Quattro miti da sfatare sulla diseguaglianza economica

luglio 10, 2015 5 Comments
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Isaac Mkalia, 20 years old, a teacher by profession is checking his mobil phone.

Isaac Mkalia, 20 years old, a teacher by profession is checking his mobil phone.

“Il mondo va in rovina perché c’è troppa disuguaglianza.”

“Il divario ricchi e poveri è causa di miseria e di guerre nel mondo.”

“Il 10% della popolazione detiene più del 90% della ricchezza.”

Vi sarete sicuramente abituati e assuefatti a queste frasi che sentite dalla mattina alla sera su tutti i media. Assuefatti, ecco è proprio così perché a guardare bene tutte queste frasi qui sopra non reggono ad uno scrutinio oggettivo. Ci sono alcune fallace logiche in concetti come “disuguaglianza economica” e “distribuzione della ricchezza” e sono facilmente individuabili con un po’ di logica e buon senso, tutte doti che qualunque essere umano dovrebbe essere in grado di possedere (insomma non bisogna essere libertari per capire che c’è qualcosa che non va).

Mito numero 1 – definire ricchezza

Come possiamo definire la ricchezza? A cosa si riferiscono certe persone quando si lamentano dell’ingiustizia della ricchezza detenuta da pochi? Se per ricchezza intendiamo la quantità di denaro posseduta da una persona in un determinato momento potremmo anche dire che, come fa notare Luciano Capone su Strade, pure chi ha debiti possiede denaro. “Ciò vuol dire che tra i più poveri del mondo ci sono tutti quelli che hanno più debiti, ma avere debiti non significa affatto essere poveri. Anzi, per avere molti debiti bisogna essere ricchi! Nessuno presta soldi a chi non ne ha o a chi non ha prospettiva di farne per ripagare il debito, e questo è abbastanza intuitivo. E vuol dire che nella “classifica” di Oxfam tra i più poveri ci sono alcuni tra i più ricchi (i più indebitati) o comunque persone che hanno un elevato stile di vita. Secondo il parametro utilizzato da Oxfam, tra i più poveri del mondo ci sono tutti quelli che hanno fatto debiti per investimenti, che hanno contratto mutui, come famiglie, imprenditori o studenti americani che hanno chiesto prestiti per pagarsi il college e che forse guadagneranno stipendi a cinque o sei zeri.”

La ricchezza poi non si misura solo con il denaro in banca ma pure con i beni materiali. Gli italiani per esempio potrebbero sembrare più poveri di altri paesi europei come Germania e Regno Unito (PIL pro capite più basso, stipendi più bassi ecc.) ma quasi tutte le famiglie italiane possiedono almeno una casa (e non è neppure raro in Italia avere una seconda casa magari nel paese dei nonni o vicino al mare) al contrario di altri paesi dove la proprietà di un’abitazione non è poi cosi scontata. Inoltre il valore che diamo alle cose e quindi anche alla stessa ricchezza è soggettivo, personale e quindi relativo alla situazione in cui siamo in un determinato momento o regione del mondo. La mia percezione della ricchezza è sicuramente diversa da quella di un beduino del deserto o di un miliardario di Beverly Hills.

Definire e misurare la ricchezza quindi è estremamente difficile e i numeri possono essere interpretati in maniera diversa a seconda della faziosità di chi li mette insieme.

