Perché l’immigrazione clandestina è un’invenzione dello Stato

settembre 6, 2015 39 Comments
By

“L’immigrazione non è una minaccia alla cultura, all’economia o alla sicurezza. Non è un programma di welfare, un’entità corporativa, un ideale collettivista, un risarcimento storico e nemmeno una rivendicazione etnica. E’ il semplice diritto di muoversi, vivere, lavorare e morire in un posto differente da quello in cui uno è nato, è la vittoria della scelta sul caso.”

Alvaro Vargas Llosa

Immaginatevi una persona nata a Torino che decide di andare a studiare o lavorare o semplicemente fare un giro a Milano. Nessuno ci farebbe caso, d’altro canto sarebbe un suo diritto. Ora però immaginatevi che da un giorno all’altro qualcuno si inventi un referendum per mettere un confine tra Lombardia e Torino. Referendum vince e tra Torino e Milano si forma una frontiera. Ora non si può piu andare da Torino a Milano senza un permesso dei due neonati stati. I pendolari non possono piu andare a lavoro senza estenuanti controlli, un datore di lavoro di Milano non può piu offrire lavoro ai cittadini di Torino. I torinesi non possono neppure piu decidere di spostarsi a vivere a Milano, pena la loro reclusione in centri di accoglienza pubblici. Alcuni vengono espulsi, altri ottengono asilo politico, altri ancora rimangono in un limbo che dura anni. Se vi sembra assurdo pensare che un torinese non possa andare a Milano a lavorare o a comprare una casa e venga rinchiuso in un centro di accoglienza, ora sapete quanto possano sembrare assurdi ad un libertario i casi seguenti: francese che va in Italia, italiano che va in Slovenia, sloveno che va in Romania, rumeno che va in Siria, siriano che va in Grecia e cosi via.

Se l’immigrazione clandestina non esiste e pare una cosa assurda ad una persona con un po’ di senno tra Torino e Milano, perché questa viene accettata invece tra uno stato e l’altro? Il fatto é che esistono due livelli di atteggiamento nei confronti dei migranti (siano torinesi o siriani): quello statale e quello dei privati. Vediamo come si comportano i due.

Stato. Lo Stato considera i cittadini che abitano all’interno del proprio territorio come gli unici detentori di diritti e come gli unici beneficiari del proprio sistema. Lo Stato considera quelli che sono fuori dal proprio confine come stranieri, spesso nemici. Lo Stato é intrinsecamente segregazionista e razzista. Non vede individui, ma solo amici e nemici, noi contro loro. Quando una barca di persone arriva sulle sue coste li prende e li porta in centri di accoglienza. Voi direte: certo sono stremati, hanno bisogno di accoglienza. Ma sono stremati perché sono stati costretti ad usare un metodo pericoloso e inumano di spostarsi. Avrebbero potuto prendere un aereo o un auto ma non hanno potuto. Motivo? Gli stati non glielo hanno permesso. Stessa cosa succederebbe al povero torinese che vuole andare a Milano. Milano non gli permette di attraversare la frontiera e allora il torinese si ingegna, si affida alla criminalità organizzata e passa il confine. Una volta attraversato il confine il povero torinese non puo trovare un lavoro, una casa, aprire un conto in banca perché lo stato lo considera un clandestino. Il motivo per cui tanti clandestini si trovano senza una casa e un lavoro di nuovo dipende principalmente dal comportamento dello stato. Nel caso dei torinesi, ma vale anche per i siriani molti dei quali sono di classe media, sarebbero in grado di contribuire con lavori dignitosi, di pagare affitti e perfino le tasse di cui lo stato é affamato.

Se inorridite alle frasi qui sopra e non riuscite a capire come io possa tollerare l’immigrazione libera allora aspettate di leggere l’alternativa che i privati hanno organizzato qui sotto. E forse vedrete il problema da un altro punto di vista.

Privati. In questi giorni abbiamo avuto un’idea di cosa significherebbe se gli stati non esistessero e i privati si prendessero cura della situazione. Tre esempi di seguito:

  1. nonostante gli assurdi proclami sulla disoccupazione crescente nei paesi occidentali in realtà ci sono milioni di posti di lavoro che non riescono ad essere occupati. Motivo é semplice: ci sono milioni di cittadini europei che non vogliono spostarsi dal villaggio dove sono nati e che non sono disposti a fare lavori differenti dal loro idealistico sogno infantile. Ora, se invece di vedere i migranti come stranieri che vogliono rubarci il posto di lavoro li vedessimo come individui che sono in grado di spostarsi da regione a regione per occupare quei posti di lavoro vacanti tutto cambia. Il siriano diventa un torinese e l’immigrazione clandestina scompare dalla nostra mente. Tutto diventa una finzione un trucco di ingegneria sociale che i governanti utilizzano per giustificare la loro esistenza.
  2. OK, ora spostiamo l’attenzione dal lavoro all’accoglienza. Al contrario di quello che fa lo stato, ovvero trattare gli stranieri come numeri da smistare in centri di accoglienza-prigione, i privati li trattano come persone. In tutta Europa oggi i privati si stanno mobilitando per accogliere molti dei migranti della crisi siriana utilizzando app come Refugee Welcome, un AirBnB specializzato per questo tipo di crisi. Soprattutto in Germania, Austria e paesi scandinavi. In Islanda 10000 persone si sono offerte di ospitare altrettanti rifugiati. D’altronde queste cose non succedono lo stesso per le vittime di calamità naturali all’interno del proprio paese?
  3. Sempre riguardo alla crisi siriana (ma vale per qualsiasi crisi) è stata proposta da un miliardario egiziano, Mr Sawiris, la creazione di un nuovo stato indipendente privato che possa ospitare i rifugiati siriani. Come? Sawiris vorrebbe comprare un’isola greca o italiana e offrire lavoro e una vita dignitosa a migliaia di siriani.

Capite quindi che non solo gli stati sono responsabili dell’attuale crisi siriana (Arabia Saudita, Turchia, USA, Iran ecc.) ma sono perfino responsabili dei modi in cui i migranti si spostano. E in tutto questo non hanno altra soluzione che creare centri di accoglienza e dare soldi a fondo perduto per far ingrassare i soliti amici delle cooperative. Per i privati invece i confini non esistono e l’accoglienza non ha nazionalità. Anzi molti vedono il migrante come una risorsa per poter fare andare avanti la società.

39 Comments » 39 Responses to Perché l’immigrazione clandestina è un’invenzione dello Stato

  1. Carlo Butti on settembre 6, 2015 at 21:55

    Sono cose che ho sempre pensato, ma tu le hai scritte in maniera cristallina, come io non sarei mai stato capace di fare. Il tuo discorso -dimmi se sbaglio-va in senso opposto a quello di chi vede un’apertura libertaria, foriera di chissà quali magnifici e progressivi sviluppi, nella formazione, attraverso referendum secessionisti, di tanti staterelli, inevitabilmente separati da nuove frontiere (tu fai l’esempio di Piemonte e Lombardia, ma potremmo anche dire Lombardia e Veneto, o “Padania” e “Terronia”, e via di seguito). Neppure s’accorda-dimmi ancora se sbaglio- con il pensiero di Hoppe, il quale, portando all’estremo l’ultimo Rothbard, il meno felice, sogna un mondo dove ogni palmo di terreno è privatizzato, cosicché senza il consenso di tutti i proprietari delle aree da attraversare nessuno si può muovere. Se ho ben interpretato il tuo ragionamento, dovrai vedertela anche tu con qualcuno che, pur definendosi libertario, non riesce a scrollarsi di dosso il peccato originale leghista: da cui, grazie a Dio, sono immune. Come credo anche tu. Complimenti ancora per il bell’articolo!

  2. Claudio Hütte on settembre 7, 2015 at 09:18

    E i privati che manifestano contro i migranti, quelli cosa sono? Alieni?
    Credo che questa disamina sia molto superficiale e trascuri molti punti. Esiste una notevole differenza tra un profugo dalla Siria e un migrante origiario della Costa d’Avorio arrivato via Libia che aveva fatto il mercenario e che una volta sbarcato è andato ad assaltare e uccidere una famglia per derubarla. Il chiaro riferimento al caso è in realtà casuale perché lo voglio portare come possibile ipotesi.
    I milioni di posti di lavoro vacanti in Europa (ammesso che esistano veramente) richiedono un livello di conoscenza che se per molti migranti potrebbe essere adeguata per altri non lo è di sicuro.
    Queste persone verrebbero con il miraggio di una vita migliore, e non sono certo io a voler negare questa possibilità, però è un miraggio che non si potrà realizzare per loro, uno su mille forse troverebbe il modo di emanciparsi, ma gli altri si adeguerebbero a diventare manovalanza per la criminalità.
    Ma non solo, è proprio lo stile di vita e il livello di educazione (e non parlo solo di quella scolastica) che pongono delle barriere.
    Mentre in Europa molte persone sono frenate dallo spostarsi dal proprio villaggio perché consapevoli dei loro limiti linguistici e culturali, altri, per esempio in Africa sub-sahariana, non hanno neppure la concezione di questo. Il semplice fatto di pensare di andare in un posto e mantenere la propria cultura senza accogliere quella del paese ospitante la dice lunga sul come viene affrontata l’emigrazione. Accade che si creano ghetti (si auto-ghettizzano, per inciso) perché rifiutano la cultura del posto in cui sono andati. E questi sono fatti verificabili facilmente anche in piccole città popolate da consistenti numeri di immigrati di certe aree.
    La cosa ridicola poi è che mentre in Europa si fanno ragionamenti filosofici come quello di questo post, dai luoghi da cui provengono la gran parte dei migranti (e dei profughi) questi ragionamenti nemmeno sono vagamente contemplati, per cui si importano persone che hanno come concezione sociale quella della normalità del dittatore …e sono quelli che poi andranno a votare un giorno se riceveranno la cittadinanza.
    Da ciò deduco che i libertari sono dei masochisti suicidi.
    E che dire poi dei problemi sanitari? Se non esistesse alcun controllo (e quando esiste controllo esiste frontiera ed esiste possibilità di essere respinti) potrebbero passare persone con malattie infettive, come già è accaduto con contagi di scabbia, tubercolosi, HIV, e altre malattie.
    Nei fatti l’accoglienza di immigrati dipende dalla qualità di questi ultimi. Se l’immigrato proviene da un paese che ha norme, igiene, educazione e cultura compatibili con il paese di arrivo, allora il problema non si pone, un esempio è l’area Schengen (la quale nonostante tutto pone lo stesso qualche stress sociale a volte).
    Negli altri casi i problemi sono numerosi e complessi perché sono pure potenzialmente destabilizzanti per la società di accoglienza.
    Ci sono delle naturali idiosincrasie che sono presumo insite in noi umani, come d’altra parte lo sono anche in molti altri animali i quali diventano subito aggressivi se un animale (della stessa specie) invade il loro territorio. I confini sono una cosa naturale degli umani, e la reazione di molti alla vista di immigrati si può spiegare anche con queste dinamiche, diciamo, etologiche.
    Infatti più esiste differenza estetica rispetto alla propria tribù e meno si è abituati a vedere differenze, più si amplifica la risposta negativa: i villaggi più che le città, neri verso bianchi più che bianchi verso bianchi, ecc.
    Trascurare questi aspetti è ingenuo e foriero di guai. Anche perché poi qui si punta il dito contro i recettori di immigrati, mai contro gli immigrati nella ipotesi che la migrazione fosse in senso inverso. Si deve sapere per esempio che vi è un estremo razzismo tra popoli Africani, spesso tra diverse tribù, tra nord Africani e sub-Sahariani, razzismo che si portano fino in Europa e che in certi casi sfocia in reazioni violente. Questo razzismo c’è anche nei confronti dei bianchi, non ci si illuda.
    Complessivamente quindi credo che l’argomento posto nei termini di questo articolo sia preso in forma estremamente superficiale.

