Come i brevetti fermano l’innovazione (parte II): il caso della Stampa 3D

maggio 28, 2014 5 Comments
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b0f48d24d4fb1b9bade9800b42a9b51c_largeAbbiamo visto come lo Stato agisca come un vero e proprio freno all’innovazione tecnologica e scientifica con il massiccio utilizzo di leggi ad hoc, tassazione, regolamentazioni ecc. E lo abbiamo visto nel caso di una tecnologia di cui stiamo vedendo le potenzialità solo ora: la stampa 3D. Spesso parliamo della stampa 3D come di una nuova tecnologia, figlia della nostra era dominata da informatica e smartphone. In realtà la tecnologia alla base della stampa 3D fu inventata negli anni 80 e brevettata dalla Stratasys Inc. e commercializzata nei primi anni 90. La tecnica utilizzata si chiamava FDM o Fused Deposition Modeling. La Stratasys è sempre stata molto attiva nel brevettare ogni singolo componente e perfino il nome della tecnologia: FDM ha un trademark e oggigiorno chi vuole commercializzare la stampa 3D non può usare FDM ma FFF o Fused Filament Fabrication. Un’altra compagnia, la 3D systems, ha recentemente denunciato la Formlabs che su Kickstarter aveva avviato una campagna di donazioni per un tipo di stampante opensource da costruire “fai da te” o DIY per dirla all’inglese.

Ma allora come è possibile che la tecnologia ci abbia messo così tanto tempo prima di essere commercializzata in maniera massificata? Semplice: come abbiamo visto con la microscopia multifotone lo Stato ha garantito il monopolio di produzione per 20 anni alla Stratasys e solo nel 2009 il brevetto risulta scaduto e disponibile al libero mercato. Ed è proprio dopo il 2009 che abbiamo visto un boom di compagnie, progetti opensource, e una vera e propria3D rivoluzione tecnologica che ha fatto abbassare i prezzi in maniera vertiginosa e ha permesso a chiunque di poter comprare una stampante 3D (si possono trovare a 300 euro oggi). Cosa sarebbe successo se l’ufficio brevetti degli Stati Uniti d’America non avesse garantito il monopolio di una invezione alla Stratasys alla fine degli anni 90? A quest’ora il mondo sarebbe stato completamente diverso, non c’è dubbio. Vi ricordate il boom nella vendita di PC della fine anni 90, delle stampanti laser, dei masterizzatori, degli scanner da tavolo? Ogni anno i prezzi diventavano sempre più bassi tant’è che in pochi anni fu normale possedere un PC con masterizzatore, stampante e scanner a casa a poche centinaia di euro. Ecco, avreste potuto aggiungere a quella lista anche una stampante 3D senza dubbio. Oggi avere una stampante 3D a casa sarebbe normale quanto avere uno smartphone nelle proprie mani.

Ecco il vero potere di coercizione dello Stato: dare privilegi a pochi per limitare l’accesso delle tecnologie a molti. Brevetti, copyright, trademark sono solo privilegi che il governante (un tempo era il re oggi il parlamento) dà ad una ricca compagnia in grado di pagare le spese legali per ottenere un monopolio in grado di eliminare la concorrenza. A tutto discapito del resto dell’umanità.

E’ per questo motivo che quando qualcuno mi chiede come sarebbe il mondo senza lo Stato io dico sempre che è impossibile immaginarlo. L’esplosione tecnologico-scientifica sarebbe così vertiginosa che un mondo del genere sarebbe inimmaginabile. Un po’ come la singolarità tecnologica predetta dal transumanesimo. Grazie allo stato sarà sempre più lontana o forse non la raggiungeremo mai.

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5 Comments » 5 Responses to Come i brevetti fermano l’innovazione (parte II): il caso della Stampa 3D

  1. Ivo Silvestro on maggio 30, 2014 at 22:16

    Io avrei un controesempio, un caso in cui un brevetto ha favorito lo sviluppo, e per vederlo non è neppure necessario immaginare realtà alternative, perché basta il confronto internazionale.
    Te lo espongo qui nel commento, ma non mi aspetto una risposta immediata: consideralo un suggerimento per un ulteriore post sul tema.
    Mi riferisco ai brevetti di Cohen-Boyer sul DNA ricombinante. Siamo nel 1974 e ancora non erano chiare le possibilità di sfruttamento economico di queste tecnologie, per cui i due autori pubblicano senza rifletterci il paper in cui descrivono la tecnica. Poi l’università di Stanford ci fa un pensierino e presenta domanda per brevettare la tecnica. Per la legge degli Stati Uniti è possibile, perché c’è il cosiddetto ‘grace period': anche se già resa pubblica, una tecnologia può essere brevettata. In Europa, invece, questo non è possibile.
    Abbiamo quindi una tecnologia, il DNA ricombinante, che è tutelata da brevetto negli Stati Uniti e bene comune in Europa. Un laboratorio di biotecnologia negli USA deve pagare la licenza, in Europa no. Eppure, nel campo delle biotecnologie, non mi pare che gli Stati Uniti abbiano perso in competitività rispetto all’Europa, anzi. In questo caso, i brevetti non hanno fermano l’innovazione, ma l’hanno favorita.

