Libertarismo e l’ananas sulla pizza

febbraio 28, 2017 2 Comments
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La settimana scorsa il web italiano è andato in tilt per la notizia in cui il presidente dell’Islanda avrebbe affermato che, se avesse potuto, avrebbe vietato la pizza con l’ananas per legge. Grandi applausi, gente che proponeva una legge in Italia, tentativi di petizione ecc. Ho letto di tutto, perfino giornalisti (non commentatori, proprio giornalisti) che parlavano della pizza con l’ananas come di nazi-culinaria e stupro gastronomico.

Ora, voi vi chiederete cosa avrà a che fare questa notizia con il libertarismo. Ed eccovi la connessione incominciando con un esempio: ad un anglosassone non importa che cosa mangiate, che cosa vestiate, se (o cosa) vi laviate ogni mattina, quale religione professiate e così discorrendo. L’Italiano invece è continuamente scandalizzato da cosa gli altri mangino, come si vestano, che cosa pensino e cosa facciano e spesso invoca la violenza dello Stato per vietare agli altri ciò che a lui non piace. Questi sono tutti cenni rivelatori di due culture profondamente diverse, una liberale e l’altra fascista. Il fascismo non passa solo per quello di Stato, con governi autoritari, marce su Roma e ronde notturne (questi sono solo sintomi di una cultura profondamente illiberale) ma incomincia dalle piccole cose di tutti i giorni. Dal considerare i cibi nazionali sacri, schifare gli altri per come e cosa mangiano, per le loro abitudini sessuali o semplicemente per quello che pensano. Dall’intolleranza culinaria il passo a quella sociale, religiosa e nazionale è molto breve.

Non succede nulla agli italiani o all’italianità se qualcuno mangia l’ananas sulla pizza. L’ho mangiata un paio di volte così come il cappuccino a pranzo e l’insalata con la pasta e vi posso assicurare che non mi è successo nulla e nessun italiano è morto nel Bel Paese. Per quanto riguarda la “criminale” pizza con l’ananas non è il massimo e non è la mia preferita ma ho rispetto per chi la mangia. Anzi non me ne importa nulla di cosa gli altri mangino, o cosa professino come religione o con chi facciano l’amore. Ognuno è libero di fare quello che vuole purché non vada contro di me. E andare contro la tradizione culinaria italiana (un’astrazione come la nazionalità) non è un reato né un peccato religioso.

Il Principio di non Aggressione (NAP) non include il divieto di critica (ci mancherebbe) e chiunque ha la libertà di criticare chiunque e qualsiasi comportamento. Ma ho paura che la critica di certi italiani nasconda più il criptofascismo di chi, se andasse al potere vieterebbe certi comportamenti. In poche parole un libertario dovrebbe gioire della diversità culinaria e dell’innovazione che i (perlopiù) liberali paesi anglosassoni riescono a creare partendo dalla tradizione italiana. Perché se fosse per gli italiani i menu verrebbero decisi per decreto legge dallo Stato e chi si azzarda ad innovare o cambiare verrebbe multato o peggio (ossessione per cibi DOC e DOP protetti dallo Stato docet).

È il libero mercato che crea innovazione e il motivo per cui non esiste innovazione culinaria in Italia è proprio perché culturalmente non esiste libero mercato e la mentalità è quella criptofascista. Gli chef italiani infatti devono andare all’estero per poter creare e innovare così come facevano scienziati, teologi e liberi pensatori in passato. Il rogo in piazza Campo dei Fiori non si è mai spento.

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2 Comments » 2 Responses to Libertarismo e l’ananas sulla pizza

  1. emiliano on febbraio 28, 2017 at 20:57

    Mi viene in mente Matteo Metullio cuoco italiano che, proprio per affrontare quel tema della varietà che il modaiolo km0 annulla, si era inventato gli “Spaghetti 4.925 km”, che sottolineavano come avesse preso i prodotti migliori da tutta italia.

  2. Roberto Spano on marzo 6, 2017 at 12:14

    Non ho letto della crociata islandese contro la pizza all’ananas… Avrei capito di più (capito, non approvato!) se fosse stato un nazional partenopeo a stracciarsi le vesti per un simile iconoclastico abbinamento…

    Ma mi sembra strano che una simile purezza gastronomica sia stata invocata da un vikingo mangia merluzzi… 🙂

    Ritengo più probabile che la perplessità del vikingo fosse rivolta più al gravissimo danno ambientale che il dolce frutto tropicale produce nel momento che viene trasportato per decine di migliaia di km, dalla sua pianta caraibica, fino alle tavole di tutto il mondo. Sia che si mangi come frutta, sia come dessert, sia come condimento per pizze…

    Ovviamente, la produzione agroindustriale dell’ananas e il suo trasporto in tutto il mondo è solo uno degli innumerevoli esempi di inquinamento mondiale…. che arricchisce il produttore/distributore (non certo il contadino che l’ha coltivato e raccolto), e aggredisce la libertà di tutti (ad esempio all’aria pulita, e all’ozono senza buchi), ma che non risarcisce nessuno del danno subito!!

    Specialmente quelli che scelgono di mangiare arance in inverno/primavera, pesche e albicocche in estate e uva in autunno (perchè in questo caso invertire l’ordine dei fattori.. cambia di moltissimo il risultato), autoproducendola o scambiandola o al limite comprandola dal produttore più vicino possibile, proprio perchè non vogliono aggredire la libertà di respirare degli altri liberi individui.

    Quindi, assoluta libertà per tutti di mangiare fragole con maionese o di inzuppare nel cappuccino la pizza al salame piccante (ognuno ha i suoi gusti e nessuno può permettersi di giudicare o censurare) ma per il principio libertario di non aggressione, nessuno può invadere lo spazio e i diritti individuali.

    Oggi non è certo difficile elaborare un logaritmo in grado di calcolare i “veri” costi di produzione e trasporto (ad esempio di un ananas, ma vale per qualunque altro prodotto o servizio) di qualunque merce. Specie dei costi “nascosti” dell’inquinamento da petrolio usato sia per coltivare che per trasportare e distribuire i prodotti.

    Quei costi li “paghiamo” tutti ( nel senso che l’aria inquinata – sto semplificando – è costretto a respirarla anche chi mangia solo frutta locale e di stagione) senza averlo chiesto… Solo in conseguenza delle “libere scelte” di altri consumatori.

    Quindi i produttori e distributori di ananas dovranno soltanto risarcire i danni subiti da tutti con l’inquinamento prodotto (ad esempio bonificando, o piantando altri alberi purificatori) e giustamente ricaricando le spese sostenute sul prezzo finale dell’ananas.
    In questo modo il vikingo o il partenopeo che voglia mangiarsi un dolce e succoso ananas (che sia sulla pizza o col brandy flambè) lo potrà fare con la coscienza tranquilla perchè risarcendo il danno, non ha aggredito la libertà di nessuno.

    Poi lo voglio vedere il mangia merluzzi islandese aprire ancora bocca sulle libere scelte gourmet dei suoi compaesani… 🙂

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