  3. Claudio Hütte on settembre 7, 2015 at 09:26

    L’idea dell’Egiziano è geniale. In particolare la clausola che chiede l’indipendenza.

  4. Andrea on settembre 7, 2015 at 09:45

    Secondo me, nel capitolo “Stato” e sul capitolo “privati”, manca un corno fondamentale del dilemma.
    STATO: Cosa succede se si procede a una integrazione forzata? Nel senso, i privati sono disposti ad accogliere un numero X di immigrati. Alle frontiere si presenza un numero X + n di immigrati. Lo stato procede arbitrariamente all’accoglienza di immigrati, anche quelli in eccesso, e li distribuisce attraverso criteri politici (Ps, un governo che ottiene voti al sud, decide ci collocarli al nord)
    PRIVATI. In una società senza stato, i privati non accoglierebbero mai gli immigrati in eccesso anche con l’uso della forza, per difendere l’inviolabilità della loro proprietà privata. Non esiste un “diritto all’invasione”,

  5. Raphael Pallavicini on settembre 7, 2015 at 10:37

    Avete dimenticato tutto l’aspetto religioso della questione che purtroppo non può e non deve essere trascurato. Altrimenti qualsiasi discorso di libertà si sfracella contro le pagine di un libro scritto in arabo antico.

  6. Gian Piero de Bellis on settembre 7, 2015 at 11:24

    Bell’articolo che ho condiviso.
    Piccola precisazione. La frase: “Per i privati invece i confini non esistono.” non mi trova per nulla d’accordo. Per i privati i confini (giustamente) esistono. Sono la porta e i muri della sua abitazione; la staccionata del suo campo e cose di questo genere.
    Quindi la frase dovrebbe essere: “Per gli esseri, umani abitanti del pianeta terra, i confini non esistono.”

  7. Roberto Spano on settembre 7, 2015 at 13:12

    Consideriamo anche quanti miliardi di persone dei vari “terzi mondi” avrebbero voluto essere lasciati liberi di vivere nel “loro villaggio”, magari nei monti, nella savana, nella jungla, nei delda di fiumi pescosi o di pianure fertili o di boschi pieni di cacciagione e raccolta.

    Pensiamo a quanti vorebbero la libertà di vivere come gli piace, con i mezzi e le risorse che hanno, soddisfatti di una libera vita di sussistenza, o di utilizzo minimo e residuale delle risorse disponibili nel loro territorio!

    “Loro territorio” per diritto naturale di chi ci vive da millenni e non riconosce entità statali che pretendano di impadronirsene “per portare la civiltà”.

    “Loro territorio”, magari ricco di legna, di carbone, di metalli, di petrolio, di acqua, di oro o di qualsiasi altro materiali e risorse.
    Che da millenni scelgono magari di usarle con parsimonia e resilienza, perchè a loro piace vivere così.

    Che non capiscono perchè si debba disboscare una foresta per fare sterminati campi di mais per nutrire bovini a migliaia di km di distanza, quando loro da millenni vivevano delle risorse libere e naturali di quella foresta, e avevano scelto di disboscare e coltivare solo il tanto sufficiente a garantire il loro cibo e le scorte per le possibili carestie.

    Che non capiscono perchè si debba estrarre il “loro” petrolio, devastando tutto e rendendo la vita impossibile perchè non c’è più acqua pulita o terra fertile o animali o frutti spontanei.

    Gli esempi possono continuare a lungo. Il concetto è che se si fosse applicato il principio libertario di “Non Aggressione”, i capitalismi degli stati occidentali (sovietici compresi!!) NON avrebbero potuto aggredire (appunto) i territori e le popolazioni per rubare loro le risorse necessarie alla crescita economica industriale.

    La base giuspositivista era che “quelli” erano terriori “res nullius”, perchè le popolazioni che ci vivevano NON erano legittimate dalla legge statale, e quindi non potevano impedire ai vari “conquistadores” di occupare quelle terre “Nel Nome del Re” che portava la civiltà…

    Se i rapporti economici in tutta la storia secolare del capitalismo statale globalizzato, fossero stati improntati alla libera scelta, senza violenze e imposizioni, quanti di quei disperati sui barconi, oggi vivrebbero liberamente nel “loro villaggio”, del tutto indifferenti alla civiltà occidentale?

  8. Carlo Butti on settembre 7, 2015 at 18:19

    I privati che protestano contro i migranti sarebbero liberi di non accoglierli in casa loro se non esistessero né Stati né confini. Il guaio è che Stati e confini esistono; quindi si è costretti ad accogliere nel territorio nazionale, sentito come “casa comune”, tutti i migranti che le autorità politiche accettano, mantenendoli attraverso la carità pubblica, cioè anche con il denaro di chi non li desidera. Se non esistesse carità pubblica, né papi che la sollecitano, tutto si regolerebbe da sé: nessuno si moverebbe alla leggera sapendo che non è garantita alcuna provvidenza, e che solo il buon cuore, o anche soltanto l’interesse, dei privati (e ben vengano i papi a sollecitarli, perché il Vangelo fa appello alla coscienza dei singoli, non alle autorità politiche) può essere di conforto alla loro miseria.

  9. Carlo Butti on settembre 7, 2015 at 18:22

    Chiedo venia: volevo scrivere “alla sua miseria”. Errore di concordanza, da matita blu. Sto invecchiando.

  10. Fabristol on settembre 7, 2015 at 18:25

    Un po’ di pensieri in ordine sparso per rispondere a tutti.
    1) Hoppe salta fuori sempre quando si parla di immigrazione ma credo che il pensiero di Hoppe non si sia compreso bene. Se andate a leggere quello che Hoppe scrive non c’e’ niente di straordinariamente diverso da quello che diciamo noi: in un fatato utopico mondo libertario non esistono spazi pubblici gestiti dai governi, quindi sono i privati a decidere se l’immigrato puo’ stare all’interno della propria proprieta’. Alcuni, come i volontari della App che nominavo saranno felici di averli in casa, altri come i leghisti no. I leghisti a lungo termine non riusciranno mai ad avere una economia, e societa’, avanzata perche’ non riusciranno mai a coprire tutti i posti di lavoro necessari per far andare avanti l’ambaradan. A lungo andare il leghismo non puo’ sopravvivere, il leghismo e’ figlio dello statalismo attuale. Molti, perfino libertari, pensano che in un mondo libertario il leghismo trionferebbe ma e’ l’esatto contrario. Ma forse c’e’ materiale per un altro post…
    2) “E i privati che manifestano contro i migranti, quelli cosa sono? Alieni?”
    No, sono persone che sentono il problema in maniera istintiva, senza pensare a cause ed effetti. Protestare per cosa? Qual e’ l’impatto sulla vita di tutti i giorni dei rifugiati politici? Abbiamo avuto milioni di rifugiati politici dal dopo guerra ad oggi: dai paesi sovietici a quelli della ex-yugoslavia, dall’Iran post-Khomeini al Kosovo. Che effetto hanno avuto sulla vita di tutti i giorni di milioni di europei? Quello che voglio dire e’ che l’allarmismo, e le reazioni di pancia che subito ne seguono, durano pochi mesi o pochi anni, poi tutto svanisce. Qui in UK per anni fu un allarme polacchi, poi tutto e’ svanito, ora e’ il turno dei rumeni ma sta gia’ scemando pure quello. A Londra ci fu anche l’allarme italiani decenni fa.
    3) i milioni di posti di lavoro che l’Europa richiede vanno dal raccoglitore di pomodori al pizzaiolo (in italia gli egiziani si stanno specializzando in questo perche’ gli italiani non vogliono farlo) all’ingegnere; dall’infermiere al medico. Io stesso sono emigrato e ora ho trovato un posto di lavoro che pochi in UK potrebbero fare. Qui in UK ci sono migliaia di italiani senza istruzione che fanno lavori che gli inglesi non saprebbero o vorrebbero fare. Se vale per gli italiani all’estero perche’ non deve valere per quelli del medio oriente?

    In poche parole:
    1) se arrivano in condizioni pietose= colpa dello stato che non gli permette di arrivare in maniera dignitosa
    2) se non trovano lavoro= colpa dello stato che non gli permette di trovare lavori legali
    3) se delinquono=colpa dello stato che ha il monopolio della forza e non lo usa negando ai privati la capacita’ di difendersi
    4) se la Siria e’ nelle condizioni in cui ora e’ per colpa degli stati
    5) se non si assimilano e’ colpa dello stato perche’ non sta scritto da nessuna parte che una persona debba parlare la lingua del proprio vicino. In Svizzera si convive anche se ci sono 4 lingue diverse. E non sta scritto da nessuna parte che debbano tutti andare nella scuola di stato ad imparare tutti le stesse cose. L’importante e’ rispettare le leggi, che sono indipendenti dall’esistenza di uno stato.

