il 2014”, ovvero l’anno della World Cup. Ogni tot chilometri mi indica i vari siti in cui  dovranno sorgere i vari stadi o complessi. Vedo solo tanta terra smossa e tanti operai a lavoro ma niente di concreto.

Alla fine ce la faranno i brasiliani sicuro, ma a che costo? Me lo dice sempre il mio amico Anderson confermandomi che “qui le tasse sono aumentate in maniera vertiginosa” proprio per finanziare questi mega eventi. E la corruzione dei politici è aumentata insieme alla tassazione. Nella strada verso Ribeirao Preto mi racconta delle decine di scandali legati ai finanziamenti, agli appalti dati alle solite compagnie, agli inciuci di governo. Mi sembra di sentir parlare dell’Italia ma ad un livello mastodontico viste le dimensioni geografiche e della popolazione brasiliane. Non è solo tassazione ovviamente ma anche violazione dei diritti di proprietà per costruire questi megacomplessi. A cento metri dall’aeroporto di Rio de Janeiro vedo un palazzo storico occupato da un gruppo di indigeni che ne hanno fatto una sorta di comune. Le ruspe a pochi metri di distanza. Dicono che non se ne andranno per lasciar spazio ai bulldozzer. Una ripulitina alle favelas con tanto di deportazioni di massa e via, nascondiamo il lato più scandaloso del Brasile sotto il tappeto. Non vorremo mica far vedere alle telecamere di tutto il mondo che ci sono decine di milioni di brasiliani che vivono in catapecchie sulle colline di Rio?

Tutto questo è come al solito giustificato con la parola “investimento”. Che a casa mia fa rima con “regali agli amici per gli appalti” e “mazzette ai politici di turno”. Il famoso crony capitalism, o socalismo capitalistico dove si giustificano tassazione e violazione dei diritti di proprietà per l’evergreen “panem et circensem”. L’uomo è un animale tribale e adora competere con le altre tribù: cosa c’è di meglio di organizzare una serie di tornei che mimano la guerra tra tribù alle spese di tutti? E me lo conferma anche il fatto che molti governi utilizzano questi eventi pensando di risollevare l’economia del proprio paese. L’ultima proposta è di Letta di ospitare le Olimpiadi nel 2020. Rompere una finestra per poi risollevare l’economia, un classico intramontabile.

Alla fine le Olimpiadi e i mondiali di calcio non sono altro che esempi in grande scala della “finestra rotta” di Bastiat. Si distrugge la proprietà privata, si ruba il denaro ai privati per costruire o ricostruire qualcosa di nuovo. Ovviamente le telecamere vi fanno vedere questi nuovi stadi luccicanti (subito abbandonati dopo appena un anno) e le nuove strade, poi i telegiornali vi faranno credere che grazie a questi eventi il PIL è cresciuto dell’0.1%. Ma cosa non vediamo? Non vediamo di quanto il PIL individuale della persona media sia sceso pur di far alzare il PIL individuale del politico o dell’imprenditore di turno. Le Olimpiadi non sono altro che una grande presa per il culo di pochi furbi nei confronti dei tanti, utili idioti, che vedono la festa ma non si rendono conto di quanto è stato tolto dal portafoglio.

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