Contro le quote rosa e per la parità di genere

marzo 18, 2014 6 Comments
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In quest’era di sensazionalismi mediatici e follow/like senza pensare sarà sfuggito a molti l’ossimoro a cui i media e la politica italiana ci hanno esposto negli ultimi anni ma soprattutto negli ultimi giorni: ovvero quello delle quote rosa e della parità di genere. Ormai qualsiasi argomentazione su questi temi “di genere” è pilotata dalla politica e dai giornali e sono veramente poche le voci fuori dal coro. Vuoi perché si rischia di finire alla gogna per sessisti, vuoi perché una certa Boldrini siede in una certa poltrona, ma pochi si sono resi conto dell’assurdità tra l’accostamento discriminatorio e – questo sì – sessista delle quote rosa e della parità di genere. Sembra stupido dover scrivere un post e spiegare ad altri esseri umani una ovvietà come questa ma pare che ci stiamo avviando in un mondo in cui sono vermanete rare le persone che riescono a dire che il Re è nudo. Quote rosa e parità di genere si escludono a vicenda. Punto. E sono l’una agli antipodi dell’altra. Parità di genere significa che non esiste alcuna differenza tra un sesso e l’altro e due individui vengono giudicati in base alle loro capacità o qualsiasi altra caratteristica mentre i tratti sessuali primari e secondari rappresentati i primi dai genitali e i secondi da tutte le altre caratteristiche tipiche di genere non hanno alcun peso sul giudizio o sulla selezione. Ebbene, le quota rosa sono lo strumento più sessista che un mostro come lo stato potesse inventarsi perché guardano per l’appunto al genere di un individuo e non alla sostanza. Ci dicono: ehi, quell’individuo non è una persona o un cittadino come gli altri ma una donna e come tale trattata. La cosa ha del “talebano” (permettetemi questo termine) perché il governo non fa altro che categorizzare la popolazione in gruppi e in questo modo può discriminare a suo piacimento. Oggi discrimina gli individui di sesso maschile negandogli un posto preso da una donna solo “perché le spettava grazie alla presenza di un utero”, domani quando verrà raggiunta quota 50-50 discriminerà gli individui di sesso femminile negandogli un posto preso da un uomo solo “perché gli spettava grazie alla presenza dei testicoli”. Perché è facile richiedere quote per entrare nei posti di lavoro quando si è in minoranza, ma quando i numeri si equipareranno sono sicuro che ci saranno molte donne che protesteranno per un posto negato solo per riequilibrare le quote.

Non solo ma il problema delle quote rosa non è solo legato alla “giustizia” (è ingiusto dare un posto di lavoro ad una persona solo per il suo status, razza, genere ecc.) ma anche ai profondi cambiamenti che porta alla società. Anni fa mentre frequentavo un’università svedese mi sono per la prima volta scontrato con la cultura delle quote al lavoro. Un mio coinquilino dello studentato di origini cinesi non ha potuto rinnovare la sua visa europea nonostante il suo professore lo preferisse a tutti gli altri suoi studenti. Chiesi a Chang il motivo di questa ingiustizia e mi confessò che in dipartimento era già stato deciso da mesi chi avrebbe avuto la postdoc position. Una ragazza svedese che da mesi sapeva che avrebbe avuto il posto grazie… al suo utero. Chang non sarebbe mai riuscito a prendere quel posto né aumentando il suo lavoro, né pubblicando di più, né sperando nell’intercessione del suo professore. D’altra parte la ragazza per mesi non ebbe alcun incentivo a lavorare di più né a pubblicare di più. Quel posto le spettava di diritto come in una società feudale un posto sarebbe spettato per via del sangue nobile o in una società razzista in base alla casta/razza.

Il sistema delle quote (qualsiasi esse siano) quindi cambia profondamente il sistema meritocratico, l’equilibrio tra domanda e offerta nel mercato del lavoro, della ricerca, delle idee perché si viene selezionati in base ad una caratteristica che si possiede fin dalla nascita. Non solo ma in un mondo che si avvia sempre di più verso l’accettazione di generi di transizione e dove i confini tra i due generi “ortodossi” si fanno sempre più irriconoscibili vi sembra credibile che esista una legislazione che tagli la popolazione in due nette metà? In che quota deve essere inserito un trasgender? O avremo bisogno anche di altre quote per definire/discriminare altri generi sessuali?

Per tutti questi motivi i libertari sono stati, sono e saranno sempre contro le quote rosa. Motivo? Perché siamo gli unici a considerare gli esseri umani come individui e non come membri di gruppi razziali, etnici, nazionali o sessuali. Viva la parità di genere, abbasso le quote di genere quindi!

 

 

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6 Comments » 6 Responses to Contro le quote rosa e per la parità di genere

  1. William on marzo 18, 2014 at 15:16

    Concordo con tutto e ricordo che le donne compongono 51,6% della popolazione italiana quindi se vogliono possono prendere il controllo del paese — ovviamente non vogliono…….

  2. cesare on marzo 18, 2014 at 22:55

    Concordo pienamente; d’altronde ho sempre asserito che la richiesta di una maggiore “tutela” è l’atto più auto-discriminatorio che si possa compiere.

  3. CARLO BUTTI on marzo 19, 2014 at 22:52

    Io manderei in soffitta anche la locuzione “parità di genere”. In italiano il genere è un sovrainsieme della specie, se parliamo di biologia, o una categoria grammaticale, se parliamo di linguistica.La distinzione fra maschio e femmina si chiama sesso. Mi viene in mente lo strafalcione opposto commesso dal personaggio di Nennele nell’ingiustamente dimenticato dramma “Come le foglie ” di Giuseppe Giacosa: per aiutare la famiglia finita in miseria in seguito al tracollo finanziario del padre, la ragazza- che ha imparato a suo tempo l’inglese grazie alle conversazioni con la sua istitutrice britannica, senza bisogno di grammatica- impartisce lezioni private di quella lingua chiamando “sesso maschile e femminile” i generi grammaticali, tra l’ilarità degli astanti…

  4. Fabristol on marzo 20, 2014 at 09:09

    Carlo è corretto parlare anche di genere sessuale

  5. CARLO BUTTI on marzo 21, 2014 at 21:43

    E’ un brutto calco dell’inglese “gender” per indicare l’appartenenza a uno dei sessi dal punto di vista culturale e non biologico. In buon italiano bisognerebbe dire, appunto, “appartenenza sessuale”. Ognuno parli come vuole, ma stiamo attenti a non cadere nel ridicolo alla stregua di Nennele. Come quando, sempre scimmiottando le abitudini linguistiche americane, chiamiamo “neri” i negri, per non apparire razzisti. Ignorando che in toscano “nero” è una razza di maiali.

  6. Pedante on settembre 16, 2014 at 01:30

    “è ingiusto dare un posto di lavoro ad una persona solo per il suo status, razza, genere ecc.”

    Perché? Mi sembra un caso di preferenza personale.

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