  11. Roberto Spano on settembre 8, 2015 at 12:25

    Analisi ideologicamente corretta se ci trovassimo di fronte a libere persone che scelgono liberamente di “lasciare il loro villaggio”, che desiderano -legittimamente- di fare nuove esperienze, conoscere nuove persone e paesi, e che tutte queste scelte fossero appunto il libero frutto di liberi desideri non viziati da tragiche “aggressioni” crony-capitalistiche nel più perverso intreccio di interessi economico-politici dell’occidente (Moskow including).

    Aggressioni alla libertà che oggi (e ieri e altroieri..!!) hanno reso impossibile la vita in quegli stessi luoghi dove invece era possibile vivere prima che l’uomo bianco decidesse di portare la civiltà a cominciare dalla schiavitù, indispensabile per far crescere l’economia americana.

    Se io ti derubo di tutti i tuoi averi e distruggo il tuo habitat al punto che non puoi più sopravvivere… e poi grazie alla tua disperazione davanti alla morte per fame dei tuoi figli… ti offro di raccogliere pomodori dall’alba al tramonto per €20/giorno, trattenendone 10 per l’affitto di un lercio materasso sotto una tettoia…. un libertario può considerare questo un “libero scambio, tra adulti liberi e consenzienti”?!

    E’ chiaro che è solo un esempio, ma ha un valore generale!

    Il problema è che in un ottica unicamente di giustizia civile risarcitoria tra soggetti privati…. i “danni” subiti da interi continenti per colpa di indistinguibili responsabilità miste di interessi statali, politici ed economici…. nessun tribunale libertario potrà mai obbligare qualcuno a risarcire qualcun altro per i danni economici subiti in secoli di colonialismo.

    In poche parole:

    Se arrivano (e ne arriveranno sempre di più) milioni di esseri umani in condizioni disperate, non è per il diritto inalienabile di chiunque di spostarsi liberamente, ma per le aggressioni dei perversi interessi intrecciati politico-econommici di stati e crony-capitalisti.

  12. Enrico Sanna on settembre 8, 2015 at 18:42

    Condivido tutto, anche gli spazi tra una parola e l’altra. Io personalmente sono stato un emigrato. Ho lavorato fianco a fianco con emigrati dal Nord Africa. Musulmani, per giunta. Ho anche vissuto assieme a loro. Ce n’era uno che leggeva il Corano e me lo traduceva. Grande rispetto. Rispetta e sarai rispettato. Quello che oggi si dice degli immigrati del terzo mondo, giusto qualche generazione fa si diceva degli italiani che andavano negli Stati Uniti e in Germania.
    In Sardegna (noi siamo sardi, no?) ci sono popolazioni di origine catalana e genovese (e che dire dei sulcitani che noi chiamiamo maurredinus, che vuol dire africani, per via delle loro origini?), popolazioni immigrate quando andare dall’isola di Tabarca o da Barcellona significava né più né meno emigrare come dall’Africa. Eppure sono qua da secoli. E, cosa molto importante, hanno mantenuto la loro identità. Lo stesso potrei dire delle popolazioni albanesi e greche che vivono nell’Italia del sud, ma non le conosco abbastanza.
    Lo stato semplicemente crede di essere il proprietario di tutti gli esseri umani in un dato territorio. Il permesso di soggiorno non è altro che un certificato di proprietà, non molto diverso dal certificato che garantiva ad uno schiavista della Georgia la proprietà di una certa persona. Il codice fiscale, come ho scritto da qualche altra parte, non è altro che il corrispondente della marchiatura a fuoco che si fa alle bestie fin dalla loro nascita.

  13. Claudio Hütte on settembre 10, 2015 at 17:30

    Replico alla risposta di Fabristol.
    Se si parla di leghisti io mi astengo dal commentare perché non so cosa significhi, se è sul Salvini’s pensiero quello è tutto e il contrario di tutto, io però avevo assunto che questo post non fosse un appendice di qualche commento di origine leghista.

    Inoltre io commento non riferendomi all’Italia, ma all’Europa.

    Quando dico che i privati sono quelli che manifestano contro l’immigrazione intendo che essi non sono lo Stato eppure agiscono in modo coerente con le posizioni di alcuni Stati o di alcuni leader politici. Sono reazioni di pancia? Ebbene? Non sono leggittime?
    Io credo che anche la paura sia leggittima, per quanto irrazionale possa apparire …ma è poi davvero irrazionale? Siamo i depositari delle conoscenze sugli sviluppi del futuro?

    Il ragionamento che faccio poi è basato sul fatto che gli umani si aggregano in comunità, lo fanno (o lo dovrebbero fare) liberamente, quindi non parlo di comunità di forzati (per esempio per il fatto che mi abbiano appioppato una cittadinanza -che non condivido- quando sono nato).

    Ci si aggrega per sentimento di amicizia, di vicinanza di pensiero, di mentalità e di accordo sui canoni di convivenza.
    E’ quindi normale che se entrano degli estranei in una comunità questa si senta minacciata, e lo è effettivamente perché tali estranei non è noto se saranno o meno ostili e soprattutto se saranno coerenti con la scelta che i membri della comunità hanno fatto di farne parte.
    Se la comunità si reggesse su un contratto sociale i nuovi venuti entrerebbero senza vincoli alle condizioni di tale contratto, creando un problema.

    Che gli Stati siano superaggregazioni di comunità, o predatori di comunità che asseriscono il loro potere su di esse, è a mio parere trascurabile perché alla radice della reazione alla immigrazione ci sarebbe comunque quella di base delle comunità.
    E, by the way, le comunità naturalmente individuano un’area che rappresenta il confine del loro territorio, perché siamo animali, e come tutti gli animali abbiamo bisogno di un nostro spazio.

    Concludo con un’ultima osservazione. Tutto questo ragionamento non ha niente a che fare con il lavoro. I protezionismi per cause di lavoro sono tutta un’altra cosa e molto diversa dai problemi di fondo di cui ho fatto cenno, il lavoro è solo una scusa in più, peccato che tra tante ragioni sia certamente l’unica che è fallace.

  14. Lorenza on settembre 11, 2015 at 17:37

    L’immigrazione è un problema solo quando è “affare di Stato”, come qualsiasi altra cosa che tocca lo Stato.

    Grazie Fabristol di aver chiarito su Hoppe! 🙂

    “First, with the establishment of a state and territorially defined state borders, “immigration” takes on an entirely new meaning.

    In a natural order, immigration is a person’s migration from one neighborhood-community into a different one (micro-migration).
    In contrast, under statist conditions immigration is immigration by “foreigners” from across state borders, and the decision whom to exclude or include, and under what conditions, rests not with a multitude of independent private property owners or neighborhoods of owners but with a single central (and centralizing) state-government as the ultimate sovereign of all domestic residents and their properties (macro-migration).

    If a domestic resident-owner invites a person and arranges for his access onto the resident-owner’s property but the government excludes this person from the state territory, it is a case of forced exclusion (a phenomenon that does not exist in a natural order).
    On the other hand, if the government admits a person while there is no domestic resident-owner who has invited this person onto his property, it is a case of forced integration (also nonexistent in a natural order, where all movement is invited).”

    ― Hans-Hermann Hoppe

  15. Fabristol on settembre 11, 2015 at 19:33

    @ Claudio

    “Sono reazioni di pancia? Ebbene? Non sono leggittime?”

    Legittime nel senso che ognuno puo’ dire quello che vuole ma dal punto di vista libertario discriminare in base al passaporto e’ sbagliato. E dal punto di vista razionale e’ “illegittimo”.

    “Ci si aggrega per sentimento di amicizia, di vicinanza di pensiero, di mentalità e di accordo sui canoni di convivenza.
    E’ quindi normale che se entrano degli estranei in una comunità questa si senta minacciata, e lo è effettivamente perché tali estranei non è noto se saranno o meno ostili e soprattutto se saranno coerenti con la scelta che i membri della comunità hanno fatto di farne parte.
    Se la comunità si reggesse su un contratto sociale i nuovi venuti entrerebbero senza vincoli alle condizioni di tale contratto, creando un problema.”

    Ma vedi, un veneto per me e’ estraneo quanto un siriano. Quindi per piacere dovresti definirmi cosa e’ estraneo in termini libertari. Se intendi che gli uomini sono diversi gli uni dagli altri in generale e’ vero. Infatti non ho niente in comune con Marco di Taranto, mentre con Hiroki di Kyoto condivido di piu’: siamo ambedue nerd, ci piace la scienza e parliamo la stessa lingua, l’inglese. Con Marco l’unica cosa che condivido e’ che i nostri genitori hanno copulato all’interno dello stesso territorio conquistato dai Savoia. Punto. Questo rende Marco mio amico e Hiroki un estranero? Per niente. Se l’idea della comunita’ che hai e’ quella della valle incontaminata in mezzo alle montagne dove tutti parlano stessa lingua e hanno lo stesso colore della pelle… ti ricordo che siamo nel 2015 e che ci sono centinaia di milioni di persone che vivono e convivono con decine di persone di nazionalita’ e etnie diverse e che considerano questa condizione come la loro comunita’.

    Inoltre non ci si aggrega quasi mai per sentimento di amicizia ma per questioni di interesse economico o perche’ forzati dagli stati.

    “E, by the way, le comunità naturalmente individuano un’area che rappresenta il confine del loro territorio, perché siamo animali, e come tutti gli animali abbiamo bisogno di un nostro spazio.”

    Dev’essere che io NON sono un animale allora perche’ non ho alcun istinto territoriale. Ma il libertarismo e’ proprio questo: l’uscita dalla bestialita’ degli istinti primordiali, l’uscita dal tribalismo per arrivare ad una societa’ scevra da divisioni etniche, religiose e nazionali.
    Ma quest’area di cui parli e’ artificiale non naturale, creata ad hoc dall’alto. Un’area che cambia a seconda dei risvolti storici. Avresti detto le stesse cose sui siciliani quando la Sicilia fu annessa al Regno di Sardegna. Eppure appena la Sicilia e’ entrata a far parte di quest’area tutto a posto. L’immigrazione non dventa piu’ un problema ma una opportunita’. Se quest’area fosse naturale allora io sarei libero di associarmi con tutti i libertari con cui vado d’accordo e costruirmi la mia piccola isola libertaria. Di certo non mi assocerei con degli italiani solo perche’ condividono il mio passaporto. Sarei un cretino.