  2. Fabristol on giugno 1, 2014 at 00:27

    Ivo, questa mi pare una congettura: per prima cosa parliamo degli anni 70 quando ancora per far sì che una tecnica nuova possa essere diffusa da un laboratorio all’altro ci volevano anni. Oggi, basta fare una ricerca su Pubmed e si può copiare passo per passo un procedimento. In genere quando una nuova tecnica veniva scoperta rimaneva per anni all’interno dello stesso laboratorio e veniva tramandata da professore a studente. Gli USA erano e sono all’avanguardia nella ricerca genetica, che all’epoca era ancora ai primi passi. Non puoi comparare due realtà così dissimili come USA e Europa. Dire che poiché in USA la ricerca genetica è andata avanti grazie al brevetto è una congettura senza prove causali.

  3. Enrico Sanna on giugno 1, 2014 at 09:24

    Questo è un esempio di quello che Bastiat chiamava ciò che si vede e ciò che non si vede. Quello che vediamo oggi è quello che non abbiamo visto, perché ci è stato impedito di vederlo, per venti anni. Se una stampante 3D oggi la puoi trovare per qualche centinaio di dollari, pensate a cosa potrebbe accadere al prezzo dei farmaci.

  4. Ivo Silvestro on giugno 1, 2014 at 09:52

    @Fabristol: A dire il vero la mia non è una congettura ma semplicemente un fatto: le biotecnologie si sono sviluppate negli USA dove c’era un brevetto sul DNA ricombinante più che in Europa dove quel brevetto non c’era. Se ciò sia avvenuto “nonostante” o “grazie” al brevetto è, quella, sì una congettura o un’interpretazione sulla quale però non mi pronuncio. Mi limito a segnalare il fatto.
    Le tue due ipotesi non mi convincono: i lavori di Cohen e Boyer sono stati pubblicati su PNAS, rivista che immagino fosse leggibile in Europa anche senza internet e PubMed. E il fatto che la biotecnologia fosse ai primi passi è un incentivo a fondare un’azienda in un Paese europeo.
    Forse non c’è un singolo motivo, ma un insieme complesso di fattori che rendono (o rendevano) più attrattivi gli USA, non so.

  5. Fabristol on giugno 1, 2014 at 22:54

    La congettura è proprio sul fatto che sia nonostante o grazie. Come fai a dire che esiste un rapporto causale tra le due cose, lo sviluppo di un tecnica con il suo brevetto? Se porti avanti questa teoria devi anche dimostrarlo con delle prove.

    Per quanto riguarda la difficoltà di epsansione di una tecnica nella comunità scientifica all’epoca ti faccio un esempio vicino. Nel mio campo, l’elettrofisiologia, esiste una tecnica rivoluzionaria il patch clamp, inventato fine anni 70 e mai brevettato da Neher e Sakmann (che hanno vinto poi il premio Nobel). La tecnica per anni è rimasta all’interno dei pochi laboratori che erano connessi a Neher e Sakmann. Solo fine anni 80-inizio anni 90 le tecnica si è espansa in modo organico nel resto del mondo. Un giapponese, per dire, non avrebbe mai potuto dire: “ah oggi in biblioteca ho letto in una rivista di una nuova tecnica rivoluzionaria. Domani la provo in laboratorio.” . Impossibile. Bisogna essere dentro un lab in cui è stata inventata o perfezionata o avere qualcno che viene da un lab del genere. Ora negli anni 70 uno in Giappone/Italia/Russia non poteva di certo mandare una email a Tizio e Caio e chiedergli se per piacere poteva dargli più dettagli. O incontrarsi su Skype per fargli vedere sulla webcam come fare. Gli scambi tra ricercatori erano relativamente pochi all’epoca. Lo “spreading” di una tecnica a livello mondiale aveva bisogno di anni, perfino generazioni di ricercatori per avvenire. Oggi è tutto più facile grazie a internet, agli scambi di informazioni tra ricercatori, alle conferenze internazionali, ai programmi di scambio ecc. E parliamo di una tecnica non brevettata.

    Ora immaginarmi il patch clamp brevettato per 15-20 anni in mano a solo Neher e Sakmann mi farebbe venire i brividi. Il motivo per cui Neher e Sakmann hanno vinto il Nobel è proprio per aver aperto delle possibilità enormi nel campo della fisiologia fino a qualche anno prima impensabili, a TUTTI. Infatti la perfezione della tecnica è avvenuta proprio grazie alle decine di laboratori che la hanno perfezionata e resa accessibile a tutti. Un open source ante litteram. Senza il feedback degli altri laboratori della fine anni 80 la tecnica non si sarebbe mai perfezionata, non sarebbero diventati famosi e forse non avrebbero mai vinto il premio nobel.

    Brevetto e scienza sono agli antipodi. Dove c’è scienza c’è condivisione e feedback. La scienza è un sistema emergenete che necessita di scambio immediato di informazioni.

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