Mito numero 2 – la ricchezza come manna dal cielo

Abbiamo visto che definire la ricchezza è estremamente difficile ma non basta perché la fallacia successiva riguarda la teofania della ricchezza, ovvero la sua apparizione dal nulla nella società. Dai discorsi che si sentono dei promotori della distribuzione della ricchezza pare che la ricchezza sia una entità che piova dal cielo e che debba essere divisa equamente dalla società. Come la manna che piove dal cielo come dono divino così la ricchezza viene vista come una quota di beni fissa che deve essere divisa equamente dalla popolazione mondiale. La Giustizia Divina richiede che venga spartita e spalmata in tutto il mondo. La vita per certe persone deve essere come un gioco in cui tutti partono con la stessa cifra iniziale, un Monopoli dove la banca divina distribuisce a tutti le stesse banconote. Ma la ricchezza non è una cifra fissata divinamente e non viene dal cielo. La ricchezza varia a seconda dei paesi, delle regioni, dei gruppi sociali e degli individui e viene prodotta, non ricevuta dall’alto. Per fare un esempio semplice immaginatevi due individui: A lavora da mattina a sera per arare il campo mentre B lo fa solo a giorni alterni e solo la mattina. A produrrà più ricchezza (100) di B ovviamente (50). E questa ricchezza (150) varierà a seconda dell’anno. Ammettiamo di essere in una perfetta società socialista dove si richieda la ridistribuzione della ricchezza. Allora la ricchezza (150) verrebbe spalmata tra A e B. Certo per un libertario è una ingiustizia quella che per un socialista è una giustizia ma seguitemi bene. Ammettiamo che A muoia. B diventa il ricco della situazione (perché non c’è nessuno più ricco di lui ora anche se 5 minuti prima veniva considerato il più povero) e deve dividere la sua ricchezza con chi ha prodotto meno di lui; poi è il suo turno di morire e così via fino a quando ci saranno la ricchezza verrà spartita equamente tra tutti, ovvero saranno tutti equamente poveri. La ricchezza magicamente finisce nel nulla e allora il povero B si renderà conto che la ricchezza deriva dal lavoro e non cade dal cielo.

Mito numero 3 – la disuguaglianza economica produce guerre

Se la ricchezza deriva dal lavoro come è possibile che il lavoro produca guerre? Questa correlazione tra differenze di ricchezza e guerre mi ha sempre lasciato perplesso. Ho serie difficoltà a capire come il fatto che io mi alzi alle 6 del mattino a lavorare e torni alle 7 a casa per pagarmi lo stipendio possa incidere direttamente sulla vita di un senzatetto. La causa delle guerre sono i governi. Punto. Ovvero una classe di privilegiati e parassiti che in combutta con alcune fette della società vede in una guerra un modo per avere più potere o più denaro. Non è la differenza in ricchezza a creare le guerre bensì la brama di alcuni di raggiungere la ricchezza.

Mito numero 4 – la ridistribuzione della ricchezza è la soluzione

Se non fossero bastate le tre fallacie logiche qui sopra a farvi cambiare idea ci penserà la quarta e ultima: c’è ingiustizia nel mondo, pochi hanno troppo e la ridistribuzione della ricchezza è la soluzione per raggiungere la Giustizia (sempre con la g maiuscola). Come abbiamo visto nel mito numero 2 la distribuzione della ricchezza livella verso il basso la ricchezza fino a quando in una società socialista utopica tutti sono equamente poveri. In una società del genere la produzione è ridotta al minimo indispensabile per sopravvivere e la poca ricchezza non viene prodotta ma semplicemente distribuita. A mio parere la soluzione per poter creare più ricchezza e vederla crescere nelle mani di più persone non è la distribuzione di quella prodotta da pochi, ma è la semplice eliminazione di tutti gli ostacoli che ne limitano la creazione negli strati più poveri della società: monopoli, protezionismi, proprietà intellettuale, tassazione ecc. Duemila anni di ipocrita lotta alla povertà propagandata da chiese e da ideologie politiche moderne non hanno creato ricchezza, anzi l’esatto contrario. E hanno instillato nella mentalità occidentale un falso senso di colpa per cui i poveri del Terzo Mondo sono poveri perché noi siamo ricchi. Ma è bastato negli ultimi anni dare in mano agli strati più poveri della società mondiale strumenti a basso costo come telefonini, internet, autmobili e accesso al mercato globale per avere in 25 anni UN MILIARDO DI POVERI in meno sul pianeta Terra.
Quando viaggiai in Tanzania rimasi stupefatto dalla quantità di cellulari in mano ai masai. La guida mi disse che da quando i masai avevano scoperto il telefonino ora potevano commerciare con i villaggi non masai a decine di chilometri di distanza. Sapevano quante vacche da portare al mercato e quando potevano portarle al mercato. Di conseguenza il villaggio masai che visitai, nonostante vivesse ancora in modo tradizionale, era considerato come “ricco” rispetto ad altri che ancora non avevano utilizzato la tecnologia del cellulare, che grazie al mercato e alla produzione di massa costa oggi pochissimo. Anche se i socialisti di 30 anni fa parlavano già di “tecnologia per pochi ricchi”. Il villaggio produceva monili e grazie alla vendita di questi ai turisti poteva permettersi di costruire e far mandare avanti una scuola del villaggio privata. I bambini della scuola del villaggio erano tutti sani e la mortalità infantile era quasi inesistente grazie ai vaccini della medicina moderna. Vaccini che ormai non sono più sotto tutela di brevetti e i cui prezzi quindi si sono abbassati di molto grazie alla competizione del libero mercato. In centinaia di anni di interazione con la carità occidentale niente è riuscito a fare abbassare il livello di povertà di queste popolazioni se non l’arrivo della tecnologia, del mercato e dell’accesso al libero mercato. Non è stata la distribuzione della ricchezza a creare Giustizia ma la semplice interazione pacifica tra persone libere e la loro volontà di produrre ricchezza per se stessi e la propria famiglia.