    “I protezionismi per cause di lavoro sono tutta un’altra cosa e molto diversa dai problemi di fondo di cui ho fatto cenno, il lavoro è solo una scusa in più, peccato che tra tante ragioni sia certamente l’unica che è fallace.”

    Perche’ fallace? L’Europa e’ incapace di occupare tutti i posti di lavoro vacanti. E te lo dico per esperienza personale. Dove lavoro io il 60% dei dipendenti non e’ britannico. Senza l’apporto di cervelli e braccia straniere non potrei lavorare e il business finirebbe da un giorno all’altro. Dillo pure ai 650000 italiani emigrati in UK che lavorano in tutti i settori, dai meno qualificati a quelli piu’ qualificati. Pero’ loro possono emigrare dove vogliono, tutti gli altri invece creano problemi alle comunita’.

  16. Fabristol on settembre 11, 2015 at 19:40

    A volte penso veramente che il mondo sarebbe migliore nel 2015 se ci fossero ancora impero romano, sacro romano impero, impero ottomano, impero austrongarico ecc. Almeno all’epoca a nessuno veniva in mente di parlare di immigrati, confini inviolabili, stranieri ecc. Ogni comunita’ poteva spostarsi all’interno dell’impero e avere stessi diritti di tutte le altre, tutti erano bilingue o addirittura trilingue, c’era mix genetico e gli scambi culturali all’interno dell’impero erano al massimo: niente protezionismi, niente dazi ecc.

  17. Enrico Sanna on settembre 12, 2015 at 17:07

    A mio parere, la comunità non è qualcosa di definito una volta per tutte. A meno che i componenti della comunità non decidano unanimemente di escludere certe persone. Io posso decidere di non fare entrare certe persone in casa mia, ma non posso avere autorità sulle decisioni del mio vicino di casa. Non posso andare a casa sua e dirgli che non può ospitare una certa persona dell’Angola o del Perù. Ecco, il controllo delle migrazioni è proprio questo: qualcuno con il distintivo che viene a casa tua e decide che quei due pachistani, che tu hai invitato a casa tua, non devono stare a casa tua. È violenza. Non solo contro i pachistani, ma anche contro di te.

  18. Gian Piero de Bellis on settembre 12, 2015 at 17:37

    Perfettamente d’accordo con Enrico Sanna. Una volta volevo invitare a casa mia una cara amica del Burkina Faso. La “comunità italiana” per bocca del loro stato me lo ha vietato negandole il visto. La mitica comunità di cui molti parlano non è affatto una comunità volontaria, ma è una rottura di palle imposta a tutti attraverso una istituzione criminale chiamata stato nazionale.

  19. Claudio Hütte on settembre 13, 2015 at 10:57

    Vedo che esiste una ostinazione a interpretare le cose per stupidi stereotipi.

    Per prima cosa a me non interessa il “punto di vista libertario”. Libertario? Chi se ne frega? Le etichette hanno sempre un adesivo difettoso.

    Parlare di “valle incontaminata che parla la stessa lingua e sono tutti dello stesso colore” è estremamente riduttivo e al limite dell’insulto intellettuale sul ragionamento che ho proposto.
    Ho detto chiaramente che non mi riferivo all’Italia.
    Non mi riferisco quindi neppure a uno Stato in particolare.

    Quando parlo di comunità non parlo di Stati, e ho parlato di comunità di persone che si aggregano volontariamente, stigmatizzando semmai le aggregazioni imposte. Detto questo una comunità che si aggrega volontariamente assume la forma giuridica di uno Stato, e a quel punto avrai una aggregazione di persone che hanno fatto una scelta.
    Dici che quasi sempre è per ragioni di interesse economico? Forse.
    Ma è irrilevante la ragione, ciò che è rilevante è il diritto di questa comunità di discriminare chi può o meno far parte del club.

    E chi parla di “comunità italiana” non ha capito la dicotomia tra la comunità aggregata volontariamente e lo Stato imposto.

    Per via della territorialità, considerati quello che vuoi, ma l’evidenza empirica dice che gli umani, tanto quanto gli animali, determinano un loro spazio e questo assume il carattere di territorio.
    Lo fai per casa tua, per cominciare, vorrei vedere se accetti che casa tua non sia considerata un tuo spazio esclusivo. Sono sicuro che non è così, che consideri casa tua il tuo territorio inviolabile.
    Se tu non consideri ciò che sta fuori casa tua di 1 centimetro significa solo che tu non hai costruito attorno a te una comunità, tu vivi come un’isola e la tua comunità è probabilmente un “arcipelago di isole”. Leggittima scelta, ma lo dico per evidenziare la complementarietà con la dimensione comunitaria, o tribale che si voglia dire.
    Le comunità infatti considerano un certo spazio il loro territorio, e su questo costruiscono l’insieme infrastrutturale, ed è per questo che ne hanno cura, perché lo considerano una estensione della loro casa.
    Quando viaggi in un luogo dove vedi che le persone non hanno cura delle infrastrutture capisci che quelle persone sono estranee alla comunità e considerano lo spazio in cui si trovano lo spazio di altri (qualsiasi cosa siano questi altri).

    Se tu consideri le comunità una cosa artificiale è solo perché non ne hai compreso le ragioni profonde della loro esistenza, proprio a livello antropologico. Le tribù sono sempre esistite e sempre esisteranno. Esistono anche all’interno delle società multiculturali dove si scatenano di frequente tensioni che sono latenti fintanto ché ci si ignora a vicenda. Londra ne è un perfetto esempio, Parigi altrettanto.
    Il concetto multiculturale è un fallimento totale perché è una stupidaggine che pretende di imporre una concezione innaturale alla natura dell’umano: gli umani si aggregano in tribù, sempre.

    E ripeto per l’ennesima volta: uno Stato è solo la interpretazione giuridica di una comunità, ma tale interpretazione non necessariamente rispetta il rapporto uno a uno comunità-Stato, ma spesso gli Stati sono il risultato della prepotenza di una parte su altre parti. Ma l’affermazione che le frontiere siano opera degli Stati è semplicemente una miopia, me ne sbatto di chi l’abbia formulata, resta una scemenza inconsistente con l’evidenza empirica rilevabile dalla storia umana, poiché le frontiere -ovvero i limiti territoriali- sono proprie delle comunità o tribù e gli Stati (quando non coincidenti a una comunità) si sono limitati a farne una propria versione.
    Per esempio, se immaginiamo uno Stato determinato su un Re, il quale è un privato che si è accaparrato un consistente spazio fisico, e su questo ha concesso a diverse tribù di installarsi, si avrà che il confine sarà quello dello Stato del Re, ma al suo interno vi saranno territori dai confini invisibili ma ugualmente esistenti tra le diverse tribù multiculturali che vi vivono. Il Re disse: vivete in armonia (e pagatemi l’affitto). Di fatto per ottenerlo le tribù si ignorano per evitare conflitti. Ma se qualcosa và storto le tribù entrano in conflitto e si scatena il caos: i confini esistono anche se sono marcati solo con colore spray. Lo Stato del Re ha solo stabilito una sua versione di confine, che è quella del territorio che lui considera suo.

    Trovo ridicolo pretendere di contenere la bestia umana, l’umano è un animale, e non sarà la costruzione di artifici ad alterarne la sua natura, corretto invece è riconoscere la sua natura e adeguare il resto alla sua natura.

    Per via dei protezionismi per cause di lavoro io penso tu non abbia capito la mia frase: se dico che è fallace significa che è una ragione inconsistente, una delle poche quando si parla di confini.
    Infatti l’aggregazione delle persone non è praticamente mai basata SOLO su ragioni economiche, ma su una moltitudine di ragioni di cui quella economica è probabilmente quella meno significativa.
    Infatti la maggioranza dei migranti lo fa per lavoro e non gliene frega nulla della cultura della gente del posto né della loro mentalità. Chi si trasferisce per lavoro porta con sé la sua identità culturale e la sua mentalità che pensa di continuare ad esercitare senza alcuna idea di assorbire quella del posto per farne parte, creando potenziali situazioni di conflitto.

  20. Fabristol on settembre 13, 2015 at 13:46

    @ Claudio Hutte

    “Per prima cosa a me non interessa il “punto di vista libertario”. Libertario? Chi se ne frega? Le etichette hanno sempre un adesivo difettoso.”

    Siamo in un sito libertario, l’autore dell’articolo e’ libertario, i commentatori sono libertari e la maggior parte dei (pochi) lettori e’ libertario. Molti di noi vedono il mondo sotto la lente libertaria, quindi qualsiasi cosa io dica e’ per sua stessa natura da un punto di vista libertario.

    “Parlare di “valle incontaminata che parla la stessa lingua e sono tutti dello stesso colore” è estremamente riduttivo e al limite dell’insulto”

    Mi scuso se e’ stato interpretato come insulto.

    “Ma è irrilevante la ragione, ciò che è rilevante è il diritto di questa comunità di discriminare chi può o meno far parte del club.”

    Questa e’ la qualita’ delle dittature, inclusa a democrazia. Solo gli individui possono discriminare e solo all’interno della loro proprieta’ (secondo me e secondo il punto di vista libertario).

    “Lo fai per casa tua, per cominciare, vorrei vedere se accetti che casa tua non sia considerata un tuo spazio esclusivo. Sono sicuro che non è così, che consideri casa tua il tuo territorio inviolabile.”

    Esatto, io (e i libertari) distinguono tra proprieta’ inviolabile e non proprieta’. La strada di fronte a casa mia non e’ mia, ergo non la occupo. Posso mettermi d’accordo con i miei vicini su come pulirla certo ma l’unico modo per dichiararla inviolabile sarebbe un contratto che mettesse me e i miei vicini come proprietari in comune. In quel caso si. Ora come ora la strada e’ dello stato, un entita’ gestita da gang di privati.

    “Se tu non consideri ciò che sta fuori casa tua di 1 centimetro significa solo che tu non hai costruito attorno a te una comunità, tu vivi come un’isola e la tua comunità è probabilmente un “arcipelago di isole”. Leggittima scelta, ma lo dico per evidenziare la complementarietà con la dimensione comunitaria, o tribale che si voglia dire.”

    Lo stato detiene la proprieta’ della strada, quindi al massimo e’ lo stato che crea gli arcipelaghi di isole. Anyway…
    In Italia nella mia strada dove in teoria eravamo tutti della stessa “comunita’”, lingua e perfino stessa quasi-genetica (considerata la condizione d’isolamento della sardegna) non ho mai parlato con nessuno, non conoscevo nessuno, a nessuno importava un fico secco della comunita’ di cui parli. In UK nella strada dove vivo oltre agli indigeni del luogo conosco i vicini indiani, quelli mezzo olandesi e quelli mezzo caraibici (famiglie miste) e ho piu’ senso di comunita’ qui che in italia. Un caso, forse, ma dice molto sul fatto che non c’e’ bisogno di essere della stessa nazionalita’ per sentire il senso di comunita’.
    Inoltre hai una visione un po’ troppo semplicistica di comunita’: comunita’ non si basa solo su territorio, men che meno nel 2015. Io faccio parte di 3 comunita’ transnazionali: quella degli scienziati, dei libertari e degli estimatori dell’heavy metal. In tutti e tre i casi condivido valori, passioni e obiettivi ma viviamo in territori diversi. Hai mai sentito parlare di panarchia?

    “Le comunità infatti considerano un certo spazio il loro territorio, e su questo costruiscono l’insieme infrastrutturale, ed è per questo che ne hanno cura, perché lo considerano una estensione della loro casa.
    Quando viaggi in un luogo dove vedi che le persone non hanno cura delle infrastrutture capisci che quelle persone sono estranee alla comunità e considerano lo spazio in cui si trovano lo spazio di altri (qualsiasi cosa siano questi altri).”

    Hai appena descritto come le persone considerano gli spazi privati e quelli pubblici. Questa distinzione e’ indipendente dalla condivisione di cultura, nazione, razza o religione.

    “Se tu consideri le comunità una cosa artificiale è solo perché non ne hai compreso le ragioni profonde della loro esistenza, proprio a livello antropologico. Le tribù sono sempre esistite e sempre esisteranno. ”

    come sopra, faccio parte di diverse comunita’ transnazionali, le mie tribu’ come le chiami tu, ma non delimito la mia tribu’ con un territorio fisico. Di nuovo, vedi panarchia.

    “Trovo ridicolo pretendere di contenere la bestia umana, l’umano è un animale, e non sarà la costruzione di artifici ad alterarne la sua natura, corretto invece è riconoscere la sua natura e adeguare il resto alla sua natura.”

    Lo stato e’ un artificio. La condizione umana e’ quella anarchica. E mi spiace. Non riesco a riconoscere schiavismo, latrocinio e omicidio. Senza offesa ma se questo e’ il tuo di punto di vista abbiamo poco in comune.

  21. Claudio Hütte on settembre 14, 2015 at 08:56

    @Fabristol:

    “Mi scuso se e’ stato interpretato come insulto.”

    Hey, take it easy, era solo retorica. Per favore non considerare che io mi senta realmente insultato dallo scambio dialettico che abbiamo, né tu, per favore, considera insulto nulla di quello che dico anche se, per ragioni retoriche, le parole possono assumere toni forti. Grazie.

    Si so che questo è un sito libertario, ma quello che cerco di dire è che non voglio discutere con una etichetta attaccata addosso. Se il mio contributo è sgradito basta dirlo e tolgo il disturbo, per ora non mi è sembrato il caso e penso sia utile un confronto con idee diverse.

    “Non riesco a riconoscere schiavismo, latrocinio e omicidio.”

    Uh? E chi ne ha mai parlato?

    Credo che il problema stia tutto nella definizione di comunità (o tribù). Tu dici a me che ho una visione semplicistica, ed io rilevo esattamente lo stesso per il tuo punto di vista.
    Le comunità hanno diversi gradi di legame, certo ci sono le comunità di interesse specifico, ma consideravo implicito che di quelle non si discutesse per i grandi limiti di cosa vi è in comune, mentre ci sono comunità in cui tale interesse assume l’intero insieme del vivere quotidiano e sono quelle a cui mi sono sempre riferito in questa discussione.
    La nazionalità è un tipo di comunità che ha interessi comuni sul vivere quotidiano e ciò che io oggi contesto è la difficoltà a poter determinare e scegliere la propria nazionalità ripudiando la concezione che la nazionalità sia conferita alla nascita da parte di terzi.
    Le comunità per esistere hanno bisogno di un loro spazio. Accade anche con quelle di interesse limitato: se la comunità scientifica non può discutere con i suoi membri liberamente è costretta perché non ha un suo spazio (fisico). Ma è ancor più vero se questa comunità deve organizzare l’infrastruttura per la sua vita quotidiana: strade, spazi abitativi, aree produttive, anche se poi tutto è gestito da privati. Questo anche se lo spazio è stato inizialmente insediato da singoli individui perché prima o poi avranno bisogno di creare infra-strutture tra loro, e ovviamente cercheranno di tutelare le loro infrastrutture e i loro territori.

    Ora tu dici che la strada è dello Stato, che sarebbe di una gang di privati. Perfetto. Allora tu visto che sei ospite di questa “gang di privati” TI ADEGUI a fare quello che dicono loro, visto che quello è il LORO spazio, e incidentalmente la tua casa, la tua “proprietà” in realtà è uno spazio in concessione: tu non sei proprietario di un bel niente! Ti trovi nello spazio sopra descritto, formato da individui che si sono associati per creare infrastrutture nel LORO spazio.
    Siccome sei un libertario dovrai riconoscere questo diritto di proprietà dello Stato e la discussione finisce qui perché questo Stato, in quanto entità rappresentativa di una associazione di privati, ha il diritto di imporre tutte le regole che ritiene opportune per garantire e tutelare la sua proprietà.

    Lo Stato è ben lungi dall’essere un artificio, è sempre esistito, ed è la normale evoluzione dei Regni.
    Se invochi un mondo senza frontiere in verità stai invocando a un super-stato del mondo (e infatti ne fai menzione citando l’impero Romano). Tuttavia un super-stato non garantisce l’annullamento dei confini: i Cinesi non si possono muovere da una provincia all’altra senza una sorta di passaporto interno, e ci sono Cinesi che possono e Cinesi che hanno bisogno del visto per andare dove vogliono …in Cina.

    Ora vediamo alcuni aspetti pratici.
    Perché consideri “olandese” o “indiano” il tuo vicino che farebbe parte della tua comunità?
    Sarebbe come se facessimo una società, e tu chiamassi i membri di questa società con i nomi di altre società come se fossero membri di quelle società. E nota bene che la tua individualità non è messa in discussione dal definirsi membro di una certa comunità.
    Perché consideri la strada di terzi? Se intendi che è di proprietà del Regno che ti ospita, al pari dell’appartamento che affitti e te ne curi come se fosse tuo, anche la strada dovrebbe essere considerata come se fosse della comunità che vive a ridosso di quella strada. Accade che la comunità invece non considera come se fosse sua la strada quando si sente estranea ovvero gli individui che vivono in quello spazio non si considerano parte della stessa comunità quindi ogni uno considera il “bene comune” come se fosse non suo, trascurandolo.
    Accade per esempio in molte località Italiane. Perché? Perchè le persone che vi vivono non si considerano veramente membri della stessa comunità, non si considerano proprietari, ma sfruttati.

    Nei fatti pratici per vivere gli umani scelgono di aggregarsi perché ottengono un vantaggio a farlo. Per aggregarsi hanno bisogno di spazio, e per associarsi hanno bisogno di riconoscere il prossimo come “amico”, o meglio come socio che condivide alcuni punti considerati importanti per la convivenza. La condizione naturale non è l’anarchia ma è un trade-off tra alcune concessioni al prossimo e l’individualità.
    Questo avviene normalmente se degli individui che si impossessano di un territorio (a prescindere dai modi in cui se ne sono impossessati) decidono per convenienza di mettere in comune alcune cose: hanno aggregato lo spazio e considerano il loro territorio un confine, se ritengono conveniente mettere in comune un servizio di sorveglianza e creare solo un confine esterno per maggiore efficienza ecco che hai il prototipo di Stato con tanto di confini.

  22. Fabristol on settembre 15, 2015 at 22:20

    “Ora tu dici che la strada è dello Stato, che sarebbe di una gang di privati. Perfetto. Allora tu visto che sei ospite di questa “gang di privati” TI ADEGUI a fare quello che dicono loro, visto che quello è il LORO spazio, e incidentalmente la tua casa, la tua “proprietà” in realtà è uno spazio in concessione: tu non sei proprietario di un bel niente! Ti trovi nello spazio sopra descritto, formato da individui che si sono associati per creare infrastrutture nel LORO spazio.
    Siccome sei un libertario dovrai riconoscere questo diritto di proprietà dello Stato e la discussione finisce qui perché questo Stato, in quanto entità rappresentativa di una associazione di privati, ha il diritto di imporre tutte le regole che ritiene opportune per garantire e tutelare la sua proprietà.”

    Certo, ma l’appropriazione e’ risultata da un atto di violenza, ergo non e’ valida per un libertario. Siamo coscienti del fatto che lo stato ci conceda lo spazio perche’ in qualsiasi momento ce lo puo’ riprendere. Di fatto qualsiasi stato e’ dittatoriale per sua stessa natura, perfino quello che i minarchici vorrebbero.

    “Lo Stato è ben lungi dall’essere un artificio, è sempre esistito, ed è la normale evoluzione dei Regni.”

    Dissento fortemente da questo punto. Nonostante gli stati moderni derivino dai regni e ne ereditino quasi tutte le caratteristiche, i regni sono relativamente recenti nella storia dell’umanita’ e il fatto che siano esistiti per molto tempo non significa che debbano ancora stare in piedi. D’altro canto anche la schiavitu’ e’ esistita per molto tempo ma in molte parti del mondo e’ stata debellata.

    “Se invochi un mondo senza frontiere in verità stai invocando a un super-stato del mondo (e infatti ne fai menzione citando l’impero Romano). Tuttavia un super-stato non garantisce l’annullamento dei confini: i Cinesi non si possono muovere da una provincia all’altra senza una sorta di passaporto interno, e ci sono Cinesi che possono e Cinesi che hanno bisogno del visto per andare dove vogliono …in Cina.”

    No, per niente. Ho solo detto che tra impero e stato nazionale il primo e’ il male minore. Il caso della Cina e’ isolato perche’ e’ uno stato nazionalista egemonico di stampo socialista. Una cosa che non si e’ mai vista in passato: praticamente l’ideologia nazionalista applicata ad un’area grande quanto un impero.