5 Comments » 5 Responses to Quattro miti da sfatare sulla diseguaglianza economica

  1. Giulio on luglio 10, 2015 at 21:31

    Bisognerebbe inviare questo articolo a quel gesuita biancovestito che ha avuto persino l’arroganza di chiamarsi Francesco.

  2. William on luglio 13, 2015 at 10:35

    Bravissimo ottimo articolo.

  3. Roberto Spano on luglio 15, 2015 at 13:03

    Definire la “ricchezza” è certo difficile, proprio per i diversi significati e parametri da considerare.

    Ed è verissimo che a parità di condizioni, uno si può sentire poverissimno e un altro ricco o benestante.

    Probabilmente un criterio empirico efficace potrebbe essere considerare la ricchezza come “la capacità di soddisfare i propri bisogni/desideri”.

    Se una persona è in grado di soddisfare i propri bisogni/desideri (casa, cibo, abbigliamento, energia, istruizione, viaggi, cultura, divertimenti.. etc) probabilmente non si sentirà povera, a prescindere dalla quantità di denaro che possiede.

    Se una persona sceglie di abitare nella casa dei genitori nel paese di nascita, invece di comprare un appartamento in centro città, a parità di reddito avrà bisogno di meno denaro per soddisfare il proprio bisogno rispetto a chi vorrà comprare l’appartamento in città.

    Anzi, pur disponendo magari di molto meno denaro, quello che vive nella sua casa di paese invece che fare un mutuo per comprarsi l’appartamento in città, avrà una percezione personale di maggiore ricchezza, rispetto a quello che pur disponendo di più denaro, ha però molto più spese da sostenere per sentirsi soddisfatto dei suoi bisogni/desideri.

    L’assurdo dello statalismo è invece che quello con meno denaro e meno spese (che magari ogni fine mese mette da parte qualcosa)è considerato più povero di quello con più denaro e più spese (e che magari si indebita con una finanziaria per arrivare alla fine del mese).

    Un effetto come sappiamo della distorsione del concetto di PIL che, inventato per “misurare le quantità di scambi di merci contro denaro”, è stato invece elevato dallo Stato (e quindi dai politici in cerca di voti) a “misuratore del benessere” come se il benessere si potesse misurare solo con la quantità di merci acquistate, e non come la concreta percezione di benessere individuale e collettivo derivante dalla concreta (appunto) capacità dell’individuo di soddisfare i propri bisogni.