    “Perché consideri “olandese” o “indiano” il tuo vicino che farebbe parte della tua comunità?”

    OK, li chiamo individuo A e B che vengono da una parte del pianeta diversa dalla mia. Meglio?

    “Perché consideri la strada di terzi? Se intendi che è di proprietà del Regno che ti ospita, al pari dell’appartamento che affitti e te ne curi come se fosse tuo, anche la strada dovrebbe essere considerata come se fosse della comunità che vive a ridosso di quella strada. Accade che la comunità invece non considera come se fosse sua la strada quando si sente estranea ovvero gli individui che vivono in quello spazio non si considerano parte della stessa comunità quindi ogni uno considera il “bene comune” come se fosse non suo, trascurandolo.”

    Come dicevo prima stai confondendo proprieta’ privata con pubblica. Non e’ che non si prendono cura della strada perche’ si sentono estranei, il fatto e’ che non e’ loro.

    “Accade per esempio in molte località Italiane. Perché? Perchè le persone che vi vivono non si considerano veramente membri della stessa comunità, non si considerano proprietari, ma sfruttati.”

    E qui hai appena detto quello che ho detto io. Si sentono sfruttati dallo stato. Ma non c’entra niente l’appartenenza a questa entita’ chiamata comunita’. Dammi un pezzo di terreno da spartire tra persone di differenti estrazioni culturali e ognuno si preoccupera’ di quel pezzo di terreno anche se non hanno nulla in comune come nazione, etnia o lingua.

    “Nei fatti pratici per vivere gli umani scelgono di aggregarsi perché ottengono un vantaggio a farlo.”

    Di nuovo, mi rubi le parole di bocca. Vantaggi non identica cultura.

    “Per aggregarsi hanno bisogno di spazio, e per associarsi hanno bisogno di riconoscere il prossimo come “amico”, o meglio come socio che condivide alcuni punti considerati importanti per la convivenza.”

    Assolutamente d’accordo. Io riconosco come amico chiunque mi aggrada a prescindere dalla sua provenienza geografica. Il fatto che poi a casa sua mangi noodles, hamburger o pasta o che preghi buddha o che parli in mandarino non nega la mia amicizia con lui/lei e la capacita’ di relazionarmici.

    “La condizione naturale non è l’anarchia ma è un trade-off tra alcune concessioni al prossimo e l’individualità.
    Questo avviene normalmente se degli individui che si impossessano di un territorio (a prescindere dai modi in cui se ne sono impossessati) decidono per convenienza di mettere in comune alcune cose: hanno aggregato lo spazio e considerano il loro territorio un confine, se ritengono conveniente mettere in comune un servizio di sorveglianza e creare solo un confine esterno per maggiore efficienza ecco che hai il prototipo di Stato con tanto di confini.”

    Ma queste cose si possono fare senza uno stato e le facciamo gia’ ogni giorno. Quando i vicini di casa si aggregano e decidono di pagare una guardia giurata per controllare il proprio vicinato non stanno creando uno stato in miniatura: stanno semplicemente facendo cio’ che gli esseri umani fanno da centinaia di migliaia di anni, collaborano e condividono il costo di una vita sociale. A prescindere dal colore della pelle, della lingua madre o della religione. Se poi altre persone del palazzo affianco vogliono aggregarsi e usare gli stessi servizi cosi tutti pagano meno lo possono fare. Lo spazio e’ quello dei privati e i confini nazionali svaniscono e alla fine le persone si aggregano solo perche’ vi e’ un vantaggio economico.
    E lo stato, puff, svanisce perche’ non serve assolutamente a nulla.

  23. Roberto Spano on settembre 16, 2015 at 12:30

    Stiamo sempre sottovalutando il fatto che queste centinaia di migliaia (e presto milioni) di “migranti”.. non sono studenti, professionisti, scenziati, artisti, intellettuali, tecnici, operai specializzati etc che in piena libertà scelgono di fare un esperienza all’estero perchè ne hanno voglia e desiderio.

    Queste sono persone disperate, obbligate a fuggire CONTRO la loro volontà da una feroce aggressione alla loro libertà di vivere dove e come avrebbero preferito.

    Il problema è che questa aggressione è talmente strutturale, antica, interconnessa di interessi economici e politici, che oggi è impossibile individuare lo “specifico” aggressore a cui far risarcire il danno economico subito dai popoli africani (in questo caso) da secoli di colonialismo e sfruttamento economico occidentale.

    Ma il fatto che sia atavica, interconnessa, completamete aggrovigliata etc… non significa certo che l’aggressione sia meno grave.

    E che oggi ci siano “imprenditori” che si fregano le mani al pensiero di quanta manodopera potranno comprare quasi gratis sfruttando ulteriormente la disperazione indotta dall’aggressione, dovrebbe far inorridire non solo un libertario che della “libera scelta” e della “non aggressione” ha fatto una bandiera, ma chiunque abbia una scintilla di semplice umanità.

    Riguardo alle comunità, ricordiamo anche che etimologicamente vengono da “Cum” e “Munus” cioè “Dono”.
    La comunità nasce come il luogo, fisico o ideale, dove le persone si “scambiano doni”.
    Il dono per sua natura è radicalmente anti-autoritario. Può esistere solo nella libertà di scelta di chi lo fa e di chi lo riceve e lo ricambia.

    Il significato etimologico non è esaustivo di tutto il significato di “comunità”, ma ne ha certo una parte rilevante.

    Una comunità può “anche” essere quella stanziata su una vallata isolata e vissuta da un gruppo di persone che hanno liberamente scelto di vivere assieme con la loro visione etica, economica e lavorativa. E questa comunità ha tutto il diritto di “scegliere” chi far entrare o meno a farne parte. E ha tutto il diritto che soggetti più forti e prepotenti, si astengano dall’aggredirla per impossessarsi delle loro risorse.

    L’aggressione alle comunità sarde, dai tempi dei nuraghi a quelli piemontesi/italiani, ne è solo un esempio paradigmatico, giusto più facile da capire perchè vissuto sulla nostra pelle o nei ricordi recenti dei nostri avi vicini.

    Ma la stessa dinamica aggressiva è stata applicata nella storia dal potere misto privato/pubblico, per aggredire popoli liberi e rubare loro le risorse.

    Certo che un libertario si incazza davanti all’ipocrisia degli stati occidentali che, dopo aver messo le cause per questa disperazione, ora si meravigliano degli effetti!

  24. Carlo Butti on settembre 16, 2015 at 18:58

    Precisazione etimologica. COMMUNITAS deriva da COMMUNIS, CUM+MUNIS, che significa “reciprocamente obbligato”. MUNIS, obbligato, deriva da MUNUS, il cui primo significato è quello di DOVERE, OBBLIGO, PRESTAZIONE. Il significato di “dono” è successivo. Quindi la comunità non è il luogo dove ci si scambiano doni, ma quello in cui si è legati da obblighi reciproci di natura contrattuale. Per questo ha senso parlare di comunità se l’appartenenza è volontaria e se ciascun membro ha facoltà di sciogliere il legame obbligatorio, come per un qualsiasi contratto. Le “comunità” nazionali non rispondono a questi principi; quindi, per un libertario, non hanno né significato né valore alcuno. Da un condominio si possono escludere gli indesiderati. I condòmini sono fra loro legati da vincoli contrattuali che li impegnano a rispettare il regolamento, di solito anch’esso recepito contrattualmente. Se non gli garba più, possono andarsene. Ma una città, una regione, uno Stato sono aggregati d’altra natura. Uno la cittadinanza se la deve assumere per forza, anche se non la vuole. Gli obblighi gli piovono dall’alto, e non se ne può sciogliere. Anche andarsene altrove non è sempre così facile: servono passaporti, carte d’identità, visti, permessi e altre bagatelle del genere…

  25. Claudio Hütte on settembre 16, 2015 at 23:30

    Carlo Butti, io condivido quanto hai scritto.
    Però faccio notare che una comunità (che ho detto più volte essere costituita volontariamente) alla fine diventa l’equivalente di uno Stato nel momento in cui decide cosa fare entrare o non entrare nel suo territorio.

    La mia critica infatti sta proprio nell’essenza della dichiarazione del post, perché nei fatti le comunità con il tempo diventano continuative, e poi non si sa quale è il contratto, ogni forma contrattuale potrebbe essere ammessa, incluso quella di discriminare chi ha la faccia blu.

  26. Claudio Hütte on settembre 16, 2015 at 23:52

    @ Roberto Spano: +1 al tuo commento, anche se mi fido dell’etimologia offerta da Carlo Butti per le “comunità”, ma il concetto non cambia: comunità, tribù o proprietario terriero che si dichiara Re del suo spazio e qui ospita sudditi alle sue condizioni, hanno il diritto di stabilire chi entra e chi no. Di fatto sono frontiere. Quindi questo smonta alla radice la tesi che le frontiere siano dello Stato.

    Per via dell’aggressione dell’Occidente in Africa, meglio mettere i paletti al loro posto. C’è stata si aggressione coloniale, ma direi che negli ultimi 50 anni molta di questa colonizzazione è scomparsa e di fatto sono gli stessi Africani a essere causa dei loro mali.
    Si dice poi che sarebbero stati spogliati delle loro risorse naturali. Quali risorse? Oro, diamanti, e pietre preziose sono preziosi solo perché gli Occidentali pagano e con quel che pagano gli Africani hanno comprato merci. Il petrolio poi ha ingrassato gli Emiri, come abbiano speso i quattrini non è una responsabilità dell’Occidente, e di nuovo, il petrolio non valeva niente ed anzi era visto come una disgrazia fino a che non si trovò il modo di sfruttarlo nelle macchine inventate dagli Occidentali.
    Quindi in Africa sono piovute risorse finanziarie enormi letteralmente regalate dall’Occidente perché se non le comprava l’Occidente non se ne facevano nulla in Africa.
    Ma ora vediamo quante di queste risorse sono state esaurite? Di fatto nessuna. L’Africa è ancora oggi piena di risorse anche perché è enorme e poco conosciuta. Solo che ogni volta che si ricava qualcosa allora sembra che sia a danno degli Africani dimenticando che gli Occidentali pagano per quello che comprano.

  27. Enrico Sanna on settembre 17, 2015 at 10:42

    Io andrei cauto con le generalizzazioni. È vero che molta di questa colonizzazione è scomparsa dopo la seconda guerra mondiale. Ma, e il fondo monetario internazionale? E la banca mondiale? È scomparsa la colonizzazione più evidente, quella di Cuore di Tenebra. Ma al suo posto è subentrata una colonizzazione meno visibile e in fondo molto più subdola. E poi il rapporto non è tra africani e occidentali ma tra istituzioni (quasi sempre corrotte) e capitalisti clientelari dei vari paesi africani e il loro corrispondente dei vari paesi occidentali.

  28. Roberto Spano on settembre 17, 2015 at 11:04

    Va benissimo l’etimologia precisata da Carlo Butti, il significato è sempre lo stesso: e cioè che la comunità è un luogo, fisico o ideale, i cui membri hanno scelto liberamente di costituirla, di farne parte, di deciderne le regole, di scegliere chi può entrare e anche chi debba uscirne perchè ha violato le regole, scritte o orali, che i membri di quella comunità hanno deciso fossero dirimenti per continuare a farne parte.

    Anche una associazione internazionale di scenziati è una comunità, con i suoi membri e le sue regole da rispettare per essere ammessi o per essere espulsi.
    Se è una comunità di Darwiniani ortodossi (faccio volutamente un esempio paradossale) e un membro pretendesse di portare avanti una visione creazionista basata sulla bibbia… nessuno accuserebbe di antilibertarismo quella comunità scientifica che espellesse il creazionista biblico, o ne impedisse l’iscrizione..!!

    Gli Stati quindi (sono d’accordo con Hutte) non sono strutture aliene calate dall’alto da una potenza esterna che ha assoggettato con la forza TUTTA l’umanità, costituita invece tutta di libertari rispettosi delle liberta altrui e della “non aggressione”.

    Gli Stati sono voluti e costituiti sempre da persone (da un punto di vista genetico, esseri umani come noi libertari) che rifiutando il concetto di “non aggressione” ritengono “legittimo” il loro desiderio di arricchirsi aggredendo le ricchezze (risorse, energia, manodopera etc..) di altri popoli e persone.

    E la “legittimità” all’aggressione dei popoli e dei territori veniva proprio dal loro considerarli “res nullius” in quanto i popoli “indigeni” che li vivevano NON erano “Stati” ma appunto “libere comunità” che vivevano delle loro regole interne liberamente scelte dai loro componenti.

    E riguardo alle risorse dell’Africa (ma lo stesso discorso vale per Asia, America, Australia etc..) dire che tra occidentali e indigeni siano avvenuti “liberi scambi basati sul consenso reciproco”… mi sembra davvero distorsivo della realtà!!!

    Se per gli indigeni, oro, petrolio, coltan, diamanti etc sono materie inutili e per loro potevano benissimo restarsene sotto la terra… con che cazzo di diritto le compagnie occidentali, con la copertura dei loro Stati coloniali,hanno ritenuto legittimo commettere genocidi diretti e indiretti (se distruggo un habitat che sostiene una comunità, la sto uccidendo!)per appropriarsi di quelle risorse necessarie solo alla crescita economica dei propri stati stati coloniali?

    Lo fanno in Africa, lo fanno in Sardegna, lo fanno dovunque. Lo fanno in Amazzonia radendo al suolo la foresta; o ci risulta che ci siano libere trattative non aggressive con gli indigeni per avere il loro consenso all’accordo commerciale, comprensivo del prezzo, per il taglio degli alberi?

    Gli Stati sono una delle evoluzioni organizzative alle pulsioni di avidità e potere aggressivo, connaturate nell’essere umano animale.

    Noi libertari sappiamo che come esseri umani siamo anche animali – altrimenti lo zio Charles di cui sopra ci càzzia!! 🙂 – e sappiamo anche che una delle caratteristiche degli esseri umani è la capacità e la “libertà” di scegliere una etica di comportamento, che per noi può essere riassunta con “non aggressione”.

    Se c’è aggressione non c’è libertà. Punto. E se abbiamo una “fiaccola da tenere accesa” è proprio quella di diffondere tra i nostri simili animali, la fiaccola etica della libertà non aggressiva!

  29. Roberto Spano on settembre 17, 2015 at 11:14

    Ho letto solo ora il post del “connazionale sardo” :-; 🙂 Enrico Sanna, e lo quoto in toto!! (y)

  30. Carlo Butti on settembre 17, 2015 at 19:07

    Rimane il fatto che lo Stato non è assimilabile ad alcun’altra associazione . Ogni altra associazione si forma per il libero volere di tutti coloro che ne saranno membri. Uno poi può uscirne quado vuole, e i suoi figli non ne diventano automaticamente parte. Quando poi si dice che la proprietà pubblica è proprietà di tutti, alla stregua di una proprietà condominiale, si fa un’affermazione priva di fondamento. Se espropriano un mio terreno per farne una strada, contro il mio volere e anche, purtroppo, con le imposte da me pagate, si potrà dire che quella strada è anche mia? Se si conquistano nuovi territori con una guerra in cui sono stato costretto a combattere contro popoli che non considero nemici, i territori conquistati sono anche miei, benché mi ripugni che siano stati sottratti ad altri? In una libera associazione le cose non vanno così! I beni pubblici non sono beni di tutti, sono beni dello Stato, una finzione giuridica costituita, di fatto, da una cricca che s’è fatta chiamare così per legittimare le proprie azioni violente e le propre pratiche estorsive.E’ su questo punto che, a mio parere, Hoppe sbaglia, mettendosi sulle tracce dell’ultimo Rothbard; il quale, a sua volta, è in contraddizione con alcuni asserti del suo stesso pensiero.

  31. Mirco Romanato on settembre 27, 2015 at 19:11

    Un problema che l’articolo non affronta è il fatto che l’emigrazione può essere affrontata come emigrazione di un singolo che si sposta da una comunità all’altra e quindi ha poca scelta se non integrarsi, ma può anche esserci una emigrazione di massa, in cui intere comunità sono sradicate (non importa il motivo) e si spostano. In questo caso l’integrazione con la comunità che li accoglie non è detto che avvenga e non è detto che avvenga in modo pacifico o nell’interesse di chi riceve la migrazione.

    L’articolo non affronta il fatto che la popolazione che migra ha delle caratteristiche che possono aiutarla ad integrarsi con la popolazione locale oppure la possono mettere in conflitto con essa nel futuro più o meno ravvicinato.

    Se l’integrazione non avviene, ci sono due comunità distinte che occupano lo stesso spazio a distanza ravvicinata. Se i componenti di una comunità non ritengono di avere gli stessi obblighi verso i componenti di entrambe le comunità, ci possono essere problemi.

    Per esempio, la giurisprudenza islamica in tutte le sue scuole di pensiero, impone la pena di morte (o la prigione a vita) per chi abbandoni la fede islamica o abbia idee contrarie all’ortodossia o per i politeistiche non si convertano. Come li integriamo i mussulmani? Ogni giorno un bravo e rispettoso mussulmano può essere colto da un momento di fervore religioso e decidere di imitare il Maometto di Medina invece che quello della Mecca.

    Come si dovrebbe comportare un ebreo libertario o una comunità di ebrei libertari se una comunità di Nazisti dovesse migrare nella loro zona? Dovrebbero accoglierli a braccia aperte oppure cosa? Aspettare che comincino a costruire dei camping con grandi capannoni per docce collettive? E se un individuo della comunità Nazista decide di applicare la sua ideologia personalmente, senza aspettare gli ordini dei suoi leaders?

  32. Roberto Spano on settembre 28, 2015 at 12:24

    In effetti si tocca il problema centrale di come far rispettare, in un mondo libertario, il principio della “non aggressione”.

    Il rischio della legge del più forte è molto concreto.

    Come fa un individuo, o anche un gruppo di individui, a far rispettare la loro libertà (in tutte le sue accezioni)di fronte a una aggressione da parte di un altro individuo, o ancora di più da parte di un gruppo forte, violento, determinato e organizzato, deciso ad aggredire chi è più debole?

    Deve organizzare un gruppo paramilitare di difesa, e se necessario di reazione all’aggressione, ma quindi ritorna la necessità che chi vive in un territorio deve avere la libertà di poter “scegliere” chi far entrare e a chi invece negare l’ingresso e/o la permanenza..

  33. Carlo Butti on settembre 28, 2015 at 18:35

    Confondere un flusso migratorio, anche assai consistente, pur dovendosi riconoscere che può causare problemi di non facile soluzione, con un’aggressione mi sembra fuori luogo: allo stesso modo che chiamare “invasione” la concorrenza di merci estere a buon mercato, che può mettere in difficoltà certi comparti della produzione nazionale. In un mondo libertario dove nessuno possa pretendere soccorsi d’emergenza e assistenza pubblica, diventerebbe molto più rischioso attraversare mari su barconi malsicuri e dirigersi verso mete dove solo il buon cuore dei privati può offrire qualche ristoro. La libertà di movimento sarebbe maggiore, ma l’alea connessa talmente forte da scoraggiare migrazioni di massa. La mobilità degli esseri umani si regolerebbe da sé. Pretendere un filtro che consenta di discriminare l’ingresso in un territorio significa far rientrare dalla finestra quel che si è cacciato dalla porta: lo Stato, che ha tra i suoi requisiti primi il controllo della territorialità. Il problema di un’eventuale aggressione armata è d’altra natura: sarebbe un assalto non a un territorio pubblico, ma a un insieme di fondi privati. Penso che l’unico mezzo di reazione sia in questo caso la guerriglia: per difendere i propri beni ciascuno sarebbe indotto a prendere le armi di comune accordo con chi corre il medesimo pericolo, senza bisogno di coercizione alcuna.

  34. Roberto Spano on settembre 30, 2015 at 12:51

    L’aggressione armata è solo un esempio, che però è significativo delle difficoltà che incontremo sempre, dovendoci confrontare con una natura umana che, assieme all’intelligenza, all’operosità, al rispetto etc, contiene anche la violenza, l’avidità, la sopraffazione etc…

    Per me non è una visione confortante quella di dovermi armare per difendere la mia libertà e la mia proprietà. Anzi la trovo proprio una visione orrenda, perchè in qualche modo giustifica il potere del più forte!

    Se io sono una comunità pacifica che vive in un territorio usandone saggiamente le sue risorse, e arriva un’altro gruppo di persone che vogliono occupare loro quel territorio e usarne le risorse in modo diverso da quello che voglio io… cosa devo fare visto che non esiste una “forza pubblica”?