    Per cui uno che (per fare un esempio) ha pochi soldi ma si coltiva un orto e ha sempre la capacità di soddisfare il suo bisogno di cibo, è considerato più povero di uno che ha più soldi ma devo comprare tutto e magari non arriva a sfamarsi perchè i soldi che ha non sono sufficienti a tutte le sue necessità!

    La distorizione è evidente… ma i funzionari dell’Istat (e i loro mandanti)continuano a ripeterla come un mantra e la gente ci crede pure!!

    La ricchezza non è una pioggia che cade ugualmente sui belli e sui brutti, ma è frutto di un complesso di fattori in cui possiamo trovare l’intelligenza, la volontà, la capacità di sacrificio, la perseveranza, la visione del futuro, la capacità di valutare la sostenibilità di un azione…etc, e assieme possiamo trovare l’aggressione, la violenza, lo sfruttamento miope oltre la sostenibilità.. etc

    Il faro luminoso per dirimere questa situazione complessa e contraddittoria è sempre il principio di non aggressione, che riguarda sia l’aggressione fiscale, che l’aggressione di popoli e territori, resi schiavi e devastati dalle prestese di profitti (sia capitalisti che socialisti) ottenuti con la violenza.

    In questo contesto rientra anche la guerra, che è sempre scatenata per motivi economici. E’ la pretesa di “crescere” anche sul sangue e lo sfruttamento dei vari popoli “nemici” che giustifica e anima lo sforzo bellico.

    Un contadino che vive della e sulla sua terra, non muoverà mai guerra a nessuno. Vive, lavora e lascia vivere e lavorare gli altri, con i quali se vuole può liberamente scambiare (anche per denaro se vuole)beni e servizi eccedenti il soddisfacimento dei suoi bisogni.

    Sono sempre stati gli Stati complici corporativi di un certo tipo di “imprenditori”, che organizzano, pianificano e finanziano guerre al solo scopo di acquisire manodopera, territori, risorse energetiche e materie prime a prezzi irrisori, rispetto al costo che avrebbero avuto se fossero state scambiate in una situazione di libero mercato non aggressivo.

    La ricchezza (nel senso di cui sopra) e il benessere si può raggiungere solo lasciando liberi gli individui e i popoli di sceglieri il “loro” modello e stile economico e di lavoro. Il “loro” modo di pensare a come soddisfare i propri bisogni, senza che entità statal-capitalistiche pretendano di imporre modelli con la forza.

    Ma questo è quanto di più difficile da far accettare a capitalisti e socialisti uniti nel dogma statalista della crescita del PIL.

  4. Oblio on luglio 15, 2015 at 15:10

    Il “mito3” non è convincente…Ci sono milioni di statali in Italia che non si alzano alle 6 per tornare a casa alle 19…anzi ce ne sono più di 25000 che non stanno facendo alcunché e prendono stipendio compreso contributi pubblici; c’è la cassa integrazione in deroga a zero ore ecc ecc ecc…Inoltre il lavoro statale è un’immensa partita di giro…come la mettiamo? Se chiedono continuamente “mobilità” e a chiederlo è gente che siede per 30 anni sulla stessa sedia con stipendio sicuro, gli animi si scaldano, quindi la colpa non è solo del Governo, ma anche di chi è partecipe! L’articolo(tutto)risuona a tratti come una bufala, siamo al livello della costituzione dell’URSS del 36′ ove si citava a chiare lettere che tutto apparteneva allo Stato e quindi al popolo (non c’è balla più grande) e però non si spiegava come certe categorie (attori,ingegneri,avvocati,sportivi ecc) avessero vita migliore dell’operaio in miniera.

  5. Fabristol on luglio 15, 2015 at 17:33

    @William

    grazie mille! 😉

    @Roberto
    grazie per l’ottimo commento che completa in maniera perfetta l’articolo. Siamo sulla stessa lunghezza d’onda.

    @Oblio

    non capisco la seconda parte del commento. Bufala? Urss?

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