    Come suggerisci tu, dovremmo “prendere le armi” e ingaggiare una guerra con gli “estranei”..?!
    E se questa guerra la perdiamo? Se noi siamo pacifici contadini bravi con la zappa ma scarsi con la spada, mentre “loro” sono un gruppo organizzato, forte, ricco, dotato di armi e mezzi superiori ai nostri?
    Che dovremmo fare? Farci sterminare e i superstiti ridotti alla fame, lavorare per gli invasori alle condizioni imposte da loro?

    Non parliamo di fantascienza, ma di realtà drammatiche e concrete, sia del passato (remoto e recente) che del presente, e purtroppo del prevedibile futuro.

    Gli attuali migranti non sono “invasori armati”, ma non sono neppure liberi individui che scelgono di viaggiare per loro volontà e desiderio… ma sono persone aggredite a cui con la violenza è stato reso loro impossibile vivere nelle loro terre, perchè sono state depredate delle loro risorse, e aggredite nella loro libertà e sicurezza, anche (ma non solo) con la guerra, che parte sempre dall’avidità delle risorse economiche.

    E riguardo alla manodopera e merci a buon mercato, certo che ne deve essere garantita la libertà di movimento. Ma sempre che non siano l’effetto di una sopraffazione (come quelle che patiscono i popoli e i territori del cosidetto 3° mondo), perchè se il costo basso non è dovuto all’inventiva e alle capacità professionali dell’imprenditore, ma sopratutto allo sfruttamento violento di manodopera e risorse… allora come scive Fabristol “se l’appropriazione e’ risultata da un atto di violenza, non e’ valida per un libertario.”

    Quindi il caso in questione, non può essere ridotto a un semplice problema di libertà di movimento, di

  35. Carlo Butti on settembre 30, 2015 at 19:05

    O guerriglia volontaria o servizio coercitivo agli ordini di una gerarchia militare o ricorso a milizie mercenarie. Altro non vedo. La seconda e la terza ipotesi non sono compatibili con il radicalismo libertario (anarchia nel significato etimologico), ma solo con il presupposto di un’istanza pubblica minima. Il che significa ricadere nello statalismo, per piccino che voglia essere. A ognuno le sue celte, a patto di non rinunciare alla coerenza.

  36. Fabristol on settembre 30, 2015 at 22:06

    @ roberto
    “Per me non è una visione confortante quella di dovermi armare per difendere la mia libertà e la mia proprietà. Anzi la trovo proprio una visione orrenda, perchè in qualche modo giustifica il potere del più forte!”

    ma la tua libertà l’hai già persa solo che non te ne sei accorto. Il più forte ha già vinto e ha il monopolio delle armi e della forza. Vivi già in quel mondo che tu prospetti come un incubo solo che per te non è un incubo perché dopo tanta violenza e travaglio si è trovato un equilibrio in cui i più forti hanno soggiogato i più deboli facendogli credere che sono al potere e i più deboli hanno abbandonato l’uso della forza perché sarebbe stato come cadere dalla padella alla brace, ovvero suicidio. Vivere in una democrazia moderna è l’accettazione della propria schiavitù senza saperlo.

  37. Enrico Sanna on ottobre 5, 2015 at 17:21

    Solo un’ultima cosa, che mi gira nella testa da qualche tempo.

    Stiamo parlando di immigrazione e pensiamo a quelli che vengono dal terzo mondo, e soprattutto i musulmani. Qualche giorno fa ho letto un articolo di Pat Buchanan su lewrockwell.com, che parla di orde di invasori che arrivano qui all’urlo di Allahu Akhbar. Lì per lì volevo mandargli una email, ma, visto che gliene ho già mandato una e non si è degnato di rispondermi, ho lasciato perdere (a sciacquare la testa all’asino…).

    L’altro giorno ho incontrato una mia amica, senegalese e musulmana. Abbiamo fatto una chiacchierata. È incredibile come due persone così diverse possono parlarsi e avere simpatia. Lei parla quattro parole in italiano e per il resto è di lingua wollof, ma un po’ con i gesti e un po’ con qualche espressione facciale riusciamo a capirci. La conosco da un anno e più. Conosco bene anche il marito, che vive qua. Nessuno dei due è tipo da ululare “Allahu Akhbar”.

    Come loro, nella mia vita ho conosciuto altri musulmani. Molti di più di quanti Pat Buchanan possa sperare di incontrarne in quattro vite, anche perché avrà soggiornato qua in una suite d’albergo. Ne ho conosciuto dal Marocco all’Egitto e poi dal Pakistan e dalla Nigeria, e dalla Macedonia e dall’Albania. Ci ho lavorato fianco a fianco. Vivevo assieme a loro. E non li ho mai sentiti ululare “Allahu Akhbar”.

    Ma quello che voglio dire è un’altra cosa. Noi stiamo qui a parlare di immigrazione, diciamo così, “perniciosa”, e pensiamo unicamente agli immigrati che vengono dal terzo mondo. Io invece vorrei parlare di un’immigrazione che si è instaurata qua tanti anni fa, che non è mai stata invitata, che ha occupato le nostre terre, spesso espropriandole con la prepotenza, e che ha questa tendenza a metterci nella merda, diciamo così, senza il nostro consenso.

    Io vivo a San Gavino, in Sardegna, esattamente a metà strada tra la base Nato di Decimomannu e il poligono di Capo Frasca. Gli aerei passano sopra la mia testa decine di volte al giorno. Spesso volano in circolo attorno al paese, e per quanto ne so fanno la guerra simulata. Qua vengono i piloti israeliani, che si addestrano a bombardare simulatamente San Gavino per poi bombardare, stavolta realmente, i villaggi di Ghaza. In questo esatto momento, sono le 17,55 del cinque ottobre, sento uno di questi aerei che passa qua sopra.

    Ultimamente, si parla di un possibile conflitto tra Russia e Stati Uniti. In realtà il conflitto sarebbe tra la Russia e l’Europa. Gli Stati Uniti farebbero la parte del paraculo, come sempre. Ora io, trovandomi a poca distanza da una base Nato e un poligono, vi lascio capire che la mia casa diventerebbe subito un obiettivo militare.

    Ecco, questa è l’immigrazione che io temo di più. Quella con il faccione centodenti alla Jimmy Carter, quella discreta, quella in doppio petto, quella delle cellule della Cia che entrano nei palazzi del potere e comprano la gente a milionate con mazzi di dollari appena stampati dalla Federal Reserve. È di questi che dobbiamo avere paura.

  38. Roberto Spano on ottobre 5, 2015 at 18:35

    Vivendo a meno di 50 km da Decimomannu, ad Orroli vicino al Gigante Rosso – per i licheni!! 🙂 – su Nuraxi Arrubiu…. non posso che essere solidale con Sanna e con lui condividere timori e riflessioni!!

    Che in parte rispondono anche al post successivo di Fabristol sull’ipocrisia dello stato americano di voler controllare le armi dei privati…. dando il buon esempio di bombardatore intercontinentale….!! 🙁

    “Le persone uccidono, non le armi!” è una fiaccola di saggezza così luminosa… che anche uno statalista dovrebbe essere in grado di capire. Sono troppo ottimista?!! 😀

    Io preferirei lavorare a pulire i cessi di una stazione piuttosto che fare, non dico l’operaio, ma neppure l’AD di una fabbrica d’armi… ma un conto è il mio individuale, libertario rifiuto a toccare armi… un altro conto enormemente diverso è l’ipocrisia assassina di chi vuole (cavalcando le emozioni populiste) emanare ancora altre leggi di controllo sugli individui… nonostante sia il primo agente mondiale di guerre e conflitti e stragi di innocenti (l’ospedale bombardato è solo un minimo e tragico esempio).

    Come se non si fosse capito che ogni repressione produce perversione. Controllano la vendita di armi? E il giorno dopo ci saranno migliaia di pusher che venderanno pistole e mitragliette al mercato nero!!! Col risultato che “the crazy people” avrà tutti i rifornimenti che vorrà!!

    Riguardo all’immigrazione, e all’ultima risposta sempre di Fabristol, sono perfettamente daccordo che viviamo in un incubo dove il più forte (lo stato) ha schiacciato i più deboli (gli individui).
    E la situazione è ancora più da incubo, per chi come noi riesce ad avere una visione “altra” dalla narrazione mainstream occidentale.
    E cioè che sono riusciti a convincerci (noi “occidentali”) che viviamo nel migliore dei mondi possibili, dove pace e benessere materiali si sono compiuti grazie al nostro ingegno, operosità, saggezza e lavoro… e ovviamente grazie agli stati che hanno permesso tutto ciò, stringendo accordi sempre più ad alto livello…

    Non ci dicono (e pochissimi hanno capito) che il nostro apparente benessere materiale (altro che crisi…!!)è pagato dalla devastazione e dalla aggressione delle libertà e delle risorse dei 3/4 della popolazione mondiale.

    Senza le aggressioni e la violenza, pianificata da stati e crony capitalist (ma socialist è lo stesso!!) non avremmo potuto avere in occidente così tanti prodotti, e semilavorati, e risorse energetiche, e materie prime e manodopera a così basso costo, da permettere a noi di crescere, terziarizzarci e crederci tanto fighi…. addirittura da crederci tanto buoni perchè chiudiamo dietro sbarre migliaia di disperati che arrivano qui a causa della nostra violenza e aggressione nei loro territori.

    Ma queste sono riflessioni “contro-intuitive”, bisogna fare uno sforzo cosciente e volontario per riuscire a intuirle… ma mentre noi ci impegniamo in questa scelta etica…. Renzi promette altri “incentivi alle assunzioni” e “stimoli ai consumi”… e il popolo festeggia il nuovo giro di catena…

  39. Enrico Sanna on ottobre 6, 2015 at 11:14

    Un mio amico, che ha fatto la naia a Decimomannu come trasmettitore tra gli aerei in volo e il comando, una volta mi ha detto che fanno la guerra simulata sopra San Gavino perché c’è l’ospedale, le scuole e le industrie. Mica perché è un obiettivo militare.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Iscriviti per ricevere i nuovi post via email


 

Iscriviti alla newsletter!

Disclaimer

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 07.03.2001 L'Autore, inoltre, dichiara di non essere responsabile per i commenti inseriti nei post. Eventuali commenti dei lettori, lesivi dell'immagine o dell'onorabilità di persone terze non sono da attribuirsi all'